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   :PG.Id: 40917
   :PG.Title: Storie da ridere.... e da piangere
   :PG.Released: 2012-10-02
   :PG.Rights: Public Domain
   :PG.Producer: Carlo Traverso
   :PG.Producer: Claudio Paganelli
   :PG.Producer: Barbara Magni
   :PG.Producer: the Online Distributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net
   :PG.Credits: This file was produced from images generously made available by The Internet Archive.
   :DC.Creator: Ercole Luigi Morselli
   :DC.Title: Storie da ridere.... e da piangere
   :DC.Language: it
   :DC.Created: 1919
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Storie da ridere.... e da piangere
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Storie da ridere.... e da piangere.

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*Vive memor leti.*

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   DEL MEDESIMO AUTORE

   *Orione. — Glauco*, tragedie      L. 3 20

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   :large:`E. L. MORSELLI`

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   :xx-large:`STORIE DA RIDERE....`

   :xx-large:`E DA PIANGERE`

   :small:`NOVELLE`

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   MILANO

   :small-caps:`Fratelli Treves, Editori`

   —

   **Sesto migliaio.**

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   PROPRIETÀ LETTERARIA.

   *I diritti di riproduzione e di traduzione sono
   riservati per tutti i paesi, compresi la Svezia,
   la Norvegia e l'Olanda.*

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   Tip. Fratelli Treves, 1919.

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[pg!1]

L'OSTERIA DEGLI SCAMPOLI.
=========================

Dove può rifugiarsi la felicità!...

Eppure ho veduto poca gente più felice di
quella.

Me li ricordo bene, in quel torrido febbraio
bonaerense, dalla mattina alla sera sotto una
gran tenda bianca a righe rosse, attorno a
quattro tavole cariche di bicchieri, fuori di
quella piccola ma celebre *Osteria degli Scampoli*,
che poi finì bruciata con tutta l'isola di
casupole di legno sgangherate, nel gran rogo
d'un enorme deposito di catrame vicino, a specchio
dell'acqua grassa e filigginosa del porto.
Non erano uomini: erano resti d'uomini. Poco
o molto della loro carne era già sotterra, ma
glie n'era rimasta tanta da poter mangiare,
bere, digerire, ridere e bestemmiare: scampati
miracolosamente alle carezze dei magli, dei repulsori,
degli ingranaggi, delle ruote, delle locomotive,
[pg!2]
affettati nei più strani e crudeli modi,
ma liberati anche per sempre dalla pesante
croce del lavoro e dei doveri sociali, vegetavano
allegramente lì su quelle panche, appuntellati
con le loro gruccie, agitando i loro moncherini,
veri scampoli della grande merceria
umana, come li aveva battezzati l'oste filosofo.
Quest'oste era un marchigiano, calafato un
tempo, che aveva avute spezzate le due braccia
da un argano, a Cape-Town. La Castle-Line
glie le aveva pagate in contanti sterline, in ragione
di cento l'una, e lui aveva súbito venduto
i ferri del suo vecchio mestiere e s'era imbarcato
nel primo piroscafo per Buenos Aires,
col gruzzolo, la poca roba, e una certa sua pallottola
di moglie che vedeva il mondo non già
roseo bensì addirittura rubicondo come la sua
propria faccia; e rideva anche dormendo.

Ma anche la ossuta e adusta faccia di lui riluceva
lasciando la terra d'Africa, poichè il sogno
di tutta la sua vita di emigrante era raggiunto;
poteva finalmente aprire un'osteria alla Boca
di Buenos Aires, dove aveva fatto la fame per
due lunghi anni. N'era partito disperato e ora
ci ritornava capitalista. Senza braccia, sì: ma
a che servono le braccia a un capitalista! Per
contare i quattrini gli sarebbero bastati gli occhi;
per farli cadere dentro il cassetto del suo
[pg!3]
banco da oste gli sarebbero bastati i suoi complessivi
quaranta centimetri di moncherini che
gli sbucavano dalle maniche rimboccate della
sua giacchetta, simiglianti con la loro cucitura
fresca a due germanici salami d'oca. Del resto
egli si sarebbe serbato la parte direttiva dell'impresa;
due bei bracciotti grassi e robusti
al servizio del suo cervello di aspirante milionario,
li avrebbe sempre avuti: erano quelli
della sua ridente pallottola che egli soleva chiamare
inglesemente *Bullet* e amava ora come
non aveva amato mai.

Poichè quella sciagura delle braccia doveva
aver anche richiamato sulla singolare coppia
una nuova luna di miele, anzi addirittura un
plenilunio di miele.

Un ebreo polacco commerciante di oggetti
di gomma e schiave bianche, il quale s'era trovato
a fare il viaggio da Cape-Town a Buenos
Aires sullo stesso vapore, mi raccontava che
era stato commosso fino alle lacrime da questo
idillio di nuovo genere, durato ventiquattro
giorni ininterrotti. Fosse la compassione materna
per quel povero diavolo che aveva ormai
bisogno di essere vestito e imboccato come un
bambino d'un anno, fosse l'aspetto nuovo e
quasi favoloso che davano a suo marito quelle
duecento sterline cucite intorno alla pancia in
[pg!4]
una ventriera di tela da barche; certo è che
*Bullet* non aveva distolto un solo istante gli occhi
amorosi dal suo Otello. Otello, così si chiamava
lui, stava tutto il giorno sul castello di
prua, comodamente disteso sopra una seggiola
pieghevole che *Bullet* aveva voluto comprargli
con i suoi segreti risparmi di pettinatrice: mangiava,
beveva, fumava la pipa, costruiva il
suo avvenire guardando fisso nel mezzo delle
nuvole, passava beatamente dal monologo al
sonno, sicuro che la sua *Bullet* non lasciava il
suo posto di guardia seduta sopra una gomena,
davanti alla sua preziosa pancia cinta della loro
fortuna.

Per imboccarlo, *Bullet* veniva a sedersi ridendo
sulle sue ginocchia, soffiava sulla minestra, l'assaggiava
prima di dargliela, come una buona
mamma, gli mondava le banane, gli vuotava in
corpo numerosi bicchieri di vino. Finito di
mangiare parlavano e ridevano un buon poco,
rimanendo così, lei seduta sulle ginocchia di
lui; parlavano del loro avvenire che egli costruiva
anno su anno, con un progressivo sfoggio
di fantasia milionaria, che dava le vertigini
alla ridente pallottola di ciccia. Quando Otello
s'era esaurito, puntava contro la sua *Bullet* i suoi
due moncherini, ed essa ci si buttava in mezzo
ridendo e baciandolo sul viso. Allora, sottovoce,
[pg!5]
per non essere udito, egli le diceva: — Tiemmi
di conto, sai, *Bullet*, perchè il tesoro
vero non è quello che ci ho intorno alla pancia,
è quello che ci ho nel cervello! Vedrai! tra dieci
anni, duecento sterline te le voglio mettere all'orecchio
a te! — E *Bullet* stralunava gli occhi
dal gran gusto.

Una volta il mio ebreo polacco colse, non
visto, quest'altro brano di idillio.

*Bullet*, carezzando la testa e il collo bruno del
suo Otello, gli sussurrava dolcemente: — Ti
ricordi quando mi dicevi: «Se tu mi tradissi,
io farei come quell'altro Otello, ti strozzerei!».
E adesso, sentiamo un po', se ti tradissi, che
cosa mi faresti? — E qui una gran risata.

Dal modo come Otello aveva guardato la sua
cicciuta Desdemona, si capiva bene che da tempo
immemorabile non aveva pensato ad una simile
possibilità, tuttavia bestemmiò torvamente per
dare una intonazione terribile alla sua prossima
risposta; e finalmente disse: — Adesso
ti mangerei tutta, come un lupo.

— Ah! sempre lui, il mio Otellino! — aveva
strillato la donna, — quanto mi piaci! — E gli
aveva appiccicato due improvvisi baci sugli
occhi ancora minacciosi, sì che lui aveva dovuto
chiuderli e ridere.

Così erano arrivati a Buenos Aires. E prima
[pg!6]
ancora che egli avesse trovato quella tale osteria
da rilevare, che facesse al caso suo, gli
s'eran messi d'intorno, per naturale gravitazione,
cinque o sei storpiati, come lui, non dalla
natura, ma dalle più svariate applicazioni meccaniche
del genio umano. Questi erano tutti
pensionati delle ferrovie, delle compagnie di
navigazione, delle assicurazioni, delle società
di mutuo soccorso; e così non avevano preoccupazione
maggiore di quella del buon vino,
e gli promisero di strascinarsi dietro tutti gli
storpi della capitale, purchè il vino fosse sincero
e l'osteria fosse in qualche modo intitolata
a loro.

Per incominciare, l'affare fu giudicato ottimo
dall'oculato Otello, e in una notte di veglia febbrile
il nome lo trovò: *Osteria degli Scampoli*.
Questa mite ironia senza rimpianto fu approvata
alla unanimità: si giudicò incapace di turbare
l'allegria e la sete degli avventori, e nel
medesimo tempo capace di molto richiamo.

Quando io la vidi per la prima e per l'ultima
volta, in quel lontano febbraio, l'*Osteria degli
Scampoli* aveva sei mesi di vita ed era nel suo
più bel rigoglio. Dalle otto della mattina alle
due della notte la instancabile *Bullet* ruzzolava
dentro e fuori, da una tavola all'altra, pronta
a ogni chiamata, con gli occhi e il sorriso sempre
[pg!7]
dovunque, aiutata appena da un garzoncino di
dieci anni, azzoppato, in verità, per il vizio
che aveva di stuzzicare la coda dei cavalli del
porto, ma reclutato con entusiasmo, come ultima
pennellata al suo capolavoro, dal nostro
Otello; il quale troneggiava seduto dietro il
banco con la sua pipa in bocca per tutte le dieciotto
ore che la sua osteria stava aperta. S'era
sbiancato, ora, in faccia, e s'era ingrassato a
vista d'occhio. Una volta che *Bullet* gli disse: — Eri
più bello prima! — Otello rispose gravemente: — Ogni
stato sociale ha la sua estetica,
mia cara! Da calafato ero bello perchè
somigliavo a un'ascia; ma il capitalista, per esser
bello deve assomigliare a un salvadanaio.

Non si muoveva mai dal suo banco, come
ho detto, ma soltanto, ogni sabato, andava a depositare
al «Banco Español del Rio de la Plata»
gli introiti della settimana. Ci andava solo,
perchè teneva straordinariamente a bastare a
sè stesso in tutto ciò che era amministrazione
della sua azienda. A tale scopo aveva imparato
a conteggiare e a firmare tenendo la penna con
la bocca. *Bullet*, alle undici precise di ogni sabato
mattina gli spegneva la pipa, gli metteva
il denaro contato nella tasca interna del panciotto,
ben incartato in un pezzo di giornale,
gli riabbottonava panciotto e giacca, ed egli
[pg!8]
usciva per fare sempre a piedi il lunghissimo
tragitto che lo divideva dalla famosa *esquina*
delle Banche. Un'ora di andata penosa e circospetta.
Un'ora di ritorno tutta fischiettata e
cantarellata.

L'aveva sempre passata liscia: non gli era
mai toccato nessun incontro; ma in ogni caso,
da che aveva perduto le braccia, da buon filosofo
che egli era, aveva riposto una fiducia illimitata
nella potenza delle sue gambe, e soleva
dire: — Io non ho paura: con un calcio ne
stendo in terra quattro!

Il sabato, dunque, dalle undici fin verso le
due, *Bullet* rimaneva sola a reggere le sorti dell'azienda,
come le diceva Otello prima di uscire
agitando paternamente il moncherino. Secondo
le prescrizioni, non avrebbe dovuto abbandonare,
*per nessuna ragione al mondo*, il banco,
lasciando sbrigare tutto il servizio dal ragazzino
zoppo. Ma, aimè! la buona pallottola
non comprendeva questi alti precetti: resisteva
forse una mezzoretta rigirandosi sulla
sedia maritale, come se ci avesse avuto sotto
le spine, ma poi, agli insistenti richiami di quei
suoi allegri avventori, ruzzolava giù dal suo
trono e ricominciava a ballonzolare tra le tavole
come al solito, fermandosi ora qua ora là,
a chiacchierare e a ridere. Ruzzolava più presto
[pg!9]
se la chiamava Peppino, e le fermate che faceva
alla tavola dov'era lui erano le più lunghe;
ma questo non faceva meraviglia a nessuno,
perchè Peppino era l'anima, il dio tutelare di
quell'osteria.

Arrivava la mattina verso le dieci sopra una
comoda poltrona triciclo messa in moto dalle
sue braccia, sempre ben vestito, benissimo pettinato,
coi baffi irreprensibilmente arricciati e
profumati alla violetta, la barba rasata sempre
di fresco; dimostrava meno dei trent'anni che
aveva, nonostante le proporzioni erculee del
suo collo, del suo petto e dei suoi polsi.

La tavola dove si metteva lui in cinque minuti
si riempiva di gente. Ne raccontava di
storie buffe! Era stato atleta in un circo equestre
per dieci anni e aveva visto tanto mondo;
e poi faceva certi giuochi di prestigio da rimanere
a bocca aperta. Le gambe glie le avevano,
niente di meno, mangiate i pesci cani. In mezzo
all'Oceano si era gettato in mare dal piroscafo
per salvare la figlia di un banchiere italiano
che s'era voluta uccidere. Era riuscito miracolosamente
a salvare la ragazza, ma lui era
stato issato a bordo che pareva una botte
sfondata da tanto sangue buttava. Il banchiere
l'aveva assistito come un padre. Appena giunti
a Buenos Aires gli aveva comprato quella magnifica
[pg!10]
poltrona triciclo e gli aveva assegnato
un mensile vitalizio che gli permetteva di bere
vino in bottiglie e giocare ogni sera delle vere
sommette. Questo gioco della sera attirava ogni
sorta di gente quattrinaia nell'osteria di Otello,
e le bottiglie più vecchie si vuotavano a dozzine;
e Otello, il cui fiuto finanziario non fallava,
se gli avessero ridato le due braccia per portargli
via Peppino, avrebbe risposto: No!

Un sabato, dunque, verso il tocco, eravamo
una diecina intorno a Peppino fuori dell'osteria;
ci raccontava di quando in un *cabaret* di Parigi
aveva vinto mille franchi di scommessa al re Leopoldo
stendendosi in terra supino, a dorso nudo,
e facendosi salire sul petto quattro ballerine: e
v'assicuro che bisognava ridere per forza, a
sentirla raccontare da lui. *Bullet* si doveva tenere
addirittura la sua pancetta con le mani.

Ma in mezzo alle risate amiche, si udì una
voce secca secca dire: — *No puede ser!*

Ci rivoltammo; l'interlocutore era sconosciuto
a tutti: un basso spagnolo con un lungo soprabito
giallo tutto sbrindellato, un largo cappello
di paglia annerito dalle intemperie, i piedi calzati
stranamente di rosa, piantati con gran fierezza
dentro due scarpe di corda. Stava ritto
dietro Peppino, con la sigaretta in bocca e le
mani in tasca.

[pg!11]
— Non può essere! — ripetè col suo pretto
accento madrileno — io sono dell'arte, sono
atleta anch'io, atleta girovago perchè si sa pur
troppo che nel mondo vale la fortuna e non
il merito, ma sono uno dei più forti atleti che
abbia oggi la Spagna e si sa che la Spagna è
la patria dei più forti atleti del mondo. Ebbene,
io posso garantire, che nè io nè nessun altro
atleta spagnolo può fare un esperimento di
questo genere!

Peppino lo guardava più tranquillo di noi,
senza ombra di risentimento. Quando ebbe
finito, gli disse:

— Qual è il peso più grosso che alzi?

— Il mio peso da un quintale verificato e
bollato in dodici concorsi, col quale ho guadagnato
le dodici medaglie d'oro d'argento e di
bronzo che loro possono ammirare sul mio
petto!

E così dicendo lo spagnolo si sbottonò con
una sola stratta tutta la sua pelandrana e ci
si mostrò in maglia rosa e brachette di raso
viola, col petto trasformato in un vero medagliere.

— E dove ce l'hai questo peso? — domandò
Peppino.

— Nella mia carrozza! — esclamò lo spagnolo
presentandoci con un gesto solenne un
[pg!12]
orribile carretto a due ruote carico di ogni
ben di Dio, cui era attaccato un cavalluccio
tutto pelo e ossi.

— Portalo qua.

Lo spagnolo si levò la palandrana, estrasse dal
carretto due enormi palle infilate ai capi d'una
grossa sbarra di ferro, e venne tentennante ma
sorridente a gettarle ai nostri piedi, facendoci
balzare tutti sulle sedie per il contraccolpo.

— Fammelo assaggiare, — disse Peppino; e
chinandosi sul suo triciclo, e con la destra afferrato
nel giusto mezzo il peso, lo tenne per
un momento sollevato, con una facilità che
preoccupò visibilmente lo spagnolo.

— Se, così come son ridotto, senza gambe,
t'alzassi questo peso e te seduto sopra, tutto
di forza, senza spinta, perchè ho le spalle appoggiate,
ci crederesti allora a quello che ho
raccontato?

— Allora sì! — rispose lo spagnolo sorridendo
incredulo.

Peppino si levò la giacchetta e la dette in
custodia ad un ammiratore vicino, poi si levò
anche la camicia e mise al nudo un torso candido
e gigantesco come quello di Ercole.

*Bullet* aveva smesso di ridere per guardare a
bocca aperta. A un tratto strillò:

— Che bellezza di bracci, per Diana!

[pg!13]
— È un pezzo che non vi sentite stringere la
vita! — gridò Peppino, ridendo con tutti i
denti. — Dite la verità che n'avete voglia
d'una strettarella, eh birbacciona? — E aprendo
le braccia: — Volete favorire? Io ci sto di core!

— Se vi sentisse Otello! — si limitò a rispondere
*Bullet*, rimanendo però lì come tenuta
dall'incanto di quelle due braccia magnifiche.

— Su! Su! la gran prova! — dicevano gli
amici di Peppino.

E Peppino allora mise in tensione tutti i suoi
muscoli e tenendo le braccia piegate contro il
petto disse: — Avanti! mettetemi il manubrio
qua sulle mani.

Glie lo alzammo in quattro e glie lo mettemmo
come aveva detto. Le sue braccia non
cedettero d'un centimetro, ma il triciclo ne
parve sconfortatissimo.

— Niente paura; cigola, ma non si rompe, — disse
Peppino ridendo. — Qua a sedere, signor
spagnolo, e attento all'equilibrio!

Mentre lo spagnolo salì e si sedette agilmente
sul lungo manubrio di ferro, il pianto del triciclo
raddoppiò, ma le braccia di Peppino stettero
salde come di ferro massiccio.

E l'ascensione del peso, con relativo atleta
spagnolo, incominciò subito lenta e sicura. Lo
sforzo era gigantesco: gli occhi bianchi di Peppino
[pg!14]
sembravano galleggiare nel sangue: l'Eracle
di marmo in riposo s'era trasformato in un
Eracle di porfido sollevante Anteo.

Ad un tratto, quando già la vittoria era sicura
(ed era sempre una bella vittoria, anche
supponendo che il peso controllato e bollato
dall'atleta spagnolo fosse stato di cinquanta
chili invece che di cento!) ecco si ode uno
schianto secco e si vede il nostro Peppino abbassarsi
di un palmo contro terra mentre lo
spagnolo si getta impaurito sulle nostre spalle.
Il mozzo d'una ruota del triciclo aveva ceduto.
Lo spagnolo riprese prontamente dalle mani
di Peppino il suo peso e, poggiatolo in terra
per ritto, e impugnatone il manubrio a mo' di
lancia, volle stringere la mano di Peppino dicendogli
solennemente: — Collega, ora credo
a tutto quello che hai raccontato e che racconterai:
saresti degno di misurarti col mio glorioso
maestro Santiago Machacapulgas! e più
non si può dire!

Ma la sua voce reboante fu travolta dal clamore
dei nostri «evviva!». Peppino schizzava
sudore e gioia da tutti i pori, e il sudore gli
colava giù a rigagnoli per le valli del suo vasto
torace e la gioia la sfogava schiacciando tra le
sue ogni mano che gli si tendeva, e baciando
a quattro doppî gli amici più vecchi. Quando
[pg!15]
fu la volta di *Bullet* che gli tese la mano tutta
esultante, ci fu tra quei due ritratti della salute
un tale scambio di occhiate, che Peppino, credendo
certo di meritarsi un tal premio per la
sua vittoria, se la tirò giù addosso, le cinse la
vita con le sue braccia formidabili e incominciò
a baciarla di santa ragione. La nuova vittoria,
sebbene più facile della prima, suscitò
un eguale scoppio di applausi.

Ma aimè! avevamo fatto i conti senza l'oste....
il quale in quel momento, non visto da nessuno,
era sopraggiunto di ritorno dalla sua operazione
finanziaria; senza dir verbo aveva sfondato come
un ariete il nostro cerchio plaudente, e, con
pronta decisione, cacciava avanti uno dei suoi
vasti piedi, dirigendolo sulle due teste colpevoli.

Fu un lampo. Il piede arrivò a destinazione.

Ma quando Otello fece per ritirare il suo
arto con l'evidente disegno di ripetere il colpo,
non gli fu possibile. *Bullet* con uno strillo da
maialetto impaurito era ruzzolata in terra, poi
fuggita via in bottega; e quanto allo strumento
della sua vendetta, esso era stato fulmineamente
e irrevocabilmente afferrato dalle mani
di Peppino. I due si guardarono in faccia.

Il faccione imperturbabile e ancora ridente
di Peppino dimostrava apertamente il suo tranquillo
piano di battaglia. Sembrava dire: Per
[pg!16]
conto mio, non ti lascio il piede sino a che
non ti son passati i bollori.

Invece la faccia grifagna di Otello dimostrava
un farraginoso rimuginìo interno, in cui tutti i
più inverosimili disegni di difesa e di offesa
venivano volta a volta accolti e scartati. Ma il
piano del gran Peppino non era sbagliato: a lungo
andare, quella forzata posizione cicognesca non
poteva non ricondurre nell'animo di Otello quella
serena e profonda filosofia che gli aveva sempre
appianato ogni scabrosità della vita.

— Ti vien da ridere, di' la verità, Otello! — gli
disse Peppino.

— Ancora no, — brontolò Otello.

— Bada che siamo buffi: pensaci un po' bene.
Non vedi che questi poveretti d'intorno non possono
parlare perchè gli scoppia la bocca dal
ridere?

Otello sorrise, Peppino scrosciò; e nacque
una risata omericamente inestinguibile.

Quella sera vi fu gioco nutritissimo nell'*Osteria
degli Scampoli*. Al tocco eran capitati per
caso a bere sette o otto capitani inglesi, e Peppino,
che sapeva l'inglese, li aveva tirati nel
gioco già incominciato, e le sterline correvano
più del solito sulle modeste tavole di Otello,
ed egli, dal suo trono, ne fremeva di orgoglio
e ragionava forte, tra sè e sè, come non mai.

[pg!17]
Io, dopo aver regolarmente perduto quel poco
che avevo in tasca, ero solito accomodarmi alla
prima tavola sotto il banco, che a quell'ora era
sempre vuota, per schiacciare un sonnellino. Tenevo
moltissimo a quel sonnellino di mezz'ora
perchè quasi sempre sognavo di vincere.

Quella sera, l'ho già detto, il monologo fioriva
sulla bocca di Otello: però non era cosa
facile intendere il senso delle sue parole in
mezzo al vociare dei giocatori. Ma è certo
che, poco prima di addormentarmi, lo udii distintamente
dire: — E sessantaquattro! — (si
riferiva a bicchierini di *whiskey*). — E quattro
mazzi di carte!... E dodici banchi!... Trenta *pesos*
di guadagno netto in tre ore!... Loro possono
perdere laggiù; ma io di quassù vinco
sempre: poco ma sicuro! Le fortune si fanno
così.... Questo si chiama aver occhio e bernoccolo:
dal primo giorno che l'ho conosciuto ho
detto subito: Questo Peppino sarà la mia fortuna!...
Veramente.... quell'abbraccio.... proprio
là in presenza a tutti.... è stata una mezza canagliata....
Mah!... Alla fin delle fini.... forse....
ha ragione lui: la pipa mi son dovuto sì o no
adattare a farmela accendere da un altro? Anche
la moglie da qualcuno bisognerà pur che
me la faccia abbracciare!....

[pg!19]

L'ELEFANTE.
===========

C'è una sola fatica della quale l'uomo civile
non senta mai il bisogno di riposarsi: ed è
quella di occuparsi dei fatti del prossimo. Infatti
nelle stazioni climatiche e ai bagni di mare,
dove si va per riposare di tutte le altre fatiche,
nessuno pensa a riposarsi di quella.

Sotto questo aspetto, la piccola tribù bagnante
di \*\*\* potè dirsi veramente fortunata l'estate
scorsa; perchè ai consueti soggetti ormai
tradizionali del luogo se ne aggiunse uno del
tutto impreveduto e imprevedibile.

Si trattava di una enorme femmina piombata
là, in quel lembo di spiaggia adriatica, come
un bolide.

Di dove era venuta?

Nessuno lo sapeva.

Era scesa da un vagone-letto proveniente da
Brindisi; questo lo assicurava il giudice Cesti
[pg!20]
che aveva una passione atavica (diceva lui) per
vedere arrivare i treni. Da ciò, e dall'aver essa
con sè una piccola serva di pelle bruna ed un
mostruoso *bulldog* con i quali conferiva in inglese,
il medesimo giudice aveva indotto che
essa «provenisse» (*sic*) dalle Indie. Senonchè
il professor Percossi, insegnante locale di storia
e geografia, era pronto a scommettere qualunque
bibita sostenendo che quella piccola
negra era di razza australiana e che perciò
la padrona doveva venire dall'Australia. Ogni
volta che il giudice e il professore si trovavano
di fronte, era battaglia dichiarata.

La conclusione era sempre una: non si sapeva
donde quell'enorme bolide carnoso fosse
caduto, nè chi fosse.

Appena giunta era salita sull'omnibus-automobile
dell'Albergo dei Bagni, il migliore albergo
del luogo, dove ella si era scelta la più
bella e costosa camera, con salotto, lasciando
in portineria un nome che poteva benissimo
anche essere il suo: *Miss* Mary Rudge.

Ma se ne sapeva quanto prima. Il fatto che
fosse *miss* non meravigliò nessuno: tanto coloro
che la giudicavano un giovanissimo fenomeno
vivente, quanto coloro che le regalavano
quarant'anni buoni, tutti si trovavano d'accordo
nel crederla destinata ad una eterna verginità:
[pg!21]
tutti, perfino il biondissimo trentenne conte Saturni,
che s'era di fresco sposata una signora
di sessantaquattr'anni e senza un occhio, per
trecentomila lire di dote! perfino due elegantissimi
disperati già noti rivali del sullodato
conte, i quali poi, sia detto in segreto, si sottoponevano
ad acrobatici appostamenti per riescire
ad essere notati dalla enorme *miss*!

Sì, perchè in mezzo a tanto buio, c'era una
cosa chiara: *miss* Mary Rudge doveva avere
di molti ma di molti denari: e questo punto
indiscutibile era anche quello che esasperava
tanto la curiosità di tutti. Figuratevi che, arrivata
nei primi giorni di luglio, mentre ferveva
sulla spiaggia il lavoro per la costruzione dei
capanni municipali e privati, essa ne aveva provocato
l'immediato arresto, pretendendo che
le si erigesse in quattro e quattr'otto un robustissimo
capanno a due piani, circondato di
un ampio recinto di rete metallica, arredato
del necessario per potervi dormire e mangiare,
e validamente munito contro le intemperie. Ebbene:
in soli cinque giorni tutto fu pronto. A
tutti i vecchi del paese sembrò un miracolo, e
si seppe subito che esso era dovuto ad una
inaudita pioggia di sterline.

Così, dopo cinque giorni, la nostra *miss* (pur
non cessando di tenere per suo conto la migliore
[pg!22]
camera dell'albergo) aveva preso regolar
possesso della sua singolare abitazione. Si
raccontavano i particolari del collaudo e se ne
facevano gran risa. I due maestri carpentieri
avevano passato un brutto quarto d'ora seguendola
nella sua prima visita. Le più imprevedute
e dolorose voci nascevano da ogni parte:
quasi ogni fibra del legno implorava pietà al
suo passaggio... Ma poi come a Dio piacque
la cosa aveva avuto buon fine: la *miss* aveva
detto: «\ *all right*» e aveva pagato. Da quel giorno
nessun piede profano potè più oltrepassare il
recinto, e il luogo si chiamò come l'aveva battezzato
un giovane e allegro falegname, mazziniano
per la pelle, che faceva all'amore con
la serva del giudice: *la casa dell'elefante*.

Vorrei però che l'aveste veduta ritornare dalla
sua lunga passeggiata meridiana, la miss gigantesca,
ansante e sudante, coperta d'un immenso
accappatoio grigio con la testa riparata da un
piccolissimo ombrellino rosso, accompagnata
dalla giovane servetta negra bassa e magrissima,
seguìta ai calcagni dal fedele *bulldog*, il
quale, specie nelle giornate di vento, scompariva
tutto sotto il nuvolo di rena alzato dal poderoso
passo del pachiderma.... Scusate! Era così
viva la rassomiglianza, che proprio involontariamente....

[pg!23]
Quella passeggiata, forse l'avrete subito indovinato,
non era se non una delle quotidiane
torture alle quali la povera *miss* si sottoponeva
con altrettanto quotidiana fiducia: era un
«numero» di quei vorticosi programmi di cure
dimagranti, nei quali l'America del Nord è così
grande maestra.

I più sperimentati caccianasi del luogo, non
potendo far altro, si dedicarono a compilare e
a divulgare un particolareggiato resoconto della
giornata dell'*elefante*. Alle sei della mattina: la
levata; alle sette: un bagno di un'ora a 40°, nel vicino
stabilimento idroterapico; alle otto e mezzo
in punto: la pesatura. Questa funzione delicatissima
e importantissima si compiva in una
saletta terrena dell'Albergo dei Bagni dove era
stata verificata e rinverniciata appositamente
una vecchia stadera automatica. Il cassiere dell'albergo
in persona, all'apparire della *miss*, lasciava
il suo scanno, chiudeva a chiave il suo
piccolo ufficio, e fattole un profondo inchino
la precedeva nella «stanza della pesatura»: si
levava di tasca due soldi e attendeva con solennità,
tenendoli alti e bene in vista vicino
alla bocchetta, pronto a gettarveli nel momento
stesso in cui la piccola piattaforma incominciava
a tremare sotto il primo colpo di piede
dell'*elefante*.

[pg!24]
Lì per lì la lancetta sembrava impazzita; sotto
gli occhietti trepidanti della *miss*, andava, tornava,
si dibatteva.... finchè trovava riposo là
verso i 107 o i 108.... chilo più chilo meno....
Per noi: «chilo più chilo meno»! non già per lei,
poveretta! Una differenza di due ettogrammi bastava
a far scintillare il suo massiccio volto di
gioia o a disegnarvi una smorfia che la faceva
improvvisamente rassomigliare al suo cane.
Gioia e dolore erano sempre muti, e ci voleva
un vecchio e appassionato amante delle bestie,
qual io mi vanto d'essere, per commuoversi.

Dopo la pesatura c'era la passeggiata lungo
la spiaggia, la quale durava esattamente quattro
ore: dalle nove al tocco dopo mezzogiorno.
La partenza e il ritorno si effettuavano in mezzo
alle più varie manifestazioni di allegria di tutti
i gruppi di bagnanti davanti ai quali la paziente
*miss* era obbligata a passare. Al tocco preciso
giungeva il ragazzo dell'albergo con due portapranzi
e un cestino colmo di frutta. Il cestino
rappresentava il vitto giornaliero della piccola
negra. I due portapranzi erano uno per il cane,
uno per l'*elefante*. Mentre la serva rosicchiava
le sue frutta durante tutta la giornata, tanto il
cane che l'*elefante* divoravano in un attimo
tutto il loro pranzo, uno di fronte all'altro, e
non rimangiavano più fino al tocco del giorno
[pg!25]
dopo. E quello del cane era almeno un vero e
proprio pranzo da cristiani, ma quello della povera
*miss* era semplicemente diabolico. Mezzo
chilo di filetto arrostito, affogato nella salsa
di senape, sei torli d'uovo che essa sbatteva
crudi in quattro dita di autentico rum Jamaica
e ingoiava tutti d'un fiato. Per chiudere, un
gran limone da mangiarsi a fette.

I camerieri del Ristorante dei Bagni comunicavano
a tutti i clienti questa lista, con la medesima
aria con la quale i guardiani dei giardini zoologici
informano i visitatori sul vitto delle belve.

Del resto in tutto e per tutto la povera *miss*
era ormai considerata niente più che un raro
esemplare di qualche specie creduta scomparsa,
e ognuno avrebbe giurato che quell'animale,
sebbene somigliasse approssimativamente ad
una donna, dovesse essere assolutamente incapace
di pensare e sentire come pensano e
sentono le nostre donne.

— Basta un'occhiata per definirla un'apatica
tipica! — sentenziava il giudice per dimostrare
la sua dimestichezza con le più recenti scoperte
della criminologia.

— Sì.... sì.... finchè fa di queste cacofonie,
padronissimo.... ma la negra è australiana....
glielo dico io! L'etnologia non è un'opinione! — ribatteva
sistematicamente il professore.

[pg!26]
Le signore, specialmente quelle magre, facevano
faville per la felicità: in ogni lazzo, in
ogni elaborata freddura del sesso maschile contro
quei poveri innocui 107 chilogrammi esse
vedevano un inno ai loro ossetti snodati, una
sconfitta definitiva delle loro amiche grassocce.

Una sera ad una festa (una di quelle compassionevoli
feste da piccole stazioni balnearie,
per le quali nessuno vuol cavar soldi e in cui
il miglior divertimento è quello di criticare chi
ha sudato per organizzarle), dinanzi a molte
graziose signore nonchè al giudice Cesti, al
professor Percossi e a quei due bellimbusti
cacciatori di doti, arrischiai una timida ipotesi
suggeritami da un attento esame degli occhi
della *miss*, al quale esame da qualche giorno
m'ero dedicato con paziente amore.

— E se dentro a quell'enorme sacco di carne
e di grasso battesse un piccolo e tenero e romantico
cuore di donna, in tutto e per tutto
simile a quello che voi signore ci mostrate attraverso
i vostri sacchetti deliziosamente diafani
e profumati?... Allora essa sarebbe sacra
a un grande dolore.... e forse.... i suoi occhi
lo dicono, per chi sa leggervi dentro....

Passato il primo stordimento, un urlo selvaggio
uscì da quei teneri cuoricini che mi circondavano
e mi troncò la parola sulle labbra.
[pg!27]
Se invece d'essere ad una festa, fossimo stati
nel centro dell'Africa, non mi avrebbero troncato
soltanto la parola! Il giudice Cesti si limitò
ad abbozzare un sottile sorriso da uomo
che la sa lunga e non la beve. Il professor Percossi
invece sembrava preso da un accesso di
epilessia, tanto rideva. I due giovanotti soltanto
mi guardarono contemporaneamente con un infinito
senso di gratitudine.

Debbo confessarvi che quando arrischiai la
mia ipotesi, io ne ero tutt'altro che entusiasta;
già è straordinariamente raro che io prenda a
cuore le mie opinioni: ma quell'accoglienza così
ostile scosse imprevedutamente il mio amor
proprio.

— Io sono sicuro di quel che ho detto — gridai — posso
leggere in quell'anima come
in un libro aperto, vedrete! I fatti mi daranno
ragione!...

Mi avvidi io stesso di averla detta grossa.
Tanto più che i due giovanotti di dorate speranze
sembrarono aver prese le mie parole come
un complimento o meglio un augurio diretto a
loro, e dimostrarono così ridicolamente la loro
compiacenza arricciandosi ambedue i baffi e poi
subito accomodandosi ambedue il nodo della
cravatta, che un riso irresistibile sfrenato pazzesco
s'impossessò di tutto il gruppo che mi
[pg!28]
circondava, allargandosi anche minacciosamente
a tutto l'angolo della sala.

A mente fredda pensai: ammettendo anche
che io non mi fossi sostanzialmente ingannato
nel giudicare un'anima femminile, il buon *elefante*
sarebbe placidamente partito di lì a quindici
o venti giorni, nessuno avrebbe mai saputo
per dove, come nessuno sapeva di dove fosse
venuta.... Quale fatto avrebbe mai potuto rompere
la monotonia di quella cura dimagrante,
proprio allora, per far piacere a me?!

Pur cercando con una prudenza da gatto soriano
di ricoprire il meglio possibile di oblio
la mia strana profezia, vigilavo.

Volere o non volere era una donna.... e con
le donne.... non si sa mai!

Cinque giorni dopo, e precisamente la mattina
del 15 agosto, il postino bussò per la
prima volta alla casa dell'*elefante*, e consegnò
una lettera raccomandata alla piccola negra.

— Di dove viene quella lettera? — domandai
al postino, mentre aspettava fuor del recinto.

— Dal Canadà.

— Dal Canadà?

— Sì.

Un paese così freddo.... così lontano.... una
lettera raccomandata.... Saranno danari. *L'elefante*
[pg!29]
sarà canadese (in barba al giudice Cesti
e al professor Percossi) e la sua famiglia le
spedirà danari....

Ma ecco apparire fuor della porticina del capanno
l'*elefante* stesso nel suo consueto accappatoio,
incontro alla negra; tendeva le mani
tremanti: il suo gran volto sul grigio accappatoio
era bianco e giallognolo come uno di quei
grandi bioccoli di schiuma che il mare burrascoso
abbandona sulle spiagge. La sola vista
del postino l'aveva così commossa.

Con un rapido gesto pieno di fervore si ripose
in seno la lettera, firmò a fatica, poi fuggì
dentro, rovesciando tutta una giardiniera piena
di vasetti di gerani in fiore.

Il romanzo c'era, per Bacco! Il difficile era
capirci qualche cosa.

Per quel giorno l'*elefante* non si fece più vivo
e io lasciai briglia sciolta alla mia fantasia.

La mattina dopo alle quattro ero in mare a
veder nascere il sole, sulla mia barchetta a
remi; quando, volgendo per puro eccesso di
scrupolosità lo sguardo al capanno della *miss*,
vidi che essa ne usciva con la sua negra. Gran
dio! due ore di anticipo sulla levata? Quale misteriosa
ragione....? Semplicissimo: una barca la
aspettava sulla spiaggia, trepidante.... quasi conscia....
Bagnando le sue enormi gambe fino al
[pg!30]
ginocchio, ella salì sopra un piccolo masso a
fior d'acqua, e di lì, aiutata un poco dalla piccola
negra, un po' più dalle bronzee braccia
del barcaiolo, ma più ancora da qualche ignota
e propizia forza soprannaturale, piombò sulla
innocente barca, afferrò i remi e si diede a
remare con tale impeto che il cerro sembrò
vimini.

Essa remava di buona scuola: nonostante, la
sua barca procedeva, naturalmente, lenta, e io
la seguivo ripensando all'antica prora dantesca.
Poichè il mare incominciò ad essere mosso da
un fresco grecale, sotto il rosso sorriso del
sole, la grave barca della *miss* contro il vento
e contro mare quasi non si moveva più. Mi
sembrò allora di vedere Nettuno stesso lasciar
le briglie algose dei suoi cavalli e rotolarsi dentro
la sua conchiglia per il gran ridere, mentre
una torma di allegri tritoni si divertisse a trattenere
per il timone quella furibonda rematrice.

Ad ogni modo, il mare aveva trovato un avversario
degno di lui. O bene o male la eroica
*miss* andò avanti verso Greco finchè l'orologio
che la negra osservava non segnò le cinque.

Allora finalmente depose i remi e si concesse
un po' di tregua; guardò il cielo con l'intenzione
evidente di bearsene, ma la neonata
[pg!31]
faccia rubiconda del sole, non parve piacerle.
Ma volgendosi da ponente s'imbattè nella faccia
bianca della luna di poco scema; allora,
quasi con rabbia, abbassò il capo per contemplare
il mare. Certo, ella non poteva guardare
nè il sole nè la luna senza ricordarsi della
odiata rotondità del proprio viso.

A un tratto si levò di mezzo al seno una
carta, certamente la lettera del giorno avanti,
e si mise a rileggerla, talora sorridendo come
la luna, talora arrossendo tutta come il sole.

Girandole attorno, da pianeta senza scrupoli,
potei osservare che la lettera era di otto pagine,
di cui le prime tre erano presumibilmente
piene di dolci e lontani ricordi; la quarta doveva
contenere qualche cosa di decisivo, di
grave, di irreparabile forse: le altre quattro, a
giudicare dall'impressione che facevano sul
volto di lei, avrebbero dovuto equivalere ad
una buona dozzina di pizzicotti ben assestati.
Ebbi la matematica sicurezza che si trattasse
di una lettera d'amore. Esiste forse nel mondo
qualche cosa che rassomigli all'effetto che fa
una lettera dell'uomo amato sopra la donna
che lo ama?

Quando la negra avvertì che erano le cinque
e mezzo, la miss si riprofondò nel mezzo
del seno la lettera, afferrò con rinnovato impeto
[pg!32]
i remi, e fatto cenno al barcaiolo di mettere
la prua a terra, rivogò furiosamente, aiutata,
ora, dal vento e dal mare. Scesa a terra,
andò diritta verso il piccolo stabilimento idroterapico
dove la aspettava il suo solito bagno
a 40°; alle otto e mezzo: la pesatura; alle nove:
in marcia sotto il sole già fiammeggiante; due
ore di andata, due di ritorno; al tocco: il pasto;
alle due: lettura di libri dentro l'ormai
famoso recinto.... *great attraction* per i bagnanti
e sopratutto per i forestieri di passaggio,
mèta di interi eserciti di sbarazzini che si
divertivano a fare andare.... in bestia l'irascibile
*bulldog* attraverso la rete metallica o a fare le
boccacce alla servetta negra costretta a tenere
il piccolo ombrellino sul capo della padrona
durante un paio d'ore.

Evidentemente la remata mattutina era un
«numero» aggiunto d'urgenza al suo programma
dimagrante; era dunque impossibile non subordinare
questo affrettato bisogno di assottigliarsi
all'arrivo della misteriosa lettera.

Ciò posto, e posto anche un altro fatto importantissimo
il quale mi risultava sicuro, che
cioè alla lettera in questione la *miss* non aveva
risposto affatto, mi parve logico supporre che
essa aspettasse senz'altro un suo amatore canadese.
Nessun'altra ipotesi avrebbe potuto
[pg!33]
spiegare il profondo mutamento di tutta la psicologia
dell'*elefante*. Al metodo rigido come
una regola monacale, cui tetramente essa sembrava
piegarsi prima, con la fredda volontà del
cervello, era subentrata ora una fretta commossa,
un'ansia trepidante; i piccoli occhi ceruli
lampeggiavano di speranze visibili, di sogni
infuocati; tutti i semplici atti della sua vita,
pur non rinunziando al loro fine terapeutico, apparivano
ora animati di un entusiasmo nuovo....

La sua psicologia era esattamente quella della
donna che aspetta una visita amorosa: figuratevi
che essa aveva perfino fatto portare nel
capanno un pianoforte e dopo il tramonto essa
lo pestava ululando appassionatamente!

Pregustando ormai la gioia di un trionfo personale,
tacevo e vigilavo. Purchè questo amatore
canadese non mi giocasse il brutto tiro
di essere un altro fenomeno vivente, io mi sarei
preso una bella rivincita sulla intera colonia
bagnante, che ormai conosceva la mia profezia
e ne rideva mattina e sera con stupidissima
amabilità.

La sera del 19 arrivò alla casa dell'*elefante*
un telegramma. Veniva dall'Havre.

Era fatta! Il canadese aveva veramente attraversato
l'Oceano: non mi restava che attendere
la sorte con animo virile.

[pg!34]
Nemmeno al telegramma l'*elefante* rispose:
ossia, rispose remando, sudando, pesandosi,
correndo, soffrendo fame e sete, leggendo e
stonando, con raddoppiato entusiasmo.

Io non abbandonavo ormai più i miei posti
d'osservazione, e dove non potevo essere io,
vigilavano fidati informatori. Mi resultava, ad
esempio, che il giorno 20 la stadera aveva
segnato chilogrammi 105,300: una prigione ancora
ben solida per un'anima innamorata!...
Ma il giorno 21, che, secondo i miei calcoli,
poteva essere quello dell'arrivo, volli assistere
io stesso alla pesatura. Ne valeva la pena! La
*miss* giunse con un quarto d'ora di anticipo:
era agitatissima; non s'avvide affatto di me.
Essa non aveva certo mai interrogato il quadrante
della stadera con più straziante trepidazione.
Niente di più tragico e di più umoristico
di quelle due facce rotonde che si guardavano,
una come implorasse, l'altra tranquilla
e stupida con l'aria di dire: «che ci posso far
io?.... 105 e 700!».

Gli occhietti spaventati della *miss* aspettarono
ancora qualche secondo sperando in un'ultima
misericordiosa oscillazione: ma la lancetta
s'era inesorabilmente fermata. Io, dal mio nascondiglio,
vidi nettamente la disperazione affondarle
gli artigli nelle gote, mentre chiedeva
[pg!35]
di salire alla sua camera dove da un mese non
saliva; e non so chi mi tenne dal correrle dietro
e gridarle: «Coraggio, per Dio! Non saranno
certo quei quattro ettogrammi che potranno
spaventare un uomo disposto a tenere
sulle sue ginocchia un quintale!».

Mi limitai ad aspettare che la cameriera guercia,
prontamente accorsa, discendesse dall'averla
accompagnata.

La *miss*, in generale così guardinga e gelosa
d'esser vista, questa volta, senza curarsi affatto
della presenza della cameriera, era corsa
dinanzi allo specchio dell'armadio, vi si era
guardata per un istante, fremendo tutta, poi
(proprio mentre la cameriera chiudeva l'uscio
e metteva contemporaneamente l'unico occhio
appositamente risparmiatole dalla provvidenza
al buco della chiave) si era gettata per metà
sul letto, scoppiando in un pianto dirottissimo
e rumoroso. La piccola negra e il *bulldog* s'erano
subito messi a piangere anch'essi. A tratti
la strana e lugubre sinfonia cessava per ricominciare
con un attacco formidabile, da strappare
l'anima, finchè si fece nella camera un
silenzio di tomba che durò forse un'ora.

Trascorsa questa, mi si riferì che improvvisamente
si era udito un rumore di casse trascinate,
di valigie sbattute, il rumore caratteristico
[pg!36]
di chi fa i bagagli. La nuova bastò a
mettere in subbuglio tutto il personale di servizio.
Dal cassiere che aveva anticipato i due
soldi giornalieri della pesatura, fino all'ultimo
sguattero, venti persone, come un sol uomo,
erano pronte a giurare di aver reso servizi incalcolabili
alla povera *miss*!

Mentre salivo in grave apprensione per le
sorti della mia profezia, la piccola negra scendeva
in fretta e la vidi chiamare due facchini
che si precipitarono fuori dietro di lei. Origliando
all'uscio della *miss*, la udii singhiozzare sommessamente.
Di lì a un quarto d'ora ritornò la
negra seguìta dai due facchini i quali portavano
una cesta ciascuno, cercando di sudare il più
possibile: essi venivano dal capanno: era chiaro
dunque che l'*elefante* preparava una fuga!

Così si fosse trattato di un vero elefante!

Con quanto piacere gli avrei gettato un buon
laccio al piede!

Alla fine *miss* Rudge uscì dalla camera. Il
gran volto mostrava i segni di una violenta
battaglia interna; zone gialle e rosse lo attraversavano
facendolo rassomigliare a un immenso
gelato di crema e fragola. I tondi e piccoli
occhi erano sanguigni per il pianto.

Tutto il personale di servizio era scaglionato
per il corridoio, lungo le scale, nell'atrio, sul
[pg!37]
portone, al predellino dell'omnibus-automobile
che aspettava sussultando, anch'esso, più fragorosamente
del solito. Le mance scivolavano e
scomparivano in ogni mano nel medesimo modo,
e tutte le mani rapidamente si vuotavano nelle
rispettive tasche, mentre nello stesso istante i
corpi si inchinavano e le bocche belavano o
gracidavano qualche inutile ringraziamento. Inutile,
perchè la *miss* passava tra loro muta e sorda
come una balla di cotone che ruzzolasse.

Fu caricata sull'automobile. Anch'io vi salii.
Via facendo il volto della *miss* sembrava pacificarsi
in una profonda sconfinata malinconia.
Di tanto in tanto la piccola negra piagnucolava
in un inglese ben strano: «Ditemi perchè
scappiamo.... prego! ditemelo....» e la *miss* quasi
meccanicamente rispondeva: «Taci, taci, sii
buona».

Alla stazione fu circondata da uno stuolo di
facchini aspiranti alla sua generosità. Fece acquistare
due biglietti per Brindisi e affidò il
suo *bulldog* raccomandandolo nel più vero
e più grande *volapük* che esista: un foglio da
dieci lire. Giunse il treno: la *miss* vi salì
spinta di sotto da due facchini, tirata di sopra
da due deputati della estrema.... Ogni finestrino
del treno rideva per dieci bocche almeno!!

[pg!38]

----

Mentre tutta la colonia bagnante, già informata
della improvvisa partenza, mi aspettava
sulla piattaforma dell'unico stabilimento per coronare
degnamente il mio saggio profetico, io
parlavo con l'amatore canadese in persona,
passeggiando dinanzi alla deserta casa dell'*elefante*!
Esso era giovane e biondissimo, bello e
solido. La sua particolare eleganza di grosso
*farman* coloniale rivelava la presenza di un
sottostante portafogli degno d'esser sognato
da un poeta!

All'annunzio della partenza di *miss* Mary
Rudge comunicatogli dal portinaio dell'Albergo
dei Bagni, il giovane aveva avuto un momento
di profondo sconforto: evidentemente non se
l'aspettava. Ma poi pareva essersi adattato all'idea
di inseguire la sua amata intorno a questa
miserabile palla che si fa chiamare pomposamente
Mondo, ma che di fronte al denaro si
rimpicciolisce ossequiosamente come un uomo
qualunque.

Consultò un orario: alle sei del pomeriggio
sarebbe partito per Brindisi col direttissimo.
Si fece sul portone dell'albergo, incerto e contrariato,
guardando meccanicamente per tre o
[pg!39]
quattro volte l'orologio. Scelsi quel momento
per abbordarlo, e poichè egli se ne mostrò
lieto, ci allontanammo, avviando, non senza
fatica, una specie di dialogo in inglese.

Sembrava che egli trattenesse continuamente
con sforzo qualche frase che gli salisse alle
labbra: io credevo di indovinare che egli avrebbe
voluto che parlassimo di lei. Quanto a me, potete
bene immaginare con quanto piacere gli
avrei finalmente domandato: «Mi volete dire
per quale ragione voi simpatico, sano, ricco,
vi siete innamorato di un fenomeno vivente
come quello?!» ma intanto ci scambiavamo
delle stupidissime domande rese sopportabili
soltanto dalla reciproca attesa di dirsi qualche
cosa di molto interessante.

Dove la spiaggia voltava a levante, apparve
la gran *casa dell'elefante*. L'occasione era propizia.

— Vedete quel casotto? Là abitava giorno
e notte *miss* Rudge!

Gli occhi del giovane brillarono finalmente
di vera giovinezza. Fu tale la piena del suo
sentimento che non potè pronunziare più parole
di queste: «Davvero?! oh!!». Ma il suo viso
fissava, tutt'occhi, quel casotto abbandonato,
e si vedeva che conteneva il pianto.

— .... Menava una vita solitaria quasi
[pg!40]
selvaggia — continuai io — .... con la sua piccola
negra, col suo terribile *bulldog*.... camminava
moltissimo, remava.... nella mattinata: il giorno
leggeva seduta là in quel recinto fiorito.... e
poi a sera cantava accompagnandosi sul pianoforte.

— Beato voi che avete sentito ciò! — non
potè fare a meno di esclamare il giovine.

C'era in questa frase inaspettata tanto di
sacro che non risi quasi nemmeno internamente.

Mentre io dicevo ancora qualche altra cosa
di lei, sempre ansioso di scoprire il filo di
Arianna di quell'enigmatico amore, egli stesso
strappando con forza i suoi occhi turchini ad
una incantata visione, uscì a dire:

— Oh! come sono felice di aver trovato voi!
Sentendovi parlare io credo di vederla là tra
quei fiori.... ma chi sa se io me la imagino come
essa è veramente! No.... non è possibile! Dev'essere
più bella! è vero che essa è molto....
molto bella?!

Io non vidi la faccia mia in quel momento:
ma se anche l'avessi vista non riuscirei a descriverla.
La gioia di possedere finalmente la
chiave del segreto fu subito superata dalla terribile
necessità di rispondere alle ingenue domande
del giovane. Vi giuro che avrei con
[pg!41]
molto piacere veduto qualcuno di voi al mio
posto!

Mi concessi un piccolo insulto di tosse, poi
risposi nell'unico modo possibile:

— Oh! — esclamai — è veramente bellissima!

Fu come se avessi levato il zipolo ad una
botte.

— Io ormai vi tratto come un vecchio amico....
sapete, quando l'uomo si è innamorato
ridiventa più debole di quando prendeva il
latte.... ditemi.... ditemi se indovino oppure mi
sbaglio: essa deve essere tenera come il suo
cuore.... sì: dev'essere fine e elegante come
una capretta d'un anno.... la vedo camminare
con passo di regina qua su questa sabbia....
Pensare che tra queste migliaia di orme ci sono
anche le sue! Ah! Se voi me le poteste indicare!...
le bacerei!... Ma quando la mia fantasia
si arrende per vinta, credete, mio signore,
è se io tento di imaginarmi il suo viso..,. Oh!
essa è stata molto cattiva con me! mai, mai,
assolutamente mai, ha voluto mandarmi un ritratto
suo.... che conforto sarebbe stato per
me in questo così lungo tempo! Pensate: quindici
anni che non ci vediamo: ella ne aveva
allora nove e io dieci.... giocavamo molto, ma
ci guardavamo poco.... quante volte mi son
[pg!42]
pentito poi di non averla allora guardata abbastanza!...
Ricordo soltanto che aveva dei
grandi occhi chiari come le ali di certe farfalle....
ed era bella, oh! bella! la più bella
delle mie dodici cugine. Un triste giorno dovè
partire con le sue quattro sorelle minori per
l'Australia dove il padre aveva acquistato delle
grandi piantagioni. Io fui ammalato dal dolore
che provai, e mia madre e mio padre ridevano
di ciò. Ci scrivemmo delle lunghe lettere dove
raccontavamo quello che ci accadeva.... Man
mano che noi crescevamo però, le nostre lettere
parlavano sempre meno della vita che ci
circondava e sempre più della nostra vita intima,
finchè dopo molti anni arrivammo a veder
chiaro nella nostra coscienza e capimmo
che quel sentimento così bello che provavamo
era amore!... Giusto tre anni sono, in un tremendo
disastro ferroviario, essa fu sola a
salvarsi di tutta la sua famiglia. Sperai di rivederla
presto. Mio padre si era offerto di recarsi
in Australia per liquidare nel miglior modo
quei possedimenti e ricondurla con sè nella
nostra colonia. Rifiutò in modo reciso, dicendo
che poteva far benissimo da sè e che appena
fatto sarebbe tornata fra noi. Dopo sei lunghi
mesi annunziò finalmente la sua partenza per
il Canada.... Imaginatevi come l'aspettavo! Ebbene:
[pg!43]
due giorni prima della data che ella
aveva fissato per il suo arrivo, ricevetti un suo
telegramma da Hong-Kong.... Che vi devo dire?
Fui per uccidermi dalla disperazione: ma poi
mi rassegnai.... era tanta la gioia che provavo
leggendo le sue lettere e rispondendole, che la
vita mi parve ancora abbastanza bella. Essa
mi confortava ad aspettare, con pensieri infinitamente
delicati, ma non si piegava alle mie
preghiere mai.... e seguitava a girare il mondo
in lungo e in largo. Sei mesi fa mi scrisse da
San Francisco di California: credetti finalmente
di averla tra le mie braccia. Dopo un mese era
in Cile, poi in Australia, poi in India, poi in
Egitto. Finalmente qua. Mi sembrò di aver diritto
di non aspettare più e le scrissi che sarei
venuto senz'altro a incontrarla in questo paese....
e son venuto.... ma essa è partita! Come lo
spiegate voi?... vi posso giurare che ella m'ama....
ma perchè fuggirmi così.... perchè?...

----

Il caso, tutto sommato, era veramente degno
di pietà e mi lasciò la bocca amara per più
giorni, durante i quali mi guardai molto bene
dal mostrarmi tra la gente per non essere seccato
dalle loro ironie.

[pg!44]
Ma una mattina, ecco precipitarsi nella mia
camera il giudice Cesti con in mano un piccolo
giornale di Brindisi che mi cacciò sotto gli
occhi aperto e ripiegato al punto dove dovevo
leggerlo:

— Legga, legga.... me l'ha mandato un mio
collega.... veda che cosa ha fatto la sua *miss*....
però ad ogni modo lei l'aveva indovinata.... è
un bel caso di penetrazione psicologica! Mi
rallegro con lei!

Vi regalo addirittura il pezzo di cronaca del
giornale di Brindisi del giorno 22 agosto.

.. class:: center

| «:small-caps:`Per gli amatori di sciarade`.

«Stamani alle sette, al Grande Albergo delle
Indie si presentava un giovane all'apparenza
inglese, di aspetto molto signorile, e chiedeva
se si trovasse ivi alloggiata una certa *miss* Mary
Rudge.

«La detta *miss* che era effettivamente arrivata
questa notte nella nostra città proveniente
da \*\*\* ed aveva subito destata la meraviglia
dei nostri nottambuli per le sue gigantesche
eccezionali proporzioni, si trovava alloggiata
alla camera N. 18 del detto albergo e doveva
lasciarla oggi a mezzogiorno, imbarcandosi sull'\ *Urania* per Bombay.

«Fu dunque risposto al giovane inglese che
[pg!45]
la *miss* si trovava nella sua camera. Parve
raggiante di felicità e chiese di essere annunziato.

«Al semplice nome di *mister* Tompson la
*miss* sembrò impazzire dal terrore. Chiese
un'ora di tempo. Il giovane accettò di buon
grado la dilazione ed entrò nella sala di lettura.

«Intanto una piccola negra, fantesca della
*miss* uscì per recarsi a consegnare i bauli della
padrona al piroscafo *Urania*. *Miss* Rudge rimase
sola nella sua camera col suo fido *bulldog*.
Dopo tre quarti d'ora gli inservienti dell'albergo
notarono che il cane della *miss* emetteva
degli strani ululati. Ne informarono la direzione.
Il solerte direttore in persona salì per
constatare il fatto: bussò alla porta, nessuna
voce umana rispose. Soltanto gli ululati del
*bulldog* si fecero più strazianti.

«Senza por tempo in mezzo il valoroso direttore
fece chiamare la forza pubblica. Nel
frattempo anche *mister* Tompson informato
della cosa, saliva in preda ad una enorme costernazione
e chiamava disperatamente: Mary!
Mary!

«Ma nessuno rispondeva.

«Fu deciso di sfondare l'uscio.

«Mentre ciò si effettuava, le molte persone
[pg!46]
che s'erano raccolte dinanzi alla porta che già
stava per cedere, udirono a un tratto un enorme
tonfo sordo come se una balla di due quintali
fosse caduta dal soffitto: contemporaneamente
un disperato guaito del *bulldog* strappò loro i
timpani. Sfondata la porta si rinvenne il povero
cane completamente schiacciato dall'enorme
peso del corpo della *miss* che gli era cascata
sopra.

«*Miss* Rudge aveva il collo stretto ancora
da una grande ciarpa di seta cui rimaneva attaccato,
all'altro capo, il gancio del lume, strappato
dal trave centrale della stanza.

«La scena fu dai presenti rapidamente ricostruita
in questo modo.

«La *miss* aveva voluto porre fine ai suoi
giorni: a questo scopo, portato il comodino nel
mezzo della camera, vi era salita sopra per
mezzo di una seggiola, destando così l'allarme
del fedele *bulldog*, ed era riuscita con un sangue
freddo da vera balena (*sic*) ad attaccare la
ciarpa al gancio del lume, a infilare la sua testa
in un nodo scorsoio e a gettare lontano con
un calcio sedia e comodino. E qui il *bulldog*
senza dubbio, e con ragione, impressionato,
aveva dovuto risolutamente attaccarsi coi denti
alle sottane di lei a più riprese e con tanta
violenza che il gancio cedette e si staccò.

[pg!47]
«La *miss* fu raccolta svenuta, in istato di
grave asfissia: prontamente trasportata al civico
ospedale, fu giudicata guaribile in quindici
giorni salvo complicazioni.

«Quanto a *mister* Tompson, esso fu inutilmente
cercato: nessuno riuscì più a vederlo.»

[pg!49]

LA BEFANA DI BACICCIA.
======================

Perfino i *ragazzi* si permettevano di chiamarlo
per soprannome, e non solamente in
terra, dove, più o meno, siamo tutti uomini,
ma anche a bordo dove egli, essendo *marinaio*,
era loro superiore.

E badate che, alla gerarchia, sopra un bastimento,
ci si tiene quasi quanto alla vita. Così, che
se un ragazzo della nostra «Meleda» si fosse arrischiato
a chiamar *Bascia sciavate* il peloso
dispensiere, il quale si godeva quel bel soprannome
per essere appassionato collezionista
di scarpe vecchie di tutto il mondo, si sarebbe
buscato un tale scapaccione da non ritentare
mai più la prova: e se poi avesse osato chiamar
*Oegio fritu* il terribile guercio livornese,
nostromo di bordo, avrebbe avuto subito rotte
le reni da uno di quei maledetti calci, veri
gastighi di Dio, per i quali egli era altrettanto
[pg!50]
rinomato a Cardiff, a Penzacola, a Cile o alla
Boca, quanto nella contrada di San Ferdinando
che l'aveva visto nascere.

Ma, per il bastardo Baciccia era un altro paio
di maniche: si poteva tranquillamente chiamarlo
col suo soprannome di *Va bèn*: perchè Baciccia
con tutti i suoi muscoli d'acciaio, era uno di
quegli uomini così buoni e pazienti che è come
se portassero sulle spalle un gran cartello con
scritto sopra: «Non metto paura a nessuno».
Se considerate che, in fondo in fondo, in barba
a tutte le maraviglie del progresso, un uomo
vale ancora tanto quanta è la paura che sa
mettere negli altri, presso a poco come prima
del diluvio universale, potete fare il calcolo
esatto di quel che valeva Baciccia. Era un «marino»
schietto e capace come pochi: questo
sì; ma ditemi voi a che cosa serve, a' nostri
giorni, saper fare il proprio mestiere ed essergli
affezionati?

Infatti il capitano si serviva di lui ogni volta
che gli bisognava un lavoro eseguito a puntino
e diceva sempre: — Quell'animale di *Va bèn*
ne vale quattro di nostromi! — ma soggiungeva: — Però
se fosse nostromo lui, sarebbe
la fin del mondo! — Una sera, anzi, nella *camera*
glie lo fece addirittura a lui, questo discorso,
a Baciccia.

[pg!51]
Le prime parole gli fecero alzare gli occhi
da terra, le ultime glie li fecero ritornar bassi
com'eran soliti stare, ed egli concluse come
già ci aspettavamo che concludesse: — *E....
va bèn!*

Aveva sempre concluso così, nella vita!

E c'era tutta una leggenda in proposito, che
lo precedeva a suon di risate dovunque andasse:
e tra le risate ce n'erano di buone, ma
anche di cattive.

Si raccontava, ad esempio, che, quando era
stato dinanzi al sindaco, per sposare, questi si
fosse dovuto accontentare del suo «\ *E.... va
bèn!*» invece del tradizionale «Sì»; ma si assicurava
poi anche ch'egli avesse ripetuto la
medesima frase, modificandone soltanto il tono,
quando, poche ore dopo, s'era accorto che la
sposa non rendeva quel buon suono di coccio
senza falle, suono al quale i mariti tengon tanto,
in ispecie se la pentola non è piena d'oro! In
sette anni di matrimonio, poi, gli eran nati in
casa sette figlioli: a ogni viaggio finito, n'aveva
trovato uno nuovo; l'ultimo viaggio era durato
due anni: niente di male! Ne aveva trovati due.
E tutti biondi come il farmacista. La leggenda
voleva che egli avesse sempre detto: *E va
bèn!* Nè una parola di più nè una parola di
meno.

[pg!52]
Da soldato di mare era stato un esempio di
coraggio e di disciplina. Glie ne avevano fatte
di tutti i colori i suoi indiavolati compagni, ma
i superiori lo avevano sempre benvoluto. E
stava proprio per finire la ferma senza aver
fatto nemmeno un giorno di ferri, vero miracolo!
quando, una domenica, nel golfo di Spezia,
mentre stava affacciato alla murata del suo
incrociatore ancorato, vide, a cento metri, un
barchetto a vela pericolare in una virata un
po' brusca, e imbarcare acqua, e abbattersi. Era
di gennaio, faceva mare e soffiava una tramontana
che tagliava la faccia: c'erano vicino a
lui altri quattro o cinque marinai ed erano tutti
vestiti a festa che aspettavano l'ora di andare
a terra. — Bisogna mettere in mare la scialuppa! — grida
uno. — Mettiamola! — risponde
l'altro, e dànno mano.

Ma Baciccia in quel mentre è sparito. Dov'è,
dove non è: finalmente uno lo vede, a cinquanta
metri, che filava come un delfino, a
salti, nero, tra la schiuma bianca. Il giorno dopo,
l'ufficiale in seconda, che si picca d'essere oratore,
è incaricato di radunare l'equipaggio in
parata per un plauso solenne a Baciccia. Dopo
un buon quarto d'ora di discorso, cioè sul più
bello, ecco si vede Baciccia che volta le spalle
e fa per andarsene; un *capo* lo trattiene per
[pg!53]
la giubba: — Non è mica finito! — Ma lui, di
rimando, senza scomporsi:

— *E va bèn: ma mi nu ne voegio ciù!*

Proprio come si trattasse di una minestra
troppo acquosa. Baciccia era in buona fede:
poichè quel discorso era fatto per lui, credeva
in coscienza di poter dire «basta» senza offendere
nessuno.

Ma dieci o dodici risate scoppiarono: sopratutto
i sorrisetti maliziosi dei colleghi imbestialirono
l'oratore, che chiuse rapidamente il discorso,
e poi mise ai ferri il festeggiato e una
quindicina di compagni.

La leggenda risaliva ancora la sua aspra giovinezza
di bastardo. C'era chi si ricordava
d'esser stato presente al primo incontro di
Baciccia con sua madre, la quale, vedendosi
deprezzare la propria carne a causa dell'età,
era venuta da Parigi al natìo Camogli per fare
incetta di carne fresca.

S'erano incontrati a un tavolino del *Caffè
Centrale*. Li aveva fatti incontrare là la vecchia
levatrice che l'aveva raccolto e che poi era
stata sempre la intermediaria tra quelle due
creature che non si erano mai vedute: eppure
erano madre e figlio! La madre, di tanto in
tanto, aveva mandato alla *buna dona* dieci
franchi in oro per il piccolo Baciccia, ed essa li
[pg!54]
aveva puntualmente passati al ragazzo. Quando
la vecchia arrivò davanti al tavolino dov'era
Baciccia, con quella gran signora tutta carica
di brillanti, verniciata sul viso sulle mani sui
capelli, impellicciata d'ermellino come una imperatrice,
con un cappello che sembrava un
bastimento a tutte vele spiegate, e disse: — Ecco
tua madre! — Baciccia, che compiva quel
giorno diciott'anni, e già a Marsiglia a Barcellona
a Genova aveva avuto occasione di vedere
roba simile, fece un certo verso storcendo la
bocca, e poi disse, strascicandosi più del solito
le parole:

— *E.... vaa beèn!*

— *Qu'il est fort!* — esclamò la madre esaminandolo
con un'occhiata che lo fece arrossire. — *Joli
garçon!* — aggiunse ancora la
madre, e gli offrì delle sigarette egiziane in un
astuccio d'argento dorato.

Baciccia lo respinse e volle pagar da bere e
da fumare, lui. Poi, come sua madre si dilungava
in patetiche frasi e sembrava volergli ricordare
ch'essa aveva sempre cercato d'aiutarlo
un poco, facendo anche qualche sacrifizio per
lui, egli si ficcò la destra bruna incatramata
e callosa sotto il suo grosso panciotto di velluto
e ne cavò fuori un libretto della Cassa di
Risparmio e disse alla madre:

[pg!55]
— Quando sarai malata in qualche ospedale,
e non ci sarà un cane che ti guarderà, ricordati
che i tuoi quattrini che m'hai mandato son
tutti qui.

La madre, che aveva già toccato il tavolino
di ferro e il suo rametto di corallo e fatte le
corna e sputatoci in mezzo, si alzò gridando:

— *Pòscite müì d'en aççidente!*

E così s'erano lasciati quel giorno; ed era
la prima e anche l'ultima volta che si dovevan
vedere nel mondo.

Perchè tre anni dopo, la profezia del figlio
s'era avverata, e la madre, fatta memore dell'aiuto
promessole, glie l'aveva mandato a chiedere
con una lettera profumata e imbrattata
di lacrime. Baciccia aveva spedito i denari. La
madre, che non sapeva quanto valeva la parola
di quel ragazzo, al ricevere il denaro, fu commossa
e pianse d'un pianto che la stupì, tant'era
nuovo per lei, e volle scrivergli un'altra
lettera di otto pagine, dove le lacrime non si
vedevano ma si sentivano nelle parole, e dove,
sperando di ricompensarlo, gli comunicava una
gran notizia che aveva saputo per un «vero
miracolo» allora allora. Il padre di Baciccia
non era morto niente affatto, come le si era
voluto far credere, ma era vivo e verde non
solo, ma anche ricco e senza figli: aveva delle
[pg!56]
fattorie nell'America del Sud e aveva anche la
sua brava casa in città a La Plata in *calle 24
esquina 13*.

— *E va bèn!* — disse tra sè Baciccia. — Quando
capiterò da quelle parti, andrò a vedere
che faccia ha.

Da quando aveva detto queste parole, erano
passati otto anni, e l'ultima lettera di sua madre,
nella tasca interna del suo panciotto di
velluto, era diventata un mazzetto di sedici
fogliettini gialli e sbrindellati, legato accuratamente
in croce con del refe nero. In quegli otto
anni Baciccia era sbarcato tre volte alla Boca
di Buenos Aires e tutte e tre le volte i compagni
che sapevano la sua storia, gli avevano
consigliato di prendere un giorno di permesso
e fare una corsa a La Plata: infine, con sei *pesos*
se la sarebbe cavata, andata e ritorno, e....
chi sa mai? Se andava male, era male di poco;
ma se andava bene, si trattava di diventar un
signore da un giorno all'altro!

Baciccia però non sapeva ragionar così da
giocatore. Diceva: *E va bèn, gh'andièmo!* — ma
poi, quando era il momento di cavarsi di saccoccia
sei *pesos* per il biglietto, non se ne sentiva
la forza, e ritornava a bordo, e buona notte!

— Se è destino, una volta o l'altra, capiterò
anche a La Plata! — diceva.

[pg!57]
E, infatti, un giorno, mentre divorava una
pagnotta imbottita di pizza di ceci, in Piazza
Banchi, senza che lo avesse affatto cercato,
gli era capitato l'imbarco sulla nostra *Meleda*,
brigantino a palo di millecento tonnellate, il
quale faceva appunto primo scalo La Plata per
scaricarvi cotonerie e feltri e caricarvi foraggi
per Port Elizabeth.

E, adesso, la *Meleda*, con tutte le vele ammainate
e il tricolore al vento, tirata ora da
un lato, ora dall'altro, ora dinanzi, da un vaporetto
più ostinato che robusto, il quale pareva
dire soffiando: «chi la dura la vince»,
faceva il suo ingresso nel superbo e deserto
porto dell'Ensenada.

Era il giorno dell'Epifania, il cuore dell'estate
australe, e sembrava che il sole fosse cascato
sulla coperta per il caldo che faceva; e dal
cassero, quell'aborto di metropoli che è la città
di La Plata, tremava tutto ai nostri occhi, rovente
nella fiamma del sole, disteso sull'orlo
della Pampa bruciata, dove da trent'anni sta,
aspettando che i suoi atenei, i suoi osservatori,
le sue biblioteche, i suoi palazzi, e sopratutto
il suo immenso porto, vanto di costruttori italiani,
gli servano a qualche cosa.

E, poichè la terra è sempre terra, la gioia
correva come grappa per il sangue di tutti,
[pg!58]
imboccando il canale che parte in due la selvatica
isola di Santiago. Aggrappati ai pennoni
del trinchetto e della maestra e sparsi su per
l'altre vele minori a finir d'ammainarle, uomini
e ragazzi cantavano in coro; e, a quel concerto
insolito, l'unico abitatore dell'isola, il buon oste
italico Pietro, che si incoccia a chiamar Chianti
tutto il vino che ha in cantina, era sbucato
sulla riva, presso il suo minuscolo imbarcadero,
per veder che razza di gente arrivava. Il capitano
ed io, da vecchi suoi amici, prima ancora
ch'ei ci ravvisasse guardandoci di dentro
le sue due mani messe sugli occhi a binocolo,
gli avevamo gridato un: «Evviva Pietro!!» da
farlo cascare in terra.

Aspettare i comodi della Capitaneria, attraccare,
regolare i conti con la Dogana, e, per di
più, in giorno festivo: ecco l'ora di cena.

Dopo cena i marinai si ripuliscono un poco,
si mettono i loro abiti scuri, e coi berretti in
mano, vengono a chiedere dei piccoli acconti
di paga per andare a spenderli in terra. Il capitano
con un sacchetto di monete alla mano
dà, secondo i desiderî e il possibile, e segna
col lapis le cifre sopra un piccolo registro
lungo e stretto, nuovo nuovo. Ultimo viene
Baciccia.

— Quanto?

[pg!59]
— *Çinque liie, baccan.*

— *Çinque liie!!?* — gridò ridendo il capitano: — *Feè
attensiun! cun tütti sti dinèe in
ta stacca!*

— *Lo fa pelchè la paga ce la vól lascia' a
noi, pel mancia!* — fece il nostromo, con animo
incerto, tra lo scherno e l'invidia: — *Domani
è 'n signore lui!*

Alludeva al ritrovamento del padre, che per
sessantotto giorni di navigazione era stato l'argomento
preferito delle chiacchiere di bordo.

— *No ghe vadu, stasséia,* — disse Baciccia
scrollando le spalle — *no ghe n'ho voeggia!*

— Badate a quel che fate! — disse il capitano
serio serio: — dopo quindici giorni di
libeccio, proprio stamattina a sei ore si mette
scirocco! per lasciarci entrare oggi, dunque! Il
giorno della Befana! E volete un segno più bello
di questo?! Non c'è dubbio! questa è la Befana
che vi vuol bene, e ha preparato tutto in modo
e maniera....

— La Befana! — disse senza ridere Baciccia. — Non
m'ha mai portato niente a me, nemmeno
quand'ero bambino....

— Tanto meglio! — tonò il capitano. — La
vi porterà tutto in una volta.

Baciccia scrollò le spalle ancora.

Ma quando tutti se ne furono andati, in un
[pg!60]
momento che il nostromo non lo poteva vedere,
scivolò giù quatto quatto per la *plancia* e andò
verso la città la quale accendeva allora i suoi
lumi bianchi sull'incendio lasciato dal sole. E
un'ora dopo aveva trovato la casa indicata
dalla madre: non solo, ma era anche entrato
a comprare un po' di treccia di tabacco nell'*almaçen*
di faccia, per assicurarsi che nel frattempo
la casa non avesse cambiato padrone.
E non l'aveva cambiato infatti: l'antico amante
di sua madre era soltanto arricchito sempre
di più, perchè era una fibra d'acciaio, un uomo
che a cinquantanni dormiva forse cinque ore
per notte e stava in sella quindici, *como un
verdadero ijo del pais!* L'*almaçenero*, un argentino
di padre svizzero, che si ostinava a fingere
di non capire l'italiano, se ne dimostrava addirittura
entusiasta, sopratutto perchè quel signorone
si serviva da lui e non nell'*almaçen*
vicino che era «d'uno sporco napoletano». E
pretendeva che questa cosa facesse piacere
anche a Baciccia; ma Baciccia, pur non intendendosi
di nazionalismo, lo sguardava con la
sua faccia larga e dura, che sembrava un Budda
scolpito nel legno.

Un trottorellar sordo di cavalli sulla spessa
polvere della strada, un discorrere e ridere
alla pretta maniera argentina, un cigolare di
[pg!61]
portoncino che s'apriva e una voce di vecchia
che salutava ossequiosa, fecero esclamare pomposamente
all'*almaçenero*:

— Eccolo! È lui! Non si sbaglia! È lui che
ritorna dal *rancho*!

Baciccia scese sul marciapiede, e masticando
un pezzo della sua treccia di tabacco
guardava la faccia di chi l'aveva creato, alla
luce che usciva dal portoncino della casa. Quella
faccia rossa e solida, dal pelo brizzolato, dalla
bocca larga e sempre pronta a spalancarsi al
riso, non gli restò simpatica. Chi sa? Forse
non gli sembrava che dovesse rider tanto chi
lo aveva messo al mondo.

Tutti scesero di cavallo.

— Vedete quanta gente invita a pranzo tutte
le sere? — disse l'*almaçenero* entusiasmato.
Non ha figli: bisogna pure che li spenda in
qualche modo i suoi quattrini!

Ma ora il padre di Baciccia non rideva più:
s'era imbestialito perchè il suo stalliere non
era lì a portar le bestie a riposare, che erano
stracche morte.

— Gli è successa una disgrazia.... una disgrazia!... — cercava
di dire la vecchia negli intermezzi
dei suo rumoroso furore.

— Che disgrazia? — dimandò a un tratto
il padrone, avendo finalmente compreso le parole
[pg!62]
della vecchia. — Ha rovinato qualche bestia
quel maledetto camogliese? che si possano
sprofondare quanti ne vive! Gli sfondo la pancia
con un calcio io, se m'ha rovinato qualche
bestia!

Baciccia che, passetto passetto, masticando
sempre il suo tabacco, s'era avvicinato ai cavalli,
non osservato, sentì bene che tutto, dentro,
fin anche le budella, gli parteggiavano per
quel povero ignoto compaesano suo, nato e
restato povero come lui, contro quel cane rinnegato
che, non contento d'avergli disonorato
la madre, ora gli offendeva anche la sua patria.

— No! No! — disse la vecchia. — Non ha
rovinato nessuna bestia, per fortuna.... È successo
che la sua bambina....

— Che?

— .... la sua bambina vuol camminare per
forza, e non sa, ancora, e c'era il pajolo dei
maccheroni che bolliva, che oggi è festa.... e
lei c'è cascata dentro!

— Aàh! — fece il padrone rivolgendosi agli
amici che l'aspettavano sulla soglia della casa,
con una franca risata da gorilla. — Si lamenta
sempre, *este gringo de mierda*, che non ha
carne da mettere al fuoco! Oggi, perdio! avrà
fatto un buon brodo!

Era pretto spirito delle Pampas, e convengo
[pg!63]
che bisogni essere stati laggiù per credere il
gran ridere che scoppiò in tutti a quella infernale
arguzia.

Ma durò poco.

Chè non ebbe appena finita l'ultima parola
il vecchio, un occhio gli fu coperto da un biascicotto
nero e gocciolante.

Baciccia gli aveva sputato in faccia il suo
tabacco.

Il vecchio si voltò come una iena: si guardarono
per un attimo dentro gli occhi.

Ma prima ancora che la gente capisse che
cos'era accaduto, il vecchio aveva già spaccato
una guancia di Baciccia con un colpo di
*revenje*.

Baciccia gli attanagliò la nuca e con la destra
gli strinse la canna della gola. Il vecchio
si levò una rivoltella dalla cintola e cominciò
a sparar colpi nel ventre di Baciccia.

Allora la gente che stava per dar manforte
al vecchio, si riparò come potè: e padre e
figlio si rotolarono nella polvere fin sotto le
zampe dei cavalli, lasciando una gran striscia
di sangue; e i cavalli si impennarono, montandosi
sulle groppe l'un l'altro, e nitrendo, e mostrando
il bianco degli occhi, e pestando quei
due poveri corpi, finchè furono qualche cosa
di inseparabile fatto di carne e di polvere.

[pg!65]

«ITALIEN, LIEBE, BLUT...!»
==========================

.. class:: center

| (*romanzo tedesco rimasto a mezzo per merito mio*).

La conoscenza ce la fece fare il signor Pigia-pigia.

Sapete chi è. E saprete anche che lui non
si preoccupa di formalità. Pieno di semplice
buon cuore, se vi scorge solitario e truce in
mezzo a qualche folla che aspetta e puzza, conficcato
là in quel fango vivo come un malcapitato
bolide memore dei cieli abbandonati, ecco
vi piglia e, così, senza preamboli, vi scaraventa
addosso a una donna; per di dietro, per davanti,
come capita capita. Novanta volte su
cento avviene un miracolo. Voi sentite immediatamente
che il vostro destino dipende da
quella donna; quella donna sente subito che
voi siete fatto per lei.... Che appena ella si alzi
sulla punta dei piedi, consentendo ad appoggiare
i suoi due gomiti sulle vostre due mani
[pg!66]
aperte, ecco sembrerà a lei e a voi di volare
per gli spazi infiniti, stretti sulla groppa di un
fido ippogrifo. Il puzzo della folla? — odor
d'ambrosia! Le gomitate? — farfalle che vi
cozzano volando! Le ore? — minuti!...

Questo accadde quando il signor Pigia-pigia
ebbe il gentile pensiero di presentarmi a *fräulein*
Zita K., a ridosso della facciata di Santa Maria
del Fiore, un'ora prima del rinomato Scoppio
del Carro, la mattina di Sabato Santo del 1900.

— Roba vecchia?

— Roba vecchia. Pur troppo! La roba nuova
è tutta da piangere.

E c'è passata molt'acqua su queste mie ragazzate,
e torba assai! Ho paura di non mi ricordare.
Racconterò a salti e a capriole. Ma
insomma, la storia è così terribile che rabbrividirete
lo stesso.

Zita era magra, ma senz'ossa: una grande
capigliatura d'oro che le pesava sul collo; un
paio d'occhi verdi verdi e grandi grandi.... Ce
n'era d'avanzo per i miei diciott'anni.

A proposito degli occhi, vi dirò che mi servirono
per farle un delizioso madrigale appena,
dopo il primo scontro un po' rude, il signor
Pigia-pigia ci permise di passare.... dai fatti
alle parole.

— Avete degli occhi magnifici! — le dissi.

[pg!67]
— Occhi di Sfinge, occhi fatali! — fece lei
con un'aria tra ironica e impenetrabile.

— No! — esclamai io con profonda convinzione. — Ma
che Sfinge d'Egitto? Domandate
al primo ferroviere che vi capita che cosa vuol
dire occhio verde: *Via libera!*

Se i posteri vorranno valersi di questo esempio
per dimostrare che io non sono mai stato
poeta, facciano pure.

Ammesso però che lo scopo dei madrigali
non sia di piacere ai posteri, ma di far breccia
nel cuor della donna desiderata, quel mio madrigale
vale almeno quattro canzonieri a scelta
vostra tra gli infiniti che la nostra amorosissima
letteratura vanta e vanterà sempre mai.

La breccia fu anzi così fulminea, così travolgente,
così larga, che questa storia non meriterebbe
la pena d'esser raccontata.... se il diavolo
non ci avesse messo la coda.

*Fräulein* Zita non era sola.

Mi presentò infatti un complesso di molta
carne e di molte ossa mal assestate, una specie
di abbozzo vivo, al quale non diedi lì per lì
nessunissima importanza.

— Mia sorella maggiore.

— Tanto piacere. — E continuai ad esercitare
la mia pressione sulla sorella minore.

Ma, ahimè! passò ben poco tempo che io
[pg!68]
dovetti persuadermi della assoluta impossibilità
di fare come se quello strano animale non esistesse.

Nè crediate che, nella sua doppia qualità di
sorella maggiore di età e di peso, intervenisse
per temperare i nascenti perigliosi fremiti d'amore
nel cuoricino di Zita, o per imbrigliare
un po' i miei balzani diciott'anni. Mai più!

Lo strano animale mi *studiava*, semplicemente.

Ma mi studiava come san studiare due occhi
tedeschi muniti d'occhiali. Vi giuro che se mi
avessero preso e messo in cima al Carro, al
posto della girandola, con l'obbligo di far all'amore
lassù, gli sguardi di quelle diecimila
persone mi avrebber dato meno impaccio che
non quel solo paio di occhiali di Lipsia.

E meno male se si fosse accontentata di
guardare dal suo posto come uno spettatore
di teatro che voglia spender bene i suoi quattrini.

Ma che! I suoi propositi erano ben altrimenti
seri e scientifici. Non una sola mia paroletta
breve, non un solo trascorrer rapido di dita,
non un solo commosso avanzar di piede doveva
a nessun costo sfuggirle: nulla. *Assolutamente
nulla.*

Figuratevi un po' voi che daffare!

[pg!69]
Per esempio, per *lo studio* dei piedi e delle
mani, ogni due minuti almeno era costretta a
farsi cadere in terra qualche cosa. Súbito io
ne approfittavo per sussurrare ebbre roventi
parole alle pallide orecchie di Zita, vere adorabili
conchigliette!... Ma quasi altrettanto súbito
quella specie di enorme rospo, acculato tra le
nostre gambe, balzava su contro il mio naso.

Qualche volta però non arrivava in tempo a
capire i miei sospiri d'amore. In questi casi,
si comportava nel seguente modo: avvicinava
il suo testone alle trecce d'oro della mia Zita
e aveva il coraggio veramente tedesco di chiederle
che cosa le avessi detto.

Incredibile, ma vero: la mia Zita, le traduceva
prontamente e fedelmente in tedesco il
mio ardente francese!

Che pensare?

Spesso il grosso rospo spingeva la sua inaudita
tedescaggine fino ad annotare le frasi, secondo
lei, più interessanti, sopra un suo taccuino
grosso come una Filotea!

Io, a questa vista, mi sentivo, dentro, l'anima
ruggire come un intero serraglio in
fiamme.

Ma bastava che la mia Zita girasse dolcemente
il capo sul fragile collo e mi guardasse
con que' suoi occhi da Sfinge.... io ci vedevo
[pg!70]
subito scritto *Via libera*, e non pensavo più
ad altro.

Tuttavia, ci fu un momento in cui sentii che
sarei scoppiato se non mi permettevo un piccolo
sfogo; e allora, avvicinata la bocca fin
quasi a baciarle l'orecchio, rantolai con una
serietà impressionante:

— Io ammazzerò vostra sorella.

Il rospo, che stava appuntando chi sa che
cosa sul suo taccuino, si precipitò sull'altro
orecchio di Zita per sapere che cosa avevo
detto.

— *Nichts, nichts!* — ripeteva Zita rossa
come una fiamma.

— Come niente?

— Niente insomma, noiosa! — ribattè Zita
drizzando il collo come una viperetta. Le mie
scarse nozioni di tedesco mi permisero di comprendere
che le due sorelle leticavano come
due lavandaie di Lipsia.

Grato a Zita di questa prima prova d'amore,
ma nel medesimo tempo impensierito un poco
di vedermi preso da lei così sul serio nella
mia qualità di aspirante omicida, stavo assai
in forse su quel che mi convenisse fare o dire.

Sapete chi mi venne in aiuto? Che cuor
d'oro! Non l'indovinate?... Ma sempre lui! Il
signor Pigia-pigia!

[pg!71]
Chi sa come, chi sa perchè, ma certo è che
proprio in questo difficile momento, io e Zita
vedemmo un qualche cosa, rosso di pelo, piombare
con inaudita violenza sulla schiena robusta
della nostra avversaria, facendole volar
via di colpo quei maledettissimi occhiali di
Lipsia.

Il primo a ridere naturalmente fui io. Ma fu
question di minuti secondi, chè Zita dovette
anche scoppiare a ridere, e poi il sorellone, e
poi il bolide di pelo rosso, e finalmente tutti.
Torno torno, per un raggio di cinque o sei metri,
non fu altro che un abbaiar di risa.

Dopo le risa i commenti:

— Grazie! quello si credeva di ppasseggiare
su per la facciata d'idDomo come se la fosse
a giacere!

— Sorte ch'egli ha messo i' nnaso su i' ttenero
n'i'ccascare!

— La signorina l'aspettava lo scoppio dinanzi,
e la l'ha avuto di dietro!

— *Ja! Ja! Ja!* — faceva il sorellone.

E giù nuove risate a scroscio.

Tutto, assolutamente tutto sarebbe andato
benissimo, se quel qualche cosa rosso di pelo,
se quel bolide di pelo rosso, non fosse stato,
oltre che acrobata e poeta, anche un carissimo
amico mio.

[pg!72]
Mi spiego.

Una persona qualunque, capitata giù, così,
dalla facciata del Duomo, ritrovandosi senza
rotture d'ossa sulla groppa di una creatura di
sesso femminino, avrebbe súbito avuta la netta
visione del suo dovere: far la corte a quella
donna, prescindendo da qualsiasi criterio d'estetica,
farle la corte ad ogni costo: per riconoscenza.
Non vi pare? Io avrei eternato nei
miei scritti il suo eroismo per ricompensarlo
di avermi reso felice.

Ma quello, ripeto, era un amico carissimo.

Un amico carissimo non può accontentarsi di
fare ciò che farebbe una persona qualunque.

E infatti, dedicati non più di cinque minuti
alle facezie d'occasione, l'amico carissimo si
innamorò perdutamente di Zita.

Io, che lo conoscevo da un pezzo, appena
lo vidi diventar serio e buio, dissi tra me:
«Ahi! l'amico punta su Zita». Improvvisai una
serie di manovre per fargli capire che Zita era
roba mia e guai a chi me la toccava; ma sì!
quello apparteneva alla categoria degli epilettoidi
in amore. E chi lo fermava più?

Di buio si fece cupo; di cupo, torvo; di
torvo, truce, e ringhioso, e ispido come un
gatto pestato.

Quando il Carro scoppiò, eravamo rivali.

[pg!73]

----

Ed eccoci di colpo trasportati dalla più lieta
commedia, alla più fosca tragedia.

Era di maggio. Tutta Firenze odorava di rose
e di donne.

La gente posata trovava che, le giornate umide,
le fogne puzzavano, che certe vuotature non
avrebbero dovuto chiamarsi «inodore» ecc., ecc.;
ma per noi ragazzi vi giuro che Firenze odorava
tutta di rose e di donne, soltanto di rose
e di donne, nient'altro che di rose e di donne.

Dopo una corsa artistico-storica a Pisa, le
due sorelle teutone erano ritornate a Firenze....

Cioè: adagio!

Voi mi domanderete certamente perchè, innamorato
com'ero di Zita, non l'avessi accompagnata
a Pisa. Ebbene: allora torno volentieri
un passo addietro e ve lo dico subito.

A Pisa le sorelle K. dovevano incontrare un
grosso branco di connazionali che risaliva l'Italia
a marce forzate, al quale branco appartenevano
non so quante loro cugine e zie e zii che non
desideravo di vedere. Ma tre giorni soltanto
erano scorsi, quando il postino mi consegnò
una lettera che odorava di lei.

[pg!74]
«Ils sont passés, semblables à une orage d'été.
Combien de bruit, mon cher ami!... Oh! qu'elle
est aimable cette petite ville fleurie en silence
à coté d'un Camposanto.... Mais.... que je suis
seule ici!............»

Dodici puntini oltre il punto esclamativo.

Non c'era altro che pigliare il treno.

E infatti tre ore dopo mi trovavo già comodamente
disteso in uno scompartimento di terza
classe col mio bravo biglietto per Pisa infilato
nella fascia del cappello e in bocca due sigarette
accese.... Due, sì: nient'altro che un innocente
ed economico sistema che allora adottavo
per *epater le détestable bourgeois*. Avevo
fatto fabbricare un bocchino apposito, a doppiere,
una maraviglia del genere, che non
avrei prestato per un'ora neppure a Dante
Alighieri.

E questo non era niente: ne avevo in cantiere
un altro a cinque bocche da fuoco, signori
miei! destinato a far epoca negli annali
studenteschi fiorentini.... Ma, per carità, non
complichiamo le cose. La storia del mio bocchino
a cinque fuochi ve la racconterò un'altra
volta.

Fumavo dunque ancora le mie due sigarette,
anzi non le fumavo più perchè erano finite, ma
tenevo ancora il mio prezioso bocchino tra i
[pg!75]
denti, quando un'interna voce mi spinse di
corsa verso l'estremità del carrozzone.

— «Occupato!»

— Accidenti!

E dopo un quarto d'ora di questi «accidenti»
finalmente l'uscio si apre. Chi vien fuori? L'amico
di pelo rosso.

— Eh?! Dove vai?

— A Pisa! e tu?

— A Pisa.

— Sarebbe ora di finirla di far l'imbecille!

— Mi pare anche a me!

Vola uno schiaffo. Ne volano due. Ne volano
tre. Mi sento afferrare il bocchino. Stringo i
denti. Ma i denti non son mai stati il mio forte;
ed ecco il prezioso arnese vola dal finestrino
insieme con mezzo dente.

Allora non ci vidi più. Una grandinata di
pugni cadde vindice sulla rossa capigliatura del
rivale. Lui, fedele alla sua scuola di pugilato
che consisteva nell'attaccarsi sempre a qualche
cosa di prezioso, s'attaccò a una magnifica camicia
di seta cruda, uscita allora allora da una
bottega di via Tornabuoni: una camicia che
m'era costata un occhio, ma v'assicuro che spirava
voluttà lontano un miglio!

Io, súbito accortomi della nuova minaccia ai
miei averi, cambiai di botto piano di battaglia,
[pg!76]
e mi accinsi ad attanagliare il collo dell'acrobata
poeta, intendendo di non lasciarlo finchè
lui non lasciasse la camicia. Ma, ahimè! Non
ebbi tempo di mettere in atto il mio piano, che
un enorme capotreno accorse a separarci; e lo
fece con così robusta grazia, che un buon
quarto della mia camicia passò alla parte avversaria.
Voi capite bene che una camicia non
è un esercito: i tre quarti rimastimi fedeli
non potevano consolarmi di quel quarto traditore.

Il naso del mio rivale colava sangue come
il polso di Seneca filosofo. Se non che, non
avendo egli avuto l'accortezza di spogliarsi
e di mettersi in un bagno prima che io gli
rompessi il naso, così era tutto imbrattato
di sangue come un beccaio la sera del venerdì.

Fummo allontanati.

Ma alla stazione di Pontedera ci trovammo
ancora vicini. Avevamo tutti e due riconosciuto
la necessità di fermarci in un porto intermedio
come fanno le navi *in avaria*.

Ci guardammo con profonda compassione.

L'amico, con un'aria assai più poetica che
acrobatica, mi si avvicinò e mi disse:

— Del resto, se andavo a Pisa non ci andavo
senza essere invitato....

[pg!77]
E così dicendo mi mise sotto il naso un cartoncino
cilestrino.

Mi bastò gettarvi sopra un'occhiata per scoppiare
a ridere; ma a ridere! a ridere in un modo,
che tutta la stazione si fermò a guardarmi. Lì
per lì dovettero credere che avessi le convulsioni.
Poi capirono che ridevo; e, a veder
due, conciati in quel modo, tutti ammaccature
e strappi, uno serio come un allocco,
l'altro che si ruzzolava per tutte le panche, a
quanti passavano gli s'attaccava il riso: sì
che ridevano tutti come matti senza sapere
il perchè.

L'amico rosso era al vertice del furore.

Ma non batteva ciglio per paura di far ridere
di più.

Finalmente mi fece troppa compassione.

Allora mi alzai, gli infilai il mio braccio destro
nel suo sinistro, lo trascinai fuori della
tettoia e là misi senz'altro sotto al suo povero
naso ammaccato il cartoncino mio, altrettanto
cilestrino, altrettanto profumato, altrettanto
scritto di pugno della bella Zita.

— È una circolare!! — stridè lui, digrignando
i denti.

Ma quando mi guardò in faccia non potè più
star serio.

Ci abbracciammo e ballammo un bel pezzo,
[pg!78]
come due orsi. E ballando così, saltammo sul
treno che partiva per Firenze. E durante tutto
il viaggio rompemmo l'apparato uditivo del
prossimo cantando in coro:

   | Sì vendetta, tremenda vendetta
   | Di quest'anima solo desìo!

Quella Gota, quell'Ostrogota, quell'Unna aveva
avuto la caponaggine di credere di potere
impunemente prendere per il bavero due tra i
migliori esemplari della razza latina!

E intanto era già riuscita a farci fare a pugni!
Ma....

   | Sì vendetta, tremenda vendetta
   | Di quest'anima solo desìo!
   | Come un fulmin scagliato da Dio
   | Gigi e Fico [1]_ punir ti sapran!

.. [1] Abbreviazione di Federico regolarmente brevettata.

----

Del non essere andati a Pisa incolpammo,
lui la filologia, io l'anatomia, credendo che per
una donna tedesca fossero scuse buone.

Ma Zita ci scrisse assai mesta e un poco indignata....
in doppia copia.

[pg!79]
E noi incominciammo a fabbricare quotidiane
lettere piene d'un ardore sempre più ardente,
alle quali Zita rispose con quotidiano crescendo
di passione.... in doppia copia.

Leggendoci ogni sera questi duplicati amorosi,
io e il mio rosso amico pregustavamo il
refrigerio della vendetta.

----

E venne alla fine il giorno in cui, compiti
scrupolosamente a Pisa i loro doveri di compaesane
di Burkhardt e di Bädeker, le due brave
sorelle ritornarono, come dissi, a Firenze.

Il primo incontro toccò a me; sia perchè l'amico
Fico conservava una ammaccatura pochissimo
estetica sul naso, e non aveva fretta
di mostrarsi, sia perchè io dovevo condurle a
vedere un certo maraviglioso luoghetto di campagna
dove, per il buon esito dei nostri piani,
desideravamo che esse andassero ad abitare.

Già nelle mie lettere avevo levato inni alla
virgiliana poesia, al fatato incanto di quel luogo.
Cosicchè la prima cosa che mi chiesero, appena
scese dal treno, fu di condurle a veder
la mia Torraccia.

Questa famosa Torraccia (tre stanzette di
pietra una sull'altra) sperduta là tra gli oliveti
[pg!80]
di San Miniato, era stata, fino a pochi giorni
prima, fienile d'un cascinale vicino; ma noi l'avevamo
in fretta ripulita e ammobiliata alla
meglio, fidando nel romanticismo di razza che
doveva trionfare, e trionfò.

Appena la videro di fuori le due K. esclamarono
estasiate:

— Ci avete trovato la casa ideale!

E dentro lo stesso: tutto bello, tutto bello!
Fu deciso: salotto al pian terreno; al secondo
piano camera della signorina Carlotta; al terzo
piano camera di Zita.

— Sì! sì! sì! — strillò Zita. — Io su in cima
tra i nidi delle rondini! Ogni alba sarò incoronata
di canti!

A questo punto proprio, il ventre di Brockhaus....

Oh! scusate! M'ero dimenticato di dirvi che
il sorellone si chiamava bensì Carlotta, ma le
avevamo decretato il soprannome di Brockhaus
perchè la trovavamo somigliantissima al celebre
editore di Lipsia. Come facessimo poi a trovarla
così somigliante senza sapere affatto che
faccia avesse quel signore, non ve lo saprei dire:
ma certo è che la trovavamo somigliantissima.

Dunque.... il ventre di Brockhaus, dicevo, osò,
proprio in quel sublime istante, profanare la
poesia di Zita osservando in tono minore:

[pg!81]
— Come si fa a mangiare qua dentro?

Zita schizzò sdegnosissime parole alemanne;
ma io, come colui che aveva pensato a tutto,
condussi subito con me Brockhaus sulla non
lontana via maestra, dentro una di quelle tutte
linde e odorose e saporose trattoriole de' dintorni
di Firenze, dove ho tanto lietamente amato
e bevuto spolpando pollastri e sognando la
Gloria!

Il padrone, già d'accordo, accettò súbito di
fornire pranzi e cene alle nuove abitatrici della
Torraccia.

Il prezzo mite, quel buon odor di salame,
quella piramide di fiaschi in mezzo alla bottega
fecero a Brockhaus l'identico effetto che le rondini
avevano fatto a Zita.

E io dicevo dentro di me a tutte e due:
«Ballate, ballate, ostrogote mie! Se sapeste che
cosa bolle nella nostra pentola!»

----

Vollero sistemarsi là dentro quel giorno
stesso.

Quando, alle dieci di sera, dopo aver faticato
per quattro facchini, volli prender commiato
da loro, Zita m'accompagnò per il viottolo
tra gli olivi.

[pg!82]
— Cattivo! — mi disse a bruciapelo. — In
tutta la giornata non mi hai detto una sola
parola d'amore.

— Te la direi volentieri adesso, se non fossi
troppo sudato — risposi cavallerescamente.

— Mio povero uccello! Hai molto faticato, è
vero, a fabbricare il nido della tua bella?

Che volete? a sentirmi chiamare in quel
modo non mi potei più trattenere....

Incollai la mia bocca alla sua per un buon
quarto d'ora.

Come non pensare a Brockhaus? «Peccato
che non sia qui adesso, dicevo tra me, chi
sa che belle cose potrebbe scrivere sul suo
taccuino!...»

Oh! per Bacco! voi non mi crederete. Brockhaus
era proprio là a dieci passi da noi! Vidi
i suoi occhiali, i suoi occhiali di Lipsia! brillare
nell'ombra. Forse vi si specchiava senza
saperlo, poverina, qualche maravigliosa stella
del cielo.

Appena Zita s'avvide che io avevo scorto
l'animale appiattato, s'affrettò a stringermi più
forte e mi sussurrò:

— Non badare a lei, è pazza per il suo colossale
romanzo d'amore.

— Romanzo d'amore?!

— Sì: tutto d'amore!

[pg!83]
— Ah! finalmente capisco!... e siccome non
può procurarsi un'esperienza personale perchè
è troppo brutta....

Queste parole le gridai così forte che gli
occhiali si spensero; e nella notte brillarono
solo i verdi occhi di Zita.

*Via libera!*

----

Misurando con passo trionfale il silenzio del
deserto lungarno, nella gran notte stellata,
per andare verso la casa dell'amico Fico, che
m'aspettava certo da qualche ora, vi confesso
che sentivo una gran voglia di svoltare verso
casa mia, o meglio ancora di tornarmene a
baciar Zita.

Un solenne patto d'alleanza mi legava all'amico:
questo è vero. Ma, poffare! si erano
pur verificati dei fatti nuovi!

Intanto, qualche cosa di solenne era avvenuto
anche tra me e Zita...! E poi: quella rivelazione
del colossale romanzo di Brockhaus,
non aveva forse un'importanza di prim'ordine
per spiegare tutto l'inesplicabile della condotta
di Zita? La verità era chiara. La povera piccola
fata dagli occhi verdi era nè più nè meno
che un trastullo nelle mani della strega Brockhaus.
[pg!84]
Questa l'aveva spinta nel tristo doppio
gioco d'amore, sperando di poter scrivere chi
sa quali stupide pagine sulla classica gelosia
degli italiani....

E allora? dov'era la colpa della povera Zita?
Non era forse piuttosto una vittima deliziosissima
degna di compianto, e specialmente di baci?...

Ma per compiangerla e baciarla sentivo proprio,
in coscienza, di bastar da solo!...

Mentre ragionavo tuttavia così, il sordo dovere
m'aveva condotto al muricciolo del giardino
dell'amico. Che ti vedo dentro, al chiaro
d'un po' di luna nata allora? Ti vedo l'amico
occupato a far capriole in giro.

Per quanto acrobata fosse, quelle capriole
fatte così da solo a mezzanotte, mi diedero un
po' di pensiero.

— Oh! Fico! sei ammattito?

— Altro che ammattito! vien dentro.

Entro; e vedo che le capriole le faceva attorno
a una specie d'ara di coccio, verniciato
a marmo, imitazione «Signa»; cioè imitazione
di una imitazione romana, che, secondo lui,
bastava a fare del suo giardinetto di via Scialoia
un luogo di delizie imperiali.

— Ma che fai?

— Fa subito quattro capriole anche tu. Bisogna
render grazie agli Dei!

[pg!85]
— Ben volentieri, ma io non le so fare.

— E tu scaraventati in terra a capo fitto,
scopriti il sedere, grida Evoè!

— Si potrebbe sapere che cosa è accaduto?

— E accaduto che da domani incomincia la
nostra vendetta.

— Ah sì?

— Leggi qua. Questa lettera: non è di quelle
che lascian dubbi: è di quelle che dicono «ti
voglio, ti voglio, ti voglio, son tua: carne,
ossa, midollo spinale, rigaglie.... tutto, tutto,
tutto!».

   | Domani è la mia festa!
   | Domani è la mia festa!

(E giù capriole.)

Hai letto? Hai letto?... Rabbrividisci eh? Ma
è inutile rabbrividire, mio giovane amico! Bisogna
riconoscere che il pelo rosso è il re dei
peli: ecco tutto. Ah! che peccato che non sia
rosso anche tu! In ventiquattr'ore la nostra
vendetta sarebbe fatta. Invece tu, povero mortale
dai ricciolini castani, ci metterai tre settimane
per arrivare dove io arriverò domani
sera!... Me ne duole sinceramente per l'estetica
della nostra vendetta! Certo era magnifico,
era latino, simbolico, cesareo che la rea barbara
fosse piegata ad ambe le nostre voglie
[pg!86]
in una sola notte, ricevendo la dimane il nostro
cumulativo biglietto di ringraziamento,
secondo i sottili disegni da noi architettati....

Ma ahimè! come si fa? I disegni sono una cosa:
la realtà è un'altra.... Si potrebbe stare ai disegni
se si trattasse, a mo' d'esempio, di Brockhaus....
allora sì!... Ma si tratta di Zita, per
Giove! di Zita, creatura di sogno! di Zita,
fiore di carne! di Zita, veleno inebriante! di
Zita, di Zita, di Zita, mio ricciuto amico! Come
potrei farla aspettare, poich'ella brucia del desiderio
di me?... Ah! no! assolutamente no!
Nessun Gigi potrebbe pretendere tanto da un
Fico!... e specialmente da un Fico di pelo
rosso!... Tu ci metterai una settimana, ci metterai
un mese, ci metterai un anno.... Io ti fo
solenne giuro di favorire fraternamente i tuoi
conati!

— Hai finito? — muggii io.

— Sì.

— Ebbene. Sta molto attento a quello che
ti dico. Questa lettera non ha il minimo valore.
È scritta, come vedi, alle ore tre pomeridiane
di oggi, mentre io facevo il facchino
per lei. Ma alle ore dieci pomeridiane dello
stesso giorno, cioè due ore fa, quel medesimo
facchino è diventato l'amante di Zita. Unito a
lei ormai per la vita e per la morte, romperà
[pg!87]
inesorabilmente il naso a colui che osasse
rompergli le scatole.

Detto questo, intascai la lettera, infilai il
cancelletto, e sparvi nel buio.

----

Ma la mattina alle 7 ribussavo già alla camera
dell'amico.

— Chi è?

— Aprimi. Son io....

— Dormo.

— Svegliati.

— In che qualità chiedi di entrare?

— Di verde messaggero della vendetta, amico
mio. Fico immortale! Son successi fatti di una
gravità spaventosa.

— Così presto? Mi pare impossibile....

— Insomma vuoi aprirmi sì o no. Vengo ad
offrirti Zita.

— Non la voglio.

— Dimenticheresti forse che siamo legati da
un patto solenne.

— Tu l'hai rotto.

— Come?

— Tu hai rotto il nostro patto solenne....

— E ti romperò anche l'uscio se non me
l'apri immantinente.

[pg!88]
L'uscio si aprì. Ma nell'istante medesimo
l'amico con un magnifico volteggio era sparito
oltre il letto, e là, armato d'un cantero pieno fino
all'orlo, stava impavido aspettando l'assalto.

Quando vide che io prendevo tranquillamente
una sedia e incominciavo con molta gravità ad
esporre i fatti, depose il suo cantero, infilò una
buffissima tunica cinese, due ciabatte turche,
accese una sigaretta egiziana, e m'ascoltò.

Il colloquio durò forse cinquanta minuti come
tutti i colloqui storici; ma in poche parole vi
dirò tutto.

Quella notte l'avevo passata in piedi. Una
notte da Otello. Infatti, alle sei della mattina
m'aggiravo già tempestoso attorno alla Torraccia,
la quale pareva dormire placidamente
sotto la guardia de' suoi tre cipressi che la
coprivan tutta ai miei feroci occhi.

Finalmente m'avventai come il toro.

Tenevo stretta in pugno la lettera infame:
ero deciso se non proprio a strozzarla, a farle
raccomandar ben bene l'anima a Dio.... che n'avrebbe
avuto tanto bisogno!

Arrivo a corna sotto.

Porta aperta. E finestre spalancate!

— Ohei! Non c'è nessuno?

Una contadina che stava a far pulizia si sporse
dal balconcino di Zita e mi gridò:

[pg!89]
— Felice giorno, sor Luigi! Son ite a veder
nascere i' ssole su a i' Mmont'alle Croci. A momenti
arebber a tornare.

Entrai per aspettare. Ero stanco. La prima
sedia che mi si presentò sotto, ci caddi a piombo.
Ma appena sentii d'essermi seduto sopra un libro
mi affrettai a sottrarlo all'involontario oltraggio.
Non era un libro: era un grosso quaderno.
Sopra c'era scritto:

.. vspace:: 1

.. container:: center

   :small-caps:`Italien, Liebe, Blut!`

   *diario di una giovane inglese.*

.. vspace:: 1

— Puah! — rantolai. — Ecco il romanzo di
Brockhaus!...

.. class:: center

| *Traduzione di C. e Z. K.*

C. e Z.?!... Come sarebbe a dire?... Collaborazione
forse?

Oh! ma che! impossibile! Quello Z. doveva
essere soltanto una tenerezza sororale, un delicato
segno di gratitudine. Brockhaus voleva
offrire così un poco della sua immortalità alla
sciagurata sorellina che si prestava così gentilmente
ai suoi esperimenti erotici.

La curiosità è una bella cosa; ma il tedesco,
[pg!90]
come sapete, è una cosa bruttissima. Perciò sfogliavo
sì quel quaderno a due o tre pagine per
volta, ma mi guardavo bene dal durar la molta
fatica necessaria per capire.

Doveva trattarsi però di impressioni di viaggio....
che Dio ce ne scampi e liberi non solo
in tedesco, ma in tutte le lingue del mondo!

Salto in mazzo una ventina di pagine, ed
ecco mi schizza sul naso (per Dio!) la calligrafia
di Zita.

Forse un qualche ricordo particolare di viaggio....
Altro che ricordo! era una professione
di fede, un credo diabolico! La signorina diceva
di sentirsi un qualche cosa di terribile,
di freddo, come una lama, una voce che le gridava
ad ogni passo: «In questa terra d'Italia
tu lascerai passando una striscia di sangue!...
Il destino di due uomini dipenderà da te!».

Brutta sbrindellona! Capite che roba? Vi
piace l'idea di queste due tedesche che scendono
in casa nostra a fare di così bei lavori,
e poi li raccontano ai loro connazionali come
memorie di una inglese?

Ora capivo. La descrizione di luoghi e di costumi,
le meditazioni filosofico-storiche erano
affidate alla penna di Brockhaus, ma la sostanza
erotica era opera tutta di Zita! della mia dolce
Zita, della mia fata dagli occhioni verdi! Bisognava
[pg!91]
leggere, per credere!... Mi rodevo di non
capir tutto. Ma quel poco che capivo bastava
per rivoltarmi il magone.

C'erano le mie lettere tradotte fedelmente;
c'erano le famose frasi raccolte dal vigile taccuino
di Brockhaus; c'erano certe vampate di
desiderio per i miei riccioli, ma ce n'erano almeno
altrettante per il pelo rosso del collega
Fico....

Datato dal treno Pisa-Firenze, c'era questo
mirabile pensiero di una vergine:

«Sì. Io sarò da tanto. Sì: questi due italiani
si getteranno uno contro l'altro invasati di gelosia,
si sbraneranno simili a cani aizzati! E che
sarà la causa di questo? Per che cosa si saranno
essi perduti, insanguinati?... Per un'anima
gelida che non li ama, che non può amare!...
per un corpo che altri avrà e non loro mai!...».

Questo era scritto il martedì sera.

Mercoledì, mentre io facevo il facchino per
lei, nel cuore della vergine era sbocciata questa
commovente errata-corrige al suo pensiero
del giorno innanzi:

«No! No! No! Il ghiaccio della mia nativa
Cornovaglia non regge all'incendio di questo
sole d'Italia. Sono degli uomini anche nella mia
brumosa patria, ma non sanno guardare come
mi guarda questo!...

[pg!92]
(*Questo* sarei stato io, modestia a parte.)

«Io brucio! Io brucio di vergogna come
quando ero piccola, e debbo guardarmi addosso,
credete! debbo palparmi, per esser ben
sicura d'aver le mie vesti.... Ma è inutile! perchè
sono certa che questi occhi vedono lo stesso,
vedono la carne.... la mia carne nuda!... Ebbene
sia! Sia! Getterò la mia carne viva a questi
cani bramosi. L'avranno! Ma la pagheranno col
loro stesso sangue. Lo giuro per le zolle sacre
della mia patria!».

Se l'avessi avuta fra le mani in quel momento
le avrei fatto volentieri un certo scherzo
che è troppo sudicio per potersi raccontare.

Ma, tra propositi violenti, mi rifacevano anche
capolino disegni di allegre vendette arzigogolate
al modo de' nostri vecchi bizzarri fiorentini.

Voltai ancora pagina, così per fare, persuaso
di trovarla bianca. Ma che! Altro che bianca!
Era la più sporca di tutte. E non era una sola:
eran dieci almeno, buttate giù calde calde, quella
notte stessa. C'era tutta la faccenda della sera
avanti, cari miei! ma come particolareggiata!
ma come circonstanziata! che precisione! che
miniatura!

E io che l'avevo creduta una creatura teneruccia
nelle grosse mani della sorella, che l'avevo
[pg!93]
compatita per questo, che l'avevo amata,
sì, amata, amata davvero in quell'ora dolce
in cui m'era parsa tutta mia, tutta rifugiata in
me come una piccola sorella sperduta in questo
triste mondo, povera mendica d'amore come
me, alla quale non avrei negato di difenderla
e amarla anche tutta la vita, s'ella appena me lo
avesse chiesto in quell'ora là!... Perchè, insomma,
ero fatto così: ridevo ridevo; ma poi, in fondo,
pigliavo tutto sul serio, tal quale come ora,
che non rido più.

E voltai in fretta quelle miserabili pagine fino
all'ultima. Qui c'era, tradotta in bel tedesco, la
lettera che io tenevo ancora appallottolata nel
pugno: la lettera all'amico rosso.

E c'erano due righe ancora che dicevano:

«M'ha risposto una sola parola; *adorabile!*...
E verrà. Verrà folle di desiderio.... lo condurrò
giù sotto le stelle, tra l'ombre pallide degli
olivi.... fin là.... fin là.... dove iersera.... E glie lo
dirò. Sì: gli dirò: *Qui! Qui è stato! qui l'amico
tuo m'ha stretta.... m'ha soffocata.... e pronunciava
il tuo nome.... e rideva di scherno....* Se gli
dirò così, gli vedrò uscir dagli occhi fiamme
rosse come i suoi capelli!...».

Era tempo. Rimisi il bel romanzo sulla sedia,
ci strofinai sopra ben bene e con intenzione,
quello che dianzi vi avevo strofinato per sbaglio;
[pg!94]
poi presi un pezzo di carta e ci scrissi con
caratteri nervosissimi:

«Je sais tout. Mais il ne t'aura pas. S'il viendra
ce soir, je le tuerai dans tes bras. Garde-toi».

E via di corsa dall'amico Fico.

----

Notte buia. Grandi cumuli soffusi di biancor
lunare vanno veloci per il cielo nero. Gli olivi
della Torraccia piangono stridono curvati senza
dubbio dallo Spirito della Tragedia che s'aggira
già furibondo.

L'ora è vicina.

Scocca.

L'amico impavido, ravvolto in un bruno mantello
di suo nonno, si fa sotto il balconcino e
chiama: — Zita.

Zita gli aveva mandato nel pomeriggio un
teatrale biglietto avvertendolo della mia minaccia.
Dire a un uomo: «Non venire, altrimenti
rischi la vita» è come dirgli: «Vieni, altrimenti
ti considero un vigliacco». Perciò Zita doveva
esser più che certa che il mio rosso amico sarebbe
venuto.

Infatti, ben nascosti tra gli olivi, noi l'avevamo
veduta andare e venire per la sua cameretta,
ora acconciarsi allo specchio, ora scarmigliarsi
[pg!95]
come presa da una sùbita disperazione,
poi chiamare il sorellone, e leticarci sonoramente,
poi aprire il balconcino e guardar giù
e guardar su, e poi richiuderlo, e poi riaprirlo.

Ora, quando si sentì chiamare nella notte, io
la vidi balzare atterrita. Forse, conoscendoci
ancora così poco, non aveva potuto capire qual
di noi due la chiamasse.

Alla seconda capì, e disse con un fil di voce:

— Sei tu!

— Sì! — rispose l'amico Fico. — Fuori non
saremmo sicuri. Meglio ch'io salga. Ho tante
cose da dirti.

Disse lei:

— No!!

Disse lui:

— Sì!! Serra bene le imposte, e scendi ad
aprirmi!

Entrato l'amico, ci fu un gran scatenaccìo.
Poi un gran silenzio.

— A noi! — dissi palpando il mio bellissimo
pugnale del Cinquecento.

C'era qualche preparativo da fare. Trascinare
una balla di patate di sessanta chilogrammi
sotto la Torraccia. Arrampicarsi su per il muro
fino al secondo piano approfittando di certi radi
pioli che v'erano piantati e tenendo in bocca
il capo della fune a cui era legata la balla. Una
[pg!96]
volta entrati nello stretto balconcino di Zita,
issare con la suddetta fune la suddetta balla,
legandola sospesa fuor della balaustra.

E tutto questo fu fatto: nè una farfalla
avrebbe più silenziosamente volato.

Oh!... mi dimenticavo di parlarvi di un certo
barattoletto importantissimo! Ma non m'ero
affatto dimenticato di portarlo su con me e di
posarlo in un angolo prestabilito del balconcino
di Zita.

Non avevo più niente da fare, fuorchè aspettare.

Ma questa proprio mi parve la faccenda più
difficile.

Si ha un bell'essere amici! Si ha un bell'esser
legati da un patto solenne; anzi, da due
patti solenni!... ma quello star lì fuori al fresco,
mentre l'altro stava dentro al caldo....

Eravamo d'accordo che io avrei aspettato
lui per muovermi. Il quale *lui*, fatto comodamente
il suo comodo, si sarebbe accostato alla
finestra dicendo forte: «Vieni, Zita, raccontiamo
la nostra gioia alle stelle, alle nubi, al
vento!» e così dicendo avrebbe aperto di botto
le imposte del balconcino.

Eravamo d'accordo così, è verissimo. Ma, per
Bacco briaco! *est modus in rebus!...* Anche in
quelle *rebus* lì, non vi pare?

[pg!97]
E siccome il *modus* non ce lo metteva *lui*,
ce lo misi io, stroncando mezza, la vecchia
persiana con una tremenda spallata e gridando
in gola, con voce micidialissima:

— Zita. Apri.

Quell'ora e mezza buona passata lì fuori, mi
aveva portato al diapason della «montatura»,
nel senso teatrale della parola.

Immaginatevi come dovesse esser «montato»
lui, l'ispido amico Fico, tirato giù così, a un
tratto, senza preavviso da chi sa quale *rendez-vous*
olimpico!

Lo sentii slanciarsi contro la finestra come
una iena. Ebbi paura che dicesse davvero.

Zita gracchiava, nascosta dietro il letto. E
aveva ragione di crepar di paura, perchè v'assicuro
che quel nostro incontro avrebbe fatto
paura anche a due guardie di pubblica sicurezza.

Che quadro! Le due candele sul cassettone
fumavano al vento e gettavano bagliori sanguigni
sui nostri pugnali. Stretti in un orribile
abbraccio di morte, rotolammo fuori sul balconcino
dicendocene di cotte e di crude.

— Ah vuoi scappare, vigliacco? — rantolai
io.

Lui, per tutta risposta, mi porse il barattolo
di cui ho parlato più sopra. Io ci intinsi risolutamente
[pg!98]
il pugnale che ne uscì rosso e gocciolante.

— Zita! — gridò con l'ultimo fil di voce
l'amico; e se ne discese comodamente da quell'acrobata
che era, giù per quei pioli che avevano
servito a me per salire.

— Te l'ho spaccato il cuore, traditore! — gridai
io allora, slegando il sacco delle patate.

Mi sentii stretto da due braccia fredde come
anguille.

— Tu l'as tué....

— Sssss!...

Ah!... Il tonfo di quelle patate!

Indimenticabile!

Non ho mai visto attrici far così bene la loro
parte!

Io stesso n'ebbi un brivido di terrore.

Figuratevi Zita!

— Nein! No! Pas! N'est pas vrai.... No!...
Charlotten!

— Sssss! Tu sens: il ne bouge pas! — sussurrai
con voce cavernosissima.

— No! Peut-être il vive! Bisogna discendere
a lui...

— Inutile. È morto.

— No!

— Sì! Ho sentito benissimo il cuore sotto
la punta del pugnale. Non ci sbagliamo noi
[pg!99]
italiani; abbiamo troppa pratica! È morto. È
morto. È morto. Non ti resta che baciare il
suo sangue.

E così dicendo le impiastrai tutta la faccia
con l'inchiostro rosso del mio pugnale.

— Ah!... No, no, no, no! Anch'io voglio
morire!

— Mi dispiace, ma io non posso proprio ammazzarti — le
dissi con molta serietà — non
ho tempo da perdere.

Non badò a quel che le dicevo. Si precipitò
giù per la scaletta strillando:

— Charlotten! Charlotten! Charlotten!

E io dietro, che tra poco ruzzolavo le scale
dal gran ridere a bocca chiusa.

— Charlotten! Charlotten! Charlotten!

Entriamo in camera. Non c'era.

Zita piangeva.... finalmente!

— Ma Carlotta, dunque! Dove ti sei nascosta?
Siamo vili! Quell'uomo non è morto forse!
possiamo ancora salvarlo! Carlotta!

Quelle parole, tedesche sì, ma una buona
volta sincere, m'uccisero il riso nel cuore. Mi
fecero, vi giuro, l'effetto che fece la musica di
Sant'Ambrogio al Giusti. Pensai anch'io: Povera
femminuccia gettata così per il mondo, in
omaggio alle cretine idee fisse del Nord sull'emancipazione
della fanciulla, mentre Dio sa
[pg!100]
quanto bisogno avresti d'una buona mamma e
d'un buon babbo sempre vicini e vigili, che ti
dessero lezioni un po' meno salate di questa
che t'han dato due ragazzacci italiani!...

— Carlotta, rispondimi! — gridò ancora Zita
battendo i piedi con una furia pazza.

E questa volta Carlotta rispose.

Ma.... giusti Numi!... da dove rispose!!

Si sa: la paura.... li fa certi effetti!... Ma in
quel momento proprio, così denso di tragedia
e di filosofia sociale, sentir venire quel flebile
«ja» miagolato da là dentro.... Io m'ebbi a buttar
sul letto, rompendo, oltre ai bottoni dei pantaloni,
chi sa quante molle, e ridere ridere ridere
all'uso mio d'allora, a costo di rovinar
tutto sul più bello.

Ma, per fortuna. Zita s'era già slanciata verso
quel luogo riposto, a tirarne fuori la povera
Brockhaus.

Le sentii correre giù, scatenacciar l'uscio, e
uscir fuori insieme.

Per Bacco! Non c'era tempo da perdere davvero.
Mi buttai a precipizio, varcai la soglia
guardingo: quattro salti di lupo sull'erba, e fui
nelle braccia dell'amico Fico, che stava già a
godersi lo spettacolo seduto sulla groppa gobba
d'un olivo.

Che vi debbo dire?

[pg!101]
Ve le immaginate voi quelle due romanziere
ansanti, bisbiglianti, tentennanti, che s'avvicinavano
con un lumino a olio, facendo due passi
avanti e uno indietro, e sussurrando di tratto
in tratto il nome del mio amico.... ve le immaginate
voi quando, finalmente, scorsero quel
qualche cosa di nero in terra, quando lo toccarono
finalmente, quando vi lessero sopra un bel
cartello che diceva:

.. class:: center

| *ITALIEN, LIEBE, BLUT!...*
| *con contorno di patate.*      ?...

[pg!103]

L'AEROPLANO.
============

— La mamma non c'è in casa, — mi rispose
una bambina di dieci anni, restando perplessa.

— Dunque è proprio impossibile vedere questa
camera ammobiliata? — insistei io gettando
una penosissima occhiata in fondo al
pozzo delle scale. — Ritornare quassù.... al
sesto piano!...

— Veramente ci sarebbe il babbo in casa....

— C'è il babbo?!... E allora perchè mi dici
di ritornare? O il babbo o la mamma sarà lo
stesso, m'immagino!

— Oh!... non è lo stesso.... Ma passi pure,
se vuole....

La seguii per un lungo corridoio finchè entrammo
in uno stanzone mezzo buio e mezzo
illuminato, talmente zeppo d'ogni qualità di oggetti
grandi e piccoli, antichi e moderni, comuni
e rari, definibili e indefinibili, che una delle due
[pg!104]
finestre ne era per tre quarti seppellita, nè si
apriva più da chi sa quanti anni, per la fortuna
di un esercito di ragni che vi si era sicuramente
attendato.

Di dietro a un cassone (sul quale torreggiava
una fragile costruzione fatta di tasselli di legno,
di stecche da busto, paglie di sigari virginia,
molle d'orologio, padelline da candeliere, chiodi,
tasti di pianoforte, corde di violino, munita di
due grandi ali tese fatte con fil di ottone e pezzi
di camìce vecchie) sbucò, al richiamo della
bimba, una testa d'uomo.

Aveva.... Ma che serve descriverla? Era la
testa di un padreterno; anzi, più precisamente,
la testa di un padreterno del Perugino, cioè
della più buona pasta di padreterni che i pittori
abbian saputo creare.

— In che cosa posso avere l'onore di servirla? — domandò
con un altissima intonazione
diplomatica l'uomo padreterno. Uscendo di dietro
il cassone per venirmi incontro, egli s'avvide
di essere in mutande e stringendosi in
fretta alla vita il lungo camice cenerino e arrossendo
tra il soffice biancore del suo pelame:
— Voglia scusarmi, — soggiunse, — l'inventore
è un operaio!

— Ah.... perchè Lei.... è inventore?.... Mi rallegro
tanto!

[pg!105]
— Non lo sapeva?!

— Veramente....

— Allora, perchè è venuto, scusi?

— Per vedere la sua camera ammobiliata.

La fronte dell'inventore si corrugò terribilmente.
Poi parve raccogliere tutta la sua volontà
in uno sforzo supremo, e disse:

— Andiamo.

E andammo a vedere la camera ammobiliata.
Era grande, c'era aria, sole, vista di un
po' di verde: non desideravo di più.

— E.... quanto chiedono? — domandai.

Nuovo e più terribile aggrottamento di ciglia:
poi una risposta esplosiva:

— Settanta lire.

— È un'esagerazione, — diss'io, uscendo
dalla camera per andarmene. — Mi dispiace di
averla incomodata.

La piccina colse il momento per avvicinarsi
all'orecchio del padre e dirgli qualche parola.

— Facciamo sessanta, — disse lui subito,
seguendomi con un sorriso.

— È troppo!

— Consideri che noi non siamo affittacamere....
qui godrà della massima tranquillità!... Sotto
questo tetto c'è la mia famigliuola e Lei....

— Va bene, va bene; ma è troppo lo stesso.

— Facciamo cinquantacinque!

[pg!106]
— Cinquantacinque?!... Ma le pare poco?!

— Facciamo cinquanta! ecco: e non ci pensiamo
più.

— Bisogna pensarci ancora.... Perchè io cinquanta
lire non gliele posso dare....

— E allora facciamo quarantacinque!

La piccola incominciò a fare gli occhiacci al
padre.

Io, lieto di avere ottenuto già più di quello
che speravo, mi limitavo a terminare il mio discorso:

— .... non gliele posso dare, dicevo, perchè,
capirà, anch'io lavoro come Lei per un
ideale.... e il lavoro, per ora, mi vien pagato a
speranze....

— Sì eh?! Sì eh?!... — gridò divampando e
scintillando di subita commozione fraterna l'inventore. — Sì
eh?!... E allora la sua gioventù
non si dev'essere rivolta invano alla canizie
misconosciuta dell'inventore Romolo Brúscoli
Guardi! Io sono romagnolo: questa camera Lei
la pagherà trenta lire!!

La piccina gridò:

— Bada che la mamma....

— Non importa! — interruppe quel piccolo
padreterno furibondo di generosità. — Sono
romagnolo sì o no?... Questo signore deve avere
la camera per trenta lire: e basta!

[pg!107]
La piccina però non si diede per vinta:

— Adesso gridi tanto forte perchè non c'è
la mamma....

— Silenzio!! dunque! — strillò lui. — E uscite
subito di qua!

La piccina rimase lì. Io mi credei in dovere
di raccomandare al signor Romolo Brúscoli
di pensare ai casi suoi più che ai miei,
considerando che non mi piaceva affatto di provocare
discordie intestine col mio solo ingresso
in quella casa. Ma ne ebbi una sola risposta:

— Sono romagnolo!

Quando lo vidi irremovibile, pagai le mie
trenta lire e presi possesso della camera.

----

Il mio singolare padron di casa mi aveva detto,
tra le altre cose, che io avrei goduto la massima
tranquillità, non vivendo sotto quel tetto
se non io e lui con la sua famigliuola. Una simile
affermazione mi dava dunque ragione di
supporre che la sua famiglia fosse composta di
lui, della bimba, e della ignota e temuta potenza
femminina.

Ma ahimè! di quanto mi ingannavo!

Verso mezzogiorno, fui addirittura spaventato
da una improvvisa irruzione infantile, che
[pg!108]
udii imperversare nel corridoio. Aprii l'uscio
della mia camera e vidi una piccola orda arrestarsi
attonita nella penombra, aspettando che
li raggiungesse una signora piuttosto grassa e
paciona, vestita di nero, che se ne veniva pian
piano sorridendomi.

Io non riuscivo a sorridere.

— Tutti questi bei bambini?... — balbettai.

— Sono tutti fratellini miei! — gridò pronta
la piccina di prima che era venuta loro incontro
in quel momento, e prendeva il più piccolo
per mano esortandolo a non aver paura di me.

— Lei è inquilino nostro, forse? — domandò
sempre sorridendo la signora grassa. — Ci ho
tanto piacere!

— Grazie, — risposi grattandomi la testa.

— Non si dia pensiero, sa.... per questi bambini....
Perchè oggi è domenica.... Ma gli altri
giorni, sono tutti a scuola o all'asilo.

— Meno male! — esclamai: ma poi soggiunsi
subito per timore di averla urtata: — Del resto
mi devo rallegrare con Lei.... per la quantità e
per la qualità....

— Come?... come?... M'ha preso per la
mamma di questi ragazzi? I No! no!... sono
la zia!

— Sorella forse della padrona di casa....

— No! no!... per carità! non ci mancherebbe
[pg!109]
altro!... Non ho proprio niente a che fare, io,
con questa moglie qui: io ero cugina carnale
della prima moglie di Romolo!

— Ah!... cugina carnale della prima moglie
del signor Romolo?!...

— Sicuro, caro signore!

— E vive qui, anche lei.... in famiglia?

— Sicuro, caro signore!... Per mandare
avanti una casa ci vuole una donna.... che sia
una donna....

— Ah!... Perchè la padrona di casa....

— È un omaccio! signor mio.... peggio di un
omaccio.... la vedrà!

— Ma tutti questi bei ragazzi....

— Già: lei è buona a farli!... Belle forze!...
ma gli altri li devon allevare!... È un omaccio:
creda a me!... Vuol sapere una cosa? oggi è
domenica: crede che lei sia a tavola con noi?
Ma che!... Hanno offerto un banchetto con dell'altre
sfacciate a una brutta vecchiaccia che è
venuta dall'America per trappolar la gente con
le conferenze.... E così tornerà questa sera....
chi sa a che ora.... capisce?...

— È femminista, forse? — domandai.

— Ecco! vede che Lei m'ha capito subito!
In quel momento qualcuno girò con molta
energia la chiave nell'uscio di casa: ed entrò,
infatti, un giovanotto biondo, con due baffetti
[pg!110]
arricciati, molto ben pasciuto e molto ben vestito:
passò in mezzo a noi quasi senza salutare,
andò diretto a un uscio, l'aprì, entrò, e
richiuse rapidamente. Ebbi il tempo di vedere
che era entrato nella cucina.

— Quello.... — incominciò a dirmi la cugina
carnale della prima moglie del signor Romolo, — quello
sarebbe....

— Un altro parente.... a quanto pare!

— No, ma.... quasi.... Diventerà presto, via!...
È il fidanzato della figlia di Romolo.

— Di quale figlia, scusi.... Non son tutti
piccini?

— Ma no! si tratta del sangue di quell'anima
santa della prima moglie!

— Ah! ho capito!... ci sono qui in casa anche
i figli del primo letto....

— Eh! ormai.... — esclamò malinconicamente
la signora — .... una è monaca, l'altra è maritata....
viene qui giusto la domenica a mangiare
un boccone con noi.... In casa non c'è rimasta
altro che questa creatura di vent'anni.... buona
sa, buona come un angelo.... e brava per la
casa.... uh! non esce mai.... sempre a lavorare
dalla mattina alla sera!

— E.... sposerà presto?

— Mah!... — e qui un sospiretto: — Chi lo
sa? Questo fiorentino è un bel ragazzo.... ma non
[pg!111]
ha impiego.... Sarà un anno che lo cerca e non
lo trova.... Intanto mangia qui con noi....

— Per bacco! Ma questo è un refettorio!

Qui fummo interrotti da un rumore di colluttazione
e di ingiurie che veniva dalla cucina.
La porta si aprì impetuosamente e apparve una
graziosa figurina bionda, rabbuffata e spaventata
che, senza vederci, gridò:

— Papà!

Immediatamente il grido fu ripetuto da
tutti i ragazzi, che uscirono in frotta dalla
stanza vicina alla mia.

— Ah! chiami papà! — gridò il bel giovinotto
rincorrendo la ragazza. — Sai che paura?!
To'!... te ne dò un altro! — e, prima ancora
di dirlo, le aveva già allungato un ceffone sonorissimo,
ed era rientrato in cucina, mentre
l'inventore accorreva dal suo laboratorio.

Io avevo cacciato fuori tanto d'occhi; ma la
signora con la quale conversavo me li fece
rientrare subito dicendomi, senza scomporsi
affatto:

— Le solite cose da innamorati.... signore mio!

Intanto l'inventore, cui la fretta e la commozione
avevano sconvolto le sembianze, e résele
ora piuttosto raffaellesche che peruginesche,
era corso ad abbracciare con gran delicatezza
il capo biondo della figlia, e stringendosi il
[pg!112]
visetto infocato e lacrimoso contro il petto,
le diceva con tenerezza materna:

— Ninny! piccina mia! dillo a papà tuo
che cos'è stato.... t'ha picchiato quel cattivo....
eh?... ancora?... Ma perchè?... Ma che cosa
vuole?!... che cosa gli dobbiamo fare di più?...
La bontà e la pazienza dovranno pure avere
un limite!... Non ci pensa lui che io son romagnolo!!

— Romagnolo?! — ruggì di dentro il giovanotto,
e poi continuò spalancando l'uscio di
cucina: — *Icchè* la mi vorrebbe fare? sentiamo
un poco!

— Per l'amor di Dio, babbino mio! Sii buono!
non gli rispondere! — gridò la giovanetta aggrappandosi
al padre e baciandolo. Come a un
segnale dato, i sei bambini si attaccarono per di
dietro al camice dell'inventore, strappandone
al primo impeto tre bottoni.

— Mettervi alla porta! — gridò rinculando
il vecchio, tutto bianco come il suo pelo. — Mettervi
alla porta! Sarebbe ora!

Questa volta la paciona mia interlocutrice
aveva creduto bene di muoversi: era andata
a prendere il bel giovanotto sotto braccio e,
stringendoselo con visibile soddisfazione al
fianco, lo trascinava dentro la cucina dicendogli: — Su!
via, Ettorino!... non vedi che c'è
[pg!113]
gente?... Lascialo dire: adesso si va a tavola,
e lì finisce tutto, lo sai! Guardiamo piuttosto
che non si bruci l'abbacchio!

— È inutile! piccina mia, è inutile! — ripeteva
l'inventore tirato sempre più indietro
dalla sua progenie, fin nel fondo del corridoio. — È
inutile! tanto un giorno ci si dovrà
venire!...

— No! credi, papà! è così nervoso Ettore;
ma in fondo non è cattivo.... mi vuol tanto
bene....

— Ci si dovrà venire! piccina mia. Son romagnolo!...
Che non ti metta più le mani addosso!
che non te le metta! se no.... non parlo
più.... faccio!!

Il bel giovanotto che stava per infilarsi nella
bocca due lunghissimi maccheroni, forse per
giudicar della cottura, sospese l'operazione e
commentò:

— «Faccio»?! Per me, facciamo pure!...
basta che *un* si faccia a cornate, se no *un* ce
la posso!! — e così detto, ingoiò i due maccheroni.
La signora che gli stava vicino soffocò
una risata, e dandogli con la mano sulla nuca, gli
susurrò un amichevole: — Vassallone! — e poi
finì di rigirare l'abbacchio dentro il tegame.

— Che cosa ha detto? — gridò l'inventore
laggiù dalla soglia del suo stanzone.

[pg!114]
— Niente, niente.... parlava con la zia! — si
affrettò a dire la fanciulla.

— Che cosa ha detto? — ripetè più forte
l'inventore; ma un'ultima vigorosissima tirata
della sua prole lo fece scomparire dentro l'uscio
dello stanzone.

Stavo per rientrare nella mia camera, credendo
che lo spettacolo fosse finito, quando
suonò il campanello. Un po' per cortesia, un
po' per curiosità, trovandomi a un passo dall'uscio
di casa, aprii.

Feci appena in tempo a scansarmi, che la
porta fu spalancata con impeto e un uomo
basso e moro, coi capelli piuttosto lunghi, un
gran cappellone da pittore, un fiasco di vino
in mano, una salute invidiabile, entrò ballonzolando
sull'aria della *Bohème*; Tra là laralalà....
lalà lalà lalà..... là laralalà....

Dietro lui veniva ansando, con un grosso
poppante addormentato sulle braccia, una donna
molto giovane, vestita modestissimamente, e
così somigliante alla bionda e pallida Ninny,
che subito riconobbi in lei quella tal figlia maritata
di cui la signora grassa m'aveva parlato.
Era il supplemento domenicale della famigliuola.

Non curandosi affatto della mia insolita persona,
nè dei saluti che gli venivano dalla cucina,
[pg!115]
il rubicondo Marcello fece tutto il corridoio
a passo di danza cantando il suo pezzo
favorito. Quando fu in fondo si fermò, tese il
braccio che teneva il fiasco, e gridò:

— Oggi pago da bere io.

— Vôl piovere! — fece il bel giovanotto
dalla cucina.

— Ti vanno bene gli affari, Aristide? — domandò
la grassa signora aiutando il prode Ettore
a scolare i maccheroni.

— Benone! sora Matilde: parto per l'America! — gridò
l'allegro Aristide. — Vi levo l'incomodo;
siete contenti?

— Sempre una nuova! — disse scoppiando
a ridere la signora Matilde, e rise anche Ettore
e anche la piccola e pallida moglie.

Credendo di avere assistito anche alla farsa,
mi parve giunta l'ora di chiudermi in quella
mia camera, dove, secondo il buon inventore,
avrei dovuto godere una pace quasi claustrale.

Dopo un'ora, sentivo procedere il pranzo
con un così crescente bonumore, che dovetti
chiudere il mio libro e uscirmene di casa disperato.

[pg!116]

----

La notte ritornando verso il tocco, giunto
su all'uscio di casa, mi trovai dinanzi il dorso
di una persona, la quale si sforzava d'infilare
la chiave, e non ci riusciva. Esaminai lo sconosciuto
alla luce del mio cerino. Era un alto
signore tutto impomatato, emanante un acutissimo
profumo di violetta da pochi soldi, con
piccoli baffetti e mosca sul mento; portava
una *redingote* di vecchio taglio, delle scarpe lucentissime
ma crepate, una mezza tuba alla
francese grave d'unto, una camicia inamidata
ma sgualcita: era paonazzo in volto, e soffiava,
e ad ogni tentativo fallito ringhiava la fatidica
parola di Cambronne.

Non tardai a riconoscere un francese ubriaco e
pensai: questo signore certo ha sbagliato uscio.

— *Qu'est-ce que voi vulete?* — mi chiese
quando si avvide di me: e io credendo di illuminarlo,
subito:

— *Entrer chez moi, monsieur!*

Ma lui, senza l'ombra della meraviglia:

— *Mais très bien!! alors vous m'ouvrirez
cette cochonne de porte!*

— *Hein? vous logez ici?! Vous aussi? En
êtes-vous sûr?*

[pg!117]
— *Monsieur!!* — esclamò il francese facendo
un passo addietro, e chiudendosi nella sua
*redingote* con un gesto da padrone delle ferriere: — *J'ai
bu du veritable Pernod, en tous
cas: pas de la grappa ou de ces cochonneries
anglaises!!* — e porgendomi la sua chiave con
schematica compitezza: — *Voyez vous-même!*

Io presi la chiave, e, per essere ancora più
sicuro, anzi che confrontarla con la mia, la infilai
addirittura nella toppa: se la sua chiave
apriva, era chiaro che quel signore aveva il
medesimo diritto che avevo io, di entrare.

E la chiave infatti aprì.

Quando fummo dentro, il francese, appoggiandosi
con le spalle al muro, cercò nella
tasca interna un biglietto di visita e me lo
offrì. Io glie lo ricambiai, poi aprii lentamente
l'uscio della mia camera. Il francese attaccò
con molta cura il cappello e la *redingote* ad
un attaccapanni, e poi entrò nella cucina augurandomi
la buona notte.

Guardai il suo biglietto; c'era sopra tanto di
corona comitale e sotto: *Ingénieur Alphonse
Leroy, Paris.*

Dopo una mezz'ora, volli andare a prendere
dell'acqua fresca in cucina, e lo vidi raggomitolato
sopra una branduccia da bambini, che
russava profondamente.

[pg!118]

----

Una giornata, sebbene piuttosto laboriosa
come avete veduto, non era tuttavia bastata neppure
a farmi conoscere di vista tutte le persone
che componevano quella che il buon inventore,
con commovente eufemismo, chiamava la sua
famigliuola. Infatti mi mancava ancora la moglie,
che conoscevo soltanto attraverso le minaccevoli
parole della piccola figlia decenne e
le poco delicate allusioni della signora Matilde
e del bel fidanzato.

La mattina dopo, appena alzato dal letto,
la lacuna mi fu colmata. La signora Brúscoli
venne a farmi una visita. Era una signora vicina
alla quarantina; non bella, ma di modi
spigliati e garbati: era già vestita da fuori, in
procinto di uscire.

Vidi che mi guardò prima di tutto da capo
a piedi e certamente formulò un rapido giudizio
sulla mia persona: giudizio benevolo,
perchè aumentò subito i suoi sorrisi, e mi
disse:

— Scusi se le parlo francamente: ho la
grande disgrazia di avere per marito un imbecille....

— Oh!...

[pg!119]
— Sì, sì! un imbecille. Lei che ha l'aspetto
di una persona d'ingegno....

— Grazie!

— Io sono franca!... Lei dando uno sguardo
a questa casa, si accorgerà subito che è la
casa di un imbecille!... E Lei non sa tutto!...
Oh! se sapesse tutto!...

Ci fu una pausa dopo la quale la signora
riprese:

— Per colpa di quest'uomo, io mi trovo costretta
a farle ora una parte antipatica.... la
prima volta che ho il piacere di vederla e di
conoscerla....

Capii subito di che si trattava: bisognava
modificare il mio piccolo contratto d'affitto, in
barba ai romagnoli propositi del buon inventore.
Pur riconoscendo in parte la giustezza
delle sue pretese, credetti di doverle far notare
che quella camera non rispondeva in tutto
ai miei desideri....

— Di chi la colpa? — gridò la signora Brúscoli. — Di
chi la colpa?... sempre di quell'imbecille
di mio marito, che ha trasformato questa
casa in un albergo dei poveri, in una
succursale della Congregazione di Carità!...
Ah!... non mi ci faccia pensare.... non mi faccia
ricordare.... altrimenti divento furiosa, non
capisco più quel che faccio!... Ma non sa Lei
[pg!120]
che mio marito era ricco.... ricco quando l'ho
sposato io!... Già, se non fosse stato ricco non
l'avrei sposato: mi piace dir le cose come
stanno!... Ebbene: s'è fatto mangiare tutto!
tutto! capisce?... e anche adesso che non c'è
più niente, dobbiamo mantenere la bellezza di
quattro persone inutili!... Dico dobbiamo mantenere,
perchè io guadagno, sa? sono redattore-capo
dell'*Avvenire Femminista*!

— Ah!

— Lei non è femminista?

— Già.... io veramente non.....

— Mi dia la mano! Anch'io ci credo poco
al femminismo.... ma pàgano, e anche abbastanza
bene. E io vendo la mia penna.... come
un uomo!

— Non si potrebbe essere più femminista
di così!

La signora rise, mettendo in mostra due file
di denti un po' disordinati, ma bianchi. E poi
continuò:

— .... E così, dicevo, manteniamo la bellezza
di quattro persone! Le pare che ci sia
del cervello, quando si è in nove in famiglia,
e di questi tempi! con sei figli piccoli, che bene
o male dovranno pur crescere!... Eppure è
così: manteniamo quattro persone: quanto a
Matilde, meno male, fa le faccende di casa....
[pg!121]
io non saprei, nè potrei, occuparmi della casa...
L'ingegner Leroy, quello.... è un caso speciale....
È un signore tanto fine, tanto cortese,
un vero signore!... Ha perduto tutto al gioco
e, un giorno, è venuto, poveretto, a offrire i
suoi servigi al nostro giornale. Non può credere
l'impressione che ci ha fatto! Ho pensato
che, essendo ingegnere, poteva essere utile a
mio marito.... e infatti mio marito ne è stato
contentissimo.... contentissimo proprio!!... — aggiunse
ridendo; e poi riprese con impeto. — Ma
io domando per quale ragione dobbiamo
dar da mangiare al fidanzato della mia figliastra!
Me lo sa dire Lei perchè?

— Io no davvero, signora mia!

— Ma non basta: adesso, dopo il fatto di
ieri sera, ci rimarrà sulle spalle anche la figliastra
maritata, vedrà!...

— Quale fatto, scusi?

— Non c'era Lei?... Non c'ero nemmeno io.
Ma è presto raccontato. Badi che è graziosa!
da far ridere anche la luna! Ieri, a metà del
pranzo, quel pazzo del marito si è alzato, e ha
detto: «Sono le tre: è giunta l'ora di partire
per l'America! bevete alla mia salute come io
bevo alla vostra!» Tutti si son messi a ridere.
Sono abituati alle sue buffonate: anzi, per stare
meglio allo scherzo, dice che tutti l'hanno abbracciato
[pg!122]
e baciato com'egli pretendeva, e
l'hanno lasciato uscire aspettandosi chi sa quale
lieta sorpresa. Sa quale è stata questa sorpresa?
È stata che non s'è più visto!

— Per Bacco!

— Capisce?!... Se lo scherzo dura, avremo
sulle spalle la moglie e il pupo. E allora mi
deciderò una buona volta a far qualche cosa
di bello anch'io: me ne anderò via di casa!...
Del resto l'ho già detto a mio marito: o via
lei, o via io. Scelga lui: io sono stufa.

— Speriamo che le cose si accomodino....

— Mi scusi, eh? signore mio.... non so perchè
ma.... ho sentito il bisogno di sfogarmi un
poco con una persona capace di capirmi....

Il discorso ritornò sul prezzo della camera:
aggiunsi quindici lire, riservandomi però di
andarmene anche dentro il mese stesso, se la
camera avesse continuato ad esser tranquilla
come in quel primo giorno.

----

Quella camera era senza dubbio la meno
propizia di tutta Roma per i miei studi, ma pure
non trovai mai la strada per uscirmene.

C'era tanta vita intorno a quelle mie quattro
mura! Quante cose imparavo ogni volta che
[pg!123]
chiudevo un libro, rabbioso di non poterlo
leggere, e mi mettevo ad ascoltare le voci innumerevoli
di quella casa!

Quanto era buono quel povero inventore!
Bisognava vederlo alle prese con quei suoi infernali
bambini, per giudicare della sua pazienza
e del suo cuore. Dopo aver perduto una intera
giornata ad accomodare qualche suo modello,
tolto mezzo fracassato dalle loro mani vandaliche,
era capacissimo di vegliare qualche ora
per fabbricar loro un nuovo giocattolo destinato
a divertirli la prossima domenica.

— In fondo, creda pure che son buoni, — mi
diceva quando inorridivo per la sorte di
quei suoi poveri modelli. — Vede? guardi l'aeroplano:
non me lo toccano più!...

E l'aeroplano infatti non lo toccavano più....
da quando l'ingegner Leroy li aveva avvertiti
che avrebbe tagliato un orecchio a chiunque
avesse osato toccarlo.

Quanta mite potenza d'amore era nascosta in
quelle quasi comiche sembianze di padreterno,
che m'avevano fatto ridere il primo giorno!
In certi momenti, io arrivavo a sentire ora,
per lui, quasi un attaccamento figliale; sentivo
il contagio della sua grande bontà impadronirsi
di me, come una vertigine. Perdevo delle intere
giornate a lasciarmi spiegare le sue invenzioni
[pg!124]
perchè ciò gli faceva un gran bene;
lo accompagnavo nei suoi tentativi quotidiani,
e quotidianamente infruttuosi, per collocare i
suoi ritrovati, e lo sostenevo, se bene inutilmente,
di consigli e di argomenti. Avevo perfino
trovato per lui, in fondo a me stesso, delle
recondite e insospettate qualità di brigatore,
tanto bramavo di dare a quella canizie misconosciuta,
come la chiamava lui, la gioia di un
piccolo trionfo!

Ma che! tutte le sue invenzioni o erano poco
interessanti, o erano troppo imperfette, o erano
impratiche per il gran costo, o erano inutili,
o, nel miglior caso, erano già state inventate
da altri.

Una vera disperazione!... per me, badate
bene: non già per lui!

Egli sosteneva impavido le più ironiche, le più
atroci critiche; e ad ogni sconfitta nuova, concludeva
invariabilmente: — Non tutte le ciambelle
posson venir col buco, si sa! Io ce l'ho
la mia ciambella col buco sicuro: è l'aeroplano.
Appena Leroy avrà terminato gli studi per il
motore, troveremo i danari per andare a Parigi
insieme, e tornerò ricco!...

Per un mese si era vissuti in quella casa
in una specie di sospensione: quel bel tipo del
signor Aristide non s'era fatto più vivo, e la
[pg!125]
povera moglie, sfinita dalle veglie penose e
dall'allattamento, non si riconosceva più. Tuttavia
si sperava ancora di rivederlo da un momento
all'altro.

Pendeva ancora sul capo del povero inventore
la minaccia della moglie: «O fuori lei, o
fuori io!». E quella non era donna da minacciare
invano.

Ma che cosa avrebbe potuto fare quella povera
figlia sua, debole, affranta, con un bimbo
al petto, senza un'arte.... Come pagarle una
camera ammobiliata altrove? Non era più semplice
dare un posticino anche a lei dentro quella
casa, e dividere per tredici quello che fino allora
s'era diviso per dodici? Così la pensava
lui: ma la moglie non si smoveva: «O fuori lei,
o fuori io!»

Si andò avanti discutendo fino al giorno in
cui arrivò dalla Prefettura una comunicazione
che riguardava il signor Aristide. Egli si era
veramente imbarcato a Napoli per l'America:
erano mancati gli estremi per arrestarlo possedendo
egli tutte le carte in regola e dichiarando
di aver affidata la moglie alla famiglia
paterna, questa consenziente.

Infatti era verissimo!!

La tempesta si scatenò.

Fu tutto inutile quello che tentai di dire e
[pg!126]
di fare in quella triste sera. La signora Brúscoli
fece nella notte stessa il suo baule e la
mattina alle sei lasciò la casa.

Il disgraziato si mise a piangere come un
bambino.

----

Tre giorni dopo la signora Matilde, che era
già cresciuta di qualche chilo dal piacere d'esser
rimasta padrona del campo, venne a cercarmi,
tutta felice, come se portasse la più lieta
novella di questo mondo:

— Avevo ragione sì o no, io?! Da quando
se n'è andata quella sfacciata, l'ingegnere non
dorme più qui.... son tre notti. Mi pare chiaro!
che cosa ne dice Lei?

— Io?!... Ma io non dico niente, cara signora
Matilde!

— E intanto quello stupido di Romolo non
ci crede! — continuava la signora Matilde. — Io
dico che non ci crederebbe nemmeno
se ce li trovasse! Capisce che fortune capitano
a certe donne!... Col povero marito
mio, buon'anima, ogni volta che mi provavo
a parlare con un par di calzoni, erano schiaffi
garantiti!...

Io evitavo il discorso, anzi mi ostinavo a far
[pg!127]
le viste di non crederci, ma pur troppo da un
pezzo m'ero accorto di quella tresca e ne avevo
ora le più certe prove.

L'ingegnere veniva tranquillamente a casa
ogni mattina verso le dieci e andava diretto
allo stanzone. Se ci trovava il vecchio gli gridava
il suo solito: — Bon giorno, *camarade*!
Avete voi un sigaro?

Il vecchio si cercava nel taschino alto del
panciotto e glie ne dava uno o mezzo: quello
che trovava; poi cercava in fretta il cappello
e usciva di casa.

Allora l'ingegnere si metteva a lavorar di
numeri e a disegnare con insolito accanimento.

— Quanto tempo vi manca per finire il disegno
del motore? — gli volli chiedere.

— Peuh! una *quinzina* di giorni al *maximo*.

— Ma perchè non avete più scritto alla Casa
Brioche come avevate promesso?

— Oh! inutile! impossibile!

— Come?! tutte le vostre speranze....? le vostre
aderenze....?

— Niente! niente! inutile!

— Ma perchè?

— *Pas d'argent! monsieur!* fallimento vicino!

— La casa Brioche va male?! ne parlavate
come della migliore casa di Parigi!?

[pg!128]
— *Je suis sans appuis, monsieur!*

— Come? adesso non avete più aderenze?!

— *C'est désolant, c'est désespérant, c'est tragique!
mais enfin c'est ainsi!*

— Come? ma voi parlate sul serio?

— Sì, signore! bisognerà che io *quitti* questa
casa, *ou j'ai reçu tant de caresses*, bisognerà
che io trovi da guadagnare mia vita:
*voyez! je laisserai* al signor Brúscoli i disegni
del mio motore, per ricompensarlo della sua
generosità....

Tentai di risollevare le sue speranze, ma fu
inutile: egli aveva improvvisamente dimenticato
l'arte di sognare marenghi, che gli era
stata così propria fino a pochi giorni prima.
Pensando che si trattasse di una passeggera
sfiducia, mi riservai di ritornare alla carica il
giorno dopo. Ma il giorno dopo Leroy non tornò.

Prima di sera tutto il casamento sapeva che
era scappato in Francia con la moglie dell'inventore.

----

Per quindici giorni il pover uomo non parlò
più, non uscì più dal suo stanzone, e quasi
non mangiò più. Io riuscii miracolosamente a
scovare uno dei molti suoi vecchi debitori, e
[pg!129]
a cavargli cento lire: cento lire che finirono
tutte in cucina dove la signora Matilde non
smise mai di ridere, e il biondo Ettorino picchiò
e mangiò sempre di più, e la povera Ninny
le prese e faticò, sempre più affezionata e paziente.

Quanto alla povera figlia maritata, s'era messa
a letto con la febbre e col suo piccino, e aspettava
per ore e ore che qualcuno si ricordasse
di lei.

L'orda fanciullesca, già in vacanze estive,
era padrona della casa. Lo stanzone era stato
messo letteralmente a soqquadro. Il vecchio
non sentiva e non vedeva nulla: per puro miracolo
l'aeroplano stesso non aveva fatto la
fine del resto.

E così passarono i primi quindici giorni; ma
si sa, che l'anima umana è come il fiume:
presto o tardi ritrova il suo vecchio letto.... e
così, a poco a poco, lentissimamente, l'anima di
quel pover uomo ritrovò le sue vecchie orme
e s'incamminò di nuovo per i sentieri della sua
dolce e rassegnata bontà.

Incominciò col dedicarsi tutto a guarire la
sua figlia malata, e vi riuscì. Il giorno che la
vide rialzarsi sorrise per la prima volta. Poi
ricominciò a interessarsi ai giochi dei bambini,
poi riaprì qualche libro del Flammarion, riscartabellò
[pg!130]
i suoi appunti, risorrise al suo povero
aeroplano come a un amico che ritorna allora
dopo una lunga assenza, ricominciò a passar
la mattinata cercando quattrini per mare e per
terra, e i pomeriggi accomodando i suoi modelli
sfasciati; ricominciò a carezzare la sua
Ninny ad ogni schiaffo che le dava il fidanzato
e a minacciare sempre di diventar romagnolo
e ad accomodare i giocattoli rotti ai piccini,
e a inventarne uno nuovo ogni domenica per
farli stare allegri; e finalmente ricominciò a
sperare.... a sperare nella bontà dei suoi diabolici
bambini, a sperare nel ritorno del suo
genero, a sperare nel matrimonio della sua
Ninny, a sperare nel suo aeroplano, nella ricchezza,
nella gloria! a sperare in tutte le cose,
nelle quali aveva così pazientemente sperato
prima della sua ora tragica....

Una mattina di domenica mentre parlava con
me e cullava il suo nipotino sulle braccia, passeggiando
tra gl'ingombri del suo stanzone,
gli arrivò una lettera raccomandata, che veniva
da Parigi. Posò il bimbo nella sua cesta, inforcò
gli occhiali, esaminò la busta; ebbe un
sussulto: portava la intestazione della casa di
aeroplani Brioche. L'indirizzo era scritto a
macchina. Ruppe la busta e incominciò a leggere,
tremando da capo a piedi. Alle prime parole
[pg!131]
il volto gli si inondò di rossore e gridò: — L'aeroplano!...
è piaciuto!... è accettato,
amico mio! lo costruiscono!... ah! io impazzisco
dalla felicità!!

— Per Bacco!! — gridai fulminato dalla maraviglia;
e stavo già per alzarmi e abbracciarlo,
quando il suo viso a un tratto si oscurò: fissò
la carta per un momento tutto raccolto in un
pensiero penoso, poi parve riguardare meglio;
voltata la pagina, impallidì ad un tratto come
se dovesse mancare; poi si riprese, lesse; finalmente
atteggiò la bocca a una smorfia di dolore
e di disprezzo, e mi porse la lettera.

— Legga pure.

Era una breve lettera scritta a macchina, in
italiano, firmata dall'ingegnere Leroy, seguita
da qualche riga scritta a mano e firmata con
una sigla a me sconosciuta.

La lettera diceva:

   | «*Egregio signor Brúscoli,*

«Il nostro aeroplano è piaciuto alla Casa
Brioche. La Casa ne ha ordinata immediatamente
la costruzione. Tra dieci giorni i pezzi
dovranno essere pronti per il montaggio. La
vostra presenza sarebbe utilissima. Procurate
di venire qua al più presto possibile, anche
nell'interesse vostro, perchè sebbene per ragioni
[pg!132]
di opportunità abbia brevettato l'aeroplano
col mio solo nome, intendo riconoscere la
parte che voi avete avuto in questa invenzione.

«La vostra signora, che si trova presentemente
in Parigi, si unisce a me nel pregarvi,
nell'interesse vostro e della vostra famiglia
di venir subito.

«Vi saluto cordialmente.

.. class:: right

| «Ing. :small-caps:`Leroy`».

La lettera, come vedete, era un miracolo di
sottigliezza.

Ma a compire il miracolo l'ex redattrice dell'*Avvenire
femminista* aveva vergato di suo
pugno queste impagabili quattro righe:

   «Che te ne pare, Romolino mio, ho saputo
   o non ho saputo lavorare per il tuo bene?!
   Vieni subito qua! Imparerai un po' a vivere!

   «Meglio tardi che mai!»

Alzai gli occhi a lui, che mi era rimasto
dritto e fermo lì davanti come una statua; il
suo viso era lo specchio di quella lettera comica
e tragica: non si riusciva a capire se piangesse
o ridesse.

Ci guardammo lungamente senza parlare.

[pg!133]

----

Quando, a un tratto, si precipitarono nello
stanzone i sei ragazzi che ritornavano allora
dalla messa con la signora Matilde:

— Il giocattolo, papà! — Il giocattolo della
domenica. — Che ci hai preparato, papà?! — Che
cosa ci dai? — Il giocattolo! — Il giocattolo!

— Il giocattolo?... — mormorò come un'eco la
voce del vecchio. Ma, all'improvviso, incominciò
a saltare, piangendo e ridendo, come se
qualcuno lo prendesse a frustate, e a gridare:

— E perchè no? E perchè no? Ma sicuro!...
Ma sicuro che ce l'ho il giocattolo!... Eccolo
qua!... Eccolo qua, per Dio! il giocattolo della
domenica.... Gridate subito: «Evviva l'inventore
Romolo Brúscoli!»

I ragazzi non se lo fecero dire due volte e
con sestuplice stonatura ripeterono a squarciatimpani:

— Evviva l'inventore Romolo Brúscoliiiiii!!!

— Tenete e divertitevi! — gridò piangendo
il vecchio. E, su quelle dodici mani rapaci,
gettò dolcemente il suo povero aeroplano.

[pg!135]

LA DONNA-RAGNO.
===============

«Favorischino, favorischino, signori, senza
timore alcuno! Non si può lasciare questa
fiera mondiale senza avere ammirato la meraviglia
scientifica del secolo ventesimo, la donna-ragno
vivente e parlante, come dimostra la
fotografia qui esposta al rispettabile pubblico.
Testa di donna avvenentissima, corpo di ragno
al naturale! Si sincerino se non credono con la
meschina moneta di quattro soldi! La verità è
luce e non si può negare, nè tampoco falsare!
Si nutre esclusivamente di mosche vive: assisteranno
al suo pasto! La più grande meraviglia
medica del secolo!! Questa è l'ultima infornata,
poi si chiude, e domani si parte per
l'America....»

— Senti, Peppino? domani partono per l'America,
bisogna vederla.... oramai ne hai spesi
tanti!...

[pg!136]
Appunto perchè ne aveva spesi tanti, il bel
Peppino, tutto lustro e lieto nella sua fresca
uniforme di cavalleria Piemonte Reale, non
pareva avesse troppa voglia di spenderne altri.
Così, si cercava l'orologio nella tasca dei pantaloni,
e tentennava; ma la sua Armida lo guardava
in un certo modo che sapeva lei, un modo
proprio da tentare un santo, sì che quando a
Peppino cascarono gli occhi su quel viso, invece
di cavar fuori l'orologio, cavò fuori lesto
il portamonete e ci guardò dentro per vedere
quanti glie n'eran rimasti. Quella benedetta
fiera l'aveva rovinato. Quasi tutte, le dieci lire
che si era messo in tasca uscendo dal quartiere
erano svanite come fumo. Sfido io: avevano
voluto vedere il circo equestre nei secondi
posti, il serraglio nei primi, poi i cavalli nani
e sapienti, poi avevan voluto andare sull'altalena
e anche sul carosello degli aeroplani, e
alla fine avevan buttato via anche due lire alla
Pesca Reale senza vincere nemmeno uno stuzzicadenti....
Troppo giusto! come si fa a tentare
il giuoco quando si è così fortunati in amore?...
Ma intanto i quattrini erano andati: e anche
quelli erano stati tolti dal gruzzoletto messo
da parte per sposare la sua bella Armida appena
congedato.... Se seguitava così, che sposalizio
magro, mamma mia!

[pg!137]
Però tutte queste cose le pensò soltanto; e
le pensò di sfuggita, quasi di nascosto, e diventandone
tutto rosso, mentre col braccio già infilato
nel braccio di Armida, saliva gli scalini di
legno del baraccone e comprava i due biglietti
per entrare. Un gruppo di donne anziane, sporche,
trippute e urlone, esclamò al loro passaggio:
«Questa si chiama una bella coppia! Se
ne vede poche così a questi tempi!» Peppino
udì, e per la gran contentezza invece di due
monetine da venti centesimi diede al bigliettaio,
ahimè! un nichelino e una lira: la penultima
che avesse in tasca. Poi scomparve dietro una
tenda di velluto rosso frangiata d'oro, superando,
quasi, l'inverosimile rumore del grande
organo con lo sbatacchío ferreo del suo squadrone.

Dentro c'era ancora pochissima gente, sì che
Peppino e Armida poterono appoggiare i loro
gomiti alla balaustrata di legno quasi dinanzi
alla «maraviglia scientifica del secolo ventesimo».
Veramente Peppino ne appoggiò uno
solo di gomiti, poichè l'occasione gli parve
propizia per allungare dolcemente la sua destra
sulla cintola di Armida. Crepassero pure
d'invidia quelli che sarebber venuti dietro!

I due innamorati guardarono per un minuto
il fenomeno, tutti due a bocca aperta; ma a
[pg!138]
un tratto Armida, stringendosi tutta al suo
Pappino, esclamò forte:

— Che mostro, Madonna mia! Nel ritratto il
viso è meglio!

Il fenomeno girò gli occhi rapidamente verso
loro; ma poi subito li abbassò sui loro piedi
e li tenne fissi lì con un'espressione bestiale
e distratta.

— Fortuna — fece Peppino — che chi sa di
che paese è!... Ma non si dicono così forte
queste cose. Si passa per quello che non siamo.
È vergogna!

— Accidempoli! — ribattè Armida con dispetto, — che
rimprovero serio!... O che per
caso ti saresti innamorato di quel bel parrucchino?!

La povera creatura semiumana che essi guardavano
con uguale maraviglia, ma lui con una
sincera pietà, lei con un ribrezzo suo malgrado
un po' cattivo, era esposta sopra una rete di
cordoncino intelaiata; e certo doveva essere
stato un esperto sebbene volgare conoscitore
del cuore umano, colui che le aveva camuffato
da enorme tarantola il corpiciattolo nano
e privo di arti, sbizzarrendosi poi ad abbellire
la sua grossa testa senza sesso nè età a furia
di belletto, di pennello, nonchè di pettinucci
brillantati e di nastri di raso sparsi a profusione
[pg!139]
sopra una morbida e inanellata parrucca
bionda.

Forse appunto di qui nasceva la diversità di
commozione nei due giovani cuori di Peppino
e di Armida. Lui, come più esperimentato al
dolore e résogli lo sguardo profondo dalla recente
quotidiana dimestichezza con la morte
laggiù nelle spiaggie libiche, sapeva intuire
quanto di tragico si nascondesse sotto quella
volgare civetteria da trivio imposta a un miserabile
piccolo otre vivente, senza braccia, senza
gambe, senza parola forse, senza volontà, senza
difesa, senza protezione, maneggiato a suo
grado da un qualche bestiale padrone. Armida,
leggera e superbetta, schiva d'ogni ricercatezza
perchè sicura d'esser molto bella, sentiva, sia
pure contro sua voglia, di fronte a quella disgraziata
creatura, quasi un po' di quel pungente
disprezzo che le faceva esclamare ad ogni
passo, per via: «Guarda un po' quella, Peppino!
Che se la metterà a fare tanta vernice
sul viso? Brutta è, e brutta rimane!»

Ora, se Peppino fosse stato altrettanto saggio
quanto era buono di cuore, si sarebbe accontentato
di osservare silenziosamente lo stato
d'animo della sua amata, approfittandone per
darsi in segreto qualche consiglio utile; per
esempio: «All'erta, Peppino! la donna se non
[pg!140]
ama odia: inutile tentare di insegnarle altri
sentimenti intermedi: godi, assapora, centellina
la felicità d'essere amato, e preoccupati soltanto
di farle durare il più possibile l'amore
per te. Finchè dura quello sei un re: se finisce
quello, Peppino mio, sei fritto».

Ma siccome Peppino non era un saggio, non
sapeva chiudersi in un filosofico silenzio di
fronte alle poco cristiane espressioni della sua
Armida; non poteva ammettere che la donna
da lui tanto amata avesse poi sentimenti e pensieri
così diversi dai suoi; non sapeva farsi una
ragione che quella stessa «bocchina di fravola»
fosse tanto tenera per lui, tanto dura per tutto
il resto del mondo. E così, quando la sentì
uscirsene in quella insolente e stupida frase,
e sopratutto quando vide il povero fenomeno
alzar d'un tratto gli occhi e questa volta arrossire,
dimostrando d'aver assai ben capito
l'italiano, allora il buon Peppino non si potè
più trattenere:

— Sei cattiva! — disse ad Armida — ma
cattiva proprio come io non me lo credevo mai!
Ecco: bisognava che te lo dicessi, tanto a tenersele
in corpo le cose è peggio.... Nemmeno
il gran Senusso, io dico, se gli mettessero
avanti una cosa così!... E pensare che io ci
piangerei! Sì: perchè ti vien la vertigine se
[pg!141]
ci pensi un poco.... a essere in cima a un monte
di felicità come siam noi, che ci abbiamo salute
da vendere, e forza, e siam fatti come Dio comanda,
e ci vogliamo un bene da morire, e tra
settantacinque giorni ci sposiamo.... e poi invece
ci abbiano a essere certi figli di Dio lo stesso,
che devon vivere peggio delle bestie, buttati
là come spazzatura, e tutti i mali del mondo
addosso a loro, senza potersi difendere, senza
potere scappare, macchè! senza nemmeno un
braccio per potersi levar dal mondo e finir di
patire!... E che ti credi? Uno nasce certe volte
fatto come noi, nè più nè meno, e un bel
giorno, innocente ancora, senza saper perchè,
si ritrova che non è più nè uomo, nè donna,
nè bestia: un pezzo di carne che vive!... Ti
ricordi, Armida, di Felícita?... Ti ricordi di
quando s'aveva io sei anni e tu cinque, e si
giuocava sempre nel tuo orto e si metteva
paura al porco e quello si cacciava tra i pomidori,
eh?... e la povera mamma tua bon'anima
ci faceva vedere il manico della granata dalla
finestra.... eppure, sembra impossibile, ci si voleva
bene fin d'allora.... pareva si sapesse quel
che doveva succedere dopo dieci anni!... Ma!...
torniamo al discorso: te ne ricordi, Armida,
di quella povera Felícita?... tanto buona, tanto
carina, la testa tutta riccioli neri, che giuocava
[pg!142]
sempre con noi? cert'occhi che facevan lume!
Era nata lo stesso anno, lo stesso mese, quasi
lo stesso giorno che te, a tre passi da casa
tua.... vi pigliavano tutti per sorelle gemelle.
Ti ricordi la paura che aveva delle mosche e
dei mosconi, e noi si canzonava sempre?... Ebbene:
come fu?... Un giorno la misero a letto, eh?
Noi andavamo sotto le finestre di casa sua e
dicevamo: «E Felícita?» — «È malata,» ci
rispondeva quel briacone del suo babbo. «Ancora?» — si
diceva noi. — «Ancora,» rispondeva
lui, e noi si rimaneva lì a guardarci e ci
veniva voglia di piangere.... Ma allora eri più
buona tu di me; ero sempre io a tirarti per il
grembialino e a dirti: «Via, andiamo a giuocare
lo stesso».... E intanto passò la bellezza
d'un anno senza che Felícita rivedesse il sole,
e noi sentivamo discorrere le donne e dire:
«Quella figliola muore.» «Ma che! magari morisse,
quella rimane scema.» «Riman segnata
da Dio, povera innocente, non l'avete vista,
è tutta pancia e testa!» «Le braccia e le gambe
non glie le potrebbe ridare altro che Gesù....»
E infatti, alla fine, un bel giorno incominciarono
a metterla fuori della porta di casa,
tutta rinvoltolata in uno scialletto, dentro un
corbello, all'ombra di quel gran fico, ti ricordi
bello!?... dove c'eravamo arrampicati
[pg!143]
tante volte tutti e tre!... Da principio, se ti
rammenti, noi la guardavamo di lontano e si
aveva paura a andar vicino. Non ci pareva che
potesse essere davvero la nostra Felícita! I
riccioli dov'erano andati? e gli occhi? sembravan
bioccoli di fango sopra un viso grasso e
giallo come un tallo di felce.... e poi le mosche
ora gli andavano su e giù per le labbra, gli si
affollavano agli angoli degli occhi come ai bovi,
e Felícita le lasciava fare.... «Possibile che
non abbia più paura delle mosche?» si diceva
noi. Poi ci si avvide di come stavan le cose:
non ci aveva più braccia la povera creatura;
ma quello che le mosche bevevano, era pianto!....
E allora ci si fece coraggio e s'andò, uno
di qua uno di là del corbello, a cacciargli via
le mosche. Te ne ricordi tu? a me mi pare
ancora di vederla la risatina che ci fece, povera
Felícita!... E due volte al giorno compariva
la matrigna con un pentolino di pappa,
vero Armida?... e veniva a imboccarla, e mentre
la imboccava si teneva in grembo un romanzo
con certe figure di omini e di donne abbracciati,
ti ricordi? e nella foga del leggere qualche
volta invece di mettergli il cucchiaio in
bocca a quella poverina, glielo ficcava in un
occhio. Pensa, Armida!... perchè allora s'era
piccoli, bastava che passasse una farfalla e si
[pg!144]
correva via per i campi a ridere.... ma a ripensarci
ora! eh? Armida?... Fu una sera di Natale....
non me lo scordo più: si stava al fuoco
a mangiare certi confetti con lo scoppio che
ci aveva portato lo zio Raimondo da Firenze,
quando si seppe che quel briacone del padre
di Felícita era partito a un tratto per l'Australia
con quella perla rara della moglie e quel povero
sacchetto vivo ch'era stata tanto amica
nostra!... Così è la vita, Armida!... E la chiamavano
la sorella tua!!... Pensa che differenza
tra il destino suo e il tuo!... Pensa!... Eppure
chi lo sa!... perchè noi non sappiamo vedere
altro che di fuori, altro che la buccia, intendi?
e però si dice: «che mostro è quello!» ma
per gli occhi di Dio.... quelli vedono il nócciolo,
Armida.... per quelli, le nostre bellezze non valgono
un fischio.... Lui guarda l'anima!... e allora
chi lo sa che tra un mostro come quello
e te, Lui non sarebbe capace di dire: «E più
bella quella». Pensa!...

Sopraffatto dall'impeto della sua commozione
il buon Peppino non s'era avvisto che l'organo
aveva cessato i suoi diabolici suoni, ed egli,
continuando a parlare sullo stesso tono di
prima, si trovava a fare una specie di orazione
pubblica.

Ma lui, sì! Non si sarebbe accorto nemmeno
[pg!145]
di una cannonata! La sua Armida stava ferma
come una statua col bel viso di madonna appoggiato
a una mano, con gli occhi fissi in
terra, e precisamente a un gran buco del tavolato
di dove si vedeva sotto una cagna allattare
i suoi piccoli: e questo era segno evidente,
secondo lui, che le parole stillanti dal suo
cuore innamorato cadevano a una a una nel
cuore di lei come benefiche gocce del suo stesso
sangue, trasfondendovi la sua dolce pietà di
uomo felice.

Per lui, tutto il mondo si sarebbe dovuto
fermare, anzi certo s'era in verità fermato e
inginocchiato dinanzi a quel miracolo di Armida
che si ravvedeva! Figuratevi se poteva
accorgersi dell'organo che s'era chetato, della
gran scampanata che aveva annunciato il principio
dello spettacolo, del silenzio curioso che
si era fatto intorno alla sua voce sonora, e
finalmente dell'apparizione di un enorme uomo
barbuto il quale, con la bacchetta in mano e
la bocca aperta, aspettava soltanto che lui, proprio
lui, si zittasse, per incominciare la sua
«grande spiegazione scientifica»! Qualche zelante
s'era già affrettato a sibilare il suo bravo:
«Ssss». Ah! sì! tempo buttato.

Peppino continuava:

— Pensa Armida....

[pg!146]
Ma qui si fermò di botto.

Sapete perchè? Le labbra di fravola della
sua Armida s'erano mosse come per voler
parlare. Egli stava dunque per avere la prova
del miracolo compiuto! «Che vorrà dire?»
pensava. «Certo saranno parole d'oro che
me le ricorderò cent'anni!...» Che momento
sacro!

E la bocca d'Armida infatti parlò e disse:

— Ma zíttati, stupido!

Il tonfo che fece il povero cuore di Peppino
cascando da l'ideale nel reale quasi si sentì!

Qualche timido sghignazzamento qua e là
lo fece imbiancar d'ira; ma le prime parole
dell'omone barbuto che furono: «Adesso possiamo
andare a principiare....» lo fecero arrossire
di vergogna; e allora si avvicinò al viso
duro e ancora fisso in terra di Armida, e le
sussurrò mestamente:

— Hai ragione.

Intanto la grande spiegazione scientifica procedeva
a gonfie vele. I nomi più strani e più
inesistenti di mondiali celebrità mediche la infioravano;
ma nè Peppino nè Armida ne avrebbero
mai udita una parola, così scombussolati
com'erano ognuno per suo conto, se un fatto
inaspettato non fosse avvenuto.

Uno dei curiosi di prima fila, a un tratto,
[pg!147]
interruppe violentemente il gigante barbuto,
indicando la donna-ragno e gridando:

— Piange! guardate se non è vero che
piange! Padrone, diteci un po' perchè piange?

L'omone, sebbene seccatissimo di essere interrotto
sul più bello, stimò essergli giocoforza
accontentare il «rispettabile pubblico». Si voltò
dunque con un cipiglio burbero a guardare il
suo fenomeno il quale lagrimava infatti sudicie
lagrime lavandosi del nero e del rosso che gli
coprivano le palpebre e le gote.

— Avete fame? — tuonò l'uomo, e senza
aspettare nessuna risposta continuò rivolgendosi
al pubblico: — La mia donna-ragno ha
fame, onorevoli signori! Allora anticiperemo
il suo pasto, così avranno la fortuna di ammirare
con quale ingordigia essa divori le
mosche che, come già ebbi l'onore di dire,
compongono esclusivamente il suo cibo commestibile!

Un vecchio, di novant'anni almeno, recò un
bicchiere dov'erano rinchiuse alcune mosche.
L'omone lo prese, ne fece entrare due o tre
nel suo enorme pugno, e alzandolo gridò:

«Attenti, signori! ammirino la destrezza con
cui essa prende al volo questi animali!» — e buttò
la sua manciata, mirando ben diritto alla bocca
del fenomeno. Ma, con straordinaria sua meraviglia,
[pg!148]
le mosche sbatterono contro due labbra
serrate come quelle del Silenzio.

Si vide benissimo che il primo impeto dell'omaccione
sarebbe stato quello di massacrare
con una manata quell'infelice ribelle. Ma aveva
fatto in tempo a contenersi rimandando forse
in cuor suo la punizione a più tardi. Conosceva
l'umore del rispettabile pubblico che
quotidianamente truffava, e sapeva sempre in
ogni caso carezzarlo per il verso del pelo:

— Lor signori hanno potuto vedere con i
loro occhi stessi! — gridò. — Il mio fenomeno
vivente rifiuta il suo pasto commestibile di che
è ghiotto come noi dei tordi arrosto: ma non
devono credere per questo di essere stati
truffati nella loro giusta esigenza di individui
che hanno pagato il loro biglietto d'ingresso.
Anzi: tutt'altro, signori miei!! Se potevo saperlo
prima un fatto simile, li facevo pagare
biglietto doppio!!... Altrochè! Proprio così!!...
Loro hanno la invidiabile fortuna di trovarsi ad
ammirare il mio fenomeno mondiale in uno dei
momenti più caratteristici della sua vita, quello
cioè che diede tanto da pensare al grande
dottore Maronoff dell'Università di Pensilvania
che ci scrisse sopra dodici volumi. Quel grande
scienziato ha scoperto che quando la mia
donna-ragno piange e nel medesimo tempo rifiuta
[pg!149]
il suo cibo commestibile preferito, questo
è segno sicuro che essa è presa da un terribile
male che un giorno certamente la ucciderà:
questo male è la nostalgia. La nostalgia delle
foreste vergini dell'Australia nelle quali nacque
e visse i primi anni della sua vita allo stato
puramente libero e bestiale: là, tra le liane
secolari, tendeva le sue tele per acchiappare i
famosi mosconi australiani che hanno il ventre
grosso come un uovo di piccione e la testa
come un cecio; là fu ritrovata e catturata dal
celebre viaggiatore Stankey nel suo ultimo
viaggio. Quando il fenomeno vivente è preso
dal suo terribile male, non solamente non mangia,
ma neppure parla. Se v'è qualcuno tra
loro signori onorevoli che l'abbia ascoltata
mezz'ora fa, nell'altra mia rappresentazione,
rispondere francamente alle mie domande svariate,
la vedrà ora al contrario che tacerà ostinatamente.
Ecco che col beneplacito di lor signori
andiamo ad effettuare la prova di quanto
ho affermato. Grògrò! quanti anni avete?...
Grògrò! in quale foresta dell'Australia siete
nata?... Lor signori vedono che la mia previsione
scientifica non si smentisce; posso tuttavia
insistere ancora nelle mie domande perchè
loro si sincerino sempre più. Su! Grògrò, da
brava! guardate in faccia il vostro padrone!...

[pg!150]
Perchè state con la testa voltata in là?... Ah!
ah! vi piace quel bel soldatino con l'elmo
d'oro?... Però mi pare che la fidanzata ce l'abbia
già, e bella!!

Più di mezza sala rise a questa nauseante
lepidezza, e l'omone, incoraggiato, continuò
ficcandosi le cinque dita della sua sinistra dentro
la gran barba riccia e toccando leggermente
con la bacchetta la groppa del fenomeno:

— Grògrò! dico a voi! Siete diventata anche
sorda?! Non volete salutare almeno questo
rispettabile pubblico che vi ammira? Su! da
brava!...

Intanto Peppino e Armida, sebbene fossero
diventati rossi come due tizzi dalla vergogna,
non trovarono la forza di scappare perchè i
loro quattro occhi accesi erano ormai incatenati
a quelle due spente pupille, impozzate
nelle lagrime, che li fissavano, li fissavano, ancora
e sempre, con una irresistibile misteriosa
ostinazione.

— Grògrò!! — tuonò l'omaccione accompagnando
la voce con una bacchettata un po'
forte sulla testa; — o nostalgia o no, dovete
ubbidire lo stesso al vostro padrone! Questi
onorevoli signori sogghignano, non credono
che voi abbiate il dono della parola. Io voglio
[pg!151]
per ciò che voi pronunciate il vostro nome col
puro vostro accento australiano. Avanti....

Senza mai levare gli occhi dai due innamorati,
la donna-ragno sforzò le sue labbra sottili
e aderenti, come si fa d'una ferita mal cicatrizzata
per farla rigemere, e disse con voce stridula
e gorgogliante:

— Felícita.

— Che diavolo dice la bestia? — ruggì il padrone
alzando la bacchetta: ma quasi all'istante
stendendola trionfalmente sulla parrucca del
fenomeno, esclamò:

— Hanno udito? ha detto *Felicità!*... Invece
di dire Grògrò ha creduto bene di fare un
augurio a tutti loro signori onorevoli, e forse
specialmente ai due belli sposetti.... ma dove
sono andati?... ah! sono laggiù.... che è successo?...
la sposina è svenuta.... il soldato se
la porta in braccio.... Per quattro soldi avete
avuto il ratto delle Sabine!!...

----

Per fortuna alla farmacia non avevano voluto
esser pagati, e il tassametro non aveva passato
la lira e mezza, sì che Peppino potè far discendere
di carrozza la sua Armida, già rinvenuta
anche più del bisogno, proprio dinanzi
[pg!152]
al portone della casa dove essa stava per cameriera,
invidiosamente ammirato da due o tre
brutte serve che scherzavano col figlio del portiere
fantaccino e coscritto!

Peppino infilò gloriosamente l'androne tenendo
nella sua destra mano il braciotto rotondo
di Armida, e salì, come era solito fare,
il primo ramo delle scale per arrivare ad una
certa nicchia senza statua dove tutti i giorni
si fermavano per dirsi addio il meglio possibile.
E, salendo, parlava. Da quando aveva visto
rinvenire la sua innamorata nella farmacia di
Piazza Guglielmo Pepe, forse per la gran gioia,
forse credendo che ci fosse bisogno di tenerle
sollevato il morale, aveva incominciato a parlare;
a parlare di un monte di cose a casaccio:
del tempo che passa presto anche
quando pare di no, del puzzo dell'etere, di
quando tre mesi prima s'era svegliato anche
lui e s'era ritrovato in una gran pozza di sangue
abbracciato alla testa del suo cavallo morto,
di suor Nicoletta e di suor Pacifica che erano
due angioli incarnati, dei tassametri che sono
una bella cosa quando non diventano più ladri
del vetturino, dei denari che quando uno li ha
spesi non ce li ha più, del giorno benedetto
dello sposalizio che avrebbero avuto due bei cavalli
e una carrozza da principi, della casetta
[pg!153]
che li aspettava al loro paese e a quell'ora già
la stavano imbiancando dalla cantina al tetto,
del mal di mare che gli aveva fatto rifare il
core nell'andare a Bengasi, dell'Italia che ora
diceva sul serio e ormai gli arabi l'avevan capito,
e non solamente gli arabi.... e di altre e
altre infinite cose.

Quanto alla bella Armida, levato qualche
«oh dio! oh dio!» appena rinvenuta, poi non
aveva più fiatato.

— Poverina, quanto è buona! — diceva lui
tra sè. — Non mi sente nemmeno, tanto pensa
ancora alla disgrazia di quella povera Felícita! — e
seguitava a parlare senza fermarsi
mai, per distrarla.

Ma finalmente, così parlando sempre, arrivarono
alla nicchia sacra al loro amore; e Peppino,
che quando arrivava lì il petto gli rintoccava
come un campanile il sabato santo, allungò
il solito braccio intorno al collo della sua bella
e se la tirò bravamente sotto l'elmo preparando
labbra e occhi a quel saporitissimo bacio che
da cinque mesi era l'*alt*! desiderato di tutte le
sue giornate e il *march*! delizioso per i sogni
di tutte le sue notti.

— Che è stato?! — gridò spaventato Peppino.
Armida gli aveva appiccicato una maledetta
manata sul collo e s'era divincolata
[pg!154]
da lui; e salendo in furia le scale gli strillava:

— Poverino! anche il bacio vorrebbe, dopo
quelle belle cose che m'ha detto! Sperava che
me ne fossi dimenticata!... O non son cattiva?
O non hai detto che son cattiva? E allora,
perchè mi vuoi baciare? La gente cattiva non
si bacia. Si bacia quella buona.... Va a baciare
Felícita!

Arrivata al primo piano, schiavò con rabbia
l'uscio di casa e entrò. Ma poi si riaffacciò e
gridò:

— Spòsatela!

E richiuse, che parve una cannonata.

La deserta nicchia, forse in premio dei suoi
fedeli servigi, ebbe finalmente quella sera una
statua. E fu quella del povero Peppino. La
statua del rincorbellimento.

L'elmo sulle ventitrè, le braccia ancora mezzo
sollevate, le mani aperte, le labbra ancora
strette e protese com'erano per attendere il
bacio, le gambe in una scomoda posizione, sì
che sembrava stesse ritto per miracolo, gli occhi
grandi e fissi come due bersagli. Se gli si
fosse aperta la testa, al posto del cervello io
dico si sarebbero trovate due sole parole:

— È possibile?!

[pg!155]

LA VITA È ALLEGRA!
==================

Il caso singolarissimo di un giovane che s'era
buttato giù da un terzo piano, dimostrando
tutta la buona volontà di ammazzarsi, ed era
invece cascato sopra dei materassi, riuscendo
soltanto a slogarsi le due spalle, aveva messo
di buon umore tutta la *Sala del pronto soccorso*.
Era sorta una rumorosa disputa tra
due giovani medici, pretendendo ciascuno di
possedere il segreto per accomodare più prontamente
le spalle; e, allora, uno più anziano
aveva tirato fuori il suo cronometro d'oro e
aveva gridato ai due: — Avanti, questo è il caso
di far la prova! A Lei il destro. E a Lei il sinistro.
A chi fa prima: uno! due!... e tre!!

E in mezzo alle risate dei colleghi e alle occhiate
significative degli infermieri, la gara s'era
iniziata.

Quel lungo e magro corpo ancor mezzo svenuto,
[pg!156]
sotto le violente manovre dei due competitori,
paffuti e sbarbati per l'appunto tutti
due, sembrava un gran burattino litigato da
due ragazzi imbizziti.

La gara era già durata la bellezza di cinque
minuti primi, quando il poveretto gettò un
breve grido, spalancò gli occhi e fece una mossa
istintiva in avanti, come per scappare dal lettuccio
impaurito; ed ecco che proprio questa
mossa fece ritornare, nello stesso istante, i
suoi due omeri al posto loro, lasciando i due
medici ricoperti di sudore a guardarsi strabiliati.

Un infermiere dal naso grande e rosso, il
quale non era altri che il famoso Cecco detto
Scacciapensieri che tutti i reparti di quell'ospedale
romano si disputavano per passare
un'ora allegra, e che in quel momento nessuno
osava guardare in faccia per non scoppiare in
una risata, si fece presso al paziente, lo tirò su
a sedere sul lettuccio e incominciò a rivestirlo,
mentre i medici s'eran tutti ritirati in un angolo
della sala commentando l'esito della gara
e accendendo sigarette.

Quando si vide infilata la camicia, il suicida
si lasciò di nuovo cadere supino e disse con
solennità:

— Ora lasciatemi morire, mi vestirete dopo.

[pg!157]
Cecco fece una risata che ne rintronò tutta
la sala:

— Embè che volete? n'antra volta v'ammazzerete
mejo! pe' sta volta....

— Non muoio? — domandò l'altro come
fosse sinceramente spaventato da questa idea.

— Ve rincresce proprio?... Andate là che è
mejo pagà na *fojetta* a me che morire! — esclamò
Cecco rimettendolo su a sedere di peso.

Come si fu persuaso di essere tutto intero,
ed ebbe messo finalmente i piedi in terra, quel
candidato alla morte, bocciato, gettò un mezzo
urlo: non c'era osso nè muscolo nè nervo del
suo corpo che non gli sembrasse trapassato da
una spilla! Tuttavia cercava di infilar l'uscio più
presto che poteva, sostenuto dal braccio di Cecco.

Non così presto però che il medico anziano,
quello che era stato arbitro nella gara, non lo
vedesse e non gli gridasse: — Ehi! Il nome! il
nome! — affrettandosi verso un tavolino, vicino
all'uscio, dove era il registro.

Il disgraziato si fermò di botto tentennando
sulla persona e una vampa di rossore gli accese
il volto emaciato e dolcissimo di vecchio
trentenne.

— Ebbene? Aspetto voi, — gli disse il medico
senza guardarlo, dimenando la punta della
penna sul registro.

[pg!158]
— C'è proprio bisogno di dichiarare il
nome?... Una volta che non è andata come desideravo....

— Chi capita qui o morto o vivo che sia,
deve lasciare il suo nome, — affermò con sussiego
il medico. — Tutto quello che si può
fare, — aggiunse poi osservando con meraviglia
la enorme confusione di quel volto da re
santo, così sottilmente disegnato, — tutto quel
che si può fare è di sbagliare un poco la scrittura
del cognome.... Se crede.

— Oh! sarebbe pur troppo inutile, dottore....
anche storpiato, il mio nome si capirebbe ugualmente...
La mia tragedia sarà coperta di ridicolo!!

Un po' diffidente, un po' incuriosito, il medico
chiuse gli occhi e sentenziò: — Eppure il
regolamento parla chiaro: noi non possiamo
trasgredirlo.

— Il regolamento dice, — rispose il poveretto
con voce di preghiera, — che il nome
deve essere scritto lì, è vero?

— Sicuro!

— Ma non dice altro?...

— No.

— Dunque io posso chiederle il gran favore
di non mostrare a nessuno il registro.... e specialmente
a nessun giornalista.... saprò ricompensare
il suo silenzio....

[pg!159]
— Oh! questo credo bene che potrò farlo.... — disse
il dottore cominciando a convincersi
di aver a che fare con qualche persona di gran
riguardo. — Fatti in là, Cecco; e lei dica pure
il suo nome nel mio orecchio.

Cecco si fece in là grattandosi la testa voluminosa
e dicendo tra i denti: — Te saluto! È na
persona fina, questa!

— Eh!!? — gridò a un tratto il dottore mandando
addietro di mezzo metro la seggiola
dov'era seduto. — Il prin...?

— Per pietà, dottore!

— Lei è il prin...?!

— Ma dottore! la sua promessa!! — ripeteva
con voce soffocata il povero principe tremando
tutto.

— Sì, sì! mi scusi! Lei ha tutte le ragioni,
ma l'emozione della meraviglia.... capirà.... non
sempre si può dominare.... Avessi almeno avuto
l'onore di conoscerla di vista....

— Dica piano! La prego!

E il dottore affidando allora a un fil di voce la
sua ghiotta servilità: — Mi permette, è vero, che
Le porga il mio biglietto di visita?... Ho avuto l'onore, — e
questo lo disse ancora più piano del
resto, — ho avuto l'onore di rimetterLe a posto
le di Lei due spalle slogate.... e Le assicuro che
si trattava di un caso piuttosto complicato....

[pg!160]
— Vorrei potere ricompensare degnamente.... — fece
il principe tentando di portare la mano
sinistra verso il portafogli.

— No no no! — si affrettò a dire il medico, — sopratutto
non muova le di Lei braccia,
le conservi in una immobilità assoluta! mi raccomando,
Eccellenza.... uh! *pardon!*... Piuttosto
mi farò un dovere di venirLa a visitare al di
Lei Hôtel....

— Sono sceso a una modestissima pensione
che mi son fatto indicare da un facchino e dove
ho dato il nome d'un mio servo.

— Eh! Capisco! — esclamò il dottore cercando
di atteggiare il volto allegro a una
espressione di tragica pietà. — Per mettere ad
effetto il di Lei triste proposito Le occorreva un
assoluto incognito!... Adesso Le darò un infermiere
per compagnia. — E mettendo cipiglio: — Cecco:
accompagnerete fino a casa questo
signore e starete con lui finchè vorrà, avete
capito? — E al principe, ritornando dolce: — Domani
mattina, appena finito questo duro servizio,
verrò a visitarLa.... Vedrà che troveremo
qualche buona cura anche per la di Lei neurastenia....

— Eh? Ma io non sono affatto neurastenico,
signor dottore! — disse secco il principe.

— Oh, non dica così, Ecc.... Sono pur troppo
[pg!161]
le neurastenie più difficili a curarsi quelle non
riconosciute dal paziente....

— Ma, scusi! — fece il principe con una
certa vivacità che contrastava con la obbligata
posizione delle sue braccia sospese al collo, — su
quali dati si basa il suo giudizio: sul mio
tentativo di suicidio?... Ma non basta!... si è
ucciso anche Catone, caro dottore.... e Catone
non era neurastenico.... che io mi sappia!

— E chi glielo assicura? — ribattè il medico
con un tranquillo sorriso. — A quel tempo là i
medici non capivano niente....

Cecco in quel momento aveva aperta la porta,
e contemporaneamente un «oooh!» prolungato
e festoso era uscito da quattro o cinque teste
che si batterono una contro l'altra per veder
dentro.

— Ci ha messa una bella paura! — gridò
uno di quelli.

— Eh? Perchè? — domandò il principe oltremodo
contrariato, — chi siete voi?

— Io?!... Ma come?!... non mi riconosce?...
Ma, sono il padrone della pensione!! — e soggiunse: — Fortuna
che tutto è bene quel che
finisce bene! Ma intanto: se lei moriva?...

— Non ci rivedevamo più! — esclamò un
po' seccato il principe. — La camera era pagata.

[pg!162]
— Va bene: ma avrei avuto delle noie....
molte noie! Non ci aveva mica pensato lei!

— Scusate, sono stato un grande egoista! — ribattè
il principe col viso pieno d'ironia e di
schifo.

— Sì sì! — saltò su a dire una brutta faccia
butterata dal vaiolo, — ma tutti questi bei
discorsi non si potrebbero fare ora, se non ci
fossi stato io! cioè il povero portiere, cioè il
povero cane da guardia con sette figli sulle
spalle, che salva, come suol dirsi, la casa dai
ladri, dal fuoco, dalle sporcizie, mentre riceve
in premio un tozzo di pane e il disprezzo di
tutti!!...

— Bravo!! — gridò Cecco; e tutti risero.

— Sicuro! — riprese il portinaio con enfasi,
dopo aver dato una truce sbirciata a Cecco, — ecco
qua tre testimoni oculari: l'inquilino dell'ultimo
piano che rincasava; il tavoleggiante
del caffè *Ebe* che accorse, scusate il termine,
al capitombolo; il signor Nicodemo, amico di
casa, che giuocava a carte unitamente a me e
alla mia consorte *in del* momento tragico, che
ci lasciò un brivido nel cuore! Se il signore è
cascato sul tenero, come suol dirsi volgarmente,
il merito è tutto mio: il pagliericcio e i due
materassi che hanno evitato lo scandalo di
una morte prematura, erano i miei, che li
[pg!163]
avevo esposti all'aria della notte per ragioni
d'igiene!

— Me rallegro! — gridò Cecco che da un
pezzo la maturava. — E ce fai un discorso
accusì lungo pe' dicce che ce tieni lo spasseggio
sulli letti?!... E ce porti pure li testimoni
oculari?!...

La risata fu generale.

Il principe parve quasi ridesse con gli altri;
ma subito il suo riso si rifugiò sull'orlo delle
sue labbra ed egli disse a denti stretti: — E
così dovrei il resto della mia vita.... ai vostri
insetti.... Domani.... domani li compenserò dell'incomodo,
state tranquillo!

Il padrone della pensione ed anche il portiere
eloquente volevano salire sulla *botte* nella
quale, sostenuto da Cecco, si era accomodato
il principe; ma questi disse subito: — No no,
prego di lasciarmi, non intendo rincasare ancora.

Cecco salì trionfante al suo fianco, mentre il
principe ordinava al vetturino: — Via Appia! — e
la carrozza si moveva.

— To' — disse Cecco spalancando la bocca, — dalle
parti di casa mia!

— Ci vado spesso, specialmente le notti di
luna piena, — mormorò il principe.

— Oh! — fece Cecco, — allora, se lei ci
[pg!164]
pratica per quelle parti, avrà sentito nominare
un certo Cecco detto Scacciapensieri?

Non ebbe appena finito di far questa domanda
che se ne pentì, e se ne rimproverò
mentalmente secondo una sua particolare abitudine:
«Pezzo de somaro, questo è 'n signore
che ce va 'n carrozza, giusto pe' vvedè la luna,
e l'osterie manco le guarda....»

Infatti il principe gli rispose: — No, mio
caro, io vado spesso da quelle parti, ma molto
fuori dell'abitato....

— Se capisce! — si affrettò a gridare Cecco, — anzi
mi scuserà la libbertà che mi son preso...

— Cecco, detto Scacciapensieri, eh? — soggiunse
il principe ripensando a quel soprannome
che lo aveva colpito.

— Sissignore per servirla.

— Siete voi?!

— Io in persona.

«Che notte strana e favolosa è questa per
me! — pensò il principe; — mentre dopo ore di
lotta e di spasimo, deciso, cerco la Morte, la
Vita m'aspetta sul lastrico, m'accoglie ridendo
su due materassi sudici, e mi dà per compagno
un uomo che puzza di vino e si chiama
Scacciapensieri!»

Cecco lo fissava coi piccoli occhi posti a
cavaliere del suo gran naso rosso: avrebbe
[pg!165]
avuta una gran voglia di parlare, ma poi si
accontentava di guardarlo così, fisso, e di pensare.
Pensava: «Che razza di animale sarà mai
questo, che si voleva ammazzare, mentre aveva
ancora chi sa quanti quattrini in tasca! Già,
quando s'è detto signore, s'è detto matto!
Guarda un po' se questa è l'ora da andare a
passeggiare in *botte*, alla mezza notte! che
nun incontri un cane che te veda! manco 'n
amico che schiatti d'invidia... Pori quadrini!!
Basta: per me ci guadagno sempre: meglio
che all'ospedale qui si sta. Te ce rifiati a
questo freschetto! È un gran bel mestiere fare
il signore, ha ragione la mi' Esterina!!» E gli
occhi gli brillarono pensando alla giovane e
bella moglietta che s'era presa da poco tempo,
e che a quell'ora doveva dormire sola sola,
nella loro cameretta, in quella ultima casa solitaria,
e forse non si sognava nemmeno che
il suo Cecchino le stava per passare sotto le
finestre, disteso in *botte* come un *lorde*, per
andare a veder sorgere la luna dietro le tombe
della via Appia!

Non c'erano che due cose capaci di fargli
venire lucciconi di desiderio al solo nominarle:
la moglie e il vino. Era dunque naturale che il
ricordo di una gli richiamasse quasi sempre il
ricordo dell'altro.

[pg!166]
«Eppure, — pensò infatti Cecco, — questa sigaretta
è fina, non c'è che dire, in carrozza ci si va
bene.... ma io sento che qualche cosa mi manca!
'Na *fojetta* almeno ce ne vorrebbe! Ma sì!
Come faccio a dirglielo? Chi sa perchè me
metterà tanta suggezione questo morto resuscitato!»

E intanto la porta San Sebastiano era passata,
e le cento osterie della grande arteria
romana incominciavano a sfilare, e ognuna diceva
misteriose e dolci parole al cuore di Cecco
il quale rispondeva con tanti sospiri. Le loro
scarse luci affumicate risplendevano come tanti
fari per gli occhi suoi di assetato navigante,
e ciascuna lasciava un più triste buio nella sua
anima.

«Coraggio, Cecco! Ecco quella de *Riviecce*
ce l'ha bono da 8.... e dijelo, sbrighete!»
gli gridava lo stomaco con quanta voce aveva.
Ma sì! la lingua stava ferma e *Riviecce* passava.

«Coraggio, Cecco! Ecco *Morimo ritti*. Se te
ce fermi con la carrozza e con un avventore
cusì, te fa credito pe' un mese de seguito: e
pparla, per dio!»

Ma che! la lingua non si voleva muovere e
quell'accidente di vetturino tirava, proprio in
quel punto, una frustata al cavallo, e così *Morimo
ritti* passava anche più presto di *Riviecce*.
[pg!167]
E passava *Vacce Forte* come un sogno,
e passava *Monte d'oro* e quella del *Colombario*
e quella della *Ninfa Egeria*.... Era una disperazione
da strapparsi tutti i capelli.

Quando si fu proprio persuaso che il coraggio
gli mancava, e in tanto c'era poco a casa sua,
e proprio davanti a casa sua stavano le ultime
due osterie, e se lasciava passar quelle,
addio! era fritto! incominciavano, «che Dio ci
scampi e liberi, li sepolcri con la luna sopra,»
i quali altrettanta consolazione parean promettere
al suo macabro compagno di viaggio,
quanta noia promettevano a lui: allora fu preso
da un feroce disprezzo di sè stesso, e incominciò
a insultarsi, a dirsene di tutti i colori:
«vigliacco! infame! ladro! assassino! bojaccia....»
E da principio se le diceva mentalmente;
ma poi l'ira dilagante e l'esuberanza stessa del
suo vocabolario romanesco richiesero l'inconscio
aiuto delle labbra e della lingua, e finalmente
anche quello delle corde vocali, sì che
il principe fu scosso a un tratto in mezzo a
una sua tetra fantasticheria, udendosi vicino
una salva di atrocissime ingiurie.

— Che cosa dite?! — esclamò il principe. — Con
chi l'avete?

— Eh?! — fece Cecco trasecolato anche lui, — e
chi lo sa? l'avevo.... così.... col Destino!

[pg!168]
— Anche voi?... portate indegnamente dunque
il vostro soprannome, o forse siete bravo
soltanto a scacciare i pensieri degli altri.... la
qual cosa è tanto facile!

«Sangue d'un cane! — pensò Cecco, — se
mo' incomincia a filosofà, addio fojetta per
davvero!» e allora finalmente sentì il suo
cervello dare come un guizzo e scoccare la
sua geniale scintilla. Aveva trovato l'*attacco*
giusto, e gridò:

— Guardi lei se non ho ragione di dire che
il Destino è infame! Davanti a casa mia ci son
due osterie: una è d'un zagarolese che te dà
benzina pura garantita, da fa' cammina' l'automobbili;
e quell'antra è d'uno de Genzano, un
galantomo de razza, che ci ha le vigne al paese
e il vino come je vie ggiù dall'uva così lo
porta al banco, veritiero, genuino, senza sofisticherie;
s'è agro, agro; s'è dolce, dolce: ce
senti dentro le qualità dell'uve, un profumo che
se chiudi l'occhi, te sembra d'esse al tinello....
Ebbene, sissignore, quel zagarolesaccio fa pieno
la sera e conta quattrini a manciate, e quell'altro
disgraziato.... conta le gambe alli panchetti.

— È naturale che sia così, — disse il principe. — Al
genzanese non rimane che adattarsi
o ammazzarsi. — E per la durezza ricercata
di queste parole, traspariva il pianto.

[pg!169]
Ma Cecco voleva andar diritto al suo scopo,
ormai che aveva trovata la strada buona:

— Crede che ci abbia fatte poche quistioni io,
colla gente? Ma sì! L'uomo ha la testa dura;
va attorno all'inganno come le mosche attorno
alla sporcizia. Eccoli là!! Eccoli là!! — gridò
a un tratto alzandosi quasi in piedi, — vede
quei due lumi ultimi? il primo, quello più grande,
è di quel ladro patentato, e quello sotto, più
micragnoso, è di quell'altro, onesto come l'oro!...
Faccia rallentare! vedrà se dico bugia: il primo
sarà pieno e il secondo sarà voto.... vedrà!
Eppure vorrei farglielo sentire quello bianco
asciutto da 8!... Robba da principi!!

Il principe che lo guardava parlare e spasimare
con un sottile sorriso, in cui c'erano,
strano connubio, della compassione e dell'invidia,
a quest'ultima uscita, non potè trattenere
un breve scoppio di riso.

— Roba da principi, — mormorò a fior di
labbra, — che gente fortunata, i principi, è
vero?

— Ci sono dei principi che non bevono vino:
quelli son più disgraziati di me! — gridò Cecco
con una voce in cui sembrò tremare un ignoto
spirito profetico, tanto disperatamente egli si
tendeva tutto verso l'ultimo faro del genzanese
che ormai era a un tiro di sasso, e oltre
[pg!170]
il quale già si disegnavano i paurosi profili degli
acquedotti e dei sepolcri, illuminati appena dalla
luna nascente.

— Che povero scacciapensieri siete, — disse
ancora il principe sorridendo, — se avete bisogno
del vino per liberarvi dalle vostre pene!

— No! Io ho una pena sola al mondo: la
sete! Ma quando Cecco ha sete non è Cecco:
tutti lo sanno; se si vuol conoscer Cecco bisogna
prima levargli la sete! — gridò Cecco
disperato.

— E sia: conosciamo Cecco! — disse quasi
tra sè il principe, poi gridò: — Ferma!

Il vetturino fermò quasi di botto, ma Cecco
s'era già scaraventato giù di gran corsa nell'osteria
a scuotere l'enorme genzanese che
dormiva al suo banco, secondo il solito; e aveva
preteso d'illuminarlo con quattro mezze parole
sul grande onore che gli stava per fare, e già
lo trascinava trasognato e pur sorridente fuori
dell'osteria. Insieme aiutarono il principe a discendere
nella bottega e a sedersi a un tavolino:
a quello di destra più vicino al banco.

C'era da scegliere; erano tutti liberi, salvo
uno: quello di sinistra più vicino all'uscita, sul
quale erano tre mezzi litri vuoti, un bicchiere
pieno, e la testa d'un uomo tutta rasata. Se
quella testa non avesse russato, sarebbe stato
[pg!171]
facile scambiarla, così posata sul marmo, con
un pezzo anatomico, in attesa del bisturi.

Cecco la degnò appena d'una occhiata di
sbieco; riconobbe subito «Testa di morto»
l'accattone più facinoroso della contrada, col
quale anzi una volta aveva avuto che dire, e
brontolò: — Stasera è grascia! A chi li avrà
rubbati?

Ma subito che il principe fu seduto, Cecco
ebbe ben altro da fare che badare a «Testa
di morto».

Ah! se Cecco avesse potuto invece sapere
perchè quell'uomo stava lì!

E se chi pagava quei tre mezzi litri a «Testa
di morto» avesse potuto mai vedere in che
modo questa spregevole carcassa compiva il
suo dovere di piantone?!...

Ma Cecco scaricava le sue minuziose istruzioni
nel bovino cervello del genzanese.

— Dateme retta, Giggi, che questo nun so
chi sia, ma è un pezzo grosso: domani verrà
sul giornale!!... e ce verrete pure voi!... se me
fate fa' 'na bbona figura!... De quello lì, ci avete
a da'! — diceva indicando una delle tre botti
che stavano in fila dietro il banco. — Quelli
no! cavate fuori due bicchieri de cristallo.... È
alzata la vostra figliuola?...

— Sì; riguarda il bucato di là.... Perchè?

[pg!172]
— Perchè bisogna farglieli lavare a lei i
bicchieri, e anche er litro.... che risplenna....!
se no c'è pure er caso che se schifi.... Allora
ce famo 'na bbella figura, io e voi!... — E così
di seguito.

Quando gli parve d'aver detto tutto, prese
una salvietta di bucato e corse egli stesso ad
asciugare un po' di vin rosso che era sul marmo
del tavolino prescelto, e continuò poi a
sfregar questo marmo con tutta la sua forza
per qualche minuto, come se volesse cavarne
faville.

— Basta! Basta! — ripeteva il principe sorridendo.

Venne la figlia del genzanese, una bella e
forte ragazza di diciotto anni; lavò i bicchieri
sotto la cannella finchè non li sentì scrocchiare
tra le sue mani rosse; li asciugò con gran
cura, ripassandoli con una salvietta di tela,
perchè non vi rimanessero peli attaccati; poi
li diede al padre.

— Vede? — osservò Cecco. — Ecco un'altra
causa della disgrazia di quest'oste: ha una figliuola
che par fatta dalle mani di Dio: nossignori,
non vuol che serva gli avventori: gli
altri farebbero a pugni per averci un richiamo
simile!... e lui....

— L'onestà prima di tutto, — confermò il
[pg!173]
genzanese che portava i due bicchieri sopra
un piatto tutto dipinto a fiori. — Se mi va a
male il negozio lo chiudo e torno in campagna,
mio caro signore; ma se mi va a male la figliola,
che faccio? Non la posso mica chiudere! — e
rise soddisfatto.

— Dice benissimo, — approvò il principe
caldamente, osservando con grande interesse
la ragazza, la quale, sebbene avvezza a questo
paragone paterno, non cessava perciò di
arrossirne con una cotal grazia boschereccia
da innamorare.

Quando Rina ebbe lavato il litro e lo guardò
contro luce limpido e gocciolante, il principe
disse al genzanese: — E, a me, in via eccezionalissima,
vorreste concedere il piacere
d'essere servito dalla vostra brava e bella figliola?...

Rina servì il litro, anche questo sopra un
piatto tutto dipinto a fiori. Le si aggiunse
nuovo rossore sul vecchio, e i denti per questa
ragione sembrarono più bianchi e gli occhi
più splendenti all'ombra delle lunghe ciglia
nere.

— Quanta salute! — esclamò a fior di labbra
il principe, e pensò: — Che il segreto
della Vita stia tutto lì: nell'avere una salute
come quella! — Poi soggiunse: — Riempici
[pg!174]
anche i bicchieri, che noi li vuoteremo alla tua
felicità! Sei contenta?

— Grazie, — disse Rina, e mescè.

— Sentiamo un po' — disse il principe. — Che
cosa aspetti tu dalla Vita? Che cosa desideri?
Che cosa chiedi?

— Ma!... Non saprei, — rispose Rina alzando
un po' le spalle. — Tutto quello che mi
succede mi piace! L'ha fatto così bene Domineddio
il mondo!

Negli occhi attenti del principe passavano
ombre e sorrisi.

— Ci ho un dispiacere solo, — continuò
Rina, — quello di non avere conosciuto la mia
povera mamma: ma mi consolo perchè la vedrò
in paradiso.... E poi il babbo mi vuol tanto
bene....

— E così, — disse il principe immergendosi
sempre più in una dolce stupefazione, — tu
non desideri nulla?

— Oh! Ma noi si può bere lo stesso! — gridò
Cecco che non resisteva più a star col
naso sul vino senza bere, — perchè le ragazze
non dicono mai quello che desiderano!

Il principe bevve d'un fiato il bicchiere che
Cecco gli tenne, ma senza sapere ancora levare
gli occhi da quel benefico e nuovo spettacolo
che la vita gli offriva (nè sapeva se per fargli
[pg!175]
bene o male); e per la prima volta gli passò
nel cuore un certo senso di sollievo per esser
rimasto vivo, per avere ancora orecchie e occhi,
per udire e per vedere.

— Sì! Sì! ha ragione il nostro Cecco, caro
signore! — tonò Gigione il genzanese, — se
sta a aspettare che lo dica lei! Ma io lo so
bene quello che desidera la mia ragazza....
Una certa casa sulla piazza del paese, vero
Rina? tutta rimbiancata di fresco,... — e Rina si
rifaceva rossa come un geranio — .... che appena
entrati ci si senta un profumo di farina, di prosciutti,
di spezie, di mobilia nuova, di biancheria
pulita, un cantar di galline, un ridere di bambini....
Eh? Rina?... Poi cinque vignarelle da
sommare a quelle che ti lascerò io....

— Basta, babbo! — gridò Rina scappando
nel retrobottega.

— Come «basta»? — gridò lui. — Se me
fermassi qui ce mancherebbe er mejo! E che
sarebbe sta grazia de Dio, se nun te ritornasse
tutte le sere 'l tu' Pippo con le primizie della
vigna, e con la voja de baciatte!

— Ah ah! — urlò Cecco. — È un ber giovane
Pippo! un vero rubbacori! — e riempì
di nuovo i bicchieri: — Mo' che sapemo tutto
potemo béve con più cuscienza! — e bevve il
secondo d'un sol fiato.

[pg!176]
— Fegataccio sa, signore? questo Pippo, — continuò
il genzanese vedendo che il principe
lo guardava come chiedendogli di seguitare, — fegataccio,
sì, ma giusto, e de core
bono! Due polsi, a vent'anni, che passano i
miei, cavalcatore, giostratore, cacciatore che
non ha l'eguale.... e Rina non perchè sia
la figliola mia.... ma è proprio la donna che
je ce vole.... Eppoi già, appena visti se so' voluti
bene!...

— Io bevo per la felicità della vostra Rina! — gridò
il principe rosso in volto e commosso. — Fatemi
bere!

E Cecco con gran letizia l'ubbidì, facendo
scolare anche l'ultima goccia nella bocca del
principe. Poi, prima di bere il suo terzo bicchiere,
lo alzò gridando: — Sicchè, aspettiamo
li confetti!

— Bisognerebbe che venissero presto davvero, — borbottò
Gigione con un mezzo sospiro,
e assicurandosi bene che Rina fosse abbastanza
lontana per non udirlo.

— Perchè? — fece Cecco.

— Perchè, caro mio, quello nun è omo da
stasse fermo: se nun è caccia permessa, è caccia
de frodo! Intanto che aspetta la sua, ho
paura che s'ingegni con le donne dell'altri!...

— Quello se capisce! — interruppe Cecco.

[pg!177]
— Già, — disse Gigione, — ma almeno se
le andasse a cercare un po' distante di qui.

— Che? ci ha niente niente, quarche giretto
qui vicino? — dimandò Cecco ridendo.

— State zitto! — fece Gigione dondolando
il capo pensieroso. — Non ho potuto saper
dove preciso, ma ci giurerei che non è a cento
metri di qui! Avete a sapere che alle nove ha
salutato Rina quel birbaccione, perchè, dice,
che andava su al paese; e invece un'ora fa, — e
chinò il capo tra il principe e Cecco,
sussurrando le parole in mezzo ai folti baffi, — un'ora
fa l'ho visto io, qua sull'angolo, sotto
il lampione; che se lo sapesse la povera Rina
mia, je verrebbe chi sa che male!

— Nun avete provato a mette 'l zippolo a
quella botte de veleno là? — disse Cecco accennando
con disprezzo all'accattone che russava
più forte di prima. — Quello sa li fatti
de tutti, garantito.

— Ho provato, nun parla.

— Dateje un paro de pugni bboni, come feci
io, 'na vorta!...

— Ma io lo so.... l'ho indovinato perchè non
parla quel «Testaccia di morto», — ribattè
il genzanese soffocando sempre più il suo vocione, — perchè
quelle tre fojette là son pagate
da lui, da Pippo....! ce giocherei la testa
[pg!178]
che son pagate da Pippo.... perchè je tenga
mano.

— Pol essere, sicuro! — sentenziò Cecco
ricaricando i bicchieri fino all'orlo, e presentando
poi il litro vòto all'oste.

Quando il genzanese l'ebbe riportato pieno,
e si fu poi anche riaccomodato al suo posto
solito, appoggiando il gomito nudo al banco
e la testa alla tozza mano, dimostrando l'intenzione
di licenziare i noiosi pensieri e aprir
le porte a quella brava gente che sono i sogni;
Cecco allora si rivoltò tutto verso il suo
strano compagno, con una mossa che pareva
significare: — Finalmente, a noi! possiamo un
po' parlare dei fatti nostri!

E infatti incominciò: — Ce sarà una cosa
che faccia più bene der vino? Eh?... Già ve
vedo che state mejo.... e avete bevuto solamente
due bicchieri.... tre con questo che ve
do' adesso.... Che so' tre bicchieri?! robba da
ride! E pure!... — Si fermò perchè s'accorse
che, senza volere, aveva ridato del *voi* a
quel pezzo grosso; e pensò ridendo di cuore:
«Non foss'altro che questo: je rido del *voi*
e manco se n'avvede.... Perchè? perchè er vino
è come Dio: pett'a lui so' tutti uguali.... nun
conosce nè poveri nè signori!»

A metà del secondo litro, mentre il genzanese
[pg!179]
si era già definitivamente congedato dai
suoi pensieri, e di Rina il principe non vedeva
più altro che una mano, di tanto in tanto, allungarsi
per prendere a uno a uno i panni dal
monte del bucato, sotto la luce verdolina del
gas, nella stanzetta accanto; il cuore di Cecco
era stato stretto da una infinita compassione
per il suo compagno.

Così aveva preso tra le sue una mano del
principe, il quale se n'era avvisto sì, ma non
se n'era punto maravigliato come di cosa naturalissima;
e gli aveva incominciato a parlare
in questo modo:

— Amico! damme retta a me che te vojo
bene! Ce giocherei l'anima che tu ci hai quarchedduno
che te vor male, che te vorrebbe véde
a magnà l'erba co' le bestie!... e tu je dai la
soddisfazione d'ammazzatte!... E te pare de fa'
'na bbella cosa?!... Ma io vorrebbe magnà e
béve co' li quadrini che ci hai tu.... E scarrozzaje
davanti da la mattina a la sera.... Uh! — e s'addentò
l'indice, — s'averebbero da rivoltar ne la
polvere come li cani, dalla rabbia de vedemme
ingrassà! E ccusì, quanto un ber giorno er fiele
je farebbe 'n botto, come a certi morti.... Pah!
e te li vedressi a cascà davanti verdi! E tu allora
gli avressi da métte un piede addosso, e
dije: Ve sta bene, ve sta, brutti puzz.... Come?
[pg!180]
nun dico giusto?! Che ci hai da scotere il
capo?

— Io non ho nemici, mio caro, — disse il
principe, senza levare gli occhi attenti e lucidi
da quel monte di bucato che calava lentamente
là nel retrobottega.

— Ah! impossibile! — urlò Cecco.

— Non ne ho, — ribattè l'altro, — oppure
non so di averne; il che vale tanto come non
averne.

— E allora? Che cerchi?

— Tutto il male che ho avuto nella vita, — disse
lentamente il principe, — me l'hanno fatto
quelli che m'hanno voluto bene.

— Gli amichi! li parenti!... Ammazz....

— No, no, no, no! — gridò il principe. — No!
non si tratta di falsi amici nè di parenti
malvagi. Sono stati mio padre e mia madre che
m'hanno fatto il più gran male!

— Che me dichi?!

— Sì! Sì! — continuò l'altro con strazio, — anche
mia madre! M'hanno fatto credere in
un mondo che mi piaceva tanto, e poi sono
morti: e io son dieci anni che brancolo cercando
e frugando per trovare quel mondo là,
capisci? e non lo trovo... non lo trovo perchè
non c'è! perchè era una menzogna! Tardi, ma
l'ho capito!... Eppure che cosa devo fare io se
[pg!181]
quello era l'unico mondo dove m'ero preparato
a vivere, era l'unico mondo dove avrei potuto
vivere!... Perchè m'hanno ingannato? perchè?
Io non lo so. Le bestie non fanno così. Le
bestie sanno che cosa bisogna insegnare ai loro
piccoli perchè imparino a vivere tra le bestie,
a nutrirsi, a combattere, a vincere!

Cecco rimase addirittura sconcertato: strinse
la bocca, chiuse gli occhi come se si accingesse
a pensare. Ma, a un tratto, cambiò rotta. Afferrò
il litro, riempì il bicchiere del principe e
glie l'accostò alle labbra senza dir verbo. Il
principe bevve.

— Finchè si fanno di quei discorsi lì, è segno
che non si è bevuto abbastanza! — sentenziò
Cecco.

Ci fu una lunga pausa, durante la quale gli
occhi già lucidi del principe sembrarono annebbiarsi
e tremare sotto il peso delle palpebre:
ma quando proprio pareva ch'egli dovesse addormentarsi,
tirò fuori una lunga lunga e strana
risata senza rumore, poi disse:

— «Sarai deputato, sarai ministro, ambasciatore....
la tua parola franca, i tuoi studii, i tuoi
ideali sublimi ti porteranno in cima a tutti gli
onori!...»

Abbozzò un'altra risata, e poi con furore quasi
gridò: — Ma non sarebbe stato meglio dirmelo
[pg!182]
subito a che prezzo si aprano tutte le porte?
a qual patto si vinca veramente in questo
sùdicio mondo?!

E due lacrime discesero brillando sul suo
pallore.

Cecco rimase un pezzo a guardarlo imbambolato,
poi si girò sul panchetto scuotendo forte
la testa; e diceva ad alta voce, ma come tra sè:

— Me pare de sognà! S'ha da di' male de
la Vita! la vorrebbero più bona, più condiscendente,
più allegra! Ma nun lo vedeno che tutto
quello che arzigogola lo fa per diverticce, poverina,
e pe' ffacce ride! E nossignori: ce so'
certi ingrati che vonno piagne pe' fforza, je
vonno fa' le boccacce! Eeh.... eeh.... (e qui faceva
certe strane boccacce di pianto da neonato).
E ffate come me! che ve possino brucià
vivi come Giordano Bbruno! Fate come me che
pijo tutto per gioco e rido de tutto.... che me
spacco dal ride.... e manco.... Che c'è? — fece
Cecco rivoltandosi mezzo spaventato.

«Testa de morto», ancora con gli occhi socchiusi,
lo guardava e digrignava i denti e biascicava,
come volesse ridere e parlare.

Che diavolo gli voleva dire?

Vuotato il bicchiere che gli stava pieno davanti,
«Testa de morto» riuscì a dire quel che
voleva:

[pg!183]
— Oh! te! Si hai tanta voja de ride....
perchè nun vai.... a da' 'n'occhiatina su.... a
casa tua?!

Detto appena questo, stralunò gli occhi e ricadde
sul marmo del tavolino.

— Sporca bestia senza padrone! — rantolò
Cecco, alzandosi. Poi súbito scosse le spalle e
fece una gran risata, e si rimise a sedere rivoltandosi
al suo compagno.

Ma il principe non lo udiva nè lo vedeva più.
Aveva ora gli occhi chiusi e sulle labbra un
piccolo sorriso dolcissimo. Rina, lieta forse di
esser vicina al termine del suo lavoro, aveva
incominciato a cantare una vecchia nenia dell'Agro,
ed egli, certo a quella nenia, s'era addormentato.

Cecco, vedendo quel giovane stanco piegarsi
lentamente verso il tavolino, provò per lui un
vero senso di protezione paterna, e pensò:
«Guarda come s'addormenta bene al canto!
Mica è un omo, questo! è un bambino: je ce
vorrebbe la mamma che l'addormentassi così
tutte le sere!»

Ma quando Cecco si vide solo in mezzo a
quella gente che pareva tutta morta, ebbe paura
di qualche cosa. Volle ridere: ma poi ci ripensò
e capì che era inutile. Che serviva ridere ora che
quella sporca bestia, quel «Testaccia di morto»
[pg!184]
gli aveva cacciato i suoi denti da cane nel
cuore?

A un tratto si trovò nella destra un *bísturi*.

Come? Quando l'aveva cavato dal suo astuccio
senza avvedersene?... Se lo nascose presto
nella tasca della giacca.

S'alzò pian piano, andò a guardare dai vetri
dell'uscio, poi l'aprì: stette a contemplare la
sua casetta lì di faccia, che sembrava un giocattolo
dimenticato da un bambino sotto una
pioggia di stelle.

«Che ce vado a fa'?!» disse forte Cecco riscrollando
le spalle. Ma non si mosse dalla
soglia dell'uscio.

E come si mosse, fu per traversar la strada:
«Servirà pe' ffaje una sorpresa.... pe' daje un
bacio che nun se l'aspetta!...»

Intanto il principe sognava. Sognava una
gran casa sulla piazza d'un paese, tutta imbiancata
di fresco di dentro e di fuori, piena
di prosciutti, di farina, di panni lavati, di galline,
di bambini ridenti, dov'egli era padrone,
e Rina era sua moglie. Gli pareva di ritornare
allora allora dalla caccia e di scaraventare il
carniere in mezzo alla cucina per abbracciar
presto la sua bella massaia. E gli pareva di durare
un gran pezzo a tempestarla di baci sul
viso rosso infuocato, finchè, alzando la testa,
[pg!185]
vedeva sul muro, appeso, tra i prosciutti, un
ritratto antico, dall'abito uguale a quello di un
suo antenato, ma con la faccia di Cecco tale
e quale, che rideva e gli diceva movendosi:
«Vedi, vedi che la vita è allegra? Vedi che
avevo ragione io?!» Allora aveva incominciato
a ridere anche lui, ma di cuore, come non si
ricordava di aver mai riso in tempo di sua vita;
e ridendo giù a scroscio, guardava Cecco e gli
ripeteva a perdifiato: «Grazie Cecco! Grazie
Cecco! Grazie Cecco!...» e il suo riso cresceva
ancora, e lì appesa la faccia di Cecco gli continuava
a dire: «Vedi? Vedi che la vita è allegra?
Vedi che avevo ragione io!?...»

Ma Cecco, il vero Cecco, a quell'ora, allagava
la sua casa di sangue.

E la povera Rina cantava ancora!

[pg!187]

IL CAVALIER ALLEGORIA.
======================

— *Seconda?* — domandò il facchino correndo
avanti.

— *Prima!* — rispose il cavalier Allegoria con
lo stesso calore con cui noi grideremmo «Viva
l'Italia!».

— Tutto per lei! — gridò il facchino spalancando
lo sportello d'uno scompartimento vuoto
e facendovi quasi volar dentro la valigia che
portava.

— Piano! piano!... un po' di riguardo, per
quello Iddio! È vera vacca! — strillò il cavaliere
arrivando tutto ansante e saltellante. Poi
subito, rigirandosi di qua e di là in gran fretta
e battendo le mani presto presto, incominciò
a gridare: — Giornalaio!... Birraio!... Psss...!
Cuscinaio!... Sigaraio!... Psss!

Molti viaggiatori corsero ai finestrini credendo
di vedere qualche cosa di molto interessante.
[pg!188]
Ma rimasero male: perchè videro solamente
un omino rubicondo e ritondetto, tutto
vestito a nuovo, tutto lustro, che, con un vertiginoso
crescendo, comperava due cuscini, tre
riviste, quattro giornali, cinque sigari.... e che
avrebbe forse bevuto sei bicchieri di birra se
il controllore non lo avesse fatto salir su in
gran fretta, che il treno si muoveva già.

Appena serrato nella tiepida e morbida gabbia
di velluto rosso, il nostro cavaliere si soffiò il
naso con un fazzoletto di seta gialla, sfacciatamente
profumato alla violetta; indi si sgravò
di un bel soprabito nero con fodera di seta ed
apparve in una mirabile giubba a falde, nuova
fiammante.

Ah! quanto mai doveva piacere al cavaliere
quel suo vestito! Ce ne volle prima che si saziasse
di mirarselo. Ma pure, alla fine, seppe
staccarne gli occhi; e calcatosi in capo uno
smagliante berretto a scacchi e arricciatosi con
infinito amore certi suoi piccoli baffi biondicci
dinanzi ad uno specchietto tascabile, si sprofondò
soavemente nel molle sedile e si concesse
il lusso di pensare:

«E dire che io ero così contrario a questa
guerra!» pensò il cavaliere. «Invece ci ho
messo pancia e portafoglio! Due buoni amici!...
Eh! eh! eh!.... Ma chi l'avrebbe mai detto?...
[pg!189]
Mi si riconoscevano delle qualità: questo è indubitato.
Delle belle qualità di organizzatore.
Allegoria di qua, Allegoria di là. Nei balli, per
esempio.... nei funerali, ero desideratissimo: mi
si trovava addirittura geniale, qualche volta;
ma che avessi il bernoccolo del grande affarista,
questo non se l'imaginava nessuno. E
nemmen io me l'imaginavo. Ci voleva la guerra,
per quello Iddio! Grande rivelatrice! dicono
bene i giornali.... Però, tutto sommato, mi sembra
ancora un sogno.... Un gran bel sogno! Ripensare
a quel primo affaretto dei binocoli dove
rischiai tremando lo stipendio di un mese!...
È stata una fungaia: uno ha tirato l'altro.... e
sempre uno più grosso dell'altro.... fino a quest'ultimo
delle borraccie.... Pare uno scherzo!
un problemino per la prima elementare. Mezzo
milione di boraccie di guadagno
per borraccia. Un milione di soldini!... Ah!
santa, santa Guerra!... me lo potevi dir prima!...
Già me lo sarei dovuto imaginare: la Guerra è
donna.... e le donne, per me, hanno sempre
avuto un debole.... Oh! Oh!... guarda come m'è
venuta carina senza cercarla! — esclamò a
questo punto il cavaliere; e si concesse un
buon quarto d'ora di riposo mentale.

«Veramente — riattaccò poi a pensare — in
mezzo a tante rose, la spina c'era. Quel povero
[pg!190]
ragazzo.... il sangue mio.... là sull'Isonzo,
proprio dove se le dànno più grosse! Che me
ne sarei fatto di tutti questi bei denari, se il
mio Ginetto.... Ba! ba! ba! non ci pensiamo
nemmeno, se no, addio digestione. Al diavolo
i neri pensieri, che anche questa è già per
metà accomodata. Il ragazzo ha saputo ammalarsi
a tempo. Adesso tocca a me a far l'altra
metà. La più difficile! Ma, non sono il cavalier
Allegoria, se io non mi riporto a casa il mio
Ginetto riformato!»

Gettò nel portacenere il primo Avana, accese
il secondo, e sorprendendosi in una
magnifica posa da banchiere, rientrò trionfalmente
nel primo tema della sua muta sinfonia.

«Sissignori! il salto è stato bello: da *duemila
e tre*, a capitalista!... Eppure è così. Chi
m'invidia crepi pure; ma non c'è rimedio. Bisogna
vedermi viaggiare in *prima*, vestito come
un *mylord*, con un sigaro in bocca che sembra
una salciccia, proprio come un vecchio re della
finanza.... Vecchio.... del mestiere, intendiamoci;
non di età, perchè mi sento, per quello Iddio,
certi fumetti per il capo, questa sera.... peggio
che a vent'anni!... A proposito; guarda questi
magnifici cuscini se non par che dicano: *Cherchez
la femme!*... E perchè no?... A che cosa
[pg!191]
serve viaggiare in *prima* e di notte, se non si
cerca un po' di avventura?...»

Una soffiatina alla cenere della manica, un
biscottino a quella del ginocchio, un'altra amorevole
occhiata allo specchietto, un po' di essenza
di violetta alla punta dei baffi, una pastiglia
di menta in bocca, un buon colpo alle
reni per star più dritto, e il rotondo cavaliere
infilò brillantemente il corridoio.

----

Non era passata mezz'ora, che, schizzando
fuori, tutto rosso e scomposto, da uno scompartimento
di *seconda*: — Che tempi! — gridava. — Non
si può più offrire i propri servigi
ad una signora che si buscano dei mezzi ceffoni,
con tanto di minaccia di tirare il campanello
d'allarme! È una bella porcheria!... Dopo
tutto, ero io che mi degnavo di viaggiare in
*seconda* per farle compagnia!...

Così, brontolando e soffiando, sballottato goffamente
un po' di qua un po' di là, andava, andava
pieno di dispetto, di carrozza in carrozza.

Ma non dimenticava la sua brava sbirciatina
ad ogni scompartimento, e via via strideva:

— Ufficiali, sottufficiali, caporali e soldati:
soldati, caporali, sottufficiali e ufficiali.... ma
non ci son dunque più donne in Italia?

[pg!192]
Senza avvedersene, trasportato dal suo bollore,
era passato in una carozza di *terza*.

Ad un tratto, gettò un vero e proprio urlo.

La sua faccia diventò bianca come una rapa,
poi ritornò il doppio più rossa di prima: le
gambe furono in forse su quel che dovesser
fare; ma finalmente rigirarono il loro rotondo
padrone e lo riportarono pari pari, in gran
fretta, al suo solitario scompartimento di *prima*.

Che mai aveva veduto di così spaventoso il
nostro cavaliere?

Aveva veduto suo padre.

Sì. Purtroppo, data la solidità del suo sistema
nervoso, impossibile sperare in una allucinazione!
In fondo a quel corridoio di *terza*,
a pochi metri da lui, dritto davanti a un finestrino
aperto, sfidando col petto quadrato la
stellata tramontana, fierissimamente puntellato
alle sue stampelle, c'era suo padre.

Dove poteva mai andare quel vecchio invalido
che da dieci anni almeno non saliva in un
treno, e che neanche per il terremoto del '95
aveva voluto passar la notte fuori di casa?
E poi (ad onta di quel mezzo accidente che
gli era preso), non aveva il nostro cavaliere benissimo
veduto la barba paterna accuratamente
rasa, e nella bocca paterna una certa famosa
pipa di schiuma, e sotto la giacca paterna tanto
[pg!193]
di camicia rossa? E potevano forse mancare
appuntate a quella camicia le relative undici
medaglie? Altissima tenuta, dunque; compiuto
assetto da gran cerimonia!

Non v'era dubbio possibile. Padre e nonno
avevano la stessa meta: il loro Ginetto ammalato.

Appena rimesso a posto il sangue, il cavalier
Allegoria recapitolò la sua posizione, napoleonicamente,
con due parole:

«Siamo fritti.»

«Però, — soggiunse dopo cinque minuti di
abbattimento, — possediamo ancora due superiorità
sul nemico. Prima: lo abbiamo individuato
senza scoprirci. Seconda: disponendo di
mezzi fisici e finanziari superiori, potremo precederlo
e difficoltargli l'azione.»

E fiero di questo inaspettato risveglio del
suo spirito, nonchè della terminologia già così
bene assimilata in soli sedici mesi di guerra
europea, assicuratosi bene che le piccole falde
gli aderissero senza pieghe, allungò senz'altro
la sua breve persona sui molli cuscini, chiudendo
languidamente le palpebre.

L'invocato sonno non tardò a venire, e durò
tutta la notte, e fu uno di quei sonni dolci e
ristoratori quali la coscienza concede a coloro
che per tempo l'hanno avvezzata a star zitta.

[pg!194]

----

E fu lui infatti, il nostro roseo cavaliere, il
primo ad arrivare al modesto ma incantevole
ospedaletto che la piccola città di Riviera aveva
offerto ai soldati d'Italia.

Quando il vetturino, a capo di un'erta, fermò
i suoi due cavallucci ansanti e fumanti al fresco
mattutino, e disse: — Siamo arrivati! — il
cavaliere calcolò che nella peggiore ipotesi
un'ora di vantaggio sul nemico gli fosse garantita
dalla lunga e faticosa strada; e diede
una rapida occhiata al suo prossimo campo di
battaglia.

Era un delizioso albergo cinto di rose eternamente
fiorite, di palme eternamente verdi e
di aranci, allora carichi di frutti, preso e trasformato
d'un tratto in ospedale. Era stata così
rapida la trasformazione, che l'allegro edifizio
non se n'era nemmeno accorto e seguitava ad
offrire con sorridente furberia le sue bellezze,
come se ci fosse ancora il *bureau* incaricato di
metterle in conto.

— Carino, — disse il cavaliere; poi scese
dal legno e pensò: «Per quello Iddio, qui bisogna
fare un'entrata memorabile». Si nascose
[pg!195]
nella mano un «bel foglio da cinque» e si diresse
a un soldato anziano e magrissimo che
stava sulla porta.

— Siete il portiere dell'ospedale?

— Sissignore.

— Io sono il cavalier Allegoria, padre del
sottotenente....

— Rallegramenti. Secondo piano, camera 22,
salga pure, — interruppe il soldato.

— Va benissimo.... — continuò il cavaliere
cercando di infilare il foglio da cinque nella
destra del soldato, — ma siccome la buona regola
insegna a incominciare sempre dal farsi
amico il portiere.... e avrò veramente bisogno
di voi per certe informazioni....

— Che cos'è questa roba? — disse il soldato
sentendo quel solletico dentro la mano, e siccome
era un po' miope, portò il foglietto così
vicino al naso che parve lo volesse annusare.

— Ah! cinque lire?

— Beverete alla mia salute....

— Questo poi no! signor cavaliere! — rispose
semplicemente il soldato, — non è tempo
di bere, questo. Adesso glie lo faccio vedere
io che cosa deve farne dei quattrini, se ne ha
troppi! Guardi: lei mette queste cinque lire, io
ci metto due soldi, più non posso, capirà, ero
spazzino, e ho cinque figlioli piccoli.... facciamo
[pg!196]
un bell'involtino, così, e lo ficchiamo qua dentro.
Ecco fatto. Va bene?

Il cavaliere, guardando a occhi sbarrati le
sue cinque lire precipitare con i due soldi del
soldato dentro una cassetta bianca su cui splendeva
una croce rossa, non potè fare a meno
di esclamare:

— Che tempi!

— Gran tempi! — esclamò il soldato.

— Già. Precisamente! — si affrettò a confermare
il cavaliere. — Vorrei però un piccolo
piacere da voi.

— Se posso, volentieri.

— È semplicissimo: tra un'oretta circa, arriverà
qui un veterano garibaldino con una
gamba sola e chiederà anche lui del sottotenente
Allegoria. Bisognerebbe farlo aspettare
qui e venirmi ad avvisare perchè non desidererei
incontrarlo.

— Vada pure.

— Grazie tante! — fece il cavaliere; e infilò
in fretta le scale lasciando nell'aria pregna di
acri odori d'etere e di iodoformio, una larga
scia di violetta.

Al primo pianerottolo si arrese all'invito di
un gigantesco specchio. Si fermò. Si rigirò da
destra e da sinistra. Che meraviglia! Il suo Ginetto
sarebbe restato allibito vedendolo, e si
[pg!197]
sarebbe finalmente formato un giusto concetto
del valore del suo papà.

«Ma insomma — direte voi — lo scopo del cavaliere
era quello di vedere il figlio o quello
di farsi vedere dal figlio?»

«Che colpa ne ho io — vi risponderò — se era
più questo che quello?»

Del resto, il cavalier Allegoria era logico.

Possedeva un cervello capace di ridurgli qualunque
cosa, per grande che fosse, alla sua statura:
metri 1.52! Perchè non servirsene anche di
fronte a questa immane guerra europea che
spaventava tutti? Ed eccovela ridotta alle proporzioni
di una nana rumorosissima.... ma quasi
innocua per chi sa scansarsi a tempo.

Ragione per cui il fatto che il suo Ginetto
vi avesse preso parte, il fatto ch'egli si fosse
trovato viso a viso col feroce nemico in quelle
furibonde tempeste d'odio e di fuoco dove si
fucinano anime giganti, aveva per il cavaliere
una scarsissima importanza. Se ne era valso,
questo sì, in certi casi, come si era valso del
passato glorioso di suo padre, al momento opportuno,
per stringere utili conoscenze, per far
bella figura al caffè, per concludere i suoi buoni
affari guerreschi. Ma se n'era valso con la ferma
persuasione che quella roba avesse soltanto
un valore apparente e transitorio, «un valore
[pg!198]
da brillante chimico» che bisognava abilmente
sfruttare alla luce artificiale del momento.

Che cos'erano i grandi sacrifici di averi e di
persona che costituivano la gloria di suo padre,
ridotti alla statura di metri 1.52?

«Errori giovanili.»

Per il povero Ginetto, no: non era il caso
di parlar di errori. L'avevano «strappato» dalla
tranquilla casa paterna, dal suo studietto d'avvocatino
che già prometteva, dal suo *Tennis*
che gli piaceva tanto.... e là, di botto, in quell'inferno.
Tutto quello che si può fare in simili
frangenti, è riportare la pelle a casa, e il
suo Ginetto l'aveva saputa riportare, se non
proprio a casa, per lo meno all'ospedale, cioè
a metà strada. E questo, secondo lui, era il
vero merito del suo Ginetto; nè pensava a contestarglielo....

Ma, per Dio! lui, nel frattempo, aveva messo
insieme un patrimonio!... e questo, via, siamo
giusti, era un merito un po' maggiore.

Ridotta in questi termini la questione, cioè
alla statura suddetta di metri 1.52, non vi sembrerà
più strano che il cavaliere andasse a
quella visita più per essere ammirato che per
ammirare.

[pg!199]

----

Ma la prima impressione del figlio alla vista
del padre dovette essere alquanto diversa da
quella che il cavaliere sentiva di meritare.

— Come va che al mio ingresso ti sei tutto
rabbuiato? Chi aspettavi?

— Io rabbuiato? ma ti pare, papà? — balbettava
il giovane.

— Scommetto che non avevi riconosciuto il
tuo vecchio papà, in questa superba *mise*! — gridò
a un tratto il cavaliere, tutto felice di
avere col suo pronto ingegno spiegato il segreto
di quella impacciata accoglienza. — Scommetto
che alla prima occhiata hai pensato:
«Chi può essere questo *mylord* che mi viene
a trovare?»

— Già.... già.... proprio così! — esclamò il
giovane sorridendo amabilmente alla scusa offertagli. — Già,
non t'avevo riconosciuto.... Non
t'aspettavo proprio, capisci.... t'avevo tanto raccomandato
di non venire.... di non fare questo
viaggio così lungo.... per così poco....

— Puff! Lungo, questo viaggio?... in prima
classe?... Tutto un sonno! non me ne son nemmeno
accorto!

— Ma la spesa....

— Scioccherello! Non sai che tuo padre è
[pg!200]
diventato un capitalista?... Eppure nelle mie lettere
ti devo aver accennato....

— Ma sì.... ma sì....

— E dunque?... Altro che spesa di viaggio,
mio caro! Son venuto armato di buoni fogliettoni
da mille.... e disposto a farli scivolare dove
sarà il caso.... — soggiunse abbassando il tono
della voce e strizzando l'occhio.

— Che cosa vuoi dire? — chiese con gran
vivacità il giovane fissando il padre e facendosi
scarlatto fin tra i capelli.

— Per quello Iddio! hai ragione! — mormorò
il cavaliere — in questa razza di ambienti le
mura hanno orecchie!... Ma che cos'hai?.... Perchè
diventi così rosso?... Come?... «E la
verg....»? Che diavolo dici? La vergogna? La
vergogna di che?... Perchè ti mordi così forte
le labbra?... Bah! io non ci capisco niente, parola
d'onore! — E, così dicendo, si girò sul
tacco e fece una passeggiatina per la camera.

— Che sole! Che clima! — disse affacciandosi
alla finestra. — Una villetta in Riviera....
non sarebbe mica una cattiva idea! Eh! Eh!
che ne dici?... Sei un po' pallido, ora. Troppo
pallido, per quello Iddio! — esclamò ritornando
verso il letto del figlio. — Che vuol dire? hai
qualche doloretto, forse?... A proposito! non
ti ho nemmeno chiesto quale sia precisamente
[pg!201]
la tua malattia. Nella tua lettera ti sei dimenticato
di dirmelo....

— Oh! niente.... niente.... un po' di reumatismo.... — brontolò
il giovane.

— Reumatismo! Ma bravo Ginetto! — sussurrò
il cavaliere. — Malattia che si presta benissimo
a un po' di gioco di bussolotti. Mi sono
approfondito in materia. Siamo a cavallo, caro
mio! Ti riporto a casa, quant'è vero ch'io son
dritto qua!... Vedrai, Ginetto, che studiolo *chic*
metteremo su; e ti porterò i miei affari che son
meglio dei tuoi, e faremo quattrini a palate, e
marcerai anche tu con stivaletti da trentotto
lire come questi e vestiti da centocinquanta
come questo.... Pensa che effettone! quando
ritornerai tra le signorine del tuo *Tennis*. Son
tutte in attesa d'un reduce: il primo che arriva,
se lo mangiano! T'invidio un pochetto,
sai: ma, come si fa? Sono o non sono il tuo
vecchio papà?... Qua un bell'abbraccio!

— Non posso muovermi, bada! — si affrettò
a gridare il giovane.

— Per quello Iddio! Anche le braccia reumatizzate?
Vero reumatismo articolare diffuso!...
Ma allora andiamo a gonfie vele! Non muoverti:
ti darò io un bel bacione!... Dopo di che,
smetteremo di dir sciocchezze e parleremo un
po' di cose serie.

[pg!202]
— Sarebbe ora, — disse secco il giovane.

— Come sarebbe a dire? — chiese il cavaliere
increstandosi.

— Ma, che so io? — fece il giovane seccato:
poi soggiunse inzuccherando un po' il tono: — Veramente,
papà, non mi so proprio spiegare
perchè mi siano uscite di bocca quelle parole.

— Non ti sai spiegare? — esclamò il cavaliere,
come illuminato da un lampo di genio. — Ebbene,
te lo spiego io. Tu sei affetto da *choc
nervoso*. Lo avevo sospettato fin dal principio
della nostra conversazione: ora ne ho la riprova
inconfutabile. Vengano a negarmelo se possono.
*Choc nervoso! Choc nervoso!* per quello Iddio!
Faremo resultare anche questo, non aver paura,
Ginetto mio! Metteremo in bella luce anche questo!...
e vinceremo! vinceremo noi!...

Senza affatto considerare la strana figura che
faceva fare a quella parola «vinceremo» usandola
in quel senso e parlando a un soldato,
il nostro ineffabile cavaliere inarcò le bionde
sopracciglia, sbuffò e soggiunse:

— Eppure.... tutto questo magnifico edifizio
può precipitare.... Sì, figlio mio. Questa è la
cosa seria di cui ti volevo parlare. Próvati un
po' a indovinare chi viaggiava nello stesso mio
treno stanotte.... Io non so come diavolo sia
venuto a sapere che tu....

[pg!203]
— Il nonno! — gridò il giovine; e il grido
parve uno scoppio.

— Oh! guarda, guarda! — osservò un po'
turbato il cavaliere. — Come va questa faccenda?
Lo sapevi?

— No!... l'ho detto così per dire.... perchè
veramente questa notte mi son sognato che veniva
a trovarmi....

— Bel sogno, per quello Iddio! Io all'età tua
facevo dei sogni più divertenti! — gridò, senz'affatto
ridere, il cavaliere; e poi riprese infuocandosi
man mano: — Ma intanto il sogno
è triste realtà; tra mezz'ora quello arriverà qui
in tenuta di gala, metterà sossopra l'ospedale
con quella sua voce di basso profondo, verrà
qua al tuo letto per dimostrarti che non hai
niente, che devi rialzarti e ritornare lassù
come fece lui quando s'imbarcò a Quarto con
le coliche; ti rovescerà addosso tutta la storia
d'Italia, ti pungerà nell'onore.... si sa che
quello, alla tua età, è sempre un punto debole....
e tu cascherai come un imbecille, e così il nostro
bel piano di onesta felicità famigliare se
n'andrà in fumo!... E non è il primo che ci
manda all'aria, quello là, con i suoi principî
inderogabili, con i suoi idealismi da racconti
per l'infanzia! Ricórdati! non per nulla tu gli
appioppasti il titolo di Catone il censore!...
[pg!204]
Dunque, in gamba, ragazzo mio: se ti preme
di mettere la pelle al sicuro, la ricetta te la do
io: non gli lasciar aprir bocca. Urla, piangi, accusa
dolori strazianti, pronunzia parole senza
senso comune.... Bisogna commuoverlo, bisogna
fargli perdere la bussola, bisogna rimandarlo a
casa persuaso che tu sei moribondo. Non c'è
altra via di salvezza! E sta in te. Io, purtroppo,
non ti posso aiutare di presenza. Sai che io....
lo rispetto.... lo venero, se vuoi.... ma è inutile!
è sempre stata l'unica persona capace di farmi
uscir dai gangheri!... Ora poi le nostre relazioni
si sono ancora più tese in seguito a un certo suo
rifiuto di presentarmi a un suo vecchio amico,
compagno di garibaldinate, che aveva in mano
un affare meraviglioso e cercava un socio onesto
e capace.... Per quello Iddio! Era bene il
caso di presentarmi! non ti pare? Dalla rabbia
ero arrivato a offrirgli mille lire! Capisci?
Mille lire per quattro parole un po' calde, con
quella miseria che si ritrova.... Ebbene, niente!
duro come un macigno. E l'affare l'ha fatto
un altro, e ci ha guadagnato quindici mila lire!...
un imbecille, tra parentesi, che è finito in prigione.
Hai capito? Questi sono i suoi eroismi!
Dopo avere dilapidato il patrimonio di casa e
ridotto me a fare il misero impiegatuccio, adesso
vuole anche impedirmi di approfittare del
[pg!205]
*momento fortunato che attraversiamo* per rifare un
po' di quello che lui ha disfatto!! Insomma, — concluse
il cavaliere al colmo del bollore, afferrando
l'orologio. — Son le dieci, per quello
Iddio! Il nemico è alle porte. Ritornerò oggi a
sentire l'esito della battaglia. Siamo intesi! Pensa
alla pelle! Pensa al papà col portafogli pieno!
Pensa alle signorine del *Tennis*!... Addio!!

Ma non aveva ancora posato la mano rossa
e fremente sulla maniglia dell'uscio, che il corridoio
fu invaso da un rombo umano accompagnato
da un frastuono di macchina.

— È lui! — gridò il cavaliere esterrefatto. — Quel
cretino di portiere non me l'ha fermato
un corno! Già, che cosa vuoi aspettarti da un
uomo che non conosce il valore del denaro!...
Ma adesso come faccio a scappare? Bada che
io non voglio assolutamente vederlo, a costo
di nascondermi sotto il letto, a costo di....
Quella porticina a muro dove mette? nella camera
accanto? Mi rimanderanno indietro?

— No, no: non è una camera, è.... è....

— Ma è quello che ci vuole per me, allora!
perchè non me l'hai detto subito, figlio mio?

E il profumatissimo cavaliere scomparve dietro
il segreto usciolo nell'attimo stesso in cui
l'altro uscio si spalancava sotto l'impeto del
massiccio eroe garibaldino.

[pg!206]
— Nonno! — gridò il ragazzo scintillando di
gioia e cercando di alzarsi sul gomito destro.

— Figliolo mio caro! — tuonò il vecchio arrivando
al letto con due soli tremendi colpi di
stampelle. — È salva la gamba?

— Salva, nonno! — esclamò il ragazzo, — non
si taglia più: in quaranta giorni guarisce!...
La mano, invece, me l'han dovuta tagliare,
vedi? È stato ieri a quest'ora: era troppo fracassata:
non c'era rimedio.... Ma, non aver
paura, ci ritorno lo stesso alle mie trincee, sai!...
Ho già steso la domanda.... me lo devono accordare....
è la sinistra....

Il vecchio aveva fatto un passo indietro come
per godersi intero lo spettacolo di quella creatura
fatta a imagine sua, come provasse finalmente,
per la prima volta, la gioia d'avere un figlio.

Parve che dalla sua bocca convulsa volesse
uscire un torrente di parole.

Ma ne ruggì due sole:

— Viva l'Italia!

E afferrata con feroce tenerezza la testa del
ragazzo, scoppiò in un pianto dirotto.

.. vspace:: 2

E il cavaliere Allegoria?

Sta bene dov'è.

----

.. footnotes:: NOTE
   :class: small

.. vspace:: 2

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