.. -*- encoding: utf-8 -*-

.. meta::
   :PG.Id: 39506
   :PG.Title: Io cerco moglie!
   :PG.Released: 2012-04-22
   :PG.Rights: Public Domain
   :PG.Producer: Carlo Traverso
   :PG.Producer: Claudio Paganelli
   :PG.Producer: Barbara Magni
   :PG.Producer: the Online Distributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net
   :PG.Credits: This file was produced from images generously made available by The Internet Archive.
   :DC.Creator: Alfredo Panzini
   :DC.Title: Io cerco moglie!
   :DC.Language: it
   :DC.Created: 1920
   :coverpage: images/cover.jpg

.. style:: title
   :class: center

.. style:: subtitle
   :class: center

.. role:: small-caps
   :class: small-caps

.. role:: xx-large
   :class: xx-large

.. role:: x-large
   :class: x-large

.. role:: large
   :class: large

.. role:: small
   :class: small

.. role:: smallges
   :class: small-caps gesperrt

================
Io cerco moglie!
================

.. pgheader::

.. container:: coverpage

   .. image:: images/cover.jpg
      :align: center

.. clearpage::

.. container:: titlepage center

   :large:`ALFREDO PANZINI`

   .. vspace:: 2

   :xx-large:`Io cerco moglie!`

   .. vspace:: 1

   ROMANZO

   .. vspace:: 2

   MILANO

   :smallges:`Fratelli Treves, Editori`

   :small:`1920`

   .. vspace:: 1

   **17.º migliaio.**

----

.. container:: verso center

   PROPRIETÀ LETTERARIA.


   *I diritti di riproduzione e di traduzione sono riservati per
   tutti i paesi, compresi la Svezia, la Norvegia e l'Olanda.*

   .. vspace:: 1

   Si riterrà contraffatto qualunque esemplare di quest'opera che
   non porti il timbro a secco della Società Italiana degli Autori.

   .. vspace:: 2

   :small:`Milano. — Tip. Treves`

.. clearpage::

.. contents:: INDICE
   :backlinks: entry
   :depth: 1

.. clearpage::

DEDICA.
=======


*Questo romanzo fu scritto negli anni 1916-17,
per sollevare il pensiero dalle tristezze della
guerra.*

*Fu pubblicato nella rivista,* La Lettura, *dal
1º maggio 1918 al 1º marzo 1919, con qualche colpetto
di soppressione su le punte più ardite.*

*Si stampa ora in volume con non pochi emendamenti;
ma non sarà mai emendato abbastanza
da essere accettato nelle nobili sale della Letteratura.*

*Ciò mi fu detto, a voce e per iscritto, da amici,
da critici e da qualche mia cara amica. A tutti
io sono grato; e nell'emendare il libro, ho tenuto
conto delle osservazioni, sì benigne, sì anche
maligne, che mi furono fatte.*

*Volevo dedicare il libro a qualcuno di questi
miei critici, ma ho pensato che si sarebbe avuto
a male di simile dono.*

[pg!06]
*E allora, ecco. Questo luglio, all'ufficio postale
di Bellaria (un ufficio fantastico dove si attende
di fuori la posta, facendo lunghe conversazioni)
c'erano due signore, mamma e figlia, che tutte
le volte che io arrivavo, mi guardavano con un
sorriso di benevolenza, e direi di compiacimento.*

*Un po' alla buona, mamma e figlia; ma così
fiorenti e così sane che ricordavano le buone
famiglie patriarcali di Romagna, ai bei tempi
ospitali di una volta.*

*Un giorno, la mamma si fece coraggio e mi
disse: «È lei quello che ha scritto* Io cerco moglie
*nella* Lettura?»

*Io non potei dir di no, ma avevo un po' di
paura.*

*Invece la mamma mi disse: «Abbiamo riso
tanto questo inverno».*

*E la figlia approvava con un simpatico sorriso.*

*Ciò mi ha fatto molto piacere.*

*Mamma e figlia non devono aver pratica con
la Letteratura: io non ne so nemmeno il nome,
ma spero che non se ne avranno a male se dedico
a loro il libro con riconoscenza.*

   | Roma, ottobre 1919.

.. clearpage::

.. class:: center x-large

IO CERCO MOGLIE!

.. clearpage::

[pg!1]

CAPITOLO PRIMO. — IO!
=====================


Cavalier Ginetto Sconer, fisonomia rosea, da
cui spira intelligenza e coraggio; capigliatura
solida, denti solidi, tutto solido.

Questo sono io!

In questa valle di dolore e di lagrime ho l'onore
di trovarmi bene.

Quando io viaggiavo ancora con la *marmottina*
dei campioni, i clienti mi dicevano: «Voi,
signor Sconer, fate molto onore alla vostra
Ditta». In realtà la mia presenza è stata sempre
molto distinta.

Peso controllato, kg. 80.

Ed ora passiamo all'esposizione morale. Anche
il morale è molto favorito. Io sono uno spirito
equilibrato e sereno, e questo mi piace,
[pg!2]
perchè la Fortuna dà le sue preferenze alle persone
equilibrate e serene. Però non è vero che
io sia così insensibile che se ricevessi una pedata
nella sedicesima lettera dell'alfabeto, il mio
volto non tradirebbe nessuna emozione. Questa
è stata una volgare facezia di Lionello.

Certamente non sono eccitabile. Gli individui
eccitabili vivono poco. *Achille, personaggio eccitabile,
è morto giovane.* Questa sentenza si legge
nel libro di *réclame* della nostra Ditta: *Come
devo preservare la mia vita.*

La parte scientifica del libro è stata affidata
al dottor Pertusius; ma la parte morale è di mia
creazione.

— Realmente — mi osservava il dottor Pertusius — gli
individui eccitabili, sensibili, vivono
poco, oltre che vivere male, perchè sperperano
troppa energia vitale.

— Allora diciamo *vitalina* — dico io.

— Ma la *vitalina* non esiste! — dice il dottore.

— Non importa, la creiamo noi: *vitalina*, alcaloide
della vita, produzione della Ditta.

— È un *bluff* — dice il dottore.

— E per questo? Il *bluff* ha la sua ragione di
esistere in quanto esistono le persone capaci di
farsi *bluffare*.

Il dottore aveva scritto: *evitate i dolori morali!*
[pg!3]
Ed io vi ho aggiunto: «quando i dolori vanno
a passeggio per il marciapiede di destra, non c'è
motivo plausibile perchè voi non preferiate il
marciapiede di sinistra».

— Ma lei — mi disse il dottore — non tiene
conto che della sua sacra persona!

Rimango stupito dell'intonazione ironica.

— Ma questo è un dovere, caro dottore.

Una signora, mia cliente, mi osservava che
il prezzo della mia *Violetta ideale* è un po' caro.

— Mia signora — ho risposto — se io vendessi
per meno, forse avrei più guadagno: ma le signore
eleganti come lei diserterebbero il mio
negozio: e se rivelassi che si chiama *ideale* perchè
la violetta non c'entra, ma c'entra il catrame,
la comprerebbe lei?

— Lei è poco onesto! — mi dice la signora.

«E lei che vende la sua gallina anziana per
pollastrina novella, è forse onesta?»

Questa era la risposta da dare se non fossi un
*gentleman*. Ah, sì! Io sono anche troppo scrupoloso;
e quando penso a certi tremendi uomini
d'affari, non posso a meno di dire a me stesso:
«Tu, Ginetto, sei un modesto sì, ma perfetto galantuomo,»
che è sempre una bella qualità.

Quando poi penso che venti anni fa sono entrato
in commercio senza l'esposizione di un centesimo,
[pg!4]
ed ora sono gerente della Società in accomandita
X\*\*\* e Compagni; sono consigliere di
amministrazione dell'anonima Y\*\*\*, e come tale
dispongo di molta influenza personale per operazioni
di credito, non posso a meno di dire a
me stesso: «Ginetto, tu sei un bravo ragazzo!»

Una favorevole combinazione mi ha permesso,
di recente, di essere proprietario di una palazzina
di stile *rococò*, collocata in uno dei quartieri
più moderni della città. I due piani superiori
sono affittati a inquilini selezionati e tranquilli.
Il *rez-de-chaussée*, con annesso giardino,
è riservato per me. Ho pavimenti tirati a lucido,
*salle à manger*, stile *renaissance*, salotto stile
*Louis Kenz*! La camera da letto è in istile impero
con lettino di mogano, e annesso gabinetto
di *toilette*, stile *liberty*. Sopra il letto pende
un arazzo con la sacra famiglia, dipinta da un
distinto pittore. La mia governante si chiama
Desdemona. Essa è stata per tanti anni al servizio
di una casa principesca, e il suo aspetto
incute una certa soggezione. Benchè molto riservata,
tuttavia si è permessa questa osservazione: — Lei,
signor cavaliere, potrebbe formare
la felicità di tante signorine!

— Voi ne siete convinta?

— Certamente, signore.

[pg!5]

.. vspace:: 1

.. class:: center large

\ *

.. vspace:: 1

La regolarità è una delle mie qualità più notevoli.
Esco di casa al mattino alle dieci, accuratamente
*sbarbificato*; la cravatta, il colletto in ordine,
perchè questo non soltanto è un dovere
di una *individualità* distinta verso se stesso, ma
è anche una necessità per chi ha molto *personale*
alla sua dipendenza. Attendo ai miei affari,
e alla sera rientro per il pasto nella mia proprietà.
Quando guardo e tocco la mia proprietà,
ho la perfetta sensazione di vivere. Spesso convito
gli amici, fra i quali Lionello, che è un bel
ragazzo, biondo anche lui e autore di libri assai
in voga. Egli mi diceva giorni fa:

— Io non capisco: io sono uno dei pochi uomini
di genio che siano in Italia; eppure non
ho mai la disponibilità di mille lire.

— Vedi — gli ho risposto —, io e tu siamo
due artisti, e abbiamo tutti e due la sensazione
esatta del pubblico: tu gli dài i tuoi libri; io i
miei prodotti. Io e tu guadagniamo: ma il denaro
ubbidisce ad una sua legge, cioè rifugge da alcuni
individui....

— Come sarei io —, dice Lionello.

— Press'a poco; e affluisce verso altri individui,
benedetti da Dio.

[pg!6]
— Come saresti tu —, dice Lionello.

— Press'a poco —, dico io.

— Facciamo cambio —, dice Lionello.

— Non si può, perchè bisognerebbe che tu ti
mettessi dentro di me, e io dentro di te. Tu sei
nato per consumare, e io per accumulare. Ma
tu sei molto più felice del povero Ginetto, perchè
tu, quando sarai morto, lascierai il tuo nome
alle tavole immortali della gloria; e io, il mio
capitale a chi lo lascierò?

— Lascialo a me —, disse Lionello.

— Perchè no, amico mio? Sono certo che nessuno,
meglio di te, saprebbe farne un uso veramente
simpatico; ma non si può, perchè tu,
Lionello, morirai prima di me, perchè consumi
troppa energia vitale. Io sono, invece, destinato
a vivere almeno sino ai novantanove anni; e
accumulare, accumulare, accumulare sempre,
secondo la volontà del Signore.




II. — IL CONFLITTO DI DUE PROBLEMI.
===================================


Sì, non è improbabile che io campi sino ai novantanove
anni, l'età stabilita dal dottor Pertusius
per gli uomini equilibrati e sereni, che è poi
[pg!7]
quella stabilita da Mosè per gli uomini giusti.
Dopo poi può accadere di morire, benchè sono
di quelle cose che perchè io le creda, bisogna
che le veda. Ammesso questo, mi faranno splendidi
funerali: ma, e dopo? Dopo non si sa mai
quello che ci può essere; e appunto per questo
io tengo anche il mio bilancio morale in perfetto
pareggio. Ma è certo che se io, Ginetto
Sconer, avessi un erede che fosse come me,
con il naso come me, con gli occhi come me,
con il cuore come me, cioè equilibrato e sereno,
io tornerei a vivere una seconda volta nel mio
erede; e dal mio mausoleo sentirei questa simpatica
voce: «Quell'eccellente uomo di mio padre,
che mi permette di vivere felice come una
cimice dentro una pelliccia!» Ma per avere un
erede, bisogna avere un figlio, e in tale caso è
necessario prendere moglie. Sì, è vero: le mie
brillanti qualità mi hanno reso molto ricercato;
e non poche persone hanno ripetuto quello che
dice la mia governante: «Lei potrebbe, tu potresti,
voi potreste formare la felicità di molte
signorine». Però questa parola *matrimonio* non
mi è mai piaciuta troppo. Mi ricordo che già
Lionello mi assicurava che i casi di fedeltà coniugale,
debitamente comprovati, che lui ebbe
a deplorare (diceva lui «deplorare»), erano pochi
[pg!8]
pochi. Ciò è impressionante, non per la tragedia
che io eviterei ad ogni modo, ma perchè comprometterebbe
l'autenticità dell'erede.

Adesso poi che Lionello è passato a idee anche
più moderne, mi ha investito con disdegno di
male parole perchè io cerco moglie.

— Ma, amico mio — gli ho risposto — tu, come
artista, ci guadagni ad essere — diciamo così — uomo
del disordine; ma io, anche per ragioni
d'affari, sono uomo d'ordine; e il matrimonio è
un atto di deferenza verso la società, come, in
certi casi, la *redingote* e il cappello a cilindro.
E poi io cerco anche un figlio.

— I figli sono destinati per l'umanità! — esclama
Lionello.

— Questo va bene per te — gli ho risposto — che
senti l'umanità, ma io il figlio lo voglio
per me.

Io gli potevo anche osservare che lui si mostrava
ingrato, perchè nei suoi drammi aveva
ricavato tanti begli effetti dal matrimonio; ma
per delicatezza non glielo ho detto.

.. vspace:: 1

.. class:: center large

\ *

.. vspace:: 1

Se non che, da qualche tempo, il problema
dell'erede si complica col fenomeno grandioso
della mia gioventù che rinasce. Io che fino a
[pg!9]
qualche anno fa uscivo e tornavo a casa tranquillamente,
ora sono turbato: mi fermo a guardare
le belle fanciulle. Quante ve ne sono! Una
volta mi pareva che ce ne fossero meno. Anche
le fanciulle di tipo popolare, che camminano con
passo di tango, agitando la borsetta con dentro
lo specchietto, il piumino, il cartoccino del salamino,
mi piacciono. E.... cosa strana!

Le care fanciulle si mutano in sensazioni di
*dessert*: crema di panna montata, gelato di albicocche
con labbra di fragole, ponce al rum
con scarpette che fanno girare la testa. Oh, vezzose
capinere, perchè bezzicate il mio tenero
cuore? Vi sono certe testoline così bene accomodate
che mi piacerebbe di spiccarle e averle
per sopramobili nel mio salotto. Senonchè io che
negli affari sono di una intraprendenza magnifica,
quando mi trovo davanti al *buffet* della bellezza,
divento di una prudenza vergognosa.

Queste fanciulle, come sartine, dattilografe, *postelefoniche*
e altre signorine del genere, le escludo
dal matrimonio per un semplice atto di buon
senso: ma confesso che mi hanno fatto molto
soffrire.

Anche quelle bruttine, vedute due volte, mi
sono sembrate belle.

Disponendo nel mio salotto di un pianoforte
[pg!10]
Bechstein, ho voluto prendere qualche lezione
di piano. Alla prima lezione la maestra mi è
parsa insignificante, alla seconda significante, alla
terza seducente, alla quarta pericolosa. Considerando
però che questa signora ha una specie
di marito di tipo molto equivoco, ho detto: «Ginetto,
prudenza!» ed ho presentato alla signora
una busta con dentro il contenuto per le sue
*prestazioni*. Ma ogni volta che tocco il mio Bechstein,
*brr!* vedo la maestrina con tutte le signorine
che volano per il soffitto e mi guardano
coi loro occhioni di porcellana.

Preoccupato per questa mia eccessiva sensibilità,
ne ho chiesto al dottor Pertusius. Egli mi
ha detto:

— È la conseguenza dell'età pericolosa.

— Diavolo d'un dottore! Ma l'età pericolosa
non è quella delle donne sui quarant'anni?

— Anche degli uomini.

Questa è una cosa che non sapevo. Sì, riconosco:
la nave della mia vita si è da qualche
tempo allontanata dalla latitudine dei trenta anni,
e naviga verso i quaranta, ma non è ancora arrivata
a questi paraggi.

— E scusi, dottore, è pericolosa l'età pericolosa?

— Alquanto, perchè affatica il nobile organo
[pg!11]
del cervello, in cambio di altri organi automatici.

Considerando i rapporti di buona amicizia fra
me e il dottor Pertusius, gli confido come a vedere
certi colli nudi, quali usano adesso, che
sostengono certe testoline così sentimentali, mi
viene la voglia di spiccarli.

— Fenomeno sadico, — dice Pertusius.

— Fenomeno grave?

— Finchè non li spicca non è niente: ma vi
sono di quelli che li hanno spiccati.

— Cosa vuole, dottore — dico io, — a vedere
quella pelle rosea-verdolina come il pistacchio,
messa in mostra, mi vengono i brividi.

— Faccia conto — dice lui — di vedere la
pancia di una lucertola.

— Capisco; ma non si può.

— Ha ragione! — risponde gravemente.

— E a lei che è vecchio, non accade mai?

— Non indaghiamo!

Io mantengo verso i medici una benevola diffidenza,
perchè a furia di studiare le malattie,
finiscono per considerare la salute anch'essa
come una malattia.

Comunque, anche per ragioni di igiene, bisogna
che io cerchi moglie: una moglie che risponda
alle esigenze dell'erede, e anche alle mie.

[pg!12]

.. vspace:: 1

.. class:: center large

\ *

.. vspace:: 1

Ecco qui un elenco di signorine della buona
società — si intende — quale io ho notato nel
mio taccuino, che sarebbero state adatte per il
mio matrimonio.




III. — ELENCO MATRIMONIALE.
===========================


Signorina A\*\*\*, dote ragionevole, bella presenza,
famiglia distinta, peso valutabile a vista,
kg. 70. Oggi attraente, ma suo padre è enormemente
obeso; sua madre, idem. Tendenza all'obesità.
Si scarta per ragione di estetica.

.. vspace:: 1

.. class:: center large

\ *

.. vspace:: 1

Signorina B\*\*\*: troppa licenza liceale: sa tutte
le date a memoria. La sua fronte *bombée* rivela
la sua intelligenza. Dice sempre: «Io sono nata
per la penna». Diventata moglie, è capace di fare
l'analisi sopra di me. Ah, no! Poi troppa fronte
*bombée* e pochi capelli.

.. vspace:: 1

.. class:: center large

\ *

.. vspace:: 1

Signorina C\*\*\*: domanda sempre: «Come mi
trova? come mi trova?» e quando la si guarda,
poi dice: «Cosa ha da guardarmi? Non sta bene
[pg!13]
guardare». Ride per niente. Una signora l'aveva
incaricata di acquistarle un busto elegante come
il suo. «Ma io non porto busto, — dice — io sono
bella così». A una conferenza non ha fatto altro
che ridere e criticare una signora perchè aveva
le scarpe gialle. «Mettere in mostra quei piedi,
grandi come due cassette da fiori, e con i sopratacchi
di gomma!»

Quando esce per via, sbircia a ogni vetrina.
«Mamà, la vestina butta bene? butta male?
È dritto? è storto?» «Sì, carina!» Ma mamà
non s'accorge che la figliuola è stupidella? Io,
sì. E il mio erede deve essere intelligente.

.. vspace:: 1

.. class:: center large

\ *

.. vspace:: 1

Signorina D\*\*\*: molto carina; ma troppo buona
di cuore verso tutti quelli che sospirano per lei.
Per questa sua eccessiva bontà è stata allontanata
dalle scuole. Cara fanciulla, ma offre l'inconveniente
che l'erede sarebbe il figlio, ma non
la riproduzione di Ginetto Sconer.

.. vspace:: 1

.. class:: center large

\ *

.. vspace:: 1

Signorina E\*\*\*; ricciolina, mingherlina, nominata
«fior di pesco». La signorina B\*\*\*, quella
*nata per la penna*, le ha mandato a dire che *fior
di pesco* si dovrebbe chiamare *fior di zucca*. *Fior di pesco*
[pg!14]
ha replicato: *Libro di testo!* La signorina
*nata per la penna*, ha replicato: *Bastone vestito!*
*Fior di pesco* ha replicato: *Bastone vestito,
ma fémmina! una cosa che lei non sarà mai! E
poi adesso il seno non è più di moda.* La signorina
E\*\*\* possiede una eccessiva prontezza di linguaggio,
e questa cosa mi impensierisce. Inoltre
vuol sapere se io russo. «Tutti i mariti russano.
Lo dice mamà».

.. vspace:: 1

.. class:: center large

\ *

.. vspace:: 1

Signorina F\*\*\*, invece, cosa importa che sia
bella come una testa del Murillo, quando non
sa dire più di: «Ah, sì! Vedi mo'! Ma già!»?

Io non conosco questo pittore Murillo, ma le
sue teste devono essere incantate, perchè lei è
sempre incantata.

«Signorina, che cosa le piace? leggere, lavorare,
far da cucina?»

«Mi piace far pulizia.» Ma la sua camera farebbe
orrore alla mia governante Desdemona.
La sua pulizia consiste nel brillantarsi le unghie,
e, quando nessuno la vede, girare la mano per
far andare giù il sangue.

«Signorina, che cosa legge? il bollettino della
guerra?»

Leggeva la corrispondenza di quarta pagina.

[pg!15]

.. vspace:: 1

.. class:: center large

\ *

.. vspace:: 1

Signorina G\*\*\*: «si erge a somiglianza del perfetto
stelo,» come dice Lionello, ma ha il torto
di farsi vedere a passeggio in compagnia di sua
madre, la quale era forse uno stelo anche lei,
ma oggi è un archetto. Una fanciulla di buon
senso dovrebbe evitare di farsi vedere con una
madre che presenti un quadro disastroso della
sua futura configurazione. E poi il figlio di Ginetto
Sconer deve essere una quercia, e non
uno stelo.

.. vspace:: 1

.. class:: center large

\ *

.. vspace:: 1

Signorina H\*\*\*: figlia di un ingegnere architetto.
È stata costruita con molta grazia da suo padre,
nello stile *Louis Kenz*, da me preferito. Pare una
bambolina, e si chiama Noemi. Porta i riccioli
a *tire-bouchon*, come nelle vecchie stampe. Fa
la svenevole, parla con una voce melliflua.... Ma
queste apparenze ingannano: un giorno la ho
sentita, nello studio di suo padre, che tirava su
gli affitti a tutti gli inquilini delle sue case. Questa
signorina ha delle buone qualità — dico fra
me —; ma un altro giorno sento una voce stridula
che rompe le pareti: «Fa alla svelta, fa
alla svelta, fa alla svelta! Sai bene che io non
[pg!16]
sono figlia della pazienza. Sei un'idiota, una stupida!
Ti tiro la ciabatta su quella facciaccia da
mummia!»

«Pum!» «Ahi!» Era Noemi, nome soave, che
parlava con la cameriera.

Questa signorina mi sembra pericolosa.

.. vspace:: 1

.. class:: center large

\ *

.. vspace:: 1

Signorina K\*\*\*, figlia di un ricco industriale,
mio amico. Ci siamo trovati insieme per più di
una settimana all'*hôtel* X\*\*\* a Viareggio.

Non so come sarà d'inverno: ma d'estate va
bene: è così vaporosa e fresca che pare di vivere
accanto ad un gelato.

È un po' distratta. «Signorina questo è suo?»
La cameriera, il portiere, il paggetto dell'*hôtel*
facevano un continuo domandare: «Signorina,
questo è suo?» Dove si levava, lasciava qualche
cosa: i guanti, l'ombrellino, le cartoline illustrate.

Io raccoglievo un fazzolettino col pizzo tutte le
volte che andavamo a spasso.

«Ma, Clara, sta un po' più attenta,» diceva sua
madre. «Non fa niente, mamà,» rispondeva.
«È vero, signor Sconer, che non fa niente? È
così bello non ricordarsi di niente! Si perde qualche
cosa? Ci pensa papà.»

[pg!17]
«Sì, un pochino distratta — mi confidava la
mamma. — Ma è tanto buona la mia figliuolina,
e poi sarà tanto felice! Ella non si ricorderà mai
domani di quello che è successo oggi». Era del
resto una ben amabile compagnia da far dimenticare
tutto, fuori che lei. Ella aveva persino
promesso di ricordarsi di me. Ma un giorno in
cui io, parlando delle mie conoscenze, ho detto
che conoscevo Lionello, non ho avuto più pace.

«Davvero? lei conosce Lionello, proprio quello
che scrive quei romanzi così sentimentali...? Ah,
carino! Come è? È vero che è tanto giovane? che
porta i capelli tagliati alla russa come Gorki?
È vero che è tanto romantico? Gli scriva! Sì, sì;
gli scriva che venga a Viareggio. Le giuro, Sconer,
che dopo le vorrò molto bene».

Li chiama «sentimentali» lei, quel romanzi!
La mia Desdemona, che ne ha letto uno, è rimasta
scandalizzata.

.. vspace:: 1

.. class:: center large

\ *

.. vspace:: 1

Signorina K\*\*\*; conosciuta in condizioni molto
favorevoli perchè fresca da un disinganno d'amore.
Il babbo volgeva in mente gravi pensieri:
«In Inghilterra, in America, una mancata promessa
di matrimonio si pagherebbe a caro
prezzo.» Io poi adoperavo espressioni molto delicate
[pg!18]
per consolare la signorina, quando lei mi
investì così: «Ma cosa è? Avete tutti paura che
io mi suicidi dalla disperazione? che mi faccia
monaca? Ma no! Quando avrò voglia, ne troverò
un altro. Ecco tutto. Chiodo scaccia chiodo.»

«Lei crede, signorina?» «Ma certo! Una donna
bella ne trova sempre di chiodi. Lei, Sconer,
per esempio. Se volessi, lei mi cade davanti *à
quattre pattes*».

Quasi mi si sedeva su le ginocchia, perchè così
fa spesso su la scena l'attrice Clara de los Dolores.

Signorina affascinante, ma troppo impressionanti
sono le condizioni da lei poste per il matrimonio:
due anni di libertà coniugale, e col
mio consenso. Enorme!

.. vspace:: 1

.. class:: center large

\ *

.. vspace:: 1

Signorina L\*\*\*, conosciuta al *Bristol hôtel*. Erano
i giorni del terremoto in Abbruzzi. Tutti sospiravano:
«Che orrore! Ah, quanti morti! Bambini
schiacciati!» Anche la signorina L\*\*\*, seduta su
di un sofà, sospirava: «Che orrore! Ah, quanti
morti! Bambini schiacciati!» Senonchè, mentre
diceva così, io la vedevo, riflessa in una specchiera,
con la manina affaccendata a dare colpetti
segreti per mettere a posto il drappeggio
[pg!19]
dell'abito. Pareva la mia Desdemona quando rovescia
un bodino. Sbirciava con la coda dell'occhio
nella specchiera, e mutava l'estetica del
fianco: «Che orrore! Davvero? Bambini schiacciati!»

Essa è in posa anche quando è sola. Le ho
chiesto il perchè, e mi ha detto: «Quando le
stelle e la luna ci guardano dal firmamento, è
bene assumere un'attitudine dignitosa». «Capisco,
ma si vedono un po' troppo le forme». «Ah
sì? Perchè, le dispiace forse?»

Questa signorina è troppo estetica.

.. vspace:: 1

.. class:: center large

\ *

.. vspace:: 1

Signorina M\*\*\* di razza inglese, molto *ladylike*,
molto ammirata nelle sale dell'*hôtel* delle Terme,
dove beveva acqua. Ma chi faceva quel terremoto
nella stanza vicina alla mia? chi cantava
quelle canzoni molto allegre, anche se erano inglesi?
Era la signorina M\*\*\*. Beveva anche cognac,
e faceva danze in libertà con una sua amica.
L'Inghilterra è mal fida, benchè alleata.

.. vspace:: 1

.. class:: center large

\ *

.. vspace:: 1

Viene adesso la nota di quella signorina che
mi ha fatto soffrire di più: la signorina N. Y., cioè
New York, perchè di tipo americano. È italiana
però; ed appartiene a quella classe distinta a cui
[pg!20]
appartengo io: suo padre, prima della guerra era
esportatore in America di medicinali italiani fatti
in Germania. Miss N. Y. è ricca, e si sente padrona
del mondo. Ha vent'anni; statura sotto la
media forse; ma è potente. È la sanità fiorente.
Una vivacità gaia la trasforma. Sarebbe il tipo
adatto per la *confezione* dell'erede. La sua voce,
venata di *erre* parigino, sembra cantare l'inno
della sua giovinezza. *Ci ci!* canta sui rami dell'albero
della vita. I suoi genitori le lasciano una
libertà un po' americana. *Ci, ci!* L'ho vista a una
fiera di beneficenza per la Croce Rossa, dove ha
fatto sborsare anche a me cento lire. *Ci, ci!* L'ho
vista di sera ad una conferenza futurista. Capiva
tutto ed era entusiasta. *Ci, ci!* L'ho vista, sul
ghiaccio, pattinare come un geroglifico. *Ci, ci!*
L'ho vista al volante guidare l'automobile. *Ci, ci!*
L'ho vista ai funerali del banchiere Rodh. Lei
era davanti con sua madre, io ero dietro con suo
padre, e si parlava di affari. Tranne casi imprescindibili
come quelli del banchiere Rodh, io
evito i funerali perchè mi pare che dietro una
bara tutti siano pallidi, e ciò danneggia la salute.
Ma Miss N. Y., anche vestita di nero, era
splendente, *Ci, ci!* Esuberante creatura! La vita
per lei è un albero su cui lei muta ramo, cioè
muta *toilette*, e canta il suo inno: *Ci, ci!*

[pg!21]
Parla bene l'italiano, ma al suo cane, un cane
molto educato, parla in francese.

Ho avuto l'onore di ospitarla in casa mia, chè
il babbo e la mamma volevano visitare il secondo
piano, rimasto sfitto, della mia palazzina. In quella
occasione siamo rimasti soli.

«Magnifico!» disse alludendo alla mia palazzina.

«Ah, sì!» risposi. «Palazzina dei conti Tornamali:
oggi mia proprietà, *miss N....!*»

Ma vide una poltrona inglese; vi si sedette di
un balzo, rimbalzò su, e poi si rincantucciò: «Si
sta molto bene qui». Era di maggio. Ella portava
un cappello fantasia di tulle, costellato di bolle
nere, su la cui aureola spiccava il suo profilo,
col suo nasino: l'abito di mussolina aveva sopraposti
certi ricami di draghi e serpi, d'oro e di
argento. Le belle braccia erano guantate di pelle
bianca, le gambette erano tutte bianche, e protendevano
ardite con le scarpette pur bianche.

Mi pareva uno scoiattolo orientale.

Mio Dio, possedere in casa questo animaletto
prezioso! Se le allungo un braccio, mi balza sopra
e si avvolge intorno.

Infatti balzò dalla sedia a sdraio, e fece *ci, ci*:

«Lei manca di una cosa, Sconer.»

«Io manco di una cosa?»

«Sì, lei non ha libreria.»

[pg!22]
«Infatti.»

«Prenda nota!»

«Prendo nota».

Mi detta una serie di libri in *off* e in *eff*.

«Scrittori russi?» domando.

«Ah, molto interessanti i russi!»

Poi mi detta un nome che non riesco a scrivere.

«Rabindranath Tagore! Un poeta senza precedenti.
Fa parlare un bimbo alla mamma in un
modo *delizioso*.»

«E lei, *miss N*....» domandai con intenzione,
«non penserebbe a far parlare un bimbo con la
sua voce deliziosa?»

«Prendere marito? Già! Ma in Italia offre un
grave inconveniente.»

«Quale, *miss N....?*»

«Che una *girl* quando prende marito, si siede.»

«Cioè?»

«Cioè non è più libera, non può più cercare,
più *flirtare*, più saltare, più comandare, più fare
quello che vuole. La libertà! Mi sposerei in America,
dove, più tardi, si può anche divorziare, rimaritarsi,
seguendo il proprio beneplacito. In
Italia il matrimonio è un'istituzione che si regge
sull'adulterio. In America su la libertà!»

In quell'occasione, se i miei affari me lo avessero
permesso, sarei andato in America.

[pg!23]

.. vspace:: 1

.. class:: center large

\ *

.. vspace:: 1

Signorina O\*\*\*, terribile, e anche molto ricca.
Dove aveva imparato a rovesciare gli occhi così?
La tinta della sua pelle era prodigiosa; ma del
tutto naturale: diafana! Pareva non nata come
nascono tutte le donne, ma ricavata da uno scultore
magico per entro la polpa di quelle pesche
cotogne che sono gialline gialline. Vestiva con
una personalità straordinaria; cioè sempre abiti
di un colore diafano, sbiadito, intonato al colore
della pelle. Io non so dire se era bella, perchè
io ero mezzo stregato. «Nasconda quella lingua,»
io le diceva, perchè ogni tanto lei metteva fuori
dalle labbra la puntina della lingua: questa però
non era diafana, ma rossa. «Nasconda almeno
quelle gambe,» perchè lei aveva l'abitudine di
mettere in esposizione le gambe, diafane ancora
quelle, cioè con scarpette e calze di seta, sempre
color diafano. «La turbano?» «Non mi fanno
dormire!» Mi diceva nettamente: «Se mi vuole
sposare, signor Sconer, approfitti finchè sono libera».
Io la avrei anche sposata, ma è che essa
era contro-indicata ad uno dei due fini per cui
io intendevo di accedere al matrimonio. Lei non
voleva avere figliuoli «perchè questa operazione
rovina la pelle». Io volevo aver lei, ma anche
[pg!24]
l'erede. Lei sì, la potevo avere, ma l'erede no.
«Sono i contadini — affermava — che si sposano
per aver figliuoli».

Essa inoltre pretendeva come condizione di
matrimonio che il marito facesse, ogni mattina,
esercizi, per venti minuti, con manubri da venti
chili.

Anche questa signorina mi ha fatto molto soffrire.

.. vspace:: 1

.. class:: center large

\ *

.. vspace:: 1

Signorina P\*\*\*, che può essere bella o brutta,
secondo che vi pare. La ho conosciuta in villeggiatura.
Essa va sempre in bicicletta. Quando va
a piedi cammina con passo sgraziato. Eppure è
graziosa! Si può calcare su la testa il feltro di
suo babbo, si può buttare — come fa — su le
spalle la maglia della nonna, ma è elegante lo
stesso. Ha denti di can cerviero, naso appuntito,
mento appuntito, due occhi in punta nera: tutte
queste cose in punta hanno una mobilità che
producono il capogiro. È pallida come la cera,
ma non è mai ammalata. Ha i capelli lunghi, ondulati,
feroci, a cui fa fare i giuochi attorno alla
testa come se fossero biscie. A tirarli, le arrivano
sino al ginocchio. Ed è proprio vero! Come ha
fatto ad avere una laurea se per studiare bisogna
[pg!25]
star fermi? Si vede che si può avere una
laurea senza studiare.

Ma a sentirla chiamare *dottore*, mi fa un certo
effetto.... Ha una sua voce fresca, aspra, saltellante,
che non si capisce mai quello che vuol
dire, perchè non conclude mai. Non si adira mai:
tutt'al più manda un grido di gazzella. Cosa farà?
Dove andrà? Come finirà? Non si sa! Eppure è
assennata.

Non cerca: è cercata, ma se ne *strafotte*, perchè
lei dice anche le parolacce. Eppure è damigella!

Subisce un fidanzato ufficiale: un giovane di
ricca famiglia. Costui la segue a fatica in bicicletta.
Lei lo chiama: «Idiota, idiotino, imboscato,
imboscatissimo, figlio di papà». Lui è felice.
Non mi pare una signorina adatta per il matrimonio,
e glielo ho fatto garbatamente capire,
presente il fidanzato. Risponde lei:

«Cosa importa? C'è lui che farà per casa».

«Io sono il suo cameriere,» conferma lui.

Io ho domandato poi alla signorina, così, un
giorno che la incontrai, insieme col fidanzato,
per un solitario viale del bosco:

«In confidenza, non è pericoloso perdersi
tutto il giorno per le campagne col fidanzato
dietro?»

[pg!26]
«È innocente come l'acqua fresca — mi risponde. — Gli
ho promesso un bacio per la settimana
ventura. È vero che ti ho promesso un
bacio?»

Dice il fidanzato:

«Ah, come deve essere sdegnato il Dio d'Amore
a vedere quanto mi farai soffrire!»

«Meriteresti anche di più,» dice lei.

Risponde il fidanzato:

«Ah, è proprio vero, come dice il cav. Sconer,
che tu non sei adatta per il matrimonio!»

«Tu, piuttosto, non sei adatto,» risponde lei.
E a me dice in segreto: «Come faccio a sposare
un uomo così timido? C'è una gioventù impossibile,
ora! Sono tutti riformati. Dica lei, Sconer,
posso cominciare a tradirlo subito? Ma che vuole?
Io sono una buona ragazza, e fare il male con
premeditazione, mi ripugna».

Io avrei potuto sostituire il fidanzato senza
pericolo di complicazioni. Eppure sono rimasto
timido anch'io. Perchè? Quel titolo di *dottore* mi
ha dato soggezione.

.. vspace:: 1

.. class:: center large

\ *

.. vspace:: 1

Signorina P\*\*\*, un bel tipo, e così anche sua
madre.
«Signor Sconer — mi dice sua madre — guardi!»
[pg!27]
«Che cosa?» «Non glielo posso dire.
Ma non vede da lei?»

«No!» «Non vede gli occhi della mia bambina?
Splendono! Io non so: è strano! Appena
siamo in un luogo, dopo quindici giorni la mia
bambina è proclamata la più bella».

In fatti è bella: una persona slanciata, elegante.
Ma perchè la mamma la chiama: «La mia bella
odalisca?» Dove ha trovato questa parola? Cosa
crede mai che voglia dire? «Signore, signore,
mi dice la mamma, ha visto?» «Che cosa?» «Un
aeroplano di guerra». «Ne passano tanti!» «Eh,
sì! — fa misteriosamente, chiudendo gli occhietti — ma
lei non ha osservato una cosa!» «Che
cosa?» «Che l'aviatore quando passa per qui, si
abbassa sempre. E sa perchè? Per vedere la mia
bella odalisca».

Anche lei, la sua bambina, dice: «Io non so,
è strano! Appena sono in un luogo, sono proclamata
la più bella. Dicono che io assomiglio
a Lyda Borelli, dicono!» Descrive il suo corredo
da sposa coi calzoncini corti, larghi, e i
pizzi di vera *valenciennes*: descrive gli abiti che
le ha fatto la famosa Abeille, il primo *atelier* di
Torino, che ha tanti *mannequins* aristocratici,
che insegnano anche la lingua francese. Si è
fatto fare tutti abiti ieratici! «Adesso sono di
[pg!28]
gran moda gli abiti ieratici,» dice lei. Ma
adesso non può portarli perchè è crocerossina.

«Se vedesse, signor Sconer, — dice sua madre — come
le sta bene l'abito di crocerossina!
Già le sta bene tutto! Quando passa per un reparto
dell'ospedale, i feriti si rizzano tutti». Ma
le altre crocerossine le hanno fatto una guerra
spietata. Allora l'hanno messa alla stazione. Alla
stazione ha distribuito le bibite a tutto un treno
di prigionieri austriaci. Sua madre dice che il
fatto è avvenuto perchè la sua bambina è tanto
di cuore. Ma le altre signore dicono che è invece
perchè non ha capito che erano austriaci.
Il suo fidanzato è morto in guerra, e lei porta
sul petto il medaglione col ritratto del suo fidanzato.
Anche lei è molto patriotta.

«Un giorno — racconta la mamma — mentre
eravamo a un *five o' clock tea*, con tanti signori
distinti, passa un corteo socialista. La mia bambina
va alla finestra e sventola il fazzoletto
bianco, rosso e verde e grida: Viva l'Italia! È
stato in tutti noi un momento di terrore; per
poco non scoppia una rivoluzione». Le altre signore
invece dicono che lei aveva scambiato il
corteo socialista per una manifestazione patriottica.
Adesso che il fidanzato ufficiale è morto,
ne ha tanti altri. «Il tale? il tale? il tale? Ma è
[pg!29]
di famiglia distinta? Crede lei, signor Sconer — mi
domandano madre e figlia — che il tale
sia di famiglia distinta?» Anch'io sono passato
per ventiquattro ore per suo fidanzato ufficiale:
una cosa molto seria, dico, perchè se lei descrive
i suoi calzoncini coi pizzi di *valenciennes*, non c'è
però niente da scherzare in quanto che lei avverte
che ha un fratello che «sa essere gentiluomo
e anche villano secondo i casi, e assomiglia
a Maciste, quello dei cinematografi».

«Dove è questo suo fratello, signorina?» domandai
un poco preoccupato.

«È al fronte!»

Un ragazzo abile! Appena scoppiata la guerra,
ha avuto l'intuito commerciale di andare al fronte
e ha comperato — chè le davano per niente — tutte
le pelli dei buoi che morivano nei parchi
o si ammazzavano per i soldati. Suo babbo era
calzolaio, e figurarsi! Adesso hanno uno dei più
ricchi *scarpifici* d'Italia.

La storia di quel fratello Maciste mi ha molto
raffreddato.

.. vspace:: 1

.. class:: center large

\ *

.. vspace:: 1

Signorina Q\*\*\*, non è patriotta, ma pianista.
«Io sono ipersensibile» dice lei, e anche sua
madre dice: «Poverina, la mia Mary è un'ipersensibile!»
«Noi artisti — dice la signorina Mary — siamo
[pg!30]
di un'altra razza. Che m'importa della
guerra? Che m'importa chi comanda e chi è comandato?
Tra Salandra che ha dichiarata la
guerra e me, cosa c'è di comune? Tra me e il
Kaiser? Perchè immischiarmi nei loro litigi? Il
Kaiser e il re dell'Ottentozia per me sono la
stessa cosa».

Lei suona Moszkowski, Stravinski, Debussy,
Ravel. Suona? Vorrebbe suonare, ma non può.
Stende su la tastiera, racconta lei, *le mani lunghe
con le unghie di onice aguzzo*, e poi accadono
fatti strani, come anch'io ho visto un giorno che
sono venute a provare il mio Bechstein. Comincia,
e subito, dopo un po', diventa pallida.
«Impallidisce — mi avverte la mamma. — Sempre
così! Ah, è terribile! Cade in *trance*». «Cognac!»
dico io. Si rimette un po' e dice: «Suonando,
mi si vuotano le vene, i sogni mi sferzano,
i capelli scendono per le mie guance come
serpi di chimeriche meduse. La musica di Ravel,
che io adoro, esaspera la mia sensibilità come
un succhiello traforante: appena tocco i tasti,
sento il magnetismo». Anche qui per l'erede
non c'è da far nulla. E poi qui c'è un'esagerazione
di sensibilità che può riuscire pericolosa.

[pg!31]

.. vspace:: 1

.. class:: center large

\ *

.. vspace:: 1

Signorina R\*\*\*, profumata al *trèfle incarnat*.
Anch'io l'ho conosciuta. Si tratta di una fanciulla
prodigio, così come vi sono i bimbi prodigio.
Secondo altri si tratta di una fanciulla
*Sfinge*. Lionello però che non ammette la donna
*Sfinge* se non per gli imbecilli, la chiama *Proteo
multiforme*. Essa è piuttosto piccolina, con un
musetto tirato come un topolino, con due occhietti
azzurri, fermi, un poco trasversali. Nella
pettinatura e nel vestire è quasi monacale: ma
ecco si leva in piedi, pare di elastico, si allunga
e balla certe danze ieratiche sussultorie, che
fanno rabbrividire, e anche imparare la storia,
perchè sono le danze di Salomè, di Cleopatra,
di Sibilla, di Santa Teresa. È molto giovane, ma
la sua voce possiede certe inflessioni profonde
come di donna matura, con la quale affronta
qualsiasi argomento, anche di filosofia con quelli
che se n'intendono. Viceversa — se le gira — è
capace di rifare il verso e la smorfia di tutti:
in dialetto, in francese, e anche in tedesco, secondo
le persone: basta che le veda una volta.
Come imita il teppista! Ha rifatto anche me!
Questo è il suo genio comico, ma possiede anche
il genio tragico, perchè recita certi versi
[pg!32]
francesi di Pelleas e Melisenda in modo da far
paura. Questa signorina, messa sul palcoscenico,
potrebbe raccogliere gloria e milioni a palate. Invece
niente di tutto questo. Essa non ha altro desiderio
che di essere *amante amata di un uomo,
e vivere in umiltà*. Ma c'è una condizione: deve
essere *un magnifico amante*! Tanti vorrebbero
essere amanti, ma nessuno è *magnifico*. Lei domanda
per amante l'*uomo rude*, l'*Ulisside dalla
gran mano dominatrice*. Sinora non l'ha trovato.
Però, uno studente di liceo si è suicidato
per lei; un uomo serio con moglie e figli è impazzito;
un capitano d'artiglieria è tornato al
fronte con la testa sconvolta, e invece di allungare
il tiro su gli austriaci, ha fatto un massacro
dei nostri: poi si è sparato.

Io sono fuggito.

.. vspace:: 1

.. class:: center large

\ *

.. vspace:: 1

Ma ecco un avviso-*réclame*, in un giornale tedesco,
mi presenta l'erede già confezionato.
*Christliches, Einziges Glück! Sehr nettes, ehrliches
Mädchen, mit einem Kinde und sehr reicher
Aussteuer, sucht einen ehrlichen Gatten*, ecc., ecc.
che vuol dire: «Famiglia cristiana, unica felicità!
Simpaticissima, onesta fanciulla con un
figlio e ricchissimo corredo, cerca un onesto
marito». È il sistema tedesco del *dumping*.

[pg!33]




IV. — *FRÄULEIN* VIOLETTA.
==========================


— Lionello — dissi un giorno — tu che fai morire
tutte le tue meravigliose eroine, non te ne
avanza nessuna che vada bene per me?

Lionello nei suoi libri fa morire tutte le donne
di morte romantica. Le sue lettrici gli scrivono
da tutte le parti: «Non la faccia morire, la salvi!
È tanto cara, è tanto gentile. Non deve morire».

Ma lui è inesorabile: o in un modo o nell'altro
le fa morire tutte.

— Tu sei un po' idiota — rispose Lionello alla
mia domanda.

L'ho pregato di spiegarsi.

— Le mie eroine — disse — o sono uccise o
si uccidono per una necessità reclamata dal
pubblico, il quale è *schifosino* come te; ma vuole
la morale. Pare incredibile, ma è così! Ora anche
tu capisci benissimo che non si può fare il
dramma o il romanzo con la morale: senonchè
quando io ho fatto morire le mie eroine, io le
ho purificate; ed ecco fatta la morale; come tu
[pg!34]
con i grassi fetidi fai le tue saponette. Ma nella
vita le mie eroine godono di ottima salute, sta
pur sicuro!

— E allora prestamene una.

— Impossibile! — rispose Lionello.

— E perchè?

— Perchè nessuna delle mie eroine ti potrà
mai amare.

— Perchè dici così, Lionello? Perchè mi avvilisci?
Sono brutto forse io?

— No, amico, anzi sei un campione discreto;
ma non hai quel tipo, sai, dell'uomo fatale,
*macro*, mefistofelico, che disorienta la donna
come una coppa di *champagne*, che la fa capitolare,
che le fa dire: «Vigliacco, ti adoro.... To'!».

— E a te capita?

— Certo.

— Sei un genio, Lionello, — dissi tristemente.

— Lo so. Non hai nemmeno al tuo attivo uno
di quei gesti che affascinano le donne: non so,
un delitto passionale, uno scandalo estetico; non
hai corso un *raid*, non hai vinta una coppa in
una gara qualsiasi; non possiedi nemmeno una
di quelle anomalie che rendono stuzzicante un
uomo.... Per esempio, quello che vende i giornali
sul corso, che è un nano: tutte le *cocottes*
lo accarezzano, e le serve se lo rubano. Per di
[pg!35]
più, tu possiedi il più grave dei difetti per ottenere
dedizioni incondizionate.

— Cioè?

— Amico, le belle donne amano gli uomini
generosi!

— Sono generoso anch'io.

— A te parrà di essere: ma tu misuri, cioè
ragioni. Ma ti pare che una bella donna che
strapperebbe le stelle dal cielo per farsi più bella,
possa amare te, uomo che misuri? Esse sono
capaci anche di donar tutto; ma all'uomo che
si mostra capace di buttar via tutto, la ricchezza
non solo; ma l'onore, la vita. Ma a te
che tieni immensamente alla vita, a te che non
dormiresti la notte se perdessi qualche biglietto
da mille al *baccarat*, a te che tieni in ordine il
libro del dare e dell'avere, a te che hai lo scadenzario,
io non posso fornire nessuna delle
eroine dei miei romanzi.

— Mi atterrisci, Lionello; ma credo che tu ti
sia formata una cattiva opinione di me: tu pensi
che io sia avaro....

— Un po' tirchio.

— No, Lionello. T'ho detto: io sarei disposto
a nominarti mio erede universale; ma è, vedi,
che io sono nato così: ordinato, metodico, previdente.
E che colpa ho io se il denaro va a radunarsi
[pg!36]
sempre nelle tasche degli uomini metodici,
ordinati, previdenti? È bello, vedi, leggere
nei tuoi romanzi la vita fugace e folle di quelle
donnine sperperatrici: capisco che debbano dare
grandi soddisfazioni. I miei sensi ne sono perturbati.
Mi piacerebbe anche a me di provare:
ma poi metto in bilancio, e m'accorgo del passivo.
Per me sperperare sarebbe una forma di
suicidio. Vedi che Ginetto Sconer è un uomo
sincero. Non ti pare, Lionello?

.. vspace:: 1

.. class:: center large

\ *

.. vspace:: 1

Ma due giorni dopo questo colloquio, vedo Lionello
che precipita come un bolide nel mio studio.

— Sconer — dice — un caso eccezionale, un
caso del tutto straordinario, del tutto convenevole
per te.

Credevo che si trattasse di qualche affare,
perchè in quell'ora (erano circa le tre del pomeriggio)
io sono orientato verso gli affari. No! Si
trattava del matrimonio. Ho dovuto — per così
dire — togliere la comunicazione del centralino
del mio cervello per mettermi in comunicazione
con Lionello. Egli si impazientì; ma io lo pregai
di accomodarsi.

— Sconer — cominciò a dire Lionello —, sai
tu qual'è la più bella donna del mondo? Bada
[pg!37]
che esiste un plebiscito! Nicoletta, meglio nota
sotto il nome di *fräulein* Violetta, perchè fu a
Vienna che ella vinse le prime battaglie dell'arte.

Risposi a Lionello:

— Io non ho visto mai la faccia viva di *fräulein*
Violetta: la ho vista al cinematografo, e la *réclame*
di quella sua faccia stravolta che pare
abbia il mal di mare, è impressionante.

— Come sei sempre borghese nelle tue espressioni! — disse
con disprezzo Lionello. — È *fräulein*
Violetta che dissolve la sua bellezza nella
canzone dell'arte. — E proseguì: Conosci tu la
storia di *fräulein* Violetta...? No?... Allora te
la racconto. *Fräulein* Violetta proviene dalla lirica:
anzi dal campo dell'operetta viennese. Di
membra delicate, esile di vita, opalina di colore,
minuta di lineamenti, calma, quantunque un po'
beffarda. Ma i suoi capelli neri, duri e forti come
la coda di un cavallo di battaglia, testimoniano
la energia psichica che si nasconde sotto quell'apparente
delicatezza. Artisticamente parlando,
essa è una creatura di eccezione, come diciamo
noi. Essa è uno dei più esuberanti temperamenti
che sappiano far vibrare l'anima delle folle, attraverso
le eroine sentimentali e gaie di tutto
un vastissimo repertorio....

[pg!38]
— Fermati, Lionello! (Mi pare un periodo dei
suoi romanzi).

—.... il suo canto era impeccabile, — proseguì; — pronto
a tutte le inflessioni! Ebbene, ritorna
da una *tournée* nel nuovo mondo, dove aveva
eccitato la più grande ammirazione consolidando
vie più la sua fama, quando improvvisamente....

— Fu silurata da un sottomarino tedesco.

— Peggio, amico. Perdette la voce. Che cosa
doveva fare? È diventata artista di cinematografo.
Studiò la grande arte muta, e con la perseveranza
di chi vuole arrivare ad una mèta di
gloria, con volontà ferrea, con la coscienza sicura
e severa delle necessità artistiche, spiccò
il volo, con ali d'aquila, verso le eccelse vette
della tragedia. Sai tu, Sconer, come è stata definita
Nicoletta da un grande scrittore francese?
*Toutes les femmes dans une femme.* Sai come la
ha definita il poeta Flebis? «L'universo rinchiuso
in una guaina di *chinchilla*», perchè allora
eravamo d'inverno. È la donna dinamica
per eccellenza! In lei stanno raccolte le mille
assise della femminilità, Thais e Salomé; Nanà
e Giulietta: ella rivive tutte le creature del genio
e vibra nei molteplici aspetti dell'amore, dell'odio,
della voluttà, della gelosia: felina, raffinata,
dolce, implorante....

[pg!39]
— Tu mi cominci, Lionello, un altro dei tuoi
meravigliosi periodi.

— Sai tu cosa guadagna Nicoletta, cioè *fräulein*
Violetta? Più di tutti i poeti italiani, compreso
Dante.

— Questo lo credo, — risposi.

— Sì, vedi, perchè *fräulein* Violetta, sotto apparenze
anarchiche, nasconde un genio pratico
di primo ordine, come ti è dimostrato dal fatto
che essa riesce a mantenere il primato in mezzo
a un'enorme concorrenza. Ora tu saprai la leggenda
che corre sul conto suo: leggenda che
ha il sapore dell'assurdo, ma così è. Dimmi,
Sconer, tu hai mai veduto *fräulein* Violetta quando
agonizza nell'estasi dei sensi? Non hai mai visto
*Voluttà*, interpretata da *fräulein* Violetta? Ebbene,
essa è Vestale!

— Cioè?

— Cioè di quelle donne antiche, che se non
erano di prescrizione, venivano sepolte vive.

— Vergine?

— Press'a poco. Pensa, Sconer, questa donna,
che ha sverginato diverse generazioni di adolescenti,
è vergine! Cioè passa per vergine, che
è lo stesso. «Non vi vergognate, *fräulein* Violetta, — le
abbiamo detto — di questa leggenda
che corre sul vostro nome?» «Voi conservate
[pg!40]
vostro pulcellaggio?» domandò il poeta Flebis
che segue in arte le forme tradizionali. «Voi
catafratta?» Pensa, Sconer, una donna che in
apparenza è di velo, e in sostanza è coperta di
piastre come una *dreadnought*!

«Voi lo fate per *réclame*» le abbiamo detto
anche. «Può darsi» ha risposto. «È una originalità
che vi fa torto, *fräulein* Violetta». «Voi
dovete esser fornita di una insensibilità di pietra...!»
«Credete?» disse con ambiguo sorriso.
A me poi, come a fratello in arte, essa ha confidato
che realmente la cosa si impone per non
sciupare la linea. E poi è anche un mezzo di
difesa. Essendo cosa notoria che è *vestale*,
può rifiutare ogni uomo. Sai che la sua condizione
è terribile? Riceve pacchi di lettere come
una sovrana; e alcune impressionanti di gente
che ha perduto la testa. Ebbene, Sconer, ora ti
dico una cosa che è anche più meravigliosa
della leggenda: *fräulein* Violetta ha annunciato
da qualche tempo l'intenzione di prendere marito.
Una cosa che ha scandalizzato tutti noi. Ma
così è. Si è precipitata una mezza dozzina fra
blasonati, banchieri, milionari. Respinti! Ci siamo
presentati noi artisti, poeti. Trattandosi di *fräulein*
Violetta, si poteva fare eccezione. Santamaria,
che è architetto, si è persino offerto di
[pg!41]
costruirle un grattanuvole in istile assiro-babilonese
dove lei potrà approdare col suo velivolo.
Siamo stati respinti, con bella grazia, ma
respinti. «I poeti, gli artisti, gli uomini di genio
in genere — ha detto — sono miei buoni amici,
ma il mio ideale di marito è un altro». Avrebbe
tutt'al più fatta eccezione per il poeta Flebis, ma
unicamente — è etico — per sentimento di umanità.
«Tanto voi, caro Flebis — disse Nicoletta, — dovete
morire, e io vi potrei abbreviare l'esistenza,
facendovi spirare sopra il mio seno.
Comporreste la vostra lirica migliore».

— Così brutale?

— È una sua specialità la brutalità. Ebbene,
amico mio, c'è una terza cosa anche più stupefacente
della sua verginità, del suo matrimonio;
ed è che l'ideale di marito per *fräulein* Violetta,
sei tu.

— Io?

— Sì, tu: Violetta ha dichiarato che sposerà
solamente un uomo di perfetto tipo borghese.

«Un vile borghese?» abbiamo esclamato noi.
«Sì, — ha risposto *fräulein* Violetta, — un vile
borghese, ma ordinato, equilibrato, purchè sia
fisicamente tollerabile e capace di farmi molti
figli». Tu sei capace, è vero, Sconer? «È inaudito»
abbiamo detto tutti noi. «Ma voi — dico
[pg!42]
io — volete ricostituire la famiglia cristiano-borghese!
Voi vi volete dare alla pollicultura!»
«Così è!» ha risposto *fräulein* Violetta. «Ma
questo è uno snobismo di nuovo genere, mia
cara!» «Nicoletta — ho esclamato allora — se
voi avete deciso proprio così, io ho trovato l'individuo
che va bene per voi». E ho pensato a te,
Sconer. Mi sono alzato prima del solito e, come
vedi, sono venuto da te.

Rimango esterrefatto.

— Pensa, — mi dice Lionello, — alla gloria
che verrà sul tuo nome.

— Io non sono letterato — rispondo — e non ci
tengo.

— Allora al vantaggio che verrà alla tua Ditta.
Tu lanci subito un articolo alla *fräulein Violetta*,
e tu sei celebre.

— Questo è vero!

— E poi pensa che Violetta è ricca, molto ricca.

— Sì, ma chi ha fornito tutta questa ricchezza?

— Tu no, certo, anima esosa, anima avara;
ma chiunque ha il culto della divina *bellezza*.
Esiste cosa superiore alla divina *bellezza*? No!
Esiste un piacere superiore a quello che può
dare una bella donna? No! E allora una bella
donna non è mai pagata abbastanza.

— Dici tu....

[pg!43]
— Dice lei, *fräulein* Violetta. Ma sai che lei fa
una propaganda in questo senso: che è ora di
smetterla con questo sfruttamento indegno della
*bellezza*! È come per il genio di noi scrittori:
sfruttato! Chi lo vuole, se lo paghi! E così la
*bellezza*! La *bellezza* costituisce il genio della
donna; chi la vuole se la paghi!

— Dici tu.

— Dice lei, *fräulein* Violetta. Ma sai che anche
moralmente è una donna straordinaria? Le signore
dell'aristocrazia, le borghesi perchè sono
ricche, si permettono di fare un'atroce concorrenza
all'onesto proletariato delle lavoratrici, e
buttano per niente sul mercato la divina *bellezza*.

— Ma chi dice così?

— Lei, sempre lei: ti dico che è una donna di
genio! Ora *fräulein* Violetta è la più bella donna
del mondo. Esiste un plebiscito, e tu puoi capire
com'è ricca *fräulein* Violetta.

— Ma in tale caso non è più vestale.

— Anima mercantile di borghese, — esclamò
Lionello — che non imagina una partita senza
la contro-partita! Ma non sai tu che quando
*fräulein* Violetta ha esposto la sua divina nudità,
quando ha regalato il suo sorriso, ha pagato?
Tu lanci le fialette dell'acqua da bagno di
*fräulein* Violetta, e hai un successo strepitoso!
[pg!44]
E hai *gratis fräulein* Violetta! Vieni! Ti presento
a *fräulein* Violetta.

— Viva?

— Certamente.

.. vspace:: 1

.. class:: center large

\ *

.. vspace:: 1

Domando tempo per riflettere e vado a consultare
la ben nota sapienza del dottor Pertusius.

Come è grande Lionello! Parla di donne con
la sicurezza con cui un cavallerizzo parla di polledre.
Come è artista! Quando dice *bellezza*, fa
una parola lunga lunga, e tutti i capelli gli tremano.
A me non riesce.




V. — I REQUISITI PER UNA MOGLIE IGIENICA.
=========================================


Il dottor Pertusius è quell'uomo di talento, scoperto
da me, che ha scritto per la nostra Ditta,
dietro mia indicazione, quel capolavoro che è il
libro di *réclame*: «Come devo preservare la mia
vita». Ma certo il suo talento deve essere colpito
da qualche invisibile squilibrio, perchè un
uomo che arriva povero all'età dei capelli grigi,
è molto discutibile se sia fornito di vero talento.

I ricchi clienti non devono conoscere i novanta
scalini dell'abitazione del dottor Pertusius; e la
[pg!45]
mia *limousine* deve essere la prima automobile
che sosta alla sua porta.

L'appartamento del dottore è di una semplicità
così deprimente da far cadere ogni deferenza
per la virtù della modestia. Vi è diffuso un odorino
di aglio soffritto; e la donna che viene ad
aprire, sigillata nel suo grembialone di massaia,
è in perfetto stile con l'appartamento e con l'odore
dell'aglio soffritto. Credo che sia la serva.
Commetto una *gaffe*: è la moglie del dottore:
«la mia ottima consorte».

Il dottore è un uomo dalla testa in disordine
abituale.

I capelli della testa entrano nel dominio della
barba; i baffi formano delle stalattiti sopra le
labbra; i peli delle ciglia sembrano ribelli a qualunque
brillantina. È una testa fuori di posto. E
dire che da quella testa è sortito il capitolo sull'igiene
della testa!

Quella mattina la testa del dottor Pertusius era
anche più del solito fuori di posto, perchè stava
sopra un libro che parlava di una stella che non
c'è più, eppure «noi ne vediamo — dice lui — ancora
la luce, tanto smisurata è la distanza! Le nostre
cifre mortali non bastano più. Non sente lei,
cavaliere — mi domanda — vacillar la ragione?»

— Per questo no. Ma se crede, discendiamo
[pg!46]
dalle stelle. Io sono venuto da lei per parlarle
di un ottimo affare. Lei ricorda di aver compilato
per la nostra Ditta quel manualetto: «Come
devo preservare la mia vita». Si tratterebbe di
farne un altro anche più simpatico: «Quali sono
i requisiti per riconoscere una moglie perfetta».
Per questo secondo manuale noi saremmo disposti
a versarle, invece di duecento lire, anche
duecento cinquanta lire. Naturalmente un libro
a base scientifica, stuzzicante, scritto con *verve*,
come sa far lei; però su certe cose, *glissons,
n'appuyons pas!* Il nostro libro deve poter stare
in qualunque salotto.

— Ma il matrimonio è in crisi, non sa lei, cavaliere? — dice
lui.

— È appunto perchè è in crisi — dico io — noi
facciamo il *vademecum* del matrimonio moderno:
cioè rapido, pratico, razionale, con esclusione
dell'antica tragedia. In crisi? Ma, caro lei,
una bella mogliettina, che dedichi tutta se stessa
alla felicità di suo marito, è una di quelle istituzioni
che andranno sempre bene, con o senza
crisi.

— Anche *bella* la vuole lei, cavaliere? Ah, la
bellezza, la bellezza, — esclamò lui, di colpo. — La
terribile bellezza!

Lui l'ha su con la bellezza.

[pg!47]
— La divina bellezza, — correggo io, come dice
Lionello.

— Terribile, terribile la bellezza — ripetè. — Eppure
cosa è? cosa è la bellezza? Sempre la
stessa storia: una bertuccina con un musettino,
con un nasino, con un orifizio boccale, con un
sorrisino, con due iridi di qua e di là del naso;
il tutto servito sopra un *mannequin* di pannicolo
adiposo, con contorno di lussureggiante capigliatura.
Mistero di Dio!

Veramente io non condivido questa opinione.
Egli presenta le donne come articoli fabbricati
a serie, mentre, invece, ogni donna ha una lavorazione
speciale.

— Ma lasciamo stare — dico — i misteri di Dio,
se no è come per la stella; non la finiamo più.

— Il terribile inganno della natura! — continuò
il dottor Pertusius. — Eppure la natura è
stata quasi benigna nella sua frode. Che cosa
era la bellezza di Eva all'epoca della creazione?
Una cosa quasi innocua. E così era Adamo: quasi
innocuo. Infatti che cosa sarebbe la violenza di
Adamo limitata alle semplici energie naturali?
Un piacevole esercizio ginnastico. Invece Adamo
ha poi creato la selce appuntita, l'ascia, la scure,
poi la mitragliatrice, poi la chimica applicata alla
guerra. La donna, — ne convengo — non ha
[pg!48]
creato niente di tutte queste cose, come non ha
creato le piramidi, i motori elettrici, ecc., ecc.
Queste cose le ha create l'uomo. Però la donna ha
creato la donna! Ha perfezionato, sino al grado
dell'irresistibile, l'arma naturale della sua bellezza.
Questa è opera di Dio o di Satana? Mistero!

Da quanto tempo, dopo Eva, la donna ha iniziato
il suo progresso? Da tempo immemorabile!
Giuditta quando volle andare alla tenda di Oloferne
per sedurlo e poi tagliargli la testa, che
cosa fece prima di tutto? Lavò il suo corpo, si
unse di unguenti preziosi, scompartì la chioma
del suo capo, si pose in testa la mitria — il cappellino
di quei tempi — si vestì delle sue vesti
di comparsa, si mise ai piedi i sandali, prese i
braccialetti, gli orecchini, gli anelli, e apparve
di grazia incomparabile. Che cosa fanno le pulcelle
per piacere al re Assuero? Seguitano per
sei mesi ad imbiancarsi la pelle con unguenti
e aromati preziosi.

— Questo è un particolare molto interessante!

— E perchè Ester fra le pulcelle è quella che
piace di più al re Assuero? Perchè è la più bella!
Assuero, il terribile, voleva condannare a morte
Mardocheo, l'amico di Ester. Ma Ester si presenta
al re, e il re stupefatto le dice: «Se anche
mi domandi la metà del mio regno, te la
[pg!49]
darò». E Sansone, quel balordo, quell'idiota di
Sansone, perchè rivela a Dàlila dove è il segreto
della sua forza? Perchè Dàlila lo fece addormentare
sopra le sue ginocchia e posare il capo sul
suo seno, *et in sinu eius reclinare caput*. E chi
era Dàlila? Una prostituta di quei tempi.

— Diciamo, *demi-mondaine!* Ma caro lei, cosa
pretende, che io offra ai miei clienti una moglie
brutta? «Un caporale di pubblica sicurezza come
sua moglie?» volevo dire.

— Bisogna distinguere — dice lui — tra bellezza
e bellezza.

— Allora distinguiamo.

Chinò la faccia. Poco dopo la alzò, e mi domandò:

— Conosce lei i funghi?

— Li conosco *trifolati*.

— Ma lei, cavaliere, non deve ignorare come,
tra i funghi che si mangiano, cresce la *Amanita
muscaria*, detta volgarmente *cocco*, che contiene
il terribile veleno, detto appunto muscarina, che
produce vertigini, allucinazioni, incoerenza di
idee, sopore, e finalmente la morte. Per quale
mistero la tremenda *Amanita muscaria*, e più
ancora la orrenda *Amanita phalloides* — sente
che nome? — cresce tra i funghi onesti? per
quale mistero il fungo mortifero si presenta anzi
[pg!50]
più iridato e attraente degli altri funghi? Ecco
un enigma che non è ancora stato svelato.

— Lasciamolo velato.

— Ecco qui. — E levò dal suo cassetto un ritratto
di donna. — Guardi!

— Molto carina — dissi io.

Era una testolina soave, triangolare, come un
dolce cuore, piegata vezzosamente su la curva
di una spalla perfetta: bocca a giglio, occhi di
una dilatazione stupefacente.

— Mi piace molto — ripetei.

— Se ne guardi bene — disse il dottore. — Questo
è stato in vita uno degli esemplari più formidabili
della specie....

— Morta? Oh, poverina!

— Cento anni fa. Lady Hamilton, detta altrimenti
Emma Leona.

— Allora se è morta, si può toccare.

— Pericolosa anche morta! Un'*Amanita phalloides*
delle più terribili. Vede quell'ambiguo sorriso,
che pare angelico, cavaliere? Questa donna
ha prodotto la vertigine, l'incoerenza in molti
uomini insigni; e quando non ha fatto perdere
la vita, ha fatto perdere l'onore.

— Dottore, questa è cosa seria; ma scusi, sa:
mi pare che lei sia come l'*imbonitore* di un serraglio
di bestie feroci: «ecco la terribile sirena
[pg!51]
dei mari del nord che mangia i cadaveri vivi».
Ehi, dico! Che non sia il caso dell'età pericolosa
anche per lei?

Il dottore mi guardò con due occhiacci.

— E adesso osservi questo — disse levando
un altro ritratto.

— Questo fa proprio paura.

Era un volto non di donna, ma di uomo, così
brutto che guai se lo avessi incontrato vivo di
notte.

— Ah, questo lo riconosce anche lei — disse il
dottore con molta soddisfazione. — Lei ha davanti
a sè il «delinquente congenito; l'uomo epilettiforme!»
Vede le stigmate degenerative? Assimmetria
facciale per sviluppo abnorme dello
scheletro, sporgenza della mascella inferiore su
la superiore....

— Sembra — dissi — che voglia mangiare gli
uomini vivi.

— In antico, infatti, li mangiava crudi. Fossa
canina profonda del mascellare superiore, sporgenza
eccessiva delle arcate sopraciliari, obliquità
della rima palpebrale. E ora guardi l'orecchio:
orecchio, col lobulo aderente, mancanza
di elica, presenza del tubercolo di Darwin, come
nei fauni....

Io mi toccai l'orecchio un po' spaventato, e:

[pg!52]
— Dottore — dissi — in me non ci sarà mica
niente di tutto questo!

— Lei è perfetto.

— Quello che dico anch'io. Ma scusi, perchè
questa lezione sui delinquenti con tutte queste
brutte parolacce?

— Perchè — disse trionfante il dottore — nella
donna delinquente avviene il fenomeno opposto
dell'uomo. L'uomo delinquente porta scritto sul
volto «Io sono delinquente». Nella donna, niente!
Anzi il più delle volte la delinquenza della donna
sta nascosta sotto la maschera di quella fatale
bellezza che prima le accennavo: bellezza spesso
iridata da un fascino intellettuale che può simulare
la intelligenza. Possono essere tali donne
mistiche o sensuali: ma insensibili sempre! ma
menzognere sempre! Non la menzogna comune,
badi! bensì quella che noi chiamiamo pseudologia
patologica: la menzogna cioè incosciente,
che può sembrare sincerità. Sono costoro le
grandi isteriche, le grandi voluttuose, sono quelle
che hanno esercitato un'azione velenosa sui
centri nervosi della storia, come Cleopatra....

— Intesa nominare.

—.... come Semiramide, come la imperatrice
Caterina di Russia, come Emma Leona qui presente,
come le grandi etère, come certe regine
[pg!53]
del palcoscenico, e via dicendo. Loro carattere
è la distruzione: dove passano, bruciano.

— Non c'è pericolo, dottore, che lei esageri?

— Non esagero: sono le Attila femmine con
l'angelico volto; mentre gli Attila maschi hanno
volto ferino. Generalmente bruciano anche se
stesse. Ma se campano molto, ecco tu le vedi
improvvisamente sfasciarsi, cadere l'intonaco
della ingannevole bellezza. Ecco apparire, o la
deforme pinguedine o la ributtante magrezza:
ecco la voce roca, ecco il cinismo che spunta
dove era la intellettualità. E badi ancora: generalmente
sono infeconde; e noi sappiamo che
soltanto la maternità dà l'intelligenza alla donna.
E i poeti esaltano queste creature, *flagellum Dei!*

— Evitare i poeti, d'accordo — dissi io —; ma
lei ammetterà che una *réclame* con queste cose
non si raccomanda alle signore.

— E cosa me ne importa a me della *réclame*
e delle sue signore! — esclamò il dottor Pertusius. — Ma
io vado anche più in là.

— Questo mi pare difficile.

Disse allora il dottore così:

— Tutte le donne oggi vogliono essere belle....

— È la nostra gloria, dottore! — risposi.

— Io non so, io non so.... — Meditò un poco,
e disse: — Mi pare oggi che tutte le donne aspirino
[pg!54]
ad accostarsi, come a un ideale, a questo
tipo di donna delinquente. È l'uomo che così
vuole per spremere dalla donna una voluttà più
tormentata? è la donna che gode di questo sfacelo
dell'uomo? Non so, non so. È così. Dove
è più la *casta porpora* di cui era sparso alle
donzelle il viso?

— Superata dalla nostra cipria *ravissante*, *naturelle*,
rosa incarnato, lire sette la scatola.

— Ah, lei scherza! Sì, sì, io la prendo in parola,
cavaliere. Guardate la moda, essa è altamente
significativa. La gente crede che la moda
sia cosa da poco, di cui si curano soltanto sarte
e modiste. Essa è cosa molto filosofica.

— Bravo, dottore! Questo lo metta pure nel libro.

— Non vedete per via certe donne eleganti,
che hanno un fare da teppista?

— Oh, dottore! Questo no! *Glissons!*

— E certe altre che si vedono con strani mantelli
neri che sembrano quelle falene paurose
che si chiamano àtropo? E certe altre che trascinano
le loro carni e i loro pennacchi, che
sembrano bersaglieri della morte in lussuria?
E certi atteggiamenti stupefatti del volto che sembrano
meditare una irrumazione? Dove è più la
pubertà? Vi sono esili fanciulle quasi impuberi
che ondeggiano come Ermafroditi.

[pg!55]
Prego di spiegare queste altre brutte parole.

Mi spiega. — Oh, che porcherie!

— Porcherie, io? Porcherie loro. Cioè *porcherie*?
Segni dei tempi. La verginità, che prima era
un onore della famiglia, oggi è tenuta in non cale.

(Tranne che per *fräulein* Violetta. Ma io non
la sposerò).

— Il marasma sociale si avvicina non soltanto
col piede ferrato del proletario, ma anche col
piedino di seta gemmata della bella donna.

— Non occupiamoci di politica, dottore, perchè
non è igienico.

— E crede lei che io me ne preoccupi? Io sto
alla finestra. Cosa crede lei che io voglia fare
da carabiniere alla società?

Io osservo il fenomeno con la obbiettività
dello scienziato. Le ha viste mai nei ritrovi
mondani, nelle *halls* degli alberghi, ai teatri, ai
caffè? Hanno i profondi sdilinquimenti, i profondi
rapimenti. Poi *frin frin*. Si puliscono le
unghie. Poi cadono in estasi nelle poltrone. Sospirano,
ridono il riso folle, fanno lo sguardo
meduseo. Poi si levano con brivido serpentino,
trascinano le membra al passo delle danze in
voga: le sottane corte e i manti strascicanti contro
i deretani. Questi sono i modelli. Che mogli,
che madri ne vuole lei ricavare?

[pg!56]
— Anche lei — dissi io — sotto un altro aspetto,
è artista, come il mio amico Lionello. Ma non esageriamo!
Secondo lei, una mogliettina estetica
e nel tempo stesso igienica, non è attuabile?

— Non dico questo: dico che bisogna cercare
bene.

— Cercare come?

— Cercare un'altra forma di bellezza che è
meno appariscente, cioè la bellezza soave, vestita
di purità; e specillare ben l'occhio, invece
di altre cose! L'occhio è il solo punto indifeso
per cui si può accedere alla fortezza del cervello.
Gli occhi della donna che io dico, devono essere
assolutamente limpidi, liquidi, impavidi: vi si
deve poter scorgere sino in fondo quello che
la donzella non vi può dire: cioè la purità morale,
e non la sola purità naturale. Quegli occhi
che si occultano come biscie, e poi saettano e
tremano, sono da evitare. Può, anzi, deve la femminile
pupilla velarsi d'un amabile velo di pianto,
ma per giusta ragione. Poi il sorriso ed il riso....

— La signorina deve ridere?

— Certo. Riso sano, caro, squillante: ma per
giusta ragione! Quel bocchino ristretto, con quella
smorfia stereotipa, è un sintomo pericoloso. Poi
cantare.

— Benissimo, dottore: io adoro la musica.

[pg!57]
— E io odio la musica — esclamò il dottor
Pertusius — perchè è l'arte emolliente.

— Mi rimetto a lei in questo: ma come può
cantare la signorina senza musica?

— Senza musica, senza piano! così per letizia
come fa l'augelletto che si desta al mattino. E
niente romanzi! Il meglio che possa capitare è
quell'aria incantata di donne fatali che non sanno
far nulla per casa.

— E altri dati?

Pertusius rispose: — Evitare il colore lunare,
il color rosa-thea, il color pallido-crema. Lasciarlo
ai poeti, romanzieri, e simile gente scriteriata.
È vero che Ovidio Nasone nella sua
«Arte di amare» ha dato il precetto, *pallat
omnis amans*, «ogni amante deve essere pallido,»
ma idiota e meretricio anche lui! Sotto
il pallido-crema dei poeti scorre la scrofola e
il pus. E nemmeno niente colore tenuemente
rosato. «Oh, viola! oh, pervinca! oh, giglio!» sospirano
i poeti. Dite piuttosto: «bacillo di Koch».

— Scusi, quale colore, allora?

— *Nigra sum sed formosa!*

— Mi dispiace, ma non capisco.

— Vuol dire quel colore bruno, forte, naturale.

— E poi?

— I denti! Denti forti, ben incastrati nelle gengive:
[pg!58]
bianchi sì, ma mica diafani, madreperlacei,
mica con l'oro o col platino! E poi informarsi
a che ora la signorina si alza al mattino. Come
sono gli occhi? Puliti naturalmente? È gaia o
triste al mattino? A che ora va a letto la sera?
È coraggiosa? La madre come è? Informarsi come
sono la madre e il padre. Saremmo noi da
meno di un mercante da fiera, che guarda la
vacca madre quando vuol comprare la vitella?
È attiva? Vi sono certe fanciulle che seducono
gli uomini con la loro indolenza. «Indolente
come una creola — dicono i poeti —: sdraiata
sui divani come un'odalisca.» Idioti! Deve essere
attiva, svelta, capace di fare da sè; non
aver sempre dietro la cameriera. E quanto alla
sensualità, meglio poco che troppo. Sono cose
che crescono con l'esercizio. Dimenticavo la cosa
più importante: come digerisce? naturalmente?

— È spoetizzante, dottore — dico io.

— Spoetizzante il contrario — ribattè lui. — Quando
la signorina vi dice: «ho l'emicrania,
ho la malinconia,» allora sì è spoetizzante. Oh!
è pulita? Intendiamoci: pulita sì, ma con un limite:
una signorina occupata eccessivamente a
risciacquarsi, fa venire in mente certi cuochi
d'albergo che lavano lavano la selvaggina perchè
è putrefatta. E unghie pulite.

[pg!59]
— Questo mi piace.

— Sì, ma non occupata tutt'il giorno a tagliarsi
le pipite.

— E ancora: la signorina come calza? Ah, quelle
perfide seriche calze; ah, quelle scarpine che le
fanno andare con quel passo isterico! Belle
scarpe piatte! Così lei è sicuro che quando la
signorina la sera va a letto, non le infliggerà lo
spettacolo dei suoi piedi deformi. Bisognerebbe
che le donne venissero al mondo come le bambole
di Norimberga, o stessero instivalate sul
letto come le meretrici. E, infine, non cercar
moglie per voluttà! Tobia, nella Bibbia, quando
sposò Sara, disse: «Io prendo questa fanciulla
per moglie, non per principio di libidine, ma per
amore della prole». E il Signore benedì Tobia
e Sara, che vissero felici. La signorina, inoltre,
deve essere profumata.

— Ecco un'altra cosa che mi piace.

— Intendiamoci: profumata senza profumi. Lei
sa che in latino c'è una preziosa sentenza: *mulier
bene olet quae nil olet.*

— Cioè?

— «La donna è ben profumata quando ha
odore di niente», cioè odor naturale.

— Dottore — dico io — mi pare che noi tiriamo
sassi in piccionaia.

[pg!60]
— Come sarebbe a dire?

— Sarebbe a dire che un manuale *réclame*,
scritto nei termini surriferiti, sarebbe un disastro
per la nostra Ditta. La nostra Ditta, di cui
io ho l'onore di essere gerente, lavora appunto
in *cachets* digestivi, in pomatine, in ciprie per
isbiancamento, in tinte per i capelli, in polveri
per le unghie che nobilitano la mano, in profumi
che, come noi proclamiamo nelle nostre
*réclames*, donano il fascino della personalità. Un
manuale in questi termini è contrario al nostro
interesse; senza contare poi che la signorina
che lei propone, è un articolo che non si trova
più in commercio. La vera donna comincia dalle
calze di seta!

.. vspace:: 1

.. class:: center large

\ *

.. vspace:: 1

Così ci siamo lasciati.

Il manuale non si farà.




VI. — L'ARCIERO DEL CINQUECENTO.
================================


«E anche il matrimonio di Ginetto Sconer non
si farà a quel che pare.» Torno a casa e trovo
nel salotto Maioli. Costui è un uomo straordinario.
Lo conosco da quando io facevo la piazza
[pg!61]
di P\*\*\*. Lui dice che era ufficiale di cavalleria al
tempo della battaglia di Custoza, ma è rimasto
sempre uguale; magrolino, a passettini svelti
svelti, zazzera bianca, cravattina bianca, fiorellino
all'occhiello. Il suo volto è fresco e roseo
come quello di un bambino. Dopo che ha parlato,
fa sempre un risolino di felicità. Non lo fa
certo per mostrare i denti perchè è una dentiera:
deve essere una misura igienica, ridere.
Quando una cosa gli piace, compone le labbra
a ventosa, e succhia. Quando, invece, una cosa
non gli piace, fa il contrario, buffa; e quando
poi si commuove, piange: e anche queste devono
essere misure igieniche.

«Lei, mi insegna — gli ho detto più volte — come
ha fatto a conservarsi così bene dal tempo
della battaglia di Custoza, ed io la metto nelle
mie *réclames* come esempio vivente dell'efficacia
della mia *vitalina*, più le regalo dieci mila lire.»

Anche pei vestiti deve avere un segreto: ogni
tanto lo vedo ricomparire con certi abitini che
ho conosciuti tanti anni fa. «Lei è sempre elegante»
gli ho detto. — «È la figura elegante — mi
ha risposto — e poi è la contessa mia
moglie».

Quando nomina la *contessa sua moglie*, si commuove
sempre.

[pg!62]
Dove vive? Vive in provincia nella città di P\*\*\*
con la contessa sua moglie; «che è un tesoro
per la casa»; i suoi canarini, che sono così intelligenti;
i suoi fiori, che sono così belli; e le
sue anticaglie, fra cui deve essere la contessa
sua moglie. Giacchè Maioli si intende di vecchi
quadri, di vecchie stoffe, di vecchi cocci; e siccome
a P\*\*\* c'è tutto uno *stock* di famiglie nobili
in liquidazione, così qualche affare lo rimedia.

Quando non è a P\*\*\*, è ospite «nel castello del
suo buon amico il conte A\*\*\*; o nella villa dell'altro
suo buon amico, il marchese B\*\*\*». Deve
essere un ospite piacevole, perchè sa fare in fine
dei pranzi le strofette all'antica, come *la vispa
Teresa*; possiede una dozzina di vecchi *bons mots*;
ricorda la cronaca galante del tempo che fu.

È venuto da me per sentire se gli cedo un
certo automobile, chè mi darà in cambio un
quadro del Pinturicchio. «Così nobilitate — dice
lui — questo vostro appartamento». Ringrazio,
ma non accetto.

— È che voi ignorate il Pinturicchio.

— Sarà benissimo, ma non vendo.

— Già, quando uno ha un appartamento così,
non può apprezzare il Pinturicchio.

— Perchè? Cosa c'è nel mio appartamento?
c'è forse cattivo odore?

[pg!63]
Vedo che raggrinza il naso come sentisse cattivo
odore.

— Ma, mio buon amico, levate intanto dalla
porta quel tappeto con su scritto: «prego pulire
le scarpe». Sì, è bello: scale di marmo, *parquets*,
termosifone, ma ci manca quel non so che,
quel non so che.... Scommetto che ve lo ha messo
in ordine un mobiliere questo appartamento.

— Macchè «manca quel non so che!» C'è tutto.

— Sì, ma troppa roba fresca, troppo oro, troppo
stucco. L'occhio non riposa. I sopramobili, scusate,
mio buon amico, sono da fiera di beneficenza.
L'avete scelto voi questo appartamento?

— È mio!

— Caspita! L'avete fabbricata voi questa palazzina?

— È stata una favorevole combinazione. Era
prima dei conti Tornamali, e adesso è mia proprietà.

Sbuffa.

— Cosa c'è da sbuffare, caro conte?

(Io lo chiamo così in omaggio alla contessa
sua moglie: ciò a lui fa piacere e a me non fa
danno).

— È che le vecchie case se ne vanno....

— E vengon su le nuove — dico io.

— E anche il giardino è vostro?

[pg!64]
— Si intende.

— Già, così è. Voi potreste esser capace di
mettere qui un cameriere in istile, invitare ad
un *garden-party*, parlare anche di arte, fare
anche della beneficenza....

— Non ci trovo niente di straordinario.

Guarda attorno, guarda me, e poi dice:

— Sta il fatto che voi, mio buon amico, potreste
formare la felicità di molte signorine per bene.

(È quello che dicono tutti. Ciò mi piace, e lo
prego di rimanere a colazione).

— Ma perchè, mio buon amico — mi domanda — non
prendete moglie?

— È quello appunto che sto cercando, ma non
trovo. — E gli racconto in succinto le mie peripezie.

— Ma naturale, — esclama lui — naturale, mio
buon amico! Voi cercate la moglie nella vostra
classe di gente quattrinaia. Non la potete trovare:
troverete roba da capriccio: *satin*, cotone
mercerizzato: non una vera moglie.

— Lei ha *crêpe de Chine* da offrirmi?

— Macchè *crêpe de Chine*! Broccato a gigli
d'oro! di quelle stoffe antiche *ancien régime*, che
dopo due secoli sono ancora fresche, belle, che
sembrano fatte ieri....

— Scusi, caro conte, lei mi vuol dare una moglie
*ancien régime* di parecchi secoli?

[pg!65]
Scuote la zazzera compassionevolmente e dice:

— Voi, perdonate, mio buon amico, ma non capite.
Voi non potete capire che cos'è l'*ancien régime*.
Io avrei da offrirvi — *offrirvi*, badate
bene, perchè non vi garantisco se lei accetterà — la
vera eroina, la donna misteriosa e superba
che nobiliterebbe questo vostro appartamento,
e anche, permettete, la vostra persona.

— *Ancien régime* di che età? — domando io.

— Non diciamo sciocchezze: la più bella donna
del mondo.

— Mi dispiace, — rispondo — ma il posto della
più bella donna del mondo è già occupato:
*fräulein* Violetta. Esiste un plebiscito.

E dò alcune spiegazioni intorno all'incomparabile
*fräulein* Violetta.

— Puah! — esclama Maioli, e fa con la manina
certi gesti, come mandasse via uno sciame
di mosche. — Sono le vostre degne beccamorte:
prima vi spoglieranno e poi balleranno il *can-can*
rivoluzionario su la vostra pietra *tombale*.

Se lo sentisse Lionello e gli altri poeti a parlare
così di *fräulein* Violetta! — Ma, dicevo:
questa signorina, che lei mi propone, è Vestale
anche lei come *fräulein* Violetta?

— Basta, basta! Quando si scherza su certe
cose sacre, io non parlo più. Da farne?

[pg!66]
— Come s'è fatto cattivo! Ma parliamone, anzi.
Sarà, m'imagino, ma non importa, senza un
quattrino come tutti i nobili del vostro paese.

— Volete far l'affare anche col matrimonio?
Danaro e danaro, voi volete. Brillanti e brillanti!
Solo un soffitto del palazzo di donna Ghiselda
vale come tutta questa vostra chincaglieria.
Bramante autentico. E non vi dico altro.

Per far pace con Maioli, dò ordine di portare
una bottiglia di *champagne*. — Dunque dicevamo:
stato decente di conservazione matrimoniale.
E sarebbe capace di fare un erede?

— Due, se ne volete.

— E adesso diciamo un'altra cosa: è grassa
o è magra? alta o bassa? bruna o bionda?

— Sono cose — dice Maioli — che bisogna
vedere; non si possono descrivere. Vi dirò una
cosa sola: come questo *champagne*. Che cosa è
questo vostro eccellente *champagne*? Raggio di
sole imprigionato. Ma il turacciolo balza, ed
ecco il sole. Povera, cara fanciulla!

Maioli teneva davanti agli occhi la coppa dello
*champagne*; e due lagrime gli cadevano giù per
le belle guancine.

— Si calmi, conte. Mi dica almeno se è sana.

— Sana? Come un arciero giovanetto del Cinquecento.

[pg!67]
— E non è pericolosa?

Maioli fa gli occhietti feroci: — Vi compatisco
perchè voi non avete mai veduto donna Ghiselda.

— Il nome mi piace. Sarà per lo meno duchessa — dico,
perchè Maioli non avvicina che
gente titolata.

— Contessa — dice con solennità.

Domando dove si può vedere questo *champagne*,
quest'arciero del Cinquecento, questa contessa.

— Non pretenderete mica che ve la porti qui!
Se voi una domenica, verso mezzogiorno, capitate
a P\*\*\*, alla pasticceria della Maddalena, sul corso,
ve la posso presentare. Io verso quell'ora prendo
il mio *vermut*, e donna Ghiselda vi càpita dopo
l'ultima messa a fare qualche acquisto di dolci.

— Va a messa questa contessina?

— Ma certamente! Tutti noi, nobili, andiamo
a messa; se non altro per protestare dignitosamente
contro la canaglia che non ha più religione.
E poi, scusate: senza una religione che
matrimonio pretendete di fare?

[pg!68]




VII. — LA CONTESSINA GHISELDA.
==============================


Ho dato quest'ordine a Biagino, il mio *chauffeur*:

— Domani, che è domenica, tenete pronto per
le nove. Andiamo a P\*\*\*. Vedete di arrivarvi per
le undici e mezzo.

Perchè questa decisione?

Non so: ma l'idea di sposare una contessina,
mi fa sentire un sapore di alta dominazione.
Non ci avevo pensato al sangue blu. Vedo l'avvenire
quando avrò sposato la contessina. Naturalmente,
da principio, lei non mi ama. Mi ha
sposato, perchè è povera. È stata comperata! È
delizioso comperare una contessina. Si aggira
altera, disdegnosa, per questo appartamento. Ma
io sono pieno di riservatezza e di delicate premure;
non domando niente, attendo! Finchè un
bel giorno la contessina mi dice: «Ginetto Sconer,
voi siete la perla degli uomini, l'ideale dei
mariti.» Come nel «Padrone delle Ferriere». È
strano: ma con quell'affare dello *champagne* di
Maioli mi sono creata in testa un'imagine di
donna bionda. Ma forse è anche l'effetto dei romanzi
di Lionello. Quando quell'uomo lavora le
[pg!69]
donne nella padella dell'arte, le gonfia così bene
che non si possono dimenticare.

Maioli è un mirabolano; e chi sa invece che
roba sarà questa contessina di provincia, senza
soldi. Comunque, ho fatto una *toilette* anche più
accurata, e mi sono messo molto denaro nel
portafogli. Perchè? Perchè mi pare di andare a
comperare la contessina. Se è il caso, ordineremo
un letto gemello, e ci faremo mettere sopra
un arazzo col bambino Gesù. Del resto, è un
lusso che mi posso permettere.

Il viaggio è stato bellissimo; la mia potente
*limousine* filò nel sole di maggio, entrò in P\*\*\*
alle undici e tre quarti: si è fermata, fra la ammirazione
dei buoni provinciali, davanti alla pasticceria
della Maddalena, indicata da Maioli.

Maioli era proprio lì che prendeva il vermut.

— Oh, caro, caro, amico — mi fa —. Mai più
pensavo di rivedervi così presto.

— Noi uomini di affari siamo di una puntualità
tedesca.

— È questa la vostra automobile?

— Sì, ma non quella del Pinturicchio. Essa è
riservata per lei, se le cose andranno bene.

— Volete — mi dice con tono misterioso — che
andiamo in chiesa? Fate a tempo a vederla
mentre prega. È un punto di vista interessante.

[pg!70]
— Preferisco qui alla pasticceria.

— Allora vi presento il proprietario: uno dei
grandi artisti dell'arte dolciera: burro autentico,
marmellate di vera frutta. Nel fare i conti farfuglia
un po'. Non dice chiaro che il totale. Ma
ecco che la messa è finita.

— Come lo sa, conte?

La risposta è data da uno sciame di signorine
che fanno irruzione nella pasticceria. Gran fruscìo,
gran cinguettìo. Si girano tutte su le sottanine
gonfie; son tutte fiorite; tutte stanno diritte
su le scarpine lucide: in alto dondolano
pennacchietti. Si spande odore di vestine fresche.
Dietro vengono le mamme nere, che dicono:
«Adagio, adagio, bambine!». Libriccini di preghiere
sono deposti sui cristalli delle vetrine:
piccole manine; manine nude, manine guantate
spuntano; occhioni si spalancano; pacchettini
dei dolci si formano. Ne mangiano anche col
permesso di mamà. Allora graziose bocchine si
aprono. «Io prendo un cannoncino con la cioccolata.
Tu, Mary, prendi un africano? Questo
*bigné* come è buono! Oh, le sfogliatelle fresche!»
Sgretolano con i musini in avanti le sfogliatelle
e con le manine scuotono le schegge dalle vestine.
«Dio, che straordinario! Come ha parlato
stamattina! Vero, mamà, che adesso va a Roma?»

[pg!71]
«Sì, carina, ma bada che ti sbrodoli tutta col
*bigné*». Sono tutte piene di entusiasmo; e io
non capisco bene se per i *bigné*, le sfogliatelle,
o per qualcos'altro. Perciò domando a Maioli:

— Di che parlano?

— Di un predicatore forestiero che ha tenuto
una serie di conferenze nell'oratorio del duomo
su la missione della donna. Oh, c'è ancora della
religione qui a P\*\*\*.

Altre signore, signorine entrano. Improvvisamente
io dico: — Questa è lei.

— Avete indovinato — dice Maioli con solennità.

Un'irradiazione d'oro è entrata. È maggio, ma
la luce è aumentata, come dice Lionello. È lei!
lei! Ha la veletta. Ma il mio cuore fa *tac!* Una
mano solleva la veletta che si posa sul naso. Dio,
che naso aristocratico! L'altra mano prende un
*marron glacé*; la bocca si apre, il *marron glacé*
scompare. Felice *marron glacé!*

Stringo la mano al conte in silenzio. È commosso.
Anch'io!

Ma ecco, le signorine si fanno attorno alla contessina.

Una, due parlano: tutte parlano. «Sì, sì, sì,
contessina: vogliamo lei presidentessa del comitato
per le onoranze al padre. Sì, sì, sì».
[pg!72]
«Bisogna fare però due comitati» dice una vocina. — «No!
Un comitato solo» dice un'altra
vocina. — «Ma impossibile — esclama quella
dal *bigné* — che io stia in un comitato dove c'è
anche la mia sarta. Vi pare?»

Sento la contessina che risponde gravemente:
«Signorine, io sono desolata, ma le prego di
dispensarmi. Oh, in modo assoluto.» Ma come
ella s'accorge della presenza di Maioli, «Ah,
*pardon!*» e in un momento si disimpegna da
quelle signorine, e la vedo apparire dritta davanti
al nostro tavolo. Il suo volto, prima così
serio, ora che ella volta le spalle alle signorine,
si scompone in una smorfia di marioleria.

— Auf! Grazie, caro Maioli — dice — di avermi
liberata da tutte quelle mimose pudiche. Ora
sono tutte in vibrazione per il predicatore.

— Donna Ghiselda, cara donna Ghiselda, ma
che piacere! — diceva Maioli agitando per la
emozione la zazzera d'argento. — Ho però inteso
dire che è un predicatore molto valente.

— Ma sì: un pretino discretamente abile, che
sa fare del *pathos*. Ha condotto per tutto questo
mese di maggio le matrone e le mimose pudiche
a rabbrividire sui margini del peccato. Certe storielle
di Abelardo e Eloisa, di Ruth e Noemi le
ha saputo presentare con garbo. Adesso le signorine
[pg!73]
ripetono: *dovunque andrai tu andrò io,
e dove starai tu, ivi pure starò.* Sono già venute
da me a domandarmi la Bibbia. «Proibito, signorina!»
«Abelardo e Eloisa». «Più proibito
ancora». Mai più prestar libri! Ne ho avute abbastanza
di noie quella volta che diedi da leggere
«Madame Bovary». Ah, ah, ah!

Io naturalmente ero balzato in piedi con rigidità
militare. Confesso che rimasi sconcertato, perchè
anche il vestito di lei era sconcertante. Non
rispondeva alle ultime esigenze della moda, eppure
non era provinciale come quello delle signorine.
Ella era alta, più alta delle signorine:
eppure era al livello delle signorine!

Si, era un arciero del Cinquecento; ma ben inteso
che si capiva, ahimè! che era un'arciera.

Che età! Mio Dio, che età? forse venticinque,
forse trenta. Ma è certo che anche visto da vicino,
il di lei volto non temeva l'analisi del mio
acuto sguardo.

Quando ella finì con quell'ah, ah, ah! mi venne
in mente lo squillo metallico del mio Bechstein,
e dissi a me stesso: «Ginetto, sta in gamba!»

Disse Maioli:

— Donna Ghiselda, si accomodi, la prego.

— Un momentino solo, perchè aspetto mamà.

— Permetta intanto che le presenti il mio buon
[pg!74]
amico cav. Ginetto Sconer, arrivato adesso adesso
con la sua automobile da Milano.

Io allora ho fatto un inchino protocollare, e ci
siamo seduti.

— Guardavo bene — disse la contessina — di
chi poteva essere quella *limousine*: ah, è sua?

— Con l'onore di servire.

Ho subìto un rapido interrogatorio da parte
della contessina, su la mia automobile.

— Nuovo modello, sì, contessina. 16-24 HP,
messa in moto automatica, luce elettrica.

— È la prima volta che viene a P\*\*\*?

— Ci sono stato altre volte, ma non mai in
così fortunata occasione.

— Allora lei conoscerà le antichità artistiche
di P\*\*\*.

— Mi dispiace — ho risposto — ma la di lei
presenza mi esonera dal conoscere le antichità
artistiche di questo paese.

La contessina torna ancora a fare, ah, ah, ah!
Poi dice:

— Molto galante il signore.

— Contessina — rispondo gravemente — io
sto sul terreno della realtà.

— Lei viene da Milano?

— Direttamente.

— Ha molte relazioni con artisti a Milano?

[pg!75]
— Lionello....

— Ah, lei conosce Lionello? Delizioso, delizioso,
delizioso!

(Fortunato Lionello! Dovunque io vada, tutte
le signore lo chiamano «delizioso»).

— Con qualche riserva — dico io.

— Sarebbe a dire?

— Non oso, signorina.

— Osi liberamente.

— È un po'.... un po'.... Come dire? In certe
situazioni dei suoi drammi è un po' audace....

La contessina ripete, ah, ah, ah, in modo sconcertante
per me.

— Ma in arte, caro signore — mi dice — non
usa più menare il can per l'aia per trecento pagine.
Fa dispiacere a lei? È moralista forse lei?

— Me ne guardo bene.

Mi scruta un po', e poi mi domanda:

— Lei è artista?

— Sì, signora! Artista della bellezza.

Allora parlò Maioli e disse che io sono gerente
della Casa X\*\*\* e compagni. — Un uomo
mercantile, pur troppo! Ma che farci? Oggi il
mondo cammina così.

La contessina ripetè i suoi ah, ah, ah!, in modo
quasi offensivo al mio confronto.

Io sono molto *gentleman* con le donne belle,
[pg!76]
salvo a rifarmi con le donne brutte; e perciò
non rilevo la sconvenienza di quegli *ah, ah, ah*;
ma al signor Maioli dico: Gli *uomini mercantili*,
prego notare, sono essenzialmente energetici e
valgono per lo meno come i pittori e i poeti, in
quanto costituiscono la piattaforma, solida e nel
tempo stesso girevole, su cui passa tutto il treno
della civiltà. *Sleeping car*, prima classe, terza
classe, e anche carro bestiame. Capisce lei?

Io ho parlato con energia.

La contessina si fa seria e dice:

— Ma è molto intelligente il suo amico, caro
Maioli.

— Certo. Ogni uomo che arriva al milione
è intelligente, pur troppo! — sospirò ancora
Maioli.

— Oh, Maioli, — dissi io — il milione! Si diceva
una volta. Ma oggi che cosa è il milione?
Appena quanto basta ad un modesto ritmo della
vita. Ma cos'è il milione, cos'è il miliardo rispetto
alla divina bellezza? l'epifania della bellezza, come
dice Lionello? Nulla! Un'entità evaporante.

— Ma è molto simpatico questo suo amico,
caro Maioli — dice la contessina.

— Un uomo felice — dice Maioli.

— La felicità è un dovere — dice la contessina.

[pg!77]
— Questo mi piace, — dico io. — Benchè da
mezz'ora a questa parte, io non so più se sono
felice o infelice.

— Sarebbe a dire? — domandò la contessina
sconvolgendo in modo tragico tutto il suo
volto.

— Non oso.

— Ma lei non osa mai!

— Ebbene, contessina, la di lei conoscenza....

Il volto tragico si scompone in un volto comico
e torna ancora a fare ah, ah, ah! Questa
donna è sconcertante.

.. vspace:: 1

.. class:: center large

\ *

.. vspace:: 1

— Oh, ecco mamà — esclamò di scatto la contessina.

Una carrozza si era fermata alla porta della
pasticceria.

Donna Ghiselda si levò, e corse alla porta.

Si alzò anche Maioli per andare alla porta ad
ossequiare la vecchia dama. Io rimasi lì, solo, e
aprii il libro da messa, che la contessina aveva
posato sul tavolo, quando mi sentii dire:

— Ah, ma lei scopre i miei segreti. Lei è molto
curioso.

Era la contessina, balzata ancora verso di me,
per riprendere il suo libro da messa.

[pg!78]
— *Pardon*, — dissi.

— Vuol vedere? Perchè lei è curioso, vero?

Aprì ella stessa il libro, e io lessi: Paul Verlaine:
*Confessions*.

— Conosce?

— Mi dispiace....

— Poesie religiose, o quasi.

.. vspace:: 1

.. class:: center large

\ *

.. vspace:: 1

Ho accompagnato anch'io la contessina alla
porta. Un *coupé* nero era lì fermo: dentro al
*coupé*, una figura argentea imponente: la contessa
madre. Ma la nuova presentazione non
potè essere fatta che in modo sommario perchè
quella signora è sorda. La contessina salì, lo
sportello fu chiuso: noi ci inchinammo.

— Ah, Maioli — disse d'un tratto la contessina
sporgendo la testa mentre la carrozza girava, — lei
potrebbe combinare col signore una gita per
visitare i monumenti artistici.

— Quale onore! — esclamai.

Un vecchio cavallo nero, coperto di vecchi finimenti,
stemmati d'argento, levò un piccolo trotto,
e il *coupé* si avviò.

— Povero Grifone! — esclamò Maioli.

— Chi è Grifone?

— Il cavallo della contessa madre.

[pg!79]
— Quel cavallo — dissi io — deve avere conosciuto
i tempi eroici della famiglia.

— E che tempi, amico! — sospirò Maioli. — Voi
non avete che intravveduto la contessa madre!
È stata una delle donne più affascinanti e,
diciamo, più radio-attive che io abbia conosciuto.
Ma *ancien régime!* Ah, mio buon amico, chi non
ha conosciuto l'*ancien régime*, non sa, come
diceva il principe di Talleyrand, cosa è la gioia
di vivere. Che donna, la contessa madre! Io
la avevo definita: «un mazzo di rose in un
confessionale». Bello, eh? Il suo salotto desta
malinconia di ricordi negli uomini della mia età.
Eravamo in pieno romanticismo allora, e tutti i
giovani erano cavalieri.

— E la contessa era al servizio della cavalleria.

— Come siete sempre plebeo, caro Sconer,
nelle vostre espressioni! Voi, d'altronde, non
potete ignorare che una donna di grande bellezza
non può sottrarsi a certi doveri inerenti
alla sua stessa bellezza.

— E la figlia, non c'è pericolo, caro conte, che
cammini su le orme materne?

— Lodo la vostra previdenza; ma escludo, e
per una ragione semplice: perchè Ghiselda è
essenzialmente un'intellettuale.

[pg!80]




VIII. — GLI AMORI EROICI DELLA CONTESSINA.
==========================================


Ho pregato Maioli di salire in automobile e
venire a fare colazione con me all'albergo.

L'albergo dell'Aquila d'Oro, dove io, passando,
avevo preso alloggio, era un edificio tetro e
solitario, come è solitaria e tetra tutta la città,
tranne quel pezzetto del Corso.

— In questo albergo hanno alloggiato Giuseppe
II, Carlo di Borbone, Carlo Felice.... — diceva
Maioli.

— Si vede — dissi io — che quei signori, a
quei tempi, avevano poche pretese.

Finalmente comparve nel salone da pranzo
un cameriere con un *frac* preistorico e Maioli
dà lui gli ordini al cameriere.

— Avete i tortelloni di ricotta col ragù? Benissimo.
Ma fumanti! E dopo, cosa preferite,
Sconer, un'*omelette* coi tartufi, o le costolettine
di vitello col prosciutto? Sono specialità di P\*\*\*.

Quando arriva il piatto fumante dei tortelloni
col ragù, gli basta una severa occhiata per sincerarsi
che tutto è proceduto con ordine.

[pg!81]
— Senza precedenti, eh? — disse allora Maioli
filando con grazia nella sua bella bocchina il
primo tortellone tutto lagrimoso di burro.

— Che cosa? I tortelloni?

— No! Donna Ghiselda. Dite la verità: voi non
credevate, Sconer.

— *Mica male.* È impressionante anche per
uno che viene da Milano. A sciogliere quei capelli
viene giù un Niagara di biondo.

— Ma poi la resistenza! — dice Maioli. — Vedete,
le vere bellezze sono quelle resistenti, organiche,
di razza. E avete osservato? In donna
Ghiselda voi avete la fusione del rettilineo col
curvilineo; dell'evanescenza con la consistenza;
della beltà classica con il capriccio moderno.
E il modo come cammina? Adesso queste donnette
borghesi camminano a passo artefatto.
Ma Ghiselda è naturale, come una berlina a
otto molle del buon tempo antico, e nel tempo
stesso è ritmica come se genietti nascosti le
segnassero il passo al suono di gighe e violini.
La vera bellezza, vedete Sconer, ubbidisce sempre
ad un ritmo in tutti i suoi movimenti. E le
estremità? Amico, avete osservato le estremità?
A Venere callipigia date due piedoni, e Venere
è rovinata. (In questo punto entrarono le costolette
col prosciutto. Maioli si arrestò, esaminò
[pg!82]
le costolette: sì, anch'esse erano in regola, onde
proseguì:) Le estremità, amico! questa disperazione
della natura, della pittura, e, diciamo, della
borghesia. Vedete, Sconer, io ammiro il progresso
moderno di una mano curata dalle *manicure*.
Ma sa di meccanico. Io non posso imaginare
una dea che ricorre alla *manicure* e alla
*pedicure*.

— Conte — dico — forse la contessina è un
po' troppo imponente per me.

— Mi aspettavo questa vostra obbiezione. Badate
intanto che quelle bertuccine in formato
*pocket*, rappresentano una degenerazione. Nel
caso poi di Ghiselda, io vi spiegherò perchè vi
pare imponente: perchè voi non siete abituato
alla maestà della razza. Ma avete osservato
come ride?

— Sì, ho osservato. Non si capisce perchè fa
sempre ah! ah! ah! Pare che prenda in giro la
gente. Però mi piace, perchè pare che abbia
delle perline in gola.

— E gli occhi, mio buon amico? Stupefacenti.

— Gli occhi, infatti — dico io — sono eccezionali.
Forse un po' di *maquillage*, ma non mi
dispiace.

— E ciò è prova del vostro buon gusto — dice
Maioli —: i ritocchi al volto delle signore erano
[pg!83]
già in uso al tempo degli Egiziani. E la intelligenza
di Ghiselda? Essa era destinata, in altre
età, a lasciare impronta di sè nelle storie. Ma
se Ghiselda vi farà onore di essere vostra moglie,
la vostra casa sarà il *rendez-vous* delle più
spiccate personalità dell'arte e della politica.

— Vediamo, caro conte, di non precorrere gli
avvenimenti. Piuttosto sarebbe interessante sapere
come mai la contessina, in un'età di primavera
alquanto avanzata, sia ancora signorina.

— Ma è naturale, scusate! Pretendereste forse
che potesse amare un uomo comunale? In relazione
poi alla domanda che mi fate, vi dirò
che Ghiselda ha consumato, pur troppo! i suoi
anni migliori in una passione infruttifera verso
un giovane che dava grandi speranze di sè.

— Conte — interrompo io — questa cosa mi
pare grave.

— Niente *grave*, perchè in donna Ghiselda tutto
è puro. Si tratta di un amore eroico!

— Allora proseguiamo.

Maioli con la linguettina libò il bicchierino
della *chartreuse*, ma invece di proseguire, mi
rivolse questa domanda:

— Sapete, è vero, quale è il male maggiore di
cui soffre l'Italia?

— Che non sa farsi la *réclame*.

[pg!84]
— Questo è poco serio, Sconer! Il male d'Italia
è che manca un'aristocrazia! è che le forze sane
della nazione non sono organizzate contro la canaglia!
Ci siamo, è vero, noi nobili, che abbiamo
sacrificato i nostri interessi per l'Italia; ma questa
è la gratitudine, che, se si parla, dicono: «Taccia
lei, che è un reazionario!» Per vivere, bisogna
che noi non ci facciamo sentire. In questo
paese, poi, la canaglia è peggio che a Milano, che
a Torino, che a Bologna, ed è tutto dire! Basta,
un giorno comparve fra noi un uomo di genio.
Genio? Ohimè! Noi l'abbiamo creduto! Parlava
benissimo; affrontava la canaglia con apostrofi
magnifiche: «I miserabili, capaci soltanto di puntellare
le porte per cui deve passare l'uomo di
genio! Bestie da soma che valete solo a portare il
peso della gloria della nazione! Nessuna tregua
con la canaglia! Se la canaglia andrà al potere, la
prima cosa che farà, sarà di innalzare la forca
per noi. Innalziamola noi per loro, finchè siamo
a tempo». Bello, eh? Ma il genio vero non era
lui, era Ghiselda! La cara fanciulla ha dato tutto
per la gran causa. Lei era la Ninfa Egeria di
lui! Ce ne siamo accorti al tempo delle elezioni
che lui non era un genio. Quella lotta elettorale
è stata un vero disastro, mio buon amico.

— Questo lo credo. Per me in politica è indifferente
[pg!85]
tanto la *omelette* coi tartufi quanto le
costolettine di vitello col prosciutto, ma nel primo
caso ci vogliono le uova, e nel secondo ci vuole
un vitello.

— Come sarebbe a dire?

— Sarebbe a dire che voi avete fatto fiasco
perchè siete fichi secchi....

— Oh! oh oh! — esclama Maioli, scandalizzato. — Noi
potevamo affrontare un colpo di
spada, ma non un'artiglieria di fango!

— Dopo ci si lava — risposi io. — Li fabbrichiamo
noi i saponi. E ci andò di mezzo anche
la contessina?

— Terribile, mio buon amico! Terribile! Allusioni
su le loro sconce gazzette, frasi da trivio,
e durante le elezioni persino cartelloni impudichi
sui muri. Quella gente ignora la cavalleria.
La poverina non si poteva più far vedere per
le strade; ed io, uscendo la mattina di casa,
mi sentivo tremare le gambe.

— E l'amore per quell'uomo di genio?

— Scomparso! Voi capite che quando un uomo
di genio fa fiasco, non è più uomo di genio.
Povera fanciulla! Il popolino diceva che era stata
lei a rovinare lui. Vi basti sapere che si è dovuta
appartare per qualche tempo nella magnifica
villa di famiglia: le Cipressine.

[pg!86]
«Maioli — mi diceva — è terribile! Io sono
disperata. Pur di non vivere più a P\*\*\*, sposerei
il primo che mi càpita.»

— E allora avete pensato a me — dissi io.

— Sconer! Sconer, voi mi offendete! Invece
vi dirò che dopo qualche tempo Ghiselda si tranquillò:
un'altra forma di attività la assorbì totalmente.
L'arte, amico. Ah, sublime, sì, l'arte!
Voi non potete capire, ma sublime.

.. vspace:: 1

.. class:: center large

\ *

.. vspace:: 1

Mentre così parlavamo si udì un *plaf ciac*,
nella sottostante via silenziosa.

Maioli quasi mi rovescia tavola e stoviglie per
affacciarsi al balcone.

— È lei. Venite. Presto. Ah, è troppo tardi. È
passata! Tuttavia venite, venite; ammirate la
parte posteriore, Venere callipigia.

Mi affacciai: ebbi appena il tempo di vedere
la contessina, vestita da amazzone, che svoltava
via con un cavaliere monturato.

— Ma con chi è?

— Con suo fratello, il conte Desiderio, tenente
di cavalleria.

[pg!87]




IX. — GITA ARTISTICA.
=====================


La notte mi sono sognata la contessina. Io
ero un pascià, come si vede in quel quadro dove
c'è un pascià turco sul trono che compra le
schiave nude. Io comperavo Ghiselda: palpavo,
esaminavo bene. Davo a Maioli, che era il negriero,
un numero considerevole di quei fedeli
amici che sono i biglietti da mille. Lei era umile
e muta, vestita soltanto con la sua capigliatura:
una cosa da fare impazzire!

Mi stavo vestendo al mattino, e il cameriere
mi recapita questo biglietto: «Caro Sconer, donna
Ghiselda vi fa l'onore di esservi guida nella visita
ai monumenti e dintorni. Tenete pronta automobile
ore quattordici. Maioli».

«E va bene — dico —. Passeremo una bella
giornata».

Macchè! Mi hanno fatto consumare due latte
di benzina, col prezzo che costa oggi, e non mi
sono divertito niente.

Ecco come sono andate le cose.

Alle due mi vedo arrivare la contessina, Maioli
e un terzo individuo: una specie di nanerello,
[pg!88]
che mi arrivava appena alla spalla, con un
abito sport, color kaki.

«Cioccolani,» mi dice la contessina, presentandomi
costui. Soltanto Cioccolani! Il nanerello
si limita a piegare la testa, come se gliela avessero
tirata giù controvoglia con lo spago. Maioli
mi spiega che quel signore mi onora di essere
la guida artistica. E va bene. Dico: «prego,» e lui
non si fa pregare: prende posto accanto alla contessina,
e prende il comando lui dell'automobile.

Si comincia il giro artistico: chiese, battistero,
chiostri, palazzi, conventi, ecc. Ecco, dirò: a me
non importava niente di vedere queste cose, ma
già che la proposta veniva da loro, cortesia voleva
che avessero dovuto dare le spiegazioni.
Invece, come se io non ci fossi stato! In ogni
luogo dove andavamo, gran discussioni fra di
loro, tanto che una volta venne fuori un prete
a sgridare.

A me dicevano: «Guardi lì! Vede questo? Vede
quello?» Intanto nelle chiese è tutto scuro e non
si vede niente: e poi a me cosa importava? Il
bello poi era questo che, quando Maioli mi diceva:
«Guardi in su, divino, ah! giottesco, oh!
Pinturicchio, abside» che so io, sentivo loro
due che ridevano, e lui che ripeteva: «Dinamite,
dinamite!»

[pg!89]
Mi accosto e guardandolo dall'alto della mia
persona, gli domando: — Dinamite, e perchè? — Egli
leva verso di me la sua faccia impertinente
e dice: — Per buttar giù tutti questi cimiteri del
passato, che mettono il loro *tabù* su l'avvenire.
Lei è forse di opinioni contrarie?

— Si figuri! Per me si accomodi pure. Anche
noi, a Milano, abbiamo i futuristi che la pensano
come lei.

— Superati, oramai — mi risponde.

— Ah, benissimo.

— Sconer, Sconer, — mi dice Maioli commosso — guardi
lassù quel trittico. Divino, oh!

— Non si metta a piangere, Maioli, e mi dica
piuttosto: quella *mezza cartuccia* chi è?

— Un artista.

— Un architetto?

— No.

— Un pittore?

— No: un poeta.

— È del paese?

— Una gloria paesana.

— Ma cosa fa? come vive?

— Un grande poeta.

Questa è stata la gita artistica ai monumenti.
A me fu riserbato l'ufficio di dare le mance.

[pg!90]

.. vspace:: 1

.. class:: center large

\ *

.. vspace:: 1

Dopo, è venuta la gita pei dintorni. Lui, la
guida artistica, dà gli ordini. Era quasi piacevole
sentirlo, con una calma che pareva lui il proprietario
dell'automobile, comandare: «Velocità,
velocità». E volta di qua, e volta di là, su, giù,
gran velocità. «Velocità! Oh, salire al Carro di
Boote! infrangersi a Vega!» sentivo che diceva
alla contessina. La contessina agitava con la
mano una lunga rama di rose, e diceva anch'essa:
«Velocità!»

Un momento, perchè l'automobile è mia.

Biagino, il mio *chauffeur*, era fuori della grazia
di Dio. Prendo posto vicino a lui, perchè se mettiamo
sotto qualcuno, chi ci va di mezzo sono io.

Era supponibile che lì, nella campagna, dovessero
andar d'accordo: perchè la campagna
è quella che è.

Ma niente affatto! — La natura — gridava il
poeta — bisogna violentarla, prenderla a calci e
a pugni.

— Ma no! accarezzarla — diceva Maioli.

— Ma no, Maioli — dice lei. — Soltanto la violenza
è dinamica. *Stop! stop!* — gridò poi.

— Fa il piacere, ferma — dico a Biagino. Ci
fermiamo.

[pg!91]
— Sentiamo lei, signor Sconer — dice la contessina, — che
è un'anima, direi così, vergine:
che cosa vede?

— Io?

— Sì, signore — dice la contessina, — che
cosa vede davanti a sè?

— La strada, che se non stiamo attenti....

— No, io parlo del paesaggio.

— Ah!

Era verso le sei e mezzo: il sole tramontava
con un bel tempo di maggio: c'erano belle collinette
verdi; su le collinette, belle casettine
bianche con le finestre aperte, e una gran pace.

— Cosa vedo? delle case su la collina — rispondo.

— Guardi bene.

— Guardo bene: case su la collina.

— Questa è la prima sensazione — dice la
contessina: ma lei si concentri e avrà una seconda
sensazione. In altre parole, se lei fosse
pittore che cosa dipingerebbe?

— Casette su la collina — dissi io.

— Ma non vede — insistette la contessina — qualche
altra cosa fluttuare nell'atmosfera?

— Mi dispiace; ma non vedo.

La guida artistica fece un gesto d'impazienza.
Cominciava a diventare seccante quel signore.

[pg!92]
— Scusate — dice Maioli, — anch'io non vedo
che casette su la collina....

— Perchè lei è vecchio — salta su a dire la
guida artistica. — Il suo occhio non è nè più nè
meno di una macchina fotografica: lei non ha
sensazioni: lei non vede il movimento vibrante.
Le casette danzano in lento ritmo, ma danzano:
le finestre aperte esclamano per la beatitudine:
oh, oh, oh! Bisogna esprimere questa danza e
questa beatitudine. Io per esprimere quelle che
quel signore (questo son io!) chiama casette,
farei una teoria di fanciulle ondeggianti in ritmo,
che con la bocca aperta per la beatitudine fanno
oh, oh, oh!

La contessina è entusiasta.

— E chi non ha questa sensazione — conclude
lui — è un rinoceronte!

Lui parla con Maioli, ma pare che si riferisca
a me. Mi pare che sia il caso di rilevare l'offesa.

— Sì — dico — signore, per me è indifferente
o casette o fanciulle. Ma lei mi sembra che conosca
poco la modestia.

— La modestia? Ah, ah, ah!

Tutti e due si mettono a ridere come matti.

Vorrei sapere cosa ho detto da far ridere a
quel modo.

[pg!93]

.. vspace:: 1

.. class:: center large

\ *

.. vspace:: 1

Questa è stata la gita artistica; per effetto della
quale l'anima saggia di Ginetto Sconer ha preso
sempre più il sopravvento. Con quella gita mi
è stato fornito una specie di campionario di
quello che sarà la mia casa quando essa diventerà
il *rendez-vous* delle più spiccate personalità
dell'arte e della politica.

Il giorno seguente prendo le mie informazioni:
ed ecco quello che risulta. La contessa vecchia
è stata di una galanteria così generosa che ha
distribuito i suoi favori, oltre che ai cavalieri,
anche alla fanteria di casa: il conte, padre, si è
occupato, a Montecarlo, della liquidazione del suo
patrimonio. Il figlio Desiderio, ufficiale di cavalleria,
seguirebbe, se potesse, le vie paterne. Ultima
speranza, il matrimonio con una figlia di
un ricchissimo formaggiaio. Ma è sfumato anche
il matrimonio, perchè i genitori della ragazza
hanno fatto capire che in tempo di guerra un
ufficiale può morire, e perciò non si fanno nozze
con prospettiva di funerali. Vi è gente che ha
ancora la testa su le spalle.

Rimane il palazzo, coperto di ipoteche, rimane
il sangue blu, benchè molti dicano che il sangue
blu del padre non c'entra. Rimane Grifone, cavallo
[pg!94]
nero e storico, che, con finimenti d'argento,
trascina su la vecchia carrozza la vecchia contessa.

Quanto poi alla contessina, chi sostiene che le
manchi qualche altra cosa oltre alla totalità del
sangue blu; chi si limita alla mancanza di un
venerdì.

Ora anche Ginetto Sconer, per quanto sensibile,
ha la testa su le spalle e, fra le orecchie,
il cervello.

— Caro conte, — dico a Maioli — mi dispiace:
il matrimonio non è una lirica ma un poema
continuativo. Ho pensato, e rifiuto.

(Esclamazione di meraviglia).

Proseguo: — Potrei dire che la merce non è
uguale al campione.

(Esclamazioni di sdegno).

— Ma non è per questo. Lei voleva *cacciare
l'articolo*, come dicono a Milano. Lei mi ha parlato
del sangue blu, ma non mi ha mica detto
che è un sangue blu mezzo matto, che non sa
cos'è il preventivo, e cos'è il consuntivo.

— Ma che linguaggio è questo? — esclamò
Maioli. — Io vi facevo capitano della più bella
fregata che sia stata varata nell'oceano femminile,
e voi mi parlate di consuntivo e di preventivo.

[pg!95]
— Sì, per essere poi silurato!

— Voi siete un uomo glaciale, un calcolatore!
ma voi sarete punito! L'amore concede le sue
gioie supreme soltanto a chi è pronto ai supremi
cimenti. Voi siete un pusillanime. Non sarete
mai amato, mai!

E mi voltò le spalle.

Quell'uomo è idiota e terribile.




X. — LA SIGNORA DALLE CARAMELLE.
================================


Io sono stato *tranchant*, come è il mio solito;
però ho molto sofferto. «Perchè — dicevo fra
me, sorbendo un buon caffè alla pasticceria della
Maddalena, deserta in quell'ora, ore dieci del
mattino, — sui precedenti della contessina ci si
può passar sopra, ma la mancanza di un venerdì....
Se l'erede mi viene fuori anche lui senza
un venerdì, io avrò accesa un'ipoteca tremenda
su tutto il mio patrimonio, materiale e morale.
Ah, questo no! Ebbene, facciamo le valigie, e
torniamo a Milano.»

Una piramide di *marrons glacés* attirò la mia
attenzione. Ne presi uno e lo mangiai. Che malinconia!
[pg!96]
Mi venne in mente il *marron glacé*
scomparso due giorni prima nella bocca della
contessina.

Così sono scomparse le mie speranze! Ebbene,
onoriamo i defunti, e siamo sempre cavalieri!
Io farò omaggio alla contessina di una scatola
di *marrons glacés*. — Prepari — dico al pasticcere — una
scatola di *marrons glacés* e altri ingredienti,
che lei mi farà il piacere di recapitare
alla contessina Ghiselda.

Forse il dono è un po' volgaruccio, ma rimedieremo
con un biglietto che esprima con eleganza
questi miei sentimenti.

Io ero tutto occupato a *stillare* il biglietto, e
sentivo dalla parte del banco un confuso discorrere
di caramelle, del prezzo delle caramelle,
della crisi delle caramelle, quando d'un tratto
fui colpito da queste parole:

— Sicuro che ne consumo di caramelle! Ogni
mattina, quando mio marito esce di casa, gli
metto in bocca una caramella.

Ma chi mai ha proferito queste straordinarie
parole?

Chi è la prodigiosa creatura che ogni mattina
mette in bocca a suo marito una caramella?
Alzai gli occhi, e vidi una signora in colloquio
col pasticcere: una signora di mezza età, ma
[pg!97]
ben portante, vestita con serietà. Mi feci attentissimo.

Il pasticcere lega il sacchetto delle caramelle
e lo consegna con largo gesto alla signora, dicendo:

— E tanti, tanti saluti all'avvocato.... (Questo
è il marito, l'uomo felice). — e tanti saluti anche
alla signorina! Le dica pure che se vuol venire
questo settembre a vedere come si fa a fare
la cotognata, venga senza complimenti....

(Ma questa è la figlia, o una figlia! Io sono
intuitivo! Se la madre mette in bocca a suo marito
una caramella, si può presumere che anche
la figlia metterà in bocca a suo marito una caramella,
o qualcosa di dolce).

Io sono stupito della mia scoperta.

Rimane da sapere se questa figlia risponde
anche alle esigenze estetiche.

Appena la signora è uscita, domando:

— È un avvocato da potersi fidare il marito
della signora?

— Lo può prendere a occhi chiusi, come si
prende la moglie.

— La moglie si prende a occhi chiusi?

— Se la prende a occhi aperti, non la prende più.

(Sono intelligenti i pasticceri in questo paese).

Dico:

[pg!98]
— Hanno una figliuola bruttina però....

— Oh! Un bottoncin di rosa!

— Ma è piccina, mi pare.

— Era piccina l'anno scorso, ma adesso è cresciuta:
le ragazze crescono come l'erba, notte e dì.

— Non si vede quasi mai in giro, però, questa
signorina *bottoncin di rosa*.

— Di quelle che lei vede in giro c'è poco da
fidarsi — mi risponde il pasticcere, facendo una
faccia assai brutta.

.. vspace:: 1

.. class:: center large

\ *

.. vspace:: 1

Assumo altre informazioni: l'avvocato è un
buon professionista. Ha lo studio in casa propria,
via X\*\*\*; ma non abita in città che nei
mesi d'inverno. Per tutta la buona stagione abita
con la famiglia in una villetta a tre chilometri
dalla città; viene giù la mattina, ritorna a casa
la sera.

Della sua signora non mi hanno saputo dir
niente, nè in male nè in bene. Allora deve essere
una signora per bene; perchè le signore
per bene sono quelle di cui non si sa dire niente.

Quanto alla signorina essa è completamente
ignorata.

«Ma è naturale, caro Ginetto — dico a me
stesso. — Se la signorina appartiene realmente
[pg!99]
alla classificazione del dottor Pertusius, questo
*bottoncin di rosa* è una violetta mammola, e
le viole mammole, stanno nascoste».

.. vspace:: 1

.. class:: center large

\ *

.. vspace:: 1

Ho sospeso la partenza. Non farò più le valigie,
faremo un sopraluogo. Forse ho trovato
moglie!




XI. — LA VIOLA MAMMOLA.
=======================


Era un bel pomeriggio di maggio, come si
legge nelle descrizioni, e io do ordine a Biagino
di fare un giro, piano piano, per i dintorni dove
si trovano le collinette verdi con sopra le villette
bianche con le finestre aperte.

Cerchiamo di individuare quale sarà la villetta
della signora dalle caramelle.

Eravamo ai piedi di una salita e guardavo attorno,
quando sento: *drin, drin, drin!* e vedo
dall'alto della strada venir giù a scatto libero
una bicicletta con sopra una signorina, dritta.
Scarta e passa via come un lampo. — Quella lì
è lei! Non l'ho potuta veder bene in faccia, ma
dev'esser lei.

Infatti, dopo un quarto d'ora, ecco che la vedo
[pg!100]
tornare indietro: ma questa volta a piedi, e in
compagnia d'un uomo: il papà.

Carina! Era andata incontro al suo papà. Venivano
su tutti e due, piano piano, soli soli, parlando
fra loro, e non hanno badato nemmeno
alla mia automobile ferma. D'altronde io ero
così ben truccato con gli occhiali e col berretto
che non mi avrebbero mai potuto riconoscere.

In faccia non la ho potuta veder bene nè meno
allora; ma come figura, molto carina.

Un po' faceva *caro* al suo papà con la manina;
un po' faceva festa ballonzolando avanti per la
via, e poi si appendeva al braccio del papà, che
conduceva lui la bicicletta a mano. Come si dondolava
graziosa anche lei al braccio del papà!

Ho potuto individuare anche la villetta: un
che di mezzo tra la casa rustica e la villa; un
cancelletto ben verniciato, un vialetto con sassolini
tenuti puliti. I margini del vialetto sono
formati da alberelli fruttiferi a spalliera; e lungo
il vialetto, gran vasi di limoni. Poi intorno c'è
l'orto. Nell'orto vi sono piselli, insalata, ed altra
botanica da mangiare.

Una mattina, presto, ho veduto la signora Caramella
che impartiva comandi a una servetta.
*Cocodè, cocodè!* si avanza una superba schiera
[pg!101]
di galline. Non è molto fine tutto ciò: ma si può
considerare sotto l'aspetto dell'*home* inglese; e
allora diventa fine. Del resto, una signora che attende
alla pollicoltura presenta ottime garanzie.

Quanto alla signorina, ho osservato che tutti
i giorni, verso quell'ora del pomeriggio, va incontro
al suo papà fin dove arriva il tram con
l'ultima fermata.

Venerdì soltanto la signorina non è venuta.

Verso le dieci del mattino, la servetta viene
giù con la sporta a far la spesa nelle botteghe
fuori di porta.

Ho deciso: affronto la servetta. La apposto in
una svolta della strada.




XII. — INTERVISTA ANCILLARE.
============================


La servetta veniva giù per la stradicciuola fra
le due siepi di biancospino, col cesto della spesa:
passo baldanzoso; testa scoperta.

È una ragazza rossiccia, solida, sagomata alla
campagnola, con qualche sovrapposizione di capriccio
cittadinesco. Labbra grosse, guance fiorite
di salute, nonchè di bitorzoletti.

[pg!102]
Le attraverso la strada e le parlo così:

— Permettete una parola, signorina: in quella
villa, lassù, avvengono cose molto sospette. Si
sentono grida; si vedono segnalazioni con bandiere
bianche. Ogni sera, poi, una signorina precipita
sino alla linea del tram a dare appuntamento
ad un signore con un plico nero. Tutte
le sere, e non il venerdì. Perchè non il venerdì?
Ciò è misterioso. Voi non ignorate che siamo in
tempo di guerra.

La ragazza un po' si mette a ridere, un po' ha
spavento.

— Lei è uno della questura?

— Tutto può essere.

— Gli strilli — dice — sono della signorina che
canta.

— Col piano, canta?

— Senza piano: e la bandiera bianca è la biancheria
lavata.

— La biancheria la lava il lavandaio.

— E invece la mia signora fa il bucato in casa.
Ma lei quante cose vuol sapere? Se andasse invece
a prendere i ladri, sa quanto farebbe meglio!

(Forse la servetta ha ragione, e muto sistema).

— Sentite: io sono un uomo d'affari e ho bisogno
di alcune informazioni riservate sul conto
del vostro padrone; e questo è per voi. — Così
[pg!103]
dicendo le presento un bel biglietto nuovo da
dieci lire, che la fa sorridere.

Rifiuta il denaro, perchè del signor avvocato
non può dire che bene.

— Ciò vi fa onore, ma il denaro di regola non
si rifiuta mai. Dunque la signorina canta?

— Tutte le mattine come un fringuello.

— Allora non è melanconica la signorina?

— Melanconica? Già che si sta a questo mondo,
si deve anche essere melanconici?

— Mi piace, perchè questa è anche la mia
opinione. Dunque allora la signorina si alza presto
al mattino?

— Certamente, perchè la sera va a letto presto.
Sì, ma lei vuole sapere della padroncina e non
del signor avvocato.

Lodo la sua perspicacia e la prego di accettare
una moneta d'oro. Io premio sempre la intelligenza,
perchè ciò costituisce sempre un ottimo
affare. Però la avverto di non cambiare alla pari
perchè le monete d'oro stanno diventando rarità
di museo. L'oro è un metallo prezioso, in
quanto fa sorridere di felicità.

La servetta sorrise anche lei e mi parve disposta
a stringere con me un patto di alleanza.

Domando alla servetta perchè venerdì la signorina
non è andata incontro a suo padre.

[pg!104]
— Forse perchè aveva mal di testa?

— La signorina non ha mai mal di testa.

— Forse perchè aveva mal di denti?

— La signorina non ha avuto mai mal di
denti.

— Allora perchè ha preso il purgante?

— Ah, signore....

— Potete voi assicurare che la signorina non
ha preso il purgante?

La servetta assicura che la signorina non fa
uso di purganti.

— Ma lei fa bene delle vaghe domande....

— Vi prego di occuparvi della risposta e non
della domanda. Allora la signorina leggeva venerdì
qualche romanzo....

Ah, i romanzi! quella cosa che fa liquefare il
cuore!

Dove era stata prima a servire, c'era una signorina
che leggeva sempre romanzi, e lei era
chiamata a partecipare alle emozioni della lettura.
Ma la signorina Oretta non legge romanzi.

— Si chiama Oretta la vostra padroncina?

— Sì, Oretta.

— Mai inteso: ma un bel nome. E se non
suona il piano, se non legge romanzi, che cosa
fa tutto il giorno?

— Cosa fa? ah, cosa fa? anzi cosa facciamo
[pg!105]
tutto il giorno? Lo domandi alla padrona. Non
si finisce mai di lavorare in quella casa.

— Allora — dico io — venerdì la signorina
Oretta era occupata a scrivere una lettera all'innamorato.

Oh, che cosa io avevo mai detto! — Bene è
vero — osservò la servetta — che oggi le signorine
cominciano a parlare di fidanzati dal
tempo delle sottanine corte; — ma ella mai aveva
inteso dalla signorina Oretta proferire discorsi
di fidanzati.

— Voi garantite che non ha fidanzati?

— Ma se ne avesse uno, sarei io la prima a
saperlo.

— Allora perchè non è venuta venerdì?

È un segreto che la servetta mi confida dietro
promessa di non palesarlo a persona. Due anni
fa la padrona è stata molto male; e durante la
malattia la signorina ha fatto un voto al Signore:
che se la mamma guariva, tutti i venerdì non
sarebbe mai uscita dalla sua camera. La signora
è guarita, e lei tutti i venerdì non esce di casa.

— Sa lei, signore, che è una cosa ridicola?

— È vero, — risposi, — ma vuol dire anche
che la signorina fa onore ai suoi impegni, e
ciò mi piace.

[pg!106]




XIII. — SECONDA INTERVISTA ANCILLARE.
=====================================


Questa signorina Oretta risponde alle esigenze
eccezionali del dottor Pertusius. È un po' primitiva;
ma trapiantata da questo ambiente rusticano
nel mio giardino, ecco, il fiorellino semplice
diventerà fiorellino doppio. Io pregustavo — standomi
ancora al mattino nel letto dove
dormì Giuseppe II e tutti quei re — la gioia di
questa trasformazione operata dalla mia mano
possente su la semplice Oretta; ed ella esclamava:
«Ginetto, tu mi fai soffrire troppo!»

Però non è bene che tu pensi tutto per te.
C'è anche l'erede.

L'erede farà *ua ua!* e altre cose contrarie all'estetica,
farà; ed è un pretendere troppo che
Oretta con una mammella dia a te la sciampagna
eccitante, e con l'altra il latte calmante all'erede.
La nascita dell'erede era decretata; e perciò deliberai
una seconda intervista ancillare.

Questa volta mi recai all'appostamento della
servetta in tutto lo splendore di una *toilette* primaverile;
e perciò la ragazza, quando mi vide,
[pg!107]
rimase offuscata, e quasi non mi riconobbe. (Il
giorno prima mi ero truccato in modo indegno).

— Altre meraviglie vi aspettano, ragazza mia, — dissi. — Ma
prima di tutto il vostro nome.

— Lisetta.

— Ebbene, Lisetta, noi siamo destinati a diventare
intimi amici. Voi dovete essere la mia
collaboratrice.

— Che dica ben su....

— Ecco di che si tratta.... — Ma la Lisetta aveva,
oltre al cestello della spesa, un involto in un
giornale da cui pendevano laccioli. Evidentemente,
un paio di scarpe. — Le vostre, Lisetta?

— No, della signorina.

— Fate, fate vedere.

Guardo. La vista di quelle scarpe, benchè conformi
alle idee del dottor Pertusius, mise una
spina nel mio cuore.

— È ben fatto — domando — il piede della
signorina?

— Come il mio....

— Oh, ma in proporzioni minori, vorrei credere.

Dal piede risalii con domande riservate alle
regioni superiori; ma qui la Lisetta non seppe
darmi che vaghe referenze. Poteva ben dirmi
di altre signorine, perchè portavano camiciole
di pizzo che arrivavano appena a coprire....

[pg!108]
— Ho capito. Proseguite!

—.... e poi facevano i quadri plastici davanti
alla specchiera; ma la signorina Oretta porta
una camicia lunga come quella di Santa Veronica.
Però brunetta ella è.

— Ma queste scarpe sono da buttar via — dissi.

— Buttar via? Le porto a risolare. Vada, vada
a dire alla mia signora «buttar via». Oggi, poi,
col prezzo delle scarpe! Non si butta via niente:
nemmeno la broda dei piatti.

— Oh!

— C'è il maiale in casa.

Un utile animale, ma spoetizzante. Galline in
casa, pazienza, ma anche il maiale....

Comunque dico:

— Ascoltatemi, Lisetta: vi sarebbe uno di quei
giovani assolutamente eccezionali: bello, ricco,
come si legge nei romanzi: un perfetto signore,
disposto, forse, a sposare la signorina Oretta,
vostra padroncina.

— È lei forse? — e mi squadra.

— Perchè? Non vi piaccio? Trovereste forse
qualcosa da eccepire sul mio conto?

— Io trovo che lei è un simpatico signore.

— Lodo la vostra intelligenza.

— E poi con un'automobile così bella!

— Così che voi credete, Lisetta, che la vostra
[pg!109]
padroncina rimarrebbe favorevolmente impressionata
all'annuncio che un giovane ricco, simpatico,
serio, sarebbe disposto ad iniziare serie
trattative di matrimonio?

— Se glielo dico io, mi manda in cucina. Tutte
le volte che le ho detto certi bei pensierini d'amore,
lei mi dice: «Lisetta, va in cucina!» Io
direi che lei, signore, cercasse di entrare in simpatia
del papà e della mamma. La padrona se
viene poi a sapere che lei è ricco....

— Questo è un particolare interessante! Ma
per entrare in simpatia, prima bisognerebbe entrare
in relazione.

— Ah, signore! — esclamò Lisetta battendosi
d'un tratto con la mano la fronte, — se non è
che per questo, lei non poteva capitare in un
momento migliore.

— Favorite di spiegarvi, ragazza mia.

— Ha lei osservato, proprio di contro alla nostra
casa, una villetta piccina piccina? È così
nascosta dalle piante che già non si vede. Sono
quattro camerine che la signora ha fatto tirar
su con le sue economie per affittarle ammobiliate;
e proprio l'altro ieri le sono rimaste sfitte.
Adesso non le racconto come: le basti sapere
che la signora è rimasta imbrogliata di tutto
l'affitto, senza contare il resto. Son due giorni
[pg!110]
che ha una luna.... Ha pianto persino dalla bile.
Bene: lei si presenta, prende in affitto la villetta,
non tira un centesimo sul prezzo, e lei è accolto
in casa come un Dio.

Eccellente idea! Così vedo la signorina *messa
in opera*, come si dice a Milano, senza impegnarmi.

— E scusate, una domanda: l'avvocato che
uomo è? Non è mica un uomo furioso?....

— È tanto buono! — risponde Lisetta. — Alza
qualche volta la voce, ma non ci si bada.

— Se l'affare va, la vostra fortuna è fatta, perchè — tenete
a mente — il sistema della nostra
Ditta è tedesco: ricompensare le persone per
quello che rendono.




XIV. — IL PAPÀ MIO FUTURO SUOCERO.
==================================


Sono andato allo studio dell'avvocato per l'affitto
della villa. Ma non ho avuto bisogno di
domandare se c'era.

Se ne sentiva la voce dall'anticamera. Gridava
come un'aquila, cosa della quale ero prevenuto.

— S'accomodi, signore — mi dice lo scrivano,
[pg!111]
un gobbetto con certe mani che spiccavano in
nero su la carta bianca.

Veramente quando io sento la gente che declama
forte, ho l'abitudine di ritirarmi.

Lo studio è molto in istile con le mani dello
scrivano. Accomodarmi? dove? Il sofà è occupato
da due grossi individui di campagna. Clientela
poco distinta.

La declamazione cresce.

Si sente l'avvocato dire: «Affari sporchi, signore,
affari molto sporchi! Nel mio studio tutto
è pulito. (Pausa. Ripresa). Ma sì, vada da chi
vuole. Non c'è altra abbondanza che di avvocati».

— Senti come *el ziga*! — dicono i due villani
pieni di ammirazione.

«No! — si sente gridare ancora di là, — è inutile
che lei *mi dia dell'olio*. Sa piuttosto? ringrazi
se non la denuncio. Esca, faccia il piacere:
esca!»

L'uscio si spalanca e vien fuori un signore un
po' pallido. Passando, vede la mia distinta persona
e dice: «Gli porto un affare che rappresenta
dei buoni da mille e lui dice che gli guasto
l'onore. Come se i buoni da mille fossero *stampigliati*
col bollo d'onore e senza! La guerra passa
e gli affari rimangono».

Non ragiona male, ma io resto impassibile:
[pg!112]
invece i contadini si guardan con tanto d'occhi:
*Disel da bon?*

Il signore esce.

Vien fuori l'avvocato con una faccia da burrasca,
e dice: — Avanti a chi tocca.

I due villani entrano.

Il mio futuro suocero manca di distinzione.

— Sempre così coi clienti, il suo principale? — domando
allo scrivano.

— Eh, quando gli toccano la corda sensibile....

E il gobbetto amabilmente mi spiega la storia
del diverbio: si tratta del salvataggio di una Ditta
tedesca, che può esser messa sotto sequestro.

— Patriotta anche negli affari il vostro principale?

— Sa? — mi dice il gobbetto, — è di quelli
che vogliono *sgrandire* l'Italia.

I villani escono.

Entro io.

Ci sediamo: i nostri due volti si trovano vicini
e allo stesso livello. Lui mi guarda con aria
truce; ma io lo domo con la mia abituale correttezza.
Comincio il mio *exposé* con la mia parola
persuasiva ed elegante. Il suo volto si rischiara,
anzi il mio aspetto di perfetto *gentleman*
gli insinua degli scrupoli nella coscienza. — Badi — mi
dice — che nella villetta non vi sono tutti
[pg!113]
quei comodi che lei potrebbe forse desiderare.
Non vorrei poi sentire lamentele.

Faccio un gesto di completa assicurazione.

Mi domanda, un po' dubitosamente:

— Lei ha referenze in città?

Io potrei fare il nome della mia Ditta; ma dico:

— Il signor Maioli.

— Un dignitoso imbecille — dice lui.

— Perfettamente d'accordo. — (Ma non si trattano
così gli imbecilli, signor avvocato! Io li
nomino sempre con molto rispetto).

— Il signor Cioccolani....

— Padre o figlio?

— Figlio — rispondo. — Perchè, c'è differenza?

— Certo: il padre è un valentuomo e un ottimo
agricoltore: il figlio è la sua croce. Sono
disgrazie di noi genitori.

— Ha anche lei un figlio poeta?

— Per fortuna no. Ho soltanto una figlia.

Vedo che ha qualcos'altro da dirmi, e dice
infatti:

— Scusi la domanda: ma la villetta è per lei?
Lei mi intende.

Ho apprezzato altamente la sua morale. La
morale avanti tutto.

— La villetta — dico — è per mia madre, la
quale trovasi presentemente in cura a Salsomaggiore,
[pg!114]
e dopo avrà bisogno di aria balsamica
e di perfetta quiete.

(Eventualmente, farò venire la mia governante,
camuffata da genitrice).

— Per questo — risponde l'avvocato, — lei
non potrebbe fare scelta migliore.

.. vspace:: 1

.. class:: center large

\ *

.. vspace:: 1

Ci siamo lasciati perfettamente d'accordo.

Tipo diverso dal mio, ma bell'uomo anche lui,
il signor avvocato: solido, asciutto, baffi alla
moschettiera: impressionante. Mi fa piacere:
conserveremo così per l'erede tutta la energia
della stirpe. *All right!* «Egregio avvocato, mettendo
al mondo, con la collaborazione della sua
signorina, un erede solido, ordinato, metodico,
noi ingrandiremo l'Italia».




XV. — ATTILA, RE DEGLI UNNI.
============================


Stupore!

Esco dallo studio dell'avvocato, e incontro per
il corso la contessina con la madre.

Innebriante! Trionfale! Porta un bastoncino,
ha grandi piume, pare la figura della *Tosca*.
[pg!115]
Accanto alla sua magnificenza saltellava sui tacchi
lucidi il poeta Cioccolani, come un cagnolino
al guinzaglio. Era anche lui, come me, tutto
primaverile.

È prima la contessina a fermarmi per ringraziarmi
dei *marrons glacés* e del mio bellissimo
madrigale.

— Ma si copra, la prego.

Io ero rimasto col capo rigorosamente scoperto,
con molta ammirazione dei buoni provinciali,
e soltanto al suo comando deposi la maggiostrina
su la mia lucida capigliatura.

— Ma lor due non si conoscono? — domanda
la contessina.

— Mi pare, mi pare, — fa il poeta Cioccolani.

Parlava con l'*erre* moscio. — Mo' vada là che
mi conosce! — dico io.

La contessina lo scusa, dicendo che lui va
soggetto a distrazioni incredibili.

Bella *maggia* questo poeta, come dicono a Milano.

— Se lei mi permette, contessina, io devo farle
un secondo madrigale: la sua presenza illumina
di vibrazioni moderne queste vie da medio-evo.
Il Comune le dovrebbe dare, almeno, un diploma
di benemerenza.

A questo mio complimento la contessina scoppia
in una serie di «Ah! ah! ah!» così squillante
[pg!116]
che la gente si volta a guardare. Ma lei
ride finchè ha finito. Quando ha finito, mi
dice:

— Il Comune? Il Comune socialista qui di P\*\*\*?
Se potesse, mi darebbe lo sfratto. Dica, dica lei,
Cioccolani.

— La fine di Giovanna d'Arco — dice il poeta.

— *Je m'en fiche* — dice la contessina.

La contessa madre, che ha inteso rumore, si
fa tradurre all'orecchio il mio madrigale, e lo
trova molto appropriato. Mi vuole far sapere
personalmente che nell'evo-medio i suoi antenati
camminavano per le strade di P\*\*\* come su di
un proprio feudo.

.. vspace:: 1

.. class:: center large

\ *

.. vspace:: 1

Ci soffermiamo alla solita pasticceria. La vecchia
prende un *mélange* con molto latte, perchè
con molta cioccolata, perchè con molto zucchero,
perchè con molte paste. La contessina prende
un tè molto *frappé*: il poeta solo del gelo, cioè
un gelato.

(Io mi sono servito qualche volta di un poeta
per fare versi per le mie *réclames*. Era un uomo
spettrale, che beveva liquidi infiammabili. D'altronde
è notorio che i poeti si nutrono di eccitanti).

[pg!117]
Manifesto questa opinione: ma non è approvata.

— No, no, no, liquori! — esclama la contessina. — Precisamente
il contrario. Ora poi che
Cioccolani è in istato di grazia e di martirio, guai
se prendesse eccitanti.

Domando se il signor Cioccolani sta poco bene.

— Sta creando — dice la contessina.

Mi permetto di domandare che cosa sta creando.

Cioccolani si è irrigidito e non risponde.

— Un poema drammatico — risponde per lui
la contessina.

— In prosa o in versi? — domando io.

Il poeta fa una smorfia di disgusto.

— Superato! In prosa lirica — dice la contessina.

— Ah, benissimo — dico io. — E sarebbe?

— L'Attileide, o Attila re degli Unni, ossia la
lotta delle stirpi.

— Press'a poco come adesso — dico io.

— Vedete, vedete? — esclama la contessina. — Vedete,
Cioccolani, che capisce anche lui?

(Lui sarei io.)

— Raccontate, raccontate Cioccolani, quante
persone vi saranno su la scena.

— Più di trecento — dice allora Cioccolani: — Unni
coperti di pardalidi, vescovi mitrati, cavalle
[pg!118]
àvare, nazarei con le cesarie intonse, gli
ultimi legionari romani, le vergini di Santa Genoveffa.
La tragedia si svolge in tre grandi stazioni;
la prima ad Aquileja, la seconda sui campi
Catalaunici, la terza in una cattedrale di Pannonia.
Sinceramente, donna Ghiselda, mi sarebbe
necessaria almeno una gita ad Aquileja per
qualche studio archeologico: ma adesso le autorità
militari frappongono difficoltà....

— Scusi — mi permetto di osservare, — ma
mi pare che Attila re degli Unni sia un personaggio
poco simpatico.

Il poeta non risponde: ma la contessina si infiamma: — Poco
simpatico Attila? Ah! Il magnifico
genio della stirpe, il purificatore sublime!

Mi permetto di non capire.

— È semplice — risponde la contessina. — Attila
è la *Nemesis*, che purifica con l'esterminio
l'umanità.

— Mi dispiace, ma non posso condividere questa
opinione.

— La guerra, egregio signore — dice Cioccolani, — è
nient'altro che la catarsi di purificazione:
l'olocausto offerto ai genî oscuri delle stirpi.

Senonchè a questo punto il poeta Cioccolani
mutò voce: — Ma cameriere, cameriere, venite
qui: è inaudito!

[pg!119]
Ha trovato una cosa nera nel gelato bianco.

— Cosa c'è in questo gelato? Guardate! — E
presentò al cameriere la cosa nera su la punta
del cucchiaino.

Una mosca!

Disputa se è una mosca. È una mosca constatata.

La contessa madre, che finora ha vuotato mezzo
il cestello delle paste, si sveglia e vuol vedere.

— Orrore! Una mosca!

Seconda disputa col cameriere se la mosca
era caduta allora, o durante la mantecazione del
gelato.

La contessa madre vuole interloquire e dice
misteriosamente: — Adesso gli operai fanno apposta
a mettere le porcherie nelle robe che devono
mangiare i signori.

Terza disputa se è stato quel cameriere oppure
un altro cameriere a portare il gelato. — Ma
pretendete forse — dice Cioccolani — che io
vi guardi in faccia per vedere chi è il cameriere
che mi serve? Io constato una mosca. Ignorate,
o ignorante, quanti milioni di microbi si nascondano
sotto le ali di una mosca?

Non dice mica male; ma mi pare che si possa
risolvere la questione con l'ordinare un secondo
gelato: e così il pericolo della mosca è eliminato.

[pg!120]
— La guerra — riprese Cioccolani immergendo
la paletta del cucchiaino nella crema del gelato, — la
guerra è sempre un'opera di purificazione.

— Sarà benissimo. Però scusi, signor Cioccolani — mi
permetto di osservare, — io credo
che questa sua tragedia non potrà avere oggi
un gran successo. Qualche anno fa era di moda
la Germania, e andava bene. Ma adesso...! Pensi
che questo inverno, a Milano, è uscita appunto
una satira contro la Germania, col titolo a un
di presso come il suo... (Ma cosa hanno da ridermi
in faccia tutti e due mentre parlo?)

— Ah! ah! ah! — fa Cioccolani.

— Ah! ah! ah! — fa la contessina.

Mi pare che ridano alle mie spalle.

Quando hanno finito di ridere, la contessina
mi spiega: — Ma non è Attila che vince! Chi
vince è Roma, cioè il genio *latino*.

— Allora siamo a posto.

— La potenza della tragedia è immensa, — mi
spiega la contessina. — Lei sa che quando
Attila si presentò ad Aquileja, sopra il cavallo,
sotto la cui unghia non crescerà filo d'erba, la
cosa era molto grave.

— Lo credo bene.

— I cristiani con qualche secolo di predicazione
[pg!121]
pacifista avevamo smobilitato l'esercito delle
legioni romane: ma la venuta di Attila richiama
il Papa sul terreno della realtà. Che cosa deve
fare il Papa? Mobilitare! ma che cosa mobilita?
Non c'è più esercito. Allora, secondo una leggenda,
popolare anche oggi, ricorre a San Pietro
e San Paolo. Ma che cosa vuole che potessero
fare San Pietro e San Paolo? La leggenda cristiana
dice che San Pietro e San Paolo fermarono Attila.
Ciò è assurdo: Attila è il principio antitetico al
Cristo: l'uno illumina l'altro, niente più! Attila,
fin che può, va avanti e non indietro. Lei capisce
benissimo che il giorno in cui Attila accetta
di farsi frate, la storia si ferma come un
orologio che ha consumata la carica. Mi guarda,
signor Sconer?

Io la guardavo infatti, un po' inebetito.

— No! non è il Papa con le sue ideologie, — proseguì
la contessina, — che ferma Attila; è
una donna sublime, santa Genoveffa, che con
la clava spacca la testa di Attila, e allora Attila
capisce subito, ed è anche fermato.

— Che vorrebbe significare — dico io — che,
per persuadere i tedeschi, non c'è che un mezzo:
spaccare la testa.

— Sì! sì! sì! Vedete, Cioccolani? Capisce anche
lui. Capiranno anche le turbe.

[pg!122]
(Lui sarei sempre io. Non è lusinghiero).

— Scusi, contessina — domando, — Attila è
veramente morto così?

— Attila veramente è morto in un congresso
carnale in Pannonia; ma è stato Cioccolani a
ricavare da questo fatto comune un altissimo
significato simbolico.

Cioccolani è commosso, benchè silenzioso. Io
mi congratulo con lui.

— Lo rappresentano a Milano questo dramma?

— A Milano? — dice allora Cioccolani. — Questo
dramma non può essere rappresentato che
a Roma, il centro della latinità.

— È il dramma — dice la contessina — che
deve destare l'anima delle turbe romane.

— Questa — mi permetto di obbiettare — credo
che sia una cosa difficile, commuovere i romani.

— L'arte può tutto!

— Allora non parliamone più.

A questo punto Cioccolani guarda l'orologio
sul braccialetto e dice: — Sono le undici. La
messa è già cominciata. Venite, basilissa?

— Mi dispiace; c'è mammà che è un po' debole.

(Mi ha vuotato un cestino di paste e la chiama
debole!)

Il poeta se ne va.

— Anche il signor Cioccolani è così religioso?

[pg!123]
— Veramente Cioccolani — risponde la contessina — va
a sentire la messa cantata per
inspirarsi per il terzo atto dell'*Attileide*. Vedete,
Sconer: la messa cantata contiene elementi lirici
e drammatici di primissimo ordine che agiscono
su le turbe. Le turbe non capiscono niente,
ma si muovono con la suggestione lirica. I versi
di Cioccolani sono come la messa cantata: non
sono versi, sono ponti lirici, su cui le turbe devono
passare. Devono! Il brivido panico, il furore
dionisiaco investe le turbe, e passano là
dove vuole il poeta. — Qui la contessina si fermò,
guardò con occhi strani, e poi disse: — Ah voi,
ma che dico voi, nessuno può comprendere
quale tragedia interiore si è svolta nell'anima
di Cioccolani, e anche nella mia!

Non capisco; e si deve vedere che non capisco,
perchè mi domanda:

— Conosce lei i *Canti Ermetici* di Cioccolani?

— Mi dispiace....

— È stata la sua prima affermazione lirica:
il suo cervello è radio!

(Un milione al grammo!)

— Ebbene, i *Canti Ermetici* sono passati inavvertiti
in Italia. L'Italia ignora Cioccolani! Ma
non è ignorato in Germania: in una *Geschichte
der jungen futuristichen italienischen Literatur*,
[pg!124]
Cioccolani è elencato tra i guerrieri più audaci,
*die tapfersten Soldaten* che hanno spezzato il
marmo sepolcrale della tradizione. Lei capisce
benissimo che unicamente per questo fatto Cioccolani
conserva un obbligo di gratitudine verso
la Germania....

— Scusi, contessina, anch'io sono sempre stato
in ottimi rapporti con le ditte tedesche, ma mi
sembrano un po' macellai.

— È la caratteristica dei grandi popoli, — risponde
con indifferenza.

Io guardo quel suo volto con sempre maggior
stupore. Ella, mentre così parla, prende con
la mano la tazza del tè: con voluttà versa il
contenuto giù nella gola. Sento un gorgoglio.
Con la lingua ripassa su le labbra. Tè, liquore,
sangue: quella donna mi pare avida di voluttà.

— Inoltre, — riprese ella, — noi amiamo la
Germania; noi invidiamo (lei naturalmente non
lo andrà a riferire) questa *élite* di guerrieri, di
politici e di scienziati, che fanno marciare tutti
i senza-patria del mondo in servizio dell'unica
patria germanica! Ebbene, noi abbiamo sacrificato
questi nostri sentimenti personali, io e Cioccolani:
e siamo al servizio d'Italia, di questa
democrazia che è il regno dell'incompetenza.
Questa è la nostra tragedia! Ma cosa vuole?
[pg!125]
Noi siamo nobili e il nostro dovere è di sacrificarci.

È strano! Ma anche avendo un cervello ordinato
metodico come è il mio, viene un senso
di capogiro. Desidero prendere commiato.

— Torna a Milano? — mi domanda.

Dico alla contessina che ho preso in affitto,
per la mia genitrice, un piccolo *chalet*.

— Verremo una sera con Cioccolani e le faremo
conoscere i *Canti Ermetici*.

— Contessina, scusi, quel *basilissa* che dice
Cioccolani, cosa vuol dire?

— Parola bizantina, vuol dire *regina*.

.. vspace:: 1

.. class:: center large

\ *

.. vspace:: 1

Finalmente sono solo. Vado in cerca della mia
anima. Oh, povero Ginetto Sconer! E io stavo
per sposare quella donna così istruita. Ma io
sarei finito in una casa di salute!




XVI. — CANI E GATTI.
====================


Il giorno ventisei del mese di maggio ho preso
possesso della villetta. Vi trovo madre figlia e
servetta che sfaccendano ancora nelle ultime
operazioni di raddobbo.

[pg!126]
La mia presenza, di perfetto *gentleman*, incute
un po' di soggezione.

— Ci dispiace che ci trovi così — dice la signora, — ma
gl'inquilini che c'erano prima,
hanno lasciato una casa, una casa....

Mi fa poi osservare la disposizione delle camere;
ma a me importa la sua disposizione.
Solida! Anzi dirò che se fosse messa con civetteria
e non dovesse diventare mia suocera, vagheggerei
che ella non fosse uno dei casi di fedeltà
coniugale debitamente constatati.

Mi dice:

— Questa camera, la più grande, la riserbiamo
per la sua signora madre.

— Perfettamente.

— E adesso, Oretta, bambina mia, dà al signore
la consegna. Hai fatto per benino la nota
di tutto? Sa, per regolarità.... Lei, se vuole, può
confrontare.

Lodo la sua regolarità amministrativa, ma presento
la mano guantata: — Prego.

In quella occasione sento per la prima volta
la vocina della signorina Oretta:

— Sì, mamà, — e levò dalla tasca del grembialetto
un foglio piegato in quattro, e mi porse
*la lista degli oggetti casalinghi consegnati, oggi,
ventisei maggio, al signor....*

[pg!127]
— Ci manca il nome che non lo sapevo.

— Cavalier Ginetto Sconer.

È un po' mortificata.

Il mio sguardo penetrante passa dalla lista
degli oggetti casalinghi, bicchieri, piatti, posate,
alla lista del di lei volto: capelli, naso, bocca, ecc.

Ma ella non resiste a lungo al mio esame:
i suoi occhi devono essere di quelli secondo la
prescrizione del dottor Pertusius perchè si turbano
subito, e dice:

— Scusi *bene*, se non è scritto bene....

— Oh, benissimo. Bicchieri, piatti, posate.

Certo non è quella scrittura vibrante delle signorine
della buona società: è una scritturina
come lei, e anche la voce è come lei: una tranquilla
cantilena, un po' provinciale. Il volto è
regolare, anche troppo, perchè non ha nessuno
di quei motivi decorativi su cui il desiderio si
impiglia. È così liscio che anzi il desiderio vi
scivola. Gli occhi non hanno specialità: due
semplici occhi! Il petto non offre rilievi visibili:
ma certamente si formerà, perchè la madre autorizza
le più lusinghiere speranze.

Molto notevoli sono invece i capelli di un nero
*nubian*. Se non fossero lì, tirati, tirati, se ne potrebbero
ricavare effetti di primissimo ordine.

«Ci sarà molto da fare per ridurvi all'altezza
[pg!128]
della situazione, il giorno in cui anche voi, signorina
Oretta, amabile oggetto casalingo, sarete
regolarmente consegnata al cavalier Ginetto Sconer»;
ma in questo punto delle mie meditazioni
sento qualche cosa che mi fruga dietro, sui
calzoni.

— Eh, ma cosa c'è? — dico facendo un salto
indietro.

Una testa tremenda era attaccata ai miei calzoni.
Era un cane di proporzioni colossali.

— Oh, non fa niente, signore; Leone, Leone,
vieni qui.

(È il cane della signorina. Veramente, non
mi sarei pensato che anche questa signorina
avesse la specialità del cane).

— Non è mica pericoloso quest'animale?

— Oh, tanto buono, tanto intelligente. Leone,
vedi il signore? Ricordati, Leone, che devi essere
molto educato col signore.

La signorina Oretta parla così al suo cane con
molta grazia; e sorride. Veramente prima aveva
riso del mio spavento.

Il bestione non mi sembra bene intenzionato.

L'episodio sgradevole mi ha permesso però
di osservare che la signorina è fornita di magnifica
dentatura e, quando ride, le si chiudono
gli occhietti e le si apre la bocca.

[pg!129]
Mamma e figlia se ne vanno con il cane Leone,
attaccato al grembiale della signorina.

Rimane la servetta con la quale ispeziono meglio
la nuova abitazione. Molto campestre. Il gabinetto
poi è in istato, direi, primitivo.

— Vedete, ragazza mia, lo stato dei gabinetti
è quello che permette di rilevare il grado di civiltà
dei popoli. Io, nella casa di mia proprietà
a Milano, ho in ogni appartamento due *closets*:
uno per i signori, l'altro per le persone di servizio....

Ma le mie parole svegliano nella servetta una
ilarità infrenabile. Dice: — Come se ci fosse una
differenza....

— Non si ride così davanti a Ginetto Sconer!

Ma ella proseguì a ridere lo stesso: — Ringrazi
piuttosto se trova la casa così! È da tre
giorni che lavoriamo. Lei deve sapere che per
gli inquilini che c'erano prima, era tutto un
gabinetto. Guardi il giardino, che ci avevamo
messi tanti bei fiori, in che stato è ridotto! C'erano
quattro diavoli scatenati di bambini che,
con la scusa che adesso c'è la guerra, facevano
i tedeschi, rovinando tutto.

[pg!130]

.. vspace:: 1

.. class:: center large

\ *

.. vspace:: 1

Ho dormito nella nuova abitazione. Il letto è
un po' sconquassato e le lenzuola un po' ruvide;
però mandavano un odorino di roba fresca che
mi rassicurò. Sono stato un po' in ascolto se
sentivo zanzare. Perchè, dico, è una cosa indecente
che un uomo sia come una botte di sangue
a disposizione di un animalino che va e
viene tutta la notte e vi prenda in giro col suo
ronzio! Non sentendo zanzare, mi sono subito
addormentato.

La notte è passata tranquilla, ma al mattino
presto, sul più bello del sonno, un gatto mi ha
svegliato. Bisognava sentire che miagolii! e poi
me lo vedo entrare in camera con la coda dritta,
tutto spelato, con due occhi e la gola aperta
proprio verso di me. Ma questa è la casa delle
bestie! «Gnau, gnau!» «Cosa vuoi? Via!» Macchè!
«Adesso mi monta sul letto.»

Mi è venuto un pensiero spaventevole: «È un
gatto arrabbiato!».

Mi butto giù dal letto, trincerato a buon conto
da tutte le coperte, e munito del candeliere di
ottone. Riesco a respingere il gatto e barricare
la porta.

Riprendo il sonno.

[pg!131]
Al mattino fatto viene la Lisetta, e dice: — Che
bel sole, eh? — ma io le racconto la storia del gatto.

— Una gatta. È un regalo lasciato dagli inquilini
di prima. Povera bestia! Non ha trovato più
nessuno in casa, ed è rimasta affamata.

— Ma voi avevate il dovere di spazzare via
quella bestiaccia. Che diamine! Io le darò da
mangiare una pillola di stricnina.

— Non lo faccia, signore! Sa che ammazzare
una gatta che dà il latte, porta disgrazia?

— Dà il latte?

— È il mese di maggio, e la gatta ha fatto i
gattini. Ecco qui la colazione.

La Lisetta aveva una tazza di zuppa per la gatta.

— Ma voi siete così tenera con le bestie?

— È la signorina.

.. vspace:: 1

.. class:: center large

\ *

.. vspace:: 1

La Lisetta rassetta la camera. Mi pare abituata
ad una pulizia molto sommaria; per lo meno
molto a secco. Ah, i miei mobili, i miei *parquets*
lucidi, odorosi di trementina!

— No, no. Quelle cose lì lasciatele stare: metto
in ordine io. — Ma lei non se ne discosta. — Sono
i miei arnesi di *toilette*.

— Quanta roba! — esclama. — Questo scatolino
cos'è?

[pg!132]
— L'*ongloir*.

— E questo cosino?

— Il *polissoir*. La tenuta delle unghie — dico
con intenzione — distingue la rispettabilità delle
persone.

— Oh, guarda che belle forbicine!

— Lasciate stare: per le vostre mani non servono.

L'uso dello spruzzatoio lo capì subito, e cominciò
a pompare con soddisfazione: — Come
sa di buono!

— Fate, fate, ragazza mia, ma prima dei profumi,
sono indispensabili molte abluzioni intime
e profonde. A proposito, se invece di contemplare
i miei arnesi di *toilette*, mi portaste un po'
d'acqua....

— C'è lì la brocca e il catino.

— Molta acqua, molto più acqua.

— Allora dica che lei vuol fare un bagno.

— Come si potrà: *à la guerre comme à la
guerre*. Voi, Lisa, e forse non voi soltanto, non
potete imaginare la gioia del bagno. Un mio
amico, che per una crisi economica dovette sostare
per qualche settimana a Regina Cœli, mi
confessava che la sua maggior sofferenza era
stata quella di non aver potuto fare il bagno la
mattina.

[pg!133]
La Lisetta torna su, dopo un po' d'attesa, con
due secchi che traboccano.

— L'acqua è in fondo al pozzo, e il pozzo è
cupo, — dice.

— Ah, povera Lisetta! Ma parliamo d'altro. Voi
avete qualche notizia su l'effetto che la mia persona
ha prodotto ieri?

Lisetta mi assicura che io ho prodotto un
grande effetto, perchè la signorina le ha raccomandato
di fare molto bene la pulizia.

— E non ha detto niente in particolare?

— Ha detto: «Quando vai da quel signore,
mèttiti il grembiale bianco».

— Vedete, Lisetta? La vostra padroncina ha
prevenuto quello che io stavo per dirvi. Credete:
voi con un bel grembialino bianco; la vostra
capigliatura un poco più ravviata, e sopra una
cuffiettina bianca; le vostre braccia nude, e preventivamente
insaponate insieme con le mani,
fareste tutt'altro effetto....

— La livrea delle serve? — esclamò Lisetta. — Ah,
mai!

— Pregiudizi, ragazza mia. Chi non porta una
livrea? Anch'io indosso qualche volta il *frac*;
l'abito, del resto, più semplice che vi mette allo
stesso livello con un ministro, col papa, col re,
come con voi.

[pg!134]
Se ne andò infine; ed io stavo davanti allo
specchio *ultimando* la mia *toilette* con un semplice
vestito di sana democrazia, quando una
voce mi fece trasalire.

Era ancora Lisetta. Un po' seccante, in verità.

— Ah, che uomo straordinario è mai lei, signore!

— Perchè?

— Perchè non ho mai veduto farsi la cravatta
così bene. La tocca, ci dà dei colpettini delicati
delicati, qua e là. Pare che fasci un bambino.

— Il modo di portar le cravatte è il vero *cibolet*
delle persone distinte. Avete mai visto simili
cravatte? Senza fodera, mia cara, e tutta
seta. Hanno un'altra anima le cravatte di tutta
seta. E queste camicie le avete mai viste?

— Ah, signore! Tutta seta anche le camicie.
E questi bottoncini sono brillanti veri? Mai visto
un signore così.




XVII. — ED ALTRI ANIMALI.
=========================


L'avvocato è venuto a trovarmi, per sentire
se avevo bisogno di niente.

Ci facciamo reciprocamente soggezione: io con
la mia linea composta, lui con quei baffi da moschettiere.

[pg!135]
È meravigliato vedendo che io avevo già in
mano la mia corrispondenza, mentre lui aveva
fatto tanti reclami.

— Niente reclami, — dico io. — Usi col postino
il sistema turco del piccolo *bascisc*, e sarà
servito puntualmente.

Passiamo all'esame della casa.

— Guarda come mi hanno lasciata questa povera
casa! — esclamava. — La cucina bisognerà
farla imbiancare, assolutamente.

Mi racconta la dolorosa storia: gli inquilini
precedenti se ne sono andati via, zitti e quieti,
di notte, come un campo arabo che levi le tende,
e, naturalmente, senza pagare.

— Grave! — dico io.

Mi fa notare che la villetta era stata data in
affitto ad un prezzo di favore, considerate le condizioni
speciali di quella famiglia.

— Ah, molto grave! — ripeto io.

— Non me lo sarei proprio mai imaginato.

— Molto più grave ancora — ripeto io.

Mi guarda meravigliato.

Ma anch'io sono meravigliato. Che vale essere
avvocato, avere baffi alla moschettiera,
quando si ignora che fare favori equivale a
farsi dei nemici?

Il mio «grave!» vuol dire tutto questo. Mi limito
[pg!136]
a domandare se per caso avesse nella sua
villa una rimessa per la mia automobile.

— Lei ha l'automobile?

— Ma certamente.

È curioso ed è lusinghiero: per questi piccoli
borghesi sentir dire «la mia automobile» è
come sentir dire «io sono conte». E quando poi
i sassolini del vialetto hanno scricchiolato sotto
le gomme della mia *limousine*, constato una profonda
impressione.

L'avvocato aveva fatto sgombrare, in fretta e
furia, una rimessa, dove la mia automobile entrò
a pena a pena.

Vedo la signora che fa due occhi, stringe le
labbra in giù; e l'avvocato dice: — Perbacco!

Anche la signorina Oretta guarda la mia automobile.

— Come è bella, è vero, papà?

— Diciotto-ventiquattro HP, signorina — dico
io — nuovo modello, messa in moto automatica,
illuminazione elettrica.

La signora mi domandò come ho dormito. Volevo
rispondere: «Letto molto sconquassato».
Ma vi sostituisco l'affare della gatta.

— Già — mi dice l'avvocato — hanno portato
via tutto; e ci hanno lasciato i gatti.

Dico io:

[pg!137]
— Però lei, avvocato, si varrà dell'articolo del
codice 1950, o qualche cosa di simile.

— Oh, bravo! — mi fa la signora con significazione. — Senti
che te lo dice anche il signore?
Gli infami! Dopo tutto quello che avevamo fatto
per loro. Persino il carbone in cucina ci avevamo
messo! E quello che hanno rovinato! Gli
elastici del letto eran novi *noventi*. Cosa ci facevano
poi...? I ragazzi ci saltavano sopra.

Qui interviene la signorina Oretta: — Lui, papà,
ti ha scritto che pagherà.

— Mi dispiace, signorina, — dico allora io — ma
*pagherò* non basta. Tutti possono dire *pagherò*.
Si dice: *pago!* signorina.

— Senti, bambina, — dice mamà, — il signore
come parla bene?

Io ho parlato con amabile sorriso, ma con
tutto questo inspiro soggezione.

La signorina Oretta è confusa, e non risponde.

.. vspace:: 1

.. class:: center large

\ *

.. vspace:: 1

L'accordo fra me e la signora è completo, e
diventa più completo quando io pago l'affitto
sùbito e senza discussione. Chi discute è lei.
Entra in confidenza con me. Il Comune socialista
è il suo incubo, è l'orco che le mangia la
casa, cioè gliela ròsica con l'aumento delle tasse.

[pg!138]
— Signora, — io le rispondo, — non c'è che
un rimedio: loro ròsicano da una parte, e noi
rosichiamo dall'altra.

La signora non capisce il mio elegante linguaggio.
Dice che mi farà imbiancare la cucina.

.. vspace:: 1

.. class:: center large

\ *

.. vspace:: 1

È idillico! È una famiglia idillica; e anch'io
divento idillico.

Pranzano — con la buona stagione — sotto la
pergola. Quando si fa sera, accendono una gran
lampada ad acetilene. È la signorina che fa i
servizietti, porta il vassoio, si alza, va e viene,
porta i fiammiferi, quei benedetti fiammiferi, che
l'avvocato non sa mai dove se li metta.

Spesso mi invitano a prendere il caffè. La
signorina mi serve il caffè col suo bel tovagliolino.

— Oh, che bei ricamini! Ricamato da lei, scommetto.

— Invece sono stata proprio io — dice madama
Caramella.

Faccio le mie più vive congratulazioni.

Famiglia molto buona, ma anche alla buona.

L'altro giorno, visita, — chiudeva il corteo il
cane Leone — al brolo, all'orto. Pere e pesche
sono l'ambizione della signora. Ma i bruchi all'interno
[pg!139]
e i ladroncelli all'esterno, costituiscono
una minaccia perenne, come il Comune socialista.

— Non si può salvar niente! Vi sono queste
pesche che vengono mature adesso, di giugno,
grosse così, e che sono una bontà. — Le ha persino
contate. Macchè! — Oh, ma c'è adesso Leone
per quei ladroncelli.

Io cito la Svizzera dove le pesche possono pendere
sul capo dei passanti senza che nessuno
le tocchi.

— Quelli son paesi! Da noi non c'è nessun
rispetto per la roba degli altri!

Visitiamo anche il porcello, già a me ben cognito.
Mi dice la signora: — Ogni anno, per Natale,
ammazziamo il maiale, perchè, lei capirà, se si
dovesse comperare tutto alla bottega, non si finirebbe
più, col prosciutto oggi a 0.90 all'etto. Pensi!
Noi facciamo in casa i salamini, i ciccioli, le finocchiate,
le coppe, il budino dolce col sangue.

Il porcello, metà roseo e metà bianco, in età
ancor giovanile, viene fuori baldanzoso e ignaro
di queste cose che lo riguardano. Il cane lo annusa
con benevola sopportazione.

— È un maialino inglese, un Yorkshire — dice
l'avvocato.

— Carino, eh? — dice la signora. — Sentisse
che prosciutti!

[pg!140]
Mi accorgo che esiste fra tutta quella *ménagerie*
una certa familiarità. Guardo Oretta che
mangia i ciccioli e il salamino. Forse questo
matrimonio è una *mésalliance*.

.. vspace:: 1

.. class:: center large

\ *

.. vspace:: 1

Non c'è che il cane Leone che non sia idillico,
anzi è insopportabile.

Tutte le volte che varco il cancelletto della
villa dell'avvocato, pare che mi veda per la prima
volta: mi sbarra la strada con salti tremendi e
con espressioni di cattivo augurio.

È accorsa la signorina Oretta.

— Non abbia paura, signor cavaliere. Scherza.
E non te l'ho detto, bestione, che il signore è
nostro amico?

— Io credo, signorina, che converrà rinnovare
la presentazione — dico io. — Ha una fisonomia
sospetta.

— Tanto intelligente! Leone, dà subito la zampa
al signore.

Ma la bestia si rifiutò.

— Guarda che caparbio!

— Ma è naturale — dice sorridendo l'avvocato. — È
un cane pastore di pura razza tedesca.

— Papà, ti prego! Sai che mi fai dispiacere.
Non è vero Leone che sei italiano?

[pg!141]
Il cane Leone agita il testone festoso, e le dimostra
tutto il suo nazionalismo. La signorina
Oretta eseguisce una lotta a corpo a corpo col
bestione: è molto graziosa.

Il cane è abbattuto e sta.

Contemplo.

La testolina della signorina Oretta, con quei
capelli, un po' sconvolti, mi appare più seducente;
gli occhi splendono all'improvviso come
se dentro si fosse sviluppato un incendio.

— Figlia mia! La mia piccola primavera — disse
l'avvocato quasi sospirando.

«E anche la mia» — pensai.

.. vspace:: 1

.. class:: center large

\ *

.. vspace:: 1

Riscontro dei motivi di decorazione anche su
la signorina Oretta: il nasino posa sopra le mensole
di due graziosi ricami. Sul naso, in alto, sta
un neo, non avvertito prima, ma non guasta
perchè si confonde con le sopracciglia. Le guance
sono coperte di una peluria come le pesche. La
bocca è disegnata con colorito assai forte, e
quando ride le si formano agli angoli due piccoli
ghirigori birichini. Però l'apertura delle labbra
sembra che non chiuda bene; questa cosa
permette tuttavia di vedere il ricamo dei denti.
Da quella bocchina semi-aperta mai ho visto
[pg!142]
venir fuori la punta della lingua; ma sembra
che debba venir fuori quella vocina che dirà
sempre cose stupidine ma molto gentili.

In complesso mi piace, e mi dichiaro soddisfatto.

.. vspace:: 1

.. class:: center large

\ *

.. vspace:: 1

L'altra mattina che sono partito presto per Milano,
mentre salivo in automobile, la signorina
mi ha domandato come sta mia madre.

— Benissimo, signorina. Vuol venire a Milano?

— Col papà e la mamà.

«Sì, stella, caricheremo tutti.» Carina quella
fanciulla! La purità, checchè ne dica Lionello, è
un articolo che andrà sempre.

.. vspace:: 1

.. class:: center large

\ *

.. vspace:: 1

Rivedo il mio appartamento, a Milano. Curioso!
Mi pare deserto. Direi che ci sia caduta
la polvere.... Cosa inverosimile e oltraggiosa per
la mia governante. Eppure mi fa un certo effetto....
No, non è la polvere: è che c'è poco sole.
Eppure c'era il sole a Milano! Ma poi ci colloco,
con la fantasia, la signorina Oretta, che è diventata
signora Oretta, e mi pare che vi sia una
fontanella di campagna che sparge intorno la
sua deliziosa freschezza.

[pg!143]




XVIII. — ORETTA O GHISELDA?
===========================


Mi piace proprio la piccola signorina Oretta?
Ecco una cosa che non riesco ad individuare
con quella precisione che è nel mio sistema.

Io sono un uomo morale. La piccola Oretta
è un frutto che sta maturando sull'albero della
vita. Nel mio idillio campestre io godo nel contemplarla.

Ma quando ritorno a Milano, non mi piace
più! La povera signorina Oretta, là in quella
specie di *basse-cour*, mi produce un senso di
sconforto. «Adagio, Ginetto, prima di sposarla».
Certo se colloco la signorina Oretta nel mio appartamento,
io trasporto a Milano l'idillio campestre.
E ciò è igienico. Come abbracciava laggiù
con grazia quel bestione del suo cane! Quando
abbraccerà qui, così con grazia, anche me? E
quegli occhietti? Sereni come due laghetti alpini.
Le nubi dei desideri del di là non si sono ancora
riflesse su quella serenità: è molto carina.
Io la bacierei anche tanto volontieri. Io la vedo,
quando sarà mia moglie, lì, tutta tranquilla, come
un *pecorino*. Io arrivo a casa dal mio stabilimento,
[pg!144]
mi accosto piano, in punta di piedi, le
sfioro la nuca con un soffio di bacio. «Ginetto,
sei tu?» «Sì, sono io». Essa mi ricambierebbe
un bacio tanto virtuoso. Però mi pare che nei
primi tempi, almeno, in questo mio salotto, lei
si troverà come sperduta. Io non riesco a figurarmi
Oretta in *toilette* di ricevimento. Oretta è
una barchettina modesta con cui posso andare
a riva a riva.

Ma ecco sopravviene la contessa Ghiselda, la
gran nave da battaglia, e mi manda a picco la
barchettina. Io mai la sposerò, ma con ciò non
è meno vero che quella donna ha colpito la mia
imaginativa. Ma non soltanto la signorina Oretta,
ma tutte le donne vanno a picco quando passa
la contessina.

Io non dirò che la contessina non si lavi, ma
è certo che lei è diversa dalle altre donne eleganti.
Che profumo ha? Non lo so. E sì che io
me ne intendo! Profumo di selvaggina. Le altre
donne eleganti sono troppo lavate, troppo lavorate,
e lo dico contro il mio interesse! Sono
come quelle costolette, preparate bene, ma che
non si capisce più che carne è.

Io colloco anche la contessina nel mio salotto;
e anche lei, per un altro verso, non va, non
combina.

[pg!145]
E poi dico: se lei mi trasporta nell'amore l'entusiasmo
che ha per la letteratura, dove si va
a finire? «Velocità! Velocità!» come diceva quel
giorno che agitava, come uno staffile, quel fusto
di rose. Si va a finire a Vega! No! Noi sposeremo
Oretta, piccola cornamusa campestre, dolce
idillio trasportato a Milano. Canta, Oretta, al tuo
Ginetto con la tua piccola cornamusa la dolce
cantilena.

.. vspace:: 1

.. class:: center large

\ *

.. vspace:: 1

Mi balena un'idea.

Suono: compare Desdemona. — Desdemona — dico — lo
so, voi non siete quello che si dice
un *cordon bleu*, però avete del buon gusto. Se
per caso io capitassi qui, a giorni, con forestieri,
voi preparerete un pranzo con tutte le regole.
Mi raccomando la cristalleria, e la *jatte* d'argento
in tavola con molti fiori. Il portinaio si
metterà il *frac* e i guanti e servirà a tavola. Ma
tutto deve apparire come abituale, come ordinario.

Ho deciso: Imbarco tutti e li porto a Milano
e così colloco in luce nel mio salotto la signorina
Oretta, la metto in opera: vedo che effetto
fa.

[pg!146]




XIX. — LE OPINIONI DI MIA SUOCERA.
==================================


Appena sono di ritorno a P\*\*\* enuncio all'avvocato
il mio programma di una bella corsa a
Milano in automobile. «La signorina Oretta non
conosce Milano? — domando. — Questo è grave».

Papà era entusiasta: una bella gita in automobile.
Ma Oretta disse che bisognava sentire
mamà.

— Ebbene, sentiamo mamà.

Abbiamo sentito mamà: ma abbiamo trovato
una opposizione che non sospettavo.

— Milano? A cosa fare a Milano? — domanda
mamà.

— Che cosa fare a Milano? A vedere Milano.

— Condurre la mia bambina in giro per Milano
e vedere quelle donne che sembrano le maschere
che si vedevano una volta di carnevale, nelle
vetrine? L'ultima volta che sono stata a Milano,
ho detto a mio marito: «Andiamo via, che mi
pare di essere una donna perduta».

Lodo il suo elevato spirito di moralità, ma osservo
che si tratta di una stilizzazione, di una
valorizzazione della bellezza: direi un concetto
[pg!147]
democratico: la bellezza uguale per tutte! — Creda,
signora, che sotto quelle stilizzazioni ci
sta la massima irreprensibilità.

— Sarà — dice madama Caramella — ma
quando una donna si mette la maschera, ha
sempre un secondo fine. Io che da giovane non
ero una donna da buttar via, tanto è vero che
sono piaciuta a quell'uomo lì, ho sempre portato
la mia faccia.

— Signora, — dico gravemente, — lei non è
stata, lei è una bellissima donna!

È commossa, ma non la persuado.

— E vedere delle ragazzine — continua lei — della
età della mia Oretta, vestite da *bébé*, con
una faccia che non si capisce se sono ragazze
o cosa sono? E quelle sottane che fanno vedere
tutte le gambe?

— Così carine! — dico io.

— Una indecenza! — dice lei.

— Signora — dico io, — se lei frequenta un
salotto della buona società, trova la padrona di
casa che permette la visione delle più seducenti
specialità del gentil sesso. Ciò è normale.

— È perchè voi altri uomini siete dei pervertiti.

L'avvocato taceva tormentandosi i baffi. Oretta
serbava un decoroso silenzio.

[pg!148]
Sarebbe stato interessante sapere se il signor
avvocato si sentiva della mia opinione o di quella
della sua signora.

— Avvocato — dissi, — difenda lei la nostra
causa.

— Veramente.... — cominciò l'avvocato.

— No, no, no! — interruppe madama Caramella.

Dopo i quali tre *no*, si capisce che non è più
ammissibile il *sì*.




XX. — ENTRO IN INTIMITÀ.
========================


— Lei però, signorina, — domandai — ci sarebbe
venuta volontieri a Milano. Parigi in piccolo. — Vedere
un po' di gran mondo....

— Mamà ha detto di no.

— Certo: sempre quello che vuole papà e
mamà. Mamà però esagera: è stata troppo intransigente
con le belle signore di Milano. Sua
madre, mi permetta, non tiene abbastanza conto
dei diritti della bellezza.

Mi spiego: e tengo alla signorina Oretta questo
[pg!149]
elegante discorso: — Imagina lei, signorina, che
cosa sarebbe il mondo senza la visione della
bellezza? E che cosa è la bellezza? È la visione
del gentil sesso. E perciò si capisce il culto della
bellezza, e anche il raffinamento della medesima.
Del resto, quest'opera di raffinamento si compie
per tutti i prodotti naturali. Permetta che io approfitti
di un esempio che lei stessa mi offre.

La signorina Oretta coi grossi ferri da calza,
stava — sotto la pergola — lavorando un grosso
calzettone da un grosso gomitolo.

— Se io con questa calza ordinaria — continuai
persuasivamente — copro un vezzoso piedino
(e sollevo il mostruoso calzettone), in tale
caso io spengo la fiaccola della bellezza....

La signorina mi guarda.

Pare il volto di una di quelle Madonnine di
terracotta.

— La fiaccola della bellezza, signorina, deve
stare sopra il moggio; non sotto il medesimo.
Non dico di esagerare, come certi romanzieri che
mettono in valore anche i minimi particolari
dei *dessous* del gentil sesso....

Non sussulta.

Vi sono delle signorine che a questi discorsi
vibrano come il manto di un destriero.

Niente.

[pg!150]
Oretta sollevò gli occhi con la lentezza con
cui si leva la stupefatta luna d'agosto.

Le faccio i nomi di Lionello e di tanti altri
scrittori che mettono giù quei libri d'amore che
Dio li benedica!

Questa fanciulla ignora totalmente la letteratura.

Le piacerebbe andare a teatro a sentire i
drammi seri.

— Ma non si va più a teatro — dico — per
sentire i drammi seri.

— E allora perchè si va a teatro?

— Per tante altre ragioni: vedere come sono
vestite le attrici....

Riprende il *tic e tac* coi ferri. Sarà effetto di
quella lana grigia, ma è una realtà che quelle
mani non invitano a deporre un bacio.

Proseguo:

— Ah, io sono molto dolente che la sua signora
madre abbia *declinato* il mio invito in
modo così inverosimile. Sarei stato altamente lusingato
di farle vedere la mia casa stile rococò:
troppo lusso per me; ma è così. — Descrivo
il mio modesto appartamento. — Ahi! troppo
grande per me, che sono solo. A mangiare da
solo — creda, signorina — vengono le idee melanconiche.

[pg!151]
— Ma lei non sta con la sua signora madre?

— Già, ma non basta a colmare i vuoti di un
tenero cuore....

Non attacca. Seguita a fare *tic e tac* con i ferri
da calza. È deprimente. Questa ragazza è rivestita
di caucciù.

.. vspace:: 1

.. class:: center large

\ *

.. vspace:: 1

Manca uno stile a questa ragazza. Non è nemmeno
in istile *nature*, come *Sbrindolo*, ultima
creazione di Lionello, che ha avuto un successo
strepitoso: *Sbrindolo* fiore selvaggio di campo,
fanciulla con tutte le esuberanze di un'anima
primitiva. Naturalmente muore, perchè Lionello
è il gran carnefice di tutte le sue creature.

Invano io descriverei alla signorina Oretta la
*sensazionale* creazione di Sbrindolo. «Cane Leone,
papà, mamà!» Allora si commuove un poco. Essa
è come la sala da ricevere dell'avvocato: senza
stile, coi frutti di scagliola sotto le campane di
vetro.

Ma chi li mangia se sono di scagliola? La
campana di vetro è inutile, signora Caramella.
Vostra figlia è buona, buona, molto buona. Ciò
va bene per voi, ma per me ci vuole qualcosina
di più. La bontà è come la camicia lunga di
Santa Veronica; capito, signorina?

[pg!152]
Qualche volta papà, l'avvocato, torna a casa
con la luna di traverso: i giudici, i colleghi, il
tribunale, la cassazione, il mestieraccio. Io mi
diverto. Male; male, avvocato! Un avvocato
che si lamenta dei giudici, vuol dire che guadagna
poco.

— Se mio marito — dice madama Caramella
a me — non fosse coscienzioso com'è, l'automobile,
eh! eh! l'avremmo messo su anche noi
da un pezzo!

— Ma quando siamo contenti noi tre — dice
la signorina Oretta, — non basta, mamà?

L'avvocato allora se l'è presa, strofinata, baciucchiata
sui baffi, e cane Leone faceva intorno
una cornice di salti.

.. vspace:: 1

.. class:: center large

\ *

.. vspace:: 1

Mi è sembrato di scoprire nella signorina Oretta
una vibrazione di altro genere, oltre a mamà,
papà e cane Leone. Io ne ho subito approfittato.

La signorina guarda con attenzione un giornale
illustrato dove c'è un figurino di moda:
*Manteau* con *fourrures*, costume di Parigi.

— Bello, eh, signorina? Anch'io appartengo al
comitato che c'è a Milano per la moda italiana.
[pg!153]
Ciò è patriottico, ma non se ne farà nulla. Parigi
è Parigi.

Strano! Le mie spiegazioni non interessano.

C'era presente l'avvocato, che dice:

— Ma come? le pelliccerie per le signore che
siamo oramai d'estate?

— Eppure è di gran moda — dico io. — Probabilmente
le signore vogliono soffrire il caldo,
come i soldati in trincea; e così d'inverno userà
molto il nudo per soffrire anche loro il freddo.

L'avvocato non ride, e la signorina nemmeno.

Allora, giacchè non si apprezza il mio spirito,
parliamo sul serio:

— Caro signore, sta il fatto che le grandi case
di pelliccerie di Parigi non hanno mai stipulato
tanti contratti come quest'anno: le nostre sarte
e modiste hanno importato in *robes* e *manteaux*
per ben quindici milioni!

— E la nostra lira, — dice l'avvocato, — perde
trentasei centesimi sul cambio.

— Perderà anche di più, — dico io.

— E siamo alleati! — dice lui.

— Veda, avvocato, negli affari i rapporti sono
automatici....

Ma il nostro colloquio è interrotto da un'esclamazione
della signorina Oretta:

[pg!154]
— Oh, che infamia! ma come si fa a stampare
questi giornali?

Cosa c'è?

Guardiamo: in una pagina c'era il *manteau*
con *fourrures*, costume di Parigi, e nella pagina
di contro alcuni cadaveri di soldati.

Ha le pupille dilatate.

— Ma quando finirà questa orribile guerra?

— Signorina, — rispondo io, — ci vorrà ancora
un po' di tempo. V'è tanta gente che ci guadagna
sopra. Per esempio, a proposito di bottoni automatici,
la piazza di Milano, che fornisce l'Italia,
si è trovata improvvisamente sprovvista. Venivano
dalla Germania. Un mio amico è riuscito
a farne venire dalla Svizzera una grossa partita,
e ha realizzato un forte guadagno. E gli automatici,
come lei sa, sono piccolini così. Imagini
poi per le cose più grosse....

Mi guarda a me, come se la guerra fosse colpa
mia. Si rivolge a papà e dice:

— Ma andranno bene tutti all'inferno!

Papà è muto a questo proposito.

[pg!155]




XXI. — LA LETTURA DEI «CANTI ERMETICI»
======================================


È venuta la contessina col poeta Cioccolani.
Questa volta lui si ricorda chi sono io; e dice:

— Buon giorno, caro Sconer.

— Cavalier Sconer, se permette. *Caro Sconer*
me lo faccio dir dalle amiche. (Mi pare che non
abbiamo mai mangiato pasta e fagioli insieme.
Buon giorno? ma veramente era sera oramai).

— Delizioso, delizioso, — esclama la contessina — questo
*chalet*, sepolto nel verde. Venite
a vedere, Cioccolani. Oh, come l'avete scoperto,
Sconer?

— La prego, contessina — dico — non entri.
Staremo fuori, qui nel giardino.

— Avete misteri? qualche ninfa dei boschi è
prigioniera forse nel vostro castello, Sconer?

— Contessina, che cosa sento mai! Con la di
lei imagine nel cuore, è possibile?

— M'avete l'aria di essere donnaiolo, voi.

— Oh!

— Siete forse un uomo pudico, voi?

La contessina chiama il suo mammalucco per
giudicare se io sono donnaiolo o uomo pudico.
[pg!156]
Ma subito dopo è chiamato per altra faccenda: — Cioccolani,
Cioccolani, venite, venite. Ah, superbo!

Cioccolani e la contessina sono saliti su la
montagnola. Sento lei che dice:

— Là, là, dall'altra parte, quella sciabolata di
luce verdelettrica! I cipressi che si incendiano
lassù come candelabri pazzi! Quella nuvola che
si sfalda; ecco ecco: cadono le torri, i cornicioni
d'oro. Cavalle in corsa frenetica, liocorni,
chimere!

— La demogorgone! — risponde lui.

Che cosa era successo? Una cosa che accade
tutti i giorni: tramontava il sole.

Lei gestiva e gridava come fa la Valchiria
quando si rappresentavano le opere tedesche
alla Scala. Lui, immobile, pareva Napoleone primo
che assiste a una battaglia.

Io ne approfitto per andare alla villa dell'avvocato: — Lisetta,
presto — dico — fate il piacere:
ho degli ospiti. Pregate la signora se ha
qualche cosa da servire, quello che c'è: caffè,
rosolio, vermut.

Mi vien da ridere: mi pare di essere corso
per chiamare i pompieri che vengano a spegnere
l'incendio della contessina.

— Ma dove era lei? — mi dice quando io
[pg!157]
ritorno. — Ha perso un magnifico spettacolo: il sole
agonizzava col suo più rosso e soffocato singhiozzo.

— Lo vedremo domani a sera.

— Siamo venuti — dice la contessina — a leggere
i *Canti Ermetici*. Si ricorda, vero?

«Proprio no», ma rispondo: — Perfettamente!
Eccellente idea! E perchè, scusi, «ermetici»?

— Perchè in apparenza non si capiscono....

— Ah, benissimo.

— Non si capiscono — corresse Cioccolani — nel
senso delle parole tradizionali; ma dànno il
senso panico anche alla persona più idiota.

— Così che lei vuol vedere che effetto fanno
i suoi versi sopra una persona idiota? Caro lei,
non si confonda: dica pure. Però guardi che lei
è un bel tipo.

Non si confonde mica.

— «Idiota» vuol dire — dice gravemente — nel
suo senso primitivo, *persona non iniziata*.

— Per lei vorrà dire così, per me vuol dire,
«stupido». Ma lei parla in poesia e la cosa non
mi riguarda.

— Sconer, vedete — si affretta a dire la contessina —,
è come per la messa cantata di cui
vi parlavo. Ammetterete, Sconer, che il popolo
non comprende i versetti rituali; ma ne subisce
la suggestione.

[pg!158]
L'incidente è esaurito.

Viene Lisetta. Porta un bell'apparecchio: tovagliolini,
rosoli gialli, biscottini, e.... caramelle.

La contessina si drappeggia in una sedia di
vimini.

La seduta è cominciata. Quanto è durata? Non
so. Certo molto tempo. Ricordo che la Lisetta
aveva portato poi due lampade da giardino: da
principio le due fiammelle non facevano lume.
C'era ancora sospeso il crepuscolo: poi fiammeggiarono,
poi si consumavano rapidamente.

Deve essere trascorso molto tempo.

Da principio sospettai che si volessero prendere
gioco di me. Io non capivo niente. No: facevano
sul serio. E allora mi venne da ridere
dentro di me.

Lei stava ora immobile come una statua: e
lui in piedi, con il libro in mano, si sbracciava
e strideva forte con quella vocina: *Io sono un
bolide lanciato nell'infinito. I grilli, seghe che
sfaccettano il nero enorme della notte cristallina;
i grilli, tendini di musica tesi disperatamente
nello sforzo di tener ferma la notte che
straripa.*

Era poesia, ma mi è venuto questo pensiero:
«Se io dovessi scrivere così ai clienti, mi sospenderebbero
il pagamento delle tratte»; e allora
[pg!159]
ho provato una gran compassione per quel
povero Cioccolani.

— Stia attento — mi avverte lei, toccandomi.

Sobbalzai.

— Arrivano gli spettri.

— *Gogò, gogogò, Orin Orin!* — fa lui. — *Arrivano
di corsa gli spettri! ecco gli scheletri che
battono le nàcchere: gogogò!* — e faceva una voce
che mi venne in mente la gatta di quella mattina. — *Noi
siamo insaziati di voluttà, gogogò!
La vita non ci ha dato la voluttà! Gogogò!* — Povero
giovane!

Forse leggerà tutto il libro. La contessina
stava immobile, e anch'io: ma io guardavo la
contessina. Quelle due cosine gelatinose, di cui
la signorina Oretta è tuttora sprovvista, lì, invece,
davanti alla contessina, si sollevavano lentamente
e poi si abbassavano. Anche se non
sono di moda, stanno sempre bene. *Gogogò!*
Venivano i brividi anche a me. Le caviglie delle
gambe ogni tanto le guizzavano; e guizzavo
anch'io.

— *Gogò, gogogò.... Orin!* — seguitava lui.

E lei diceva a me:

— Sente i ritmi, gli anapesti, gli ottavini?

Ma io, negli intervalli del *gogogò*, sentivo certi
tuffi soffocati.

[pg!160]
Sono corso via, un momento. Era la Lisetta,
dietro lo *chalet*, che scoppiava dal ridere.

— Fa il piacere, va via!

.. vspace:: 1

.. class:: center large

\ *

.. vspace:: 1

La seduta è finita. C'era la luna. Cioccolani si
asciugava il sudore.

Mi parve che seguisse un po' di silenzio imbarazzante.

— Veramente di effetto — dissi io.

— Vero? — esclamò la contessina, come riscossa
da un sogno. — Mi fa piacere, Sconer,
sentir lei parlare così. È una lirica assolutamente
pura! Adesso lei non prova che un *arrière-goût*;
ma ad una seconda audizione, sentirà tutto il
dinamismo del Pan ultra-sensibile.

— Perfettamente.

Silenzio con la luna.

Per me la «lirica» era lei, e ne sentivo tutto
il dinamismo.

— E l'*Attileide*, signor Cioccolani — domandai
a lui — è del genere?

— Supera — dice la contessina.

— Gli altri poeti — declamò allora Cioccolani — hanno
plasmato modeste imagini; noi
abbiamo soffiato il nostro alito dentro le imagini
stesse. Non basta! Quella era l'umanità. Noi
[pg!161]
vogliamo superare l'umanità. Ed io ho l'onore,
o signore, — conclude tragicamente — che al
mio paese mi chiamano imbecille.

— Anche a me è accaduto qualche volta — risposi, — ma
io non ci bado. Sono cose che
accadono agli uomini superiori.

— Bravo, Sconer — esclama la contessina con
entusiasmo. — Fate largo alla divina giovinezza
che viene!

Ma la luna si era fatta bianca e alta lassù: le
candele gocciolavano.

Dico io: — Contessina, se loro vogliono accettare
la mia ospitalità, ben volentieri. Ma li
prevengo che l'ultimo tram passa alle undici e
mezzo. Mi dispiace che lo *chauffeur* dorma lontano
di qui, se no, li farei accompagnare con la
mia *auto*.

.. vspace:: 1

.. class:: center large

\ *

.. vspace:: 1

Così li ho accompagnati sino al tram. C'era
la luna, e un lume nella campagna come di
giorno.

Disse la contessina: — Sventuratamente bisognerà
per l'*Attileide* rinunciare al teatro all'aperto
come era nostra intenzione, e sopprimere
molti Unni.

La luna batteva in pieno sul volto della contessina.
[pg!162]
Pareva di madreperla. Parlavano poi
della luna. Che cosa dicessero non so bene, ma
parlavano della luna. Disse la contessina guardando
la luna: — Tutta questa terribile bellezza
da sostener da sola!

— Ah, poteste, Ghiselda, sostenere voi la parte
di Genoveffa! — disse Cioccolani.

Ma che facciano proprio sul serio? Perchè,
dopo tutto, anche per i poeti viene il momento
di farsi una posizione riconosciuta.

E perciò domandai:

— Lei, signor Cioccolani, intende anche nella
vita di seguitare a fare il poeta?

Mi guardarono tutti e due come se il pazzo
fossi io.

— E i suoi genitori sono contenti?

— Non parliamo di quella gente — disse la
contessina. — Suo padre avrebbe la pretesa che
andasse dietro alla trebbiatrice a contare i sacchi
di grano. I genitori sono inutili quando non
comprendono un figlio di genio.

Finalmente arrivarono gli occhioni bianchi
del tram.

[pg!163]




XXII. — FACCIO DELLE *AVANCES*.
===============================


L'altra mattina, domenica, l'avvocato mi ha
voluto condurre su al primo piano a vedere la
sua libreria con «i suoi cari libri», i libri «del
suo caro babbo,» con il ritratto «del suo caro
nonno»; e appunto ho sorpreso Oretta nel così
detto salotto che spolverava e rassettava. Non
era ancora pettinata, e così un po' discinta, in
gonnellino, ed un fazzoletto rosso annodato in
testa, era in istile: pareva una beduina.

Nel passare le ho detto: — Oh, che brava massaia!
Ma tenga un paio di guanti vecchi per non
guastarsi le manine.

L'avvocato mi presenta i suoi cari libri, a cui
suo padre, quando era vivo, «faceva caro» con
la mano, e anche lui «fa caro».

— Questa è un'intera biblioteca. Legati molto
bene, — osservo io.

Mi presenta anche l'avo, cioè il ritratto: una
faccia liscia come un cammeo, che usciva da
una gran cravatta girata attorno al collo.

— Bel quadro! Già allora usavano le cravatte
così. Come si vede l'uomo posato!

[pg!164]
— Eppure era un'anima da artista.

Ascolto la biografia degli antenati.

— Questa stanza — osservo io — si potrebbe
chiamare la galleria degli antenati.

— Ogni famiglia — risponde l'avvocato — dovrebbe
avere una specie di sacrario in casa.

— Con gli affitti così cari, è impossibile! Però
constato con piacere che tutti i suoi antenati
sono vecchi.

— Siamo infatti piuttosto longevi in famiglia.

(Ecco un particolare interessante per l'erede).

— Del resto, anch'io in un libro che ho scritto....

Pare che l'avvocato si meravigli.

—.... modestamente, sì: un libro di igiene,
dove sostengo il dovere di arrivare ai novantanove
anni, che, del resto, è l'età stabilita da Mosè
per le persone per bene.

— Bisognerebbe non inquietarsi mai....

— Ecco appunto quello che io sostengo: avere
sempre una visione serena della vita.

L'avvocato spalanca il balcone. Splendido panorama!

— Guardi, da quassù, come si vede il mio
*chalet*! — dico io.

— E si sente! — dice l'avvocato. — L'altra sera
hanno dato trattenimento sin tardi. Non credevo
che lei si occupasse di poesia, cavaliere.

[pg!165]
— Affatto, — e spiego come è andata la cosa.

— Quel Cioccolani! — dice l'avvocato —. Sa
come lo chiamano in paese? *Theobroma, bevanda
degli Dei.* Io rideva l'altra sera, ma mia
moglie era furibonda: «Quell'imboscato! e quella
matta in casa mia!» Le donne, sa bene, bisogna
lasciarle dire. Certo se l'equilibrio mentale della
contessa Ghiselda fosse pari alla bellezza, ella
sarebbe una creatura perfetta: ma forse non
avrebbe il fascino che ha. Io non mi vergogno
di dirle, che, molte volte, quando la incontro,
mi domanda a che cosa serve il nostro codice.

Mi congratulo con l'avvocato. Anche lui, alla
sua età, ha il culto della bellezza.

— E tanto più — dice lui — che, poverina, ella
è vittima di se stessa. La nobiltà della razza c'è
sempre in fondo a tutte le sue stravaganze.

— Oh, si vede il tipo aristocratico! Guardi il
naso. E quel Cioccolani è così ricco per darsi il
lusso di fare il poeta?

— Suo padre, come già le dissi, è un modesto
proprietario, che ha la disgrazia di aver quel figliuolo.
Il vecchio dice che gliel'hanno cambiato
a balia; ma intanto bisogna che se lo sopporti.
Ma sciagurato! Se vuoi fare della poesia, va
nei campi di tuo padre. No, lui cerca la poesia
a Roma, a Milano, a Parigi, come fanno le modiste
[pg!166]
per i cappellini. La poesia sta nella realtà,
mica nei fogli di carta!

— Perfettamente la mia opinione.

— Aver figli, oggi, è disgrazia — conclude sospirando.

— Ma lei, scusi — osservo io — ne è esente:
lei ha una figliuola sola, e un modello.

— Per un altro verso — dice lui — è un pensiero
anche questo. Ma scusi, ma dica, cavaliere,
ai tempi che corrono una figliuola come
Oretta, di un sentire così delicato, che avvenire
ha? Prima di questa guerra Oretta veniva qui
in questa stanza, io le insegnavo qualche cosa,
leggevamo buoni libri. Mi pareva che i miei
morti stessero a sentire. Era una delle più care
gioie della mia vita. Ma adesso non so, non so
più cosa dire, cosa insegnare a mia figlia. È così
cambiato il mondo! Sii buona? sii pietosa? sii
pudica? Sì, pudica! Non dire bugie? Spesso Oretta
mi dice: «Papà, perchè non mi chiami più a
studiare?» Io trovo la scusa che non ho tempo,
ma sapesse che pena nel cuore!

Condivido i suoi lodevoli sentimenti.

— Anch'io — dico —, quand'ero piccino, mi
ricordo che mia madre mi diceva: «Ginetto, sii
buono, sii pudico, non dire mai bugie!» Ma poi
quando si diventa grandi, creda che si trovano
[pg!167]
degli accomodamenti con queste cose, e tutto va
a posto. Ma volevo domandarle, scusi, sa: lei non
ha mica destinata la sua signorina al celibato?

— Perchè? — mi domanda stupefatto.

— Perchè la signorina dovrà pur prendere
marito....

Gli ho toccato la piaga segreta del cuore.

— È ancora così bambina — dice.

— Capisco: ma cresce notte e giorno. La bambina
un bel giorno si sveglia, ed è un dovere
provvedere a tempo.

— Le pare facile a lei?

— Eh, un po' difficile! La guerra sta provocando
una vera crisi nella disponibilità dei
giovani. Aggiunga poi il fatto economico: lei
comprende benissimo, avvocato, che se prima
della guerra una moglie costava per uno, oggi
costa per due, e domani costerà per tre. Il matrimonio
è oggi una istituzione un po' barcollante.

— Pur troppo! E il vizio che fa strage nella
nostra gioventù?

— Perfettamente, avvocato. Evitare il vizio!
Esso è il più grande alleato contro la perfetta
salute. Un giovane solido, lei deve cercare. Solido,
ma equilibrato....

— E dove si trovano, che sono tutti dal più
al meno squilibrati?

[pg!168]
— Però se ne trovano. E lavoratore, perchè,
creda, avvocato: l'ozio, come diceva mia madre,
è il padre di tutti i vizi. Naturalmente non
povero, perchè la povertà è una specie di malattia.

— Ma lei mi propone l'araba fenice, — dice
l'avvocato.

— Perchè? Tutto si trova. È questione di avere
la vista perspicace. Certo, un giovane con queste
belle qualità, che porti stampato sul suo biglietto
di visita: *Io cerco moglie!* rappresenta un
tesoro. Ma si trova! E allora lei oltre alla collezione
degli antenati, fa anche la collezione dei
posteri. E il giorno in cui dovesse chiudere gli
occhi, sentirebbe dal suo mausoleo i figli dei
figli che *fanno caro* a lei come lei *fa caro* ai
libri del suo riverito antenato, qui presente.

— Mi pare che lei, cavaliere, sia di temperamento
allegro.

— È un dovere, caro avvocato.

.. vspace:: 1

.. class:: center large

\ *

.. vspace:: 1

Ma un forte abbaiamento di cane Leone interruppe
il nostro colloquio.

— Mi pare, avvocato, che ci sia un guerriero
laggiù al cancello.

[pg!169]




XXIII. — MELAI.
===============


Vediamo madama Caramella che va incontro
verso il cancello; e dice forte: «Ma si figuri!»
E poi chiama Oretta: «Oretta, vien giù».

I sassolini del viale scricchiolarono sotto le
scarpe ferrate: ma la presenza del guerriero
non corrispose al rumore delle sue scarpe.

Era un ragazzo un po' smilzo, un po' biondino,
che quando ci vide si mise in posizione d'attenti,
con una bocchina che sorrideva. Noi ordinammo:
«riposo!»

Madama Caramella spiegò che era uno «dei
suoi feriti,» e che era venuto a prendere delle
calze che gli avevano promesso.

— Ma — dice lui — io non volevo venire;
ma siccome domani ci si veste e si va, così ho
detto fra me: già che te le hanno promesse
quelle calze, tant'è che tu le prenda, che ti faranno
bene lassù. Ma io proprio non volevo
venire. Volevo venire l'altra sera, ma poi mi han
fatto sbagliar strada. Sarei venuto domani, ma
è che domani si parte.

[pg!170]
L'avvocato fa entrare in casa, e vuol presentare,
ma non sa il nome.

— Melai, signor sì. Sono Melai. — Pare che si
desideri sapere un po' di più, e allora vien fuori
tutto un getto come da un botticino a cui è tolto
lo spillo: — Marco Melai da Firenze, tanto per
dire, perchè allora mio babbo era di guarnigione
a Firenze. Quando scoppiò la guerra, io mi trovavo
a Torino, studente per mo' di dire. Si faceva
baldoria. E allora ho detto: «Melai che stai
a fare?» Capirà, ero solo. Papà al fronte, che è
colonnello; signor sì.

— E la mamma? — domanda l'avvocato.

— Mammina è tanto che non c'è più. Signor
no. E mi sono arrolato prima del tempo in cavalleria.
«Se ti va bene, se ti va, puoi far carriera»,
dico fra me. Ambizioni da ragazzi, si sa! Credevo
allora che sarei entrato, sciabolando, a Trieste,
e urlando: «Savoia, Savoia». Si seguitò poi
per sei mesi a far baldoria a Torino, tanto che
mi fecero persino la canzonetta futurista.

L'avvocato vuol sentir la canzonetta.

Signor no, signor sì, Melai finisce col cantare.

   | O Melai, se tu tornassi,
   | si farebbe a Torino baldoria;
   | già si sa che la tua gloria
   | finirà tra quattro sassi.

[pg!171]
— E poi? — domanda l'avvocato.

— Poi la cavalleria l'hanno appiedata e sono
passato negli alpini. Oh, ma dopo che ho passato
l'inverno lassù, ho messo giudizio. Signor sì,
sopra Cortina. Ora ci si ritorna. Dove? Non so.
Ma domani si parte definitivamente.

Ride.

L'avvocato fa portare da bere. Melai fa il complimentoso
e beve come una damina.

— Vero — dice madama Caramella — che pare
una signorina? Biondino come è!

— Me l'hanno detto anche altri — dice Melai.

— E pensare che ha già fatto la guerra! — dice
l'avvocato.

Oretta vien giù col pacchetto delle calze, legato
con un filo tricolore. Melai prende per il
filo, e grandi ringraziamenti. Madama Caramella
spiega che son calze di vera lana, fatte coi ferri
e con il sentimento; non per divertimento come
fanno le signore.

.. vspace:: 1

.. class:: center large

\ *

.. vspace:: 1

Accompagnamento generale al cancello. Auguri
e saluti.

— Ma tu non dici niente? — domanda l'avvocato
a Oretta.

Oretta non dice niente.

[pg!172]
— È così timida questa ragazza.

Ritorno in silenzio.

Il silenzio è rotto dall'avvocato. Dice:

— Chi fa la guerra? Contadini comandati da
questi ragazzi.

— Sì, capisco — mi permetto di dire io — ma
per scorticare quei signori là, ci vogliono tipi
come me e come lei. Questi ragazzi si fanno
ammazzare cavallerescamente, sì; ma come
fringuelli.

Io ho detto così nel modo più innocente: ma
non avessi mai pronunciato queste parole!

Oretta sgrana due occhi che fanno scomparire
tutta la serenità ai laghi alpini. Dice come
in un singhiozzo: — Ma se si porta via la fede
a chi non ha che la fede, che cosa resta? Ah, è
vile tutto questo, signore!

— Oretta! — esclamò mamà.

— Ma Oretta! — esclamò il papà. — Chiedo io
scusa per lei, cavaliere.

— Non c'è di che — dico io, — anzi mi piace
constatare che la signorina non è timida. Io non
ho avuto l'onore di farmi intendere: io volevo
dir questo: in guerra, il primo dovere è di ammazzare,
ma non di farsi ammazzare.

— E allora, perchè lei non ci va?

— Ma Oretta! — dice ancora mamà.

[pg!173]
— Oretta! — esclama il papà.

— Signorina, — dico io —, noi lavoriamo già
per lo Stato.

— La perdoni — mi dice il papà. — È il gran
patriottismo.

(Mi pare patriottismo un po' sospetto).




XXIV. — CAPPELLETTI, *CHAMPAGNE* E TARTUFI.
===========================================


La Lisetta viene su tutta sudata con la spesa.

Dice: — Oggi gran pranzo! Cappelletti, pasticcio
con quelle cose che *spuzzano* ma che costano.

— Tartufi.

— Sì, bene. La signora ha spuntata la lesina.
C'è sul fornello la pentola con dentro una gallina
padovana che era la più brava di tutte: un giudizio
come me e lei; ma da una settimana non
fetava più e la padrona dice: «Non fa più uova,
tirale il collo!» Invece era piena, poverina!

— È la festa dell'avvocato?

— No, è la festa per la partenza, per il piacere,
cioè, no: per il dispiacere della partenza
di quel soldatino che è venuto l'altra sera.

[pg!174]
— Ma non doveva esser partito?

— Parte stanotte. La padrona, parlando coll'avvocato,
ha scoperto che il padre di quel Melai
è amico d'un suo amico, o una combinazione
del genere: fatto è che lui è andato al quartiere
e l'ha invitato a pranzo. Così carino quel
biondino....

— Ma senti? Questa ragazza è già in liquefazione.

— Ohi! Cosa crede che io sia di stoppa? Dica
piuttosto che ce li portano via tutti, e noi povere
ragazze dovremo stare lì a dire il rosario.

.. vspace:: 1

.. class:: center large

\ *

.. vspace:: 1

Devo partire anch'io. Una favorevole combinazione
mi chiama d'urgenza a Genova.

E proprio verso le ore diciassette, incontro in
città l'avvocato e Melai che vengono su a piedi.
Melai è in tenuta di guerra: montura pelosa:
parte questa sera.

— Parte definitivamente? — domando.

— Definitivamente.

— Allora partiamo insieme.

L'avvocato mi prega di differire la partenza e
venire a pranzo con loro.

— Impossibile! Domattina devo essere a Genova.
Mostro il telegramma: «Tempo utile martedì.
[pg!175]
Stop. Ultima parola centomila. Stop. Grossa
Berta. Saluti». *Grossa Berta* è una espressione
convenzionale per dire «buon affare». E domani
è martedì, caro avvocato.

— Deve andare prima a Milano a trovare il
denaro? — domanda l'avvocato.

— Una modesta somma di centomila lire si
trova sempre, — rispondo io. — E poi la ho in
portafoglio.

— Beato lei.

Occhi stupefatti del guerriero Melai.

— Io, a Torino — dice — facevo fatica a trovare
cento lire. — Ride.

— Ma scusi — fa l'avvocato. — E allora lei
ha a sua disposizione il direttissimo delle due,
poi l'altro direttissimo delle cinque. Ha l'automobile.

— Ci pensavo, infatti, di partire con la mia *auto*.

Insiste, insistono tutti e due. — Così stiamo
più allegri — dice l'avvocato.

— Ebbene, ma un momento, perchè *noblesse
oblige* — dico io.

Li prego di aspettarmi dieci minuti lì al dazio.

— Vengo subito.

Mi precipito con la mia *limousine* alla pasticceria
della Maddalena. Saccheggio quello che c'è
di meglio in *fondants* e in cioccolatini, una scatola
[pg!176]
tutta a ricami, degna di un dono nuziale,
e tre bottiglie di *champagne extra dry*.

Ritorno: carico l'avvocato e Melai.

L'avvocato mi spiega come è stata la storia
dell'amico dell'amico: fatto è che diventiamo
tutti amici.

— Parte proprio stasera anche lei, caro Melai?

— Improrogabile. Tocca a noi, adesso.

.. vspace:: 1

.. class:: center large

\ *

.. vspace:: 1

Arriviamo tutti e tre in automobile. La signora
ci attendeva al cancello. È tutta complimentosa,
e a me dice: — Farà penitenza con noi. — Presento
scatola e *champagne*.

— Oh, ma perchè si è voluto incomodare?
Ma guarda quanta roba!

E i suoi occhi brillarono sopra quella costellazione
multicolore di aristocratica dolcezza.

Lisetta aggiunge una posata di più.

Pranzo sotto la pergola. Interessante. La signorina
Oretta voleva che la Lisa girasse attorno
col piatto come si usa nella buona società: ma
la Lisa non sa girare. E madama Caramella
disse: — Oh, scusate, io faccio alla mia maniera. — Prese
il mestolo in mano e cominciò a far
lei le porzioni della minestra. Delle terrine piene
come fanno *i paesani*.

[pg!177]
Oretta voleva il vino nelle caraffe, ma l'avvocato
sostenne il diritto nazionale del fiasco classico:
e Melai appoggiò quest'opinione col ricordo
di quando si faceva baldoria a Torino.

Pranzo, diremo così, non più di etichetta, ma
altamente nazionale.

La gallina padovana non aveva serbato rancore,
ma aveva ricamato di stelle lucenti il suo
brodo; dove i cappelletti nuotavano in una corpulenza
patriarcale.

La signora sostenne modestamente la superiorità
della manifattura casalinga dei cappelletti
su quelli dell'industria meccanica.

Ma io sostenni l'industria sua particolare, personale,
delle sue gentili mani.

La mia futura suocera mi voleva soffocare di
cappelletti.

Anche le manine di Oretta vi hanno contribuito,
e speriamo non le manacce di Lisa.

Povera Oretta! Il suo modo di tenere coltello
e forchetta lascia molto, ma molto a desiderare.

Madama Caramella, poi, è quasi indecente. Non
stava a lei a dire sempre: «Una bontà!» «Oh,
cari voi, io faccio con le mani». — Ecco, signora — dissi
io — una cosa che è permessa. Sì, la
questione è ancora in discussione se il pollo *à
la broche* si possa o non si possa mangiare con
[pg!178]
le mani. La regina d'Inghilterra la prima cosa
che fece quando salì al trono, fu di mangiare il
pollo con le mani, e l'autorità dell'Inghilterra in
questa materia è molto rispettabile.

Venne poi una *charlotte* di albicocche, fatica
speciale di madama Caramella. Vennero i miei
*fondants* e il mio *champagne*. Ci congratulammo
reciprocamente; ma con tutto questo, il pranzo
non fu allegro.

Ad un certo punto Melai ammutolì; guardò
attorno con occhio strano; disse: — Eppure è così!

— Che cosa? — domandò l'avvocato.

E Melai allora parlò.




XXV. — COSE EROICHE.
====================


Melai cominciò:

— Sedendo su questa poltrona, mangiando
queste buone cose, bevendo questo vino così
buono.... (era il mio *champagne*).

— Le pare un sogno. È mo' vero? — interruppe
madama Caramella. — Poverini, poverini,
poverini!

[pg!179]
L'avvocato ammonì la sua signora che è sconveniente
chiamare gli eroi «poverini».

Ma Melai fece un gesto come per allontanare
quella parola *eroi*; e poi disse: — Mi pare di
perdere l'anima che io avevo lassù.

Capì che noi non capivamo, e disse: — Lassù,
vicino alla morte, si acquista un'altra anima. Si
ha la sensazione che nel mondo non c'è nulla.
Se anche avessi cento milioni, non avrei nulla!
Si sente la rinuncia di tutto, anche alla giovinezza,
anche all'amore.

— Oh, è terribile! — disse l'avvocato.

— No, è piacevole — disse Melai. — Si diventa
come i frati che hanno rinunciato a tutto. Eppure
si possiede tutto, perchè si sente l'anima.
Sarà forse perchè io ero sul Cadore, una zona
relativamente tranquilla. Lassù, sul Cadore, luce,
selve odorose, monti, neve, orizzonti divini. Lassù
a quelle altezze — io non so come — trovavo
da per me certe idee che credevo non esistessero
se non nei sogni dei poeti. Sanno che ciccavo
lassù? Ho imparato a mordere tutte le
erbe amare dei monti. Di notte attendevo il sole;
quando c'era il sole, attendevo le stelle. Non ho
mai avuto la sensazione della meraviglia del
giorno, come lassù. Il sole e le stelle rotavano
insieme come una giostra. Che cosa meravigliosa
[pg!180]
il giorno! Non ve ne siete mai accorti che è una
cosa meravigliosa il giorno? Un verso di Dante
mi nasceva in mente e bagnava l'anima: *l'ora
del tempo e la dolce stagione.* Lo ciccavo anche
quello come le erbe amare. Mi pareva che ogni
mattina al sorger del sole, Iddio lavasse, in silenzio,
la terra insanguinata. Fisicamente ero
immondo, puzzavo. Ma dentro sentivo una gran
purità, sentivo la gioia del cuore che batte. Se
si muore, si muore bene.

Domandai io allora:

— Molte bestioline è vero, lassù?

— Oh, sì, tante! Io portavo la testa rasa come
i frati. Eppure, veda stranezza! Avevo con me
questo tubetto di profumo, e mi dava la sensazione
di cose pulite, un'ebbrezza quasi sensuale.
Eccolo!

Guardo. — Oh! Fornito da noi! Nostra fabbricazione.
(Che caro giovane!)

— Certo — continuò Melai — bisognerebbe
non ritornare in Italia! Sanno che io nei primi
giorni avevo la nostalgia dei tremila metri?
A Torino, a Milano, caffè aperti, cinematografi
aperti, la luce elettrica, la gente che vi guarda
con occhi strani. Batte le mani, guarda con curiosità.
Non sanno che andiamo a morire? Gli
amici vi riconoscono e dicono: «Oh, chi si
[pg!181]
vede!» Come dire: «Non sei ancora morto?»
No, il paese non sente la guerra! Quegli altri
sì, la sentono! Anche il nostro soldato non sente
la guerra; si batte bene, muore; ma per lui la
guerra è *disgrazia*. Chi sa? Forse per questo
siamo eroi. Ma i giornali questo non l'han detto.

— Ma non interessano i giornali? — domandò
l'avvocato.

— Non interessano.

— E chi vincerà la guerra?

— Non interessa! Interessa a chi poi scriverà
la storia; a chi, dopo, dividerà la terra; ma a
chi deve morire non interessa.

— Ma la patria? ma la gloria? — domandò
l'avvocato.

— Sì, certo — disse Melai. — Ma non so perchè:
tutti quelli che sentono la patria o la gloria se
li porta via la morte. Sono come dei predestinati.

Madama Caramella era con la gola aperta,
come avesse dentro una domanda che voleva
venir fuori. E venne fuori.

— Fanno molta paura i morti?

— Molta paura? No. Un po' di notte che sembrano
guardare la luna, ma paura, no. Sono
morti. Un po' di puzzo.

— Così che lei non avrebbe paura — domandai
io — ad ammazzare una persona.

[pg!182]
— Perchè dovrei aver paura?

— Ma non siamo tutti cristiani? — uscì dalla
bocca aperta di madama Caramella.

— Si dice: ma nella guerra si domanda la
mia pelle, e io gli domando la sua.

Soltanto una volta Melai aveva provato un
certo senso....

Lo preghiamo di raccontare.

Raccontò.

— C'erano, lassù, in una villetta due signorine
molto gentili, che erano rimaste sole: parlavano
veneto con grazia, accoglievano a trattenimento
i nostri ufficiali. Una notte, il capitano
scoprì che dalla villetta partivano segnalazioni.
Non c'era dubbio: le signorine avevano gli apparecchi
in casa. Del resto la sorella maggiore
ha confessato, e si è presa la responsabilità anche
per la più piccola.

— Ed è stata messa in prigione? — domandò
Oretta.

— No, la abbiamo fucilata.

Oretta guarda smarrita Melai. Lo guardiamo
anche noi. Melai sorride: — E come si fa?

Silenzio.

— Ed è morta?

— Eh, già.

— E come è morta?

[pg!183]
— Molto bene: avanzò, gridò: «Franz Joseph,
Urrà! Urrà!». Caduta, pareva una rondine.

Silenzio.

Oretta trema; l'avvocato aveva il sigaro spento.

In quel punto nel silenzio della campagna si
sentì *tin tin*, dolcemente. Era l'Ave Maria.

Oretta fece il segno della croce. Quasi ci segnavamo
anche noi.

.. vspace:: 1

.. class:: center large

\ *

.. vspace:: 1

Abbiamo accompagnato Melai al tram per la
partenza definitiva. La signora mia suocera lo
ha avvertito che in fondo alle calze troverà la
sorpresa di una caramella.

Io gli ho detto affettuosamente:

— Lei, signor Melai, è un po' alto di statura.
Veda di non sporgere con la testa. E se mi permette,
eviti le azioni cavalleresche. Io, intanto,
le manderò della polvere di nostra creazione
contro le bestioline.

Il ritorno fu molto eloquente fra me e l'avvocato;
monosillabico con la signorina Oretta.

— Si ha da vedere — dice l'avvocato — dopo
tanti anni che è stato fabbricato il mondo, dopo
Grozio, dopo Alberigo Gentile, che gli uomini si
devano scannare, massacrare! Chi l'avrebbe mai
detto?

[pg!184]
— Qualche cosa, però, si capiva — dico io. — Mi
ricordo dell'esposizione di Milano, nel 1906.
Qui c'era il padiglione della Francia: era l'arte
*de se déshabiller*. Di fronte c'era il padiglione
della Germania. Bene, sa lei che cosa ci avevan
messo all'ingresso principale? Due bocche di
cannone. «Ohi là!» mi ricordo che ho detto. E
l'anno scorso, un commesso di una casa di
Lipsia mi diceva: «Fate buoni acquisti, signor
Sconer, perchè quando nostro imperatore darà il
segnale, la Germania si muoverà come un serpente
d'acciaio». Cosa vuole? Non avevano più
soldi, e l'imperatore ha detto: «Ragazzi miei,
perchè volete rubare in casa del vostro buon
papà? Andiamo a rubare in casa degli altri».
È stata una festa per tutti i partiti. Se la va,
la va! La guerra è un affare.

— Ah, — esclama forte madama Caramella-è
perchè non c'è più religione.

— Brava! — dico io. — Quello che diciamo
noi a Milano: *non c'è più religione.*

Ma ecco che l'avvocato *dà fuori da matto*, e
dice:

— Se non ci fosse quest'angioletto, andrei
a farmi ammazzare anch'io.

Allora l'angioletto *dà fuori da matta* anche lei,
e dice:

[pg!185]
— No, papà! no, papà, anche tu.

— Ma ci sarà bene la Divina Provvidenza! — dice
ancora madama Caramella.

— Già, ma non si muove — le dico io. — Ma
sa, avvocato, che ora abbiam fatto? Oramai è
mezzanotte. E domattina devo essere a Genova.
Parto con l'automobile.

.. vspace:: 1

.. class:: center large

\ *

.. vspace:: 1

Mentre lo *chauffeur* metteva in ordine la macchina,
l'avvocato diceva:

— Guarda che luna!

Gli alberelli, fermi nella luna, parevano d'argento.

— E pensare, in una notte così serena, quella
povera Francia, quel povero Belgio....

— E anche questa povera Italia, caro avvocato — dico
io —, perchè non si sa mai! — Ma
tu — dissi allo *chauffeur* — non guardare
la luna e non pensare al Belgio, perchè vogliamo
arrivare a Genova: e non a Vega, o
in fondo a qualche burrone.

[pg!186]




XXVI. — UNO SPETTACOLO INDECENTE.
=================================


L'affare di Genova si presentava eccellente
ma alquanto complicato. Si trattava di riscattare
subito una polizza di pegno di oggetti preziosi.
La mia lungimirante pupilla prevedeva, che l'impiego
di capitali in brillanti ed in perle, in questo
precipitare dei valori cartacei, sarebbe stato un
ottimo investimento; e nel tempo stesso mi procuravo
doni nuziali, degni di me.

A Milano (perchè ho dovuto andare anche a
Milano a consultare il mio legale), sgradevole
sorpresa: Biagino, il mio *chauffeur*, chiamato
sotto le armi. Peccato, un bravo ragazzo! Rubava
su la benzina e su le gomme in modo del tutto
soddisfacente. Altra sorpresa sgradevole: tornando
un giorno a casa mia, quattro soldatini
feriti, allineati contro il muro al passaggio della
mia automobile, levarono le stampelle contro di
me, dicendo: *Managgia li cani!* Si capiva che
erano romani, ma anche che i tempi si fanno
climaterici.

Smettiamo l'automobile!

[pg!187]
Sinceramente, fui molto felice quando potei
commutare nei gioielli gli assegni bancari che
avevo preso con me quando mi recai la prima
volta a P\*\*\* per comperare la contessina dalla
chioma d'oro.

«Ebbene, compreremo invece Oretta dalla chioma
bruna».

Quei gioielli erano bellissimi.

V'era tra essi una collana di perle di un oriente
perfetto che rappresentava da sola un valore
non troppo inferiore al totale della somma da
me impiegata.

«Gran Dio — dicevo tra me — quando io faccio
vedere questo spettacolo a madama Caramella,
essa è capace di commettere delle sciocchezze
personali. Ebbene no, signora. Si tratta di un
semplice regalo di nozze». E voglio vedere se
gli occhi di Oretta si fisseranno con indifferenza
su queste gioie degne di una principessa di casa
regnante. «Via, signorina, che il tempo delle
violette mammole è trascorso, e alle rose convengono
sì fatti ornamenti».

Ebbene, quello che è successo appartiene al
numero dei fatti inauditi, fantastici: direi cinematografici.

Io ne ho segnata la data memorabile: venerdì,
sette giugno, ore undici e mezzo del mattino.

[pg!188]

.. vspace:: 1

.. class:: center large

\ *

.. vspace:: 1

Ma procediamo con ordine. Ero tornato da
Genova a P\*\*\* col treno, dopo un viaggio disastroso;
accaldato, assonnato, perchè quando si
porta con sè una borsetta di simile valore non
è il caso di addormentarsi.

Pensavo con piacere a Lisetta: «appena arrivato,
faccio levare due secchi d'acqua, di quell'acqua
gelida dal fondo del pozzo». Ne sentivo
in fantasia la sferzata dolce e ristoratrice. «Presto,
Lisetta! Il mio pijama e questi due marenghi
per voi: uno per secchio». Godevo a questo
fresco pensiero.

Appena sceso a P\*\*\*, ho preso una carrozzella
e, con la mia borsetta in mano, mi sono fatto
condurre al mio *chalet*. Il cavallo andava assai
piano, ma non importa. Appena fuori della porta,
l'aria della campagna cominciò a ventilare. V'era
l'odore fresco del trifoglio rosso nei campi, v'era
l'odore caldo delle spighe, mature ormai; v'erano
i grappoli bianchi delle acacie. «La natura — pensavo — è
sostanzialmente profumiera come
me».

Ma il cavallo andava assai piano, tanto che
apersi la busta di un biglietto che mi giaceva
in tasca. Era del mio meccanico e diceva: «Se
[pg!189]
torno, riprenderò servizio presso di lei, se non
torno, dirò: Viva l'Italia». «Ma che bravo ragazzo!
Siamo tutti patriotti, adesso. Speriamo che
ogni cosa vada a finir bene, e allora faremo belle
gite per queste colline idilliche, con la signora
Oretta, e forse con l'erede, a cui presenteremo
il mondo sotto il suo aspetto più simpatico».

Ma quando fummo al piede della salita, il cavallo
si rifiutò di salire.

— Queste povere bestie — disse il vetturale — non
mangiano più biada e non hanno più forza.

— Ebbene — risposi, — faremo quest'ultimo
tratto a piedi.

Sono sceso e, con la mia borsetta in mano,
mi sono avviato verso lo *chalet*.

Ma che cosa videro sotto la pergola le mie
esterrefatte pupille?

È lui o non è lui?

Era Melai.

Ma non era partito? Se era lui, evidentemente
non era partito.

Ho avuto una specie di turbamento premonitore.

Melai si intravedeva, sotto la pergola, pacificamente
seduto su la poltrona di vimini. Fumava
beato una sigaretta e spingeva le spire
del fumo verso il cielo.

[pg!190]
Ma non era solo. Oretta era in piedi davanti
a lui.

E papà? e mamà? Nessuno! Nessuno, fuor
che cane Leone, addormentato.

Fin qui nulla di eccezionalmente grave; ma
io avevo la percezione che stava per succedere
qualche cosa di grave; perciò, quasi senza volerlo,
mi trovai giù nel fosso e guardavo attraverso
la siepe quello che stava succedendo sotto
la pergola.

La scena era muta ma si capiva lo stesso.
Gli occhi di Melai erano imbambolati nella contemplazione
di Oretta; ed io sentivo che i miei
occhi diventavano feroci.

Ad un tratto la manina di Oretta si mosse,
prese dalla scatola, che era sul tavolino di vimini,
un cioccolatino: lo spogliò dolcemente,
allungò la manina. La bocca di Melai era anche
essa imbambolata. Buttò via la sigaretta, e la signorina
gli insinuò il cioccolatino nella bocca.
E seguitò.

«Ma che confidenze son queste? Ma questo è
un male ereditario! Ma quella scatola è la mia
scatola, quei cioccolatini sono i miei cioccolatini!».

Melai teneva ora chiusi gli occhi come alla
prima comunione.

[pg!191]
«Ah, è questa la rinuncia, o impostore?» esclamai.
«Ma qui succede qualche cosa di molto più
grave».

Ad un tratto, cosa vedo? Vedo la signorina
Oretta che si accosta anche più verso di lui;
allunga la mano, e immerge la mano dentro i
capelli di lui.

La mano passava e ripassava come se pettinasse:
«la dama pettinava il damigello». Lui
andava indietro con la fronte e si lasciava pettinare.
Era uno spettacolo grandioso: muto. Ma
io sentivo fischiarmi le orecchie. Mi parve ad
un tratto che nella campagna ci fossero come
nascosti dei piccoli genietti che accompagnassero
quella scena con i violini. Forse erano le
cicale.

Poi, non so, o era il sole che si moveva sotto
la pergola, o erano i miei occhi esterrefatti, ma
le due figure si spostavano stranamente.

Oretta si piegava sempre di più, o si lasciava
piegare; le pupille loro si avvicinarono; i due
volti si confusero, e allora non si mossero più.
Ma questo evidentemente è un bacio! La musica
dei genietti si fermò, e anche il sole si
fermò.

Non so per quanto tempo Melai e Oretta rimasero
così, perchè io ero oramai paralizzato in
[pg!192]
fondo al fosso. Mi riscossi un po' per volta, e
dicevo: «Ma si baciano sempre! Brava, signorina
Oretta, e congratulazioni anche a lei, signor
Melai, congratulazioni! Ah, un bel santo!»

Volevo apparire dicendo così, ma non potei,
perchè, d'improvviso, cane Leone si destò; latrò
con rabbia, latrò con ferocia: lo vidi, con la gola
spalancata e tutta la pelliccia furibonda, balzare
verso di me.

Mi sono trovato nel mio *chalet*, sporco come
un mostro. Per fortuna avevo ancora con me
la mia borsetta.




XXVII. — MI ADIRO PER LA PRIMA VOLTA.
=====================================


Soltanto quando mi trovai nel mio *chalet*, e
lo specchio mi rimandò la mia figura deformata
e sudicia, ebbi la completa sensazione del
mio dolore. Io ruggivo: «Infame! Santarellina!
*Mamz'elle Nitouche!* Tira via, non c'è papà!
Ah, è timida, dice papà».

L'edificio da me costruito con tanta cura, dispendio
di tempo e — diciamo pure — di denaro,
era crollato. E volendo essere esatti, bisogna
[pg!193]
dire: «seguitava a crollare». Una ragazzina
minorenne, davanti alla quale io, con suprema
delicatezza, mi sono trattenuto sempre
dal proferire le parole sacramentali: «Signorina,
io vi amo» dare dei baci così! baci di donna
provetta. Ah, falsa minorenne! Forse non esistono
più minorenni. Probabilmente mentre io
mi spazzolavo il vestito, essi seguitavano ancora
a baciarsi; e allora dovetti constatare che
io soffrivo. Infatti avevo gli occhi fuori della
testa. E più forse del bacio, mi faceva fremere
la visione degli atti preparatori del medesimo,
quando lei pettinava lui così dolcemente con la
mano; quando lei gli insinuava nella bocca i
miei cioccolatini. Così! Faceva così! E feci a me
stesso l'atto di insinuarmi in bocca i cioccolatini
col rosolio. «Tu soffri realmente, Ginetto
Sconer, tu soffri!» Il sapore di quella fanciulla,
che dovevo gustare io, se lo è invece gustato
Melai. Guai se io fossi un uomo sanguinario
come usa adesso! A quest'ora sotto quella pergola
esisterebbero due cadaveri.

.. vspace:: 1

.. class:: center large

\ *

.. vspace:: 1

La mattina seguente stavo un po' meglio, ma
non così che, quando venne Lisetta per rassettare
le camere, io non dicessi:

[pg!194]
— Ah, belle cose, belle cose che succedono
in questa casa! Congratulazioni, molte congratulazioni
con la vostra padroncina.

— Perchè, signore? — mi domandò Lisetta.

— Voi non sapete forse quello che ieri è successo
verso quest'ora, là, sotto la pergola?

E raccontai quello che avevo veduto: — Uno
spettacolo indecente. Non saprei dire per quanto
tempo ha seguitato a pettinarlo.

— Capirà, signore, che finchè lo pettina lei,
non lo pettina la morte. Faceva così tutte le
mattine nei giorni che lei è stato via.

— Voi dite?

Ella diceva così.

— Ma quella sera che io sono partito, è partito
anche lui! Allora era una falsa partenza.

— Non so, signore — disse Lisetta —, ma io
credo che abbia ottenuto una proroga per affari
di famiglia.

— Ah, li chiamate affari di famiglia? Ah, un
bell'ordine nell'esercito!

— La mattina dopo che lei è partito, signore,
lo abbiamo visto comparire ancora qui, e la padrona
gli ha fatto tanta festa.

— Allora sua madre sapeva tutto.

— Io credo di sì.

— E anche lui, il padre?

[pg!195]
— Oh, lui sa sempre le cose per ultimo.

— Ma questo amore come è nato?

— Chi lo sa, signore? L'amore nasce così!

— Ma come «così»? Così sotto la pergola?

— Tutto può darsi, anche sotto la pergola.

— Ma voi Lisetta, che sapevate le mie intenzioni,
voi che vedevate che io ero assente, perchè
non siete corsa ai ripari?

— Ah, signore — esclamò Lisetta mortificata — io
ho fatto quello che potevo fare; e appena
ho potuto, ho parlato alla signorina.

— Ebbene?

— Io non glielo volevo dire, signore, per non
darle dispiacere.

— Vi autorizzo a parlare.

— Ebbene, già che lo vuol sapere, la signorina
ha detto: «Taci, taci Lisetta! Io sposare
un uomo così grosso e rosso che potrebbe essere
mio padre?».

— Così ha detto? Inaudito!

— Precise parole.

— Ma voi dovevate insistere: «un uomo che
sa quel che dice, che sa quel che vuole, che
conta qualche cosa nel mondo».

— L'ho detto, signore.

— E lei?

— Lei? Lei ha detto: «con tutte quelle sciocchezze
[pg!196]
che dice, che fa venire il latte ai ginocchi».

— Idiota fanciulla! Dovevate dirle che io ero
d'accordo con suo padre.

— Anche questo ho detto.

— E vi ha risposto?

— Che piuttosto che sposare un parrucchiere,
fosse anche coperto d'oro, si butterebbe giù dal
campanile di San Fulgenzio, che è il più alto
della città.

— Ma è pazza quella fanciulla!

— È innamorata, signore!

Lisetta tacque, e anch'io.

Ma quelle parole atroci riferite da Lisetta mi
fischiavano alle orecchie. Io parrucchiere? Io
sono un costruttore della bellezza, e anche di
civiltà, perchè chi usa i miei prodotti è educato
e civile. Sentivo in me un'auto-intossicazione di
furore.

— Io tirerò le orecchie a quel signore — dissi.

— Non lo faccia, per carità — disse Lisetta. — Tutti
quelli che sono stati in guerra hanno preso
lo spirito sanguinario.

— Credete forse che io abbia paura?

— Oh, no, signore: ma dico che è un momento
succedere una disgrazia.

— Io, del resto, non voglio fare tragedie, ma
[pg!197]
gli parlerò ad ogni modo e gli dirò il fatto mio:
«Ah, lei, bel giovane, che contemplava le stelle.
Lei preferisce però contemplare qualche altra
cosa sotto la pergola. Congratulazioni!» Oh, gli
dirò questo ed altro.

— È impossibile perchè è partito.

— Non ci credo, perchè doveva già essere
partito tante volte. Sarà partito provvisoriamente.

— No, definitivamente.

— Allora gli scriverò: «Ah, falso sentimentale!
Le piacciono invece le cose di questo basso
mondo, compresi i miei cioccolatini». E, quella
infelice, preferisce uno sbarbatello, che oggi c'è
e domani non c'è, a me che nel mondo conto
per qualche cosa. «Dico sciocchezze», io! «Un
uomo grosso e rosso», io!

— Lei è un uomo che può dare soddisfazione
a qualunque donna.

— Voi avete proferito una grande verità. Ma
voi non sapete tutto. Sapete perchè io sono andato
a Genova? Questo, vedete, è il terribile! Io
sono andato a posta a Genova per comperare il
regalo di nozze. E proprio mentre io comperavo
i gioielli più rari, ero tradito.

— Oh, povero signore! Ma davvero proprio?

— Dubitereste forse di quello che io dico? Venite
qui, venite qui, Lisetta. Guardate. Guardate,
[pg!198]
tanto per avere un'idea di chi sono io. Questo
era il regalo di nozze.

La ho condotta nella mia stanza e ho aperto
la borsetta.

— Maria santissima! Spavento!

— Guardate soltanto questa collana. Per darvene
un'idea, neppure la regina ne ha una così.

Allungò il dito per toccarla.

— Voi dovete sentire il peso.

— E sono perle vere?

— Vere? Vero oriente. Mica scaramazze.

— E costano tanto?

— Come voi, come lei, come lui, come tutta questa
catapecchia, con l'avvocato e sua moglie compresa.
Sì, sì, pigliate pure. Già tanto io me ne andrò
di qui. Quelle forbicette, quella cipria. Anche
quella pompetta dell'acqua d'odore, se vi fa voglia.

E le permisi di saccheggiare la mia toletta.

.. vspace:: 1

.. class:: center large

\ *

.. vspace:: 1

Scesi in giardino perchè sentivo che avevo
gli occhi feroci, e la mia fisonomia era in disordine.
Non vedevo più niente. Ma quando ho visto
i gattini di Oretta che immergevano la linguetta
rossa nel latte bianco, attorno alla ciòtola, ho
dato un calcio formidabile: due gattini sono saltati
in volata sopra la siepe.

[pg!199]




XXVIII. — DIVENTO QUASI FILOSOFO E ANCHE POETA.
===============================================


Quel giorno mi sono eccitato; ma poi dopo
mi sono calmato. Però dentro mi è rimasta una
sensazione amara e disgustevole.

Eccola là, la impudica fanciulla!

Io la vedevo dalla finestra del mio *chalet*, sotto
la pergola, che lavorava, e c'era ai suoi piedi
quell'abbominevole cane Leone. Chi avrebbe mai
imaginato che colei fosse stata capace di dare
dei baci così? di fare delle carezze così? Una
fanciulla ancor minorenne! «No, signorina! voi
eravate una falsa minorenne, un surrogato del
giglio. Voi avete sorpreso la mia buona fede».

Io rivolgevo mentalmente queste parole dalla
mia finestra alla signorina Oretta quando mi
accorsi che nel mio giardino c'erano dei gigli.
Come erano nati? Probabilmente erano già nati,
e si erano dischiusi senza che io me ne avvedessi.

Così forse è avvenuto di Oretta: si è dischiusa
sotto l'amore. Le donne di Lionello si dischiudono
d'estate e d'inverno; ma lo spettacolo naturale
[pg!200]
è più bello. Se non che dovevo essere io
a dischiudere, signor Melai. Io, non voi! Voi
avete requisita la mia proprietà! Era la gelosia.
Che spaventoso sentimento! Agisce da pompa
aspirante al cuore e porta via tutto il sangue,
tutta la proprietà. Voi non avete più la vostra
proprietà. Sì! Eccola là, ma non è più vostra:
è di un altro. La proprietà di una donna non è
come quella della mia palazzina. Non c'è altra
abbondanza che di donne, ma che importa? È
quella donna! Con quel ricamo della bocca, con
quel sorriso, con quel sapore non ce n'è che
una. Perchè, Oretta, non hai fatto le carezze a
me? Perchè non hai pettinato, così, così i miei
capelli?

Mentre io facevo così e così, mi accorsi che
questa operazione non si poteva compiere troppo
bene, perchè i miei capelli sono alquanto incatramati
dalla pomatina. Ritrassi infatti la mano
profumata bensì; ma appiccicata.

Posso convenire che i capelli di Melai si prestano
meglio a questa operazione.

Ma ciò non toglie che voi, signor Melai, abbiate
requisita la mia proprietà. La quale si lasciò
requisire. E allora mi ritornarono alla mente
quelle abbominevoli parole di lei: «Un uomo
grosso e rosso...!».

[pg!201]
Ah, signorina Oretta! Un uomo grosso e
rosso, io?

«La vostra opinione, signorina — la apostrofai
dalla finestra — è errata! Io sono io! Non sarò
un ragno, vestito in grigio-verde; ma io sono
un uomo *in gamba* e che conta qualche cosa
nel mondo; e il vostro Melai è uno che oggi c'è,
e domani non c'è. E voi, signorina? Io vi credevo
capace, non solo di pudore, ma anche di
comprendere il vantaggio della posizione eccezionale
che io vi offrivo. Questa poesia di tipo
superiore voi non la avete capita. Tal sia di voi».

.. vspace:: 1

.. class:: center large

\ *

.. vspace:: 1

Stavo ravviando col pettine i capelli disordinati,
quando entrò la Lisetta.

— Vi pare, Lisetta, che io sia grosso e rosso?
I capelli rossi! No, rossi: tizianeschi. Lasciate,
lasciate passare un po' di tempo, e poi vedrete
che la vecchia e la giovane avranno a pentirsi
amaramente.

— Forse lei, signore, ha ragione — disse Lisetta. — Sapesse
adesso la mia padroncina quanto
soffre da quando lui è partito. Non dorme più,
non mangia più; è diventata pallida.

— Questa notizia — dico io — mi fa piacere.
Prenda il papavero! Oh, non capita mica tutti i
[pg!202]
giorni ad una povera provinciale di trovare un
marito con centomila lire di regali in soli gioielli,
oltre il resto.

— Poverina! Sarà calata, da quando lui è partito,
di tre buoni chili....

— Un chilo al giorno, — dico io.

— Adesso sì che non digerisce più bene!

— Prenda la cascara sagrada, — dico io.

— Prega tutto il giorno perchè il Signore lo
faccia salvo.

— Ditele che faccia anche un altro voto: di
non uscire di casa il sabato, così sono due giorni,
venerdì e sabato.

— Ma lei è ben cattivo, signore!

— Pretendereste forse che io fossi buono con
chi mi ha fatto del male?




XXIX. — L'INUTILITÀ DELLA MIA SAGGIA ELOQUENZA.
===============================================


Io non avrei avuto questa conferenza con la
signorina Oretta, se la persistenza di lei sotto
la pergola non avesse eccitato sempre più la
mia indignazione. E d'altra parte il mio amor
[pg!203]
proprio oltraggiato domandava qualche riparazione.

Ella si stava mattina e sera, sola soletta, sotto
la pergola, curva a lavorare; con cane Leone,
immobile ai suoi piedi.

Deliberato il colloquio, feci una *toilette* come
per una visita di condoglianza. Infilai un paio di
guanti e mi inoltrai per il vialetto. Il mio passo
scricchiolante su la ghiaia fece voltare la testa
ad Oretta. Cane Leone — maledetto sempre — era
anche lui tetro: non voltò la testa, non latrò:
ma si limitò a mostrarmi i suoi denti.

— Buon giorno, signorina Oretta — dissi. — Io
sono dolente di non aver potuto salutare
ancora una volta il signor Melai, tanto caro e
simpatico giovane.

— È partito.

— Definitivamente, lo so.

(Silenzio).

— Permette, signorina, che io mi sieda?

— Ma la prego.

(«E anche lei permette, è vero?» — dissi con
lo sguardo a cane Leone). Mi sono seduto su
la poltroncina di vimini, dove sedeva Melai.

— Permette anche, signorina Oretta, che le parli?

— Ma la prego.

Ella stava sempre con la testa in giù, sul ricamo.
[pg!204]
Ed io allora ho iniziato verso la signorina
Oretta un discorso patetico e insieme persuasivo: — Signorina
Oretta — cominciai —, le
parlerò, come dire? non poeticamente ma praticamente:
prima di venerdì sette giugno, ore
undici e mezzo del mattino, io vivevo nel convincimento
che ella non avesse mai varcato la
frontiera, come dire? dell'Amore. Anzi credevo
che ella ne ignorasse persino l'esistenza: per
conseguenza, io, da quel perfetto *gentleman* che
mi onoro di essere, mi sono mantenuto verso
di lei sempre in un decoroso riserbo. Ho l'onore
di essere ascoltato, è vero, signorina?

La signorina Oretta non disse nulla ed io
proseguii:

— Ma la mattina di venerdì sette giugno, alle
ore undici e mezzo, reduce appunto da un mio
viaggio a Genova, che ha, se permette, qualche
relazione con quanto sono per dirle, ho dovuto
constatare, in modo — la prego di credere — del
tutto casuale ma irrefragabile, che lei sotto
questo *bersò* era già a conoscenza, per non dire
in possesso, del territorio d'Amore. Specifico: è
stato così e così....

Mentre io specificavo, credevo di essere interrotto:
ma non fu così. Credevo che il suo
volto arrossisse. Ma niente di tutto questo.

[pg!205]
Finii allora di specificare.

Ella si irrigidì.

— Sono dolente — dissi — che il signor Melai
sia partito, perchè gli volevo, oh non già fare
scene tragiche, ma così, semplicemente dire:
«Congratulazioni, signor Melai, congratulazioni
sincere! Constatiamo che lei, dopo avere proclamato
la vanità delle cose di questo mondo, è ritornato
sopra la sua opinione; e che, dopo avere
contemplato la luna e le stelle, ha trovato che è
piacevole anche abbassare gli occhi sopra un
amabile volto. Congratulazioni!».

La signorina Oretta cominciò a capire il mio
significativo linguaggio e si scosse; ma io proseguii:

— E congratulazioni anche con lei, che ha saputo
chiamare quel giovane ad una valutazione
più esatta dei beni terreni. Questa cosa ha fatto
piacere a lui, per quanto abbia fatto dispiacere
a me. Ma niente di male, signorina! Lì per lì,
confesso, la cosa mi ha prodotto una certa impressione,
direi sfavorevole al di lei confronto;
ma poi ci ho pensato, e ho trovato che la cosa,
o con l'intervento del signor Melai o con l'intervento
di un altro, doveva succedere, o in
quel giorno o più tardi. Avrei desiderato col mio
intervento,... ma non è questo l'argomento dell'attuale
[pg!206]
colloquio. Quello che mi premeva di significare,
è che la mia attenzione si era posata
con benevolenza sopra di lei: tanto è vero che
mi ero permesso qualche *avance* di matrimonio
col di lei genitore, e ne avevo avuto buoni affidamenti.
Ma io le dirò di più: il mio viaggio a
Genova era avvenuto per acquistare l'omaggio
di alcune bazzecole decorative, le quali non sono
sdegnate anche dalle più rigide virtù. Senonchè
la mattina del sette giugno ho assistito all'assalto
della di lei virtù. Questo spettacolo, creda,
non era nel programma del mio viaggio! Ma
badi: io non discuto in questo momento la preferenza
data al signor Melai: Melai le è simpatico,
e perciò io devo essere antipatico. Il mio
orgoglio d'uomo è rimasto ferito. A lei non importa,
lo so. Semplicemente mi sorprende che
in una signorina, come è lei, che io avevo prescelto
specialmente per le sue qualità di equilibrio
mentale, abbia potuto aver luogo un fenomeno
così folgorante di passione, diciamo così,
irrazionale. «No! parlo piano — dissi a cane
Leone che stava attento: — parlo piano come
è mia abitudine: piano, ma energico e preciso».
E attesi una risposta.

Allora la signorina Oretta mosse le labbra, e
venne fuori questa risposta:

[pg!207]
— Noi ci conoscevamo da prima.

— Ecco un particolare del tutto ignorato — dissi. — Con
ciò ella vuole significare che esisteva
un diritto di prelazione in favore del signor
Melai....

Fece cenno di sì.

— Il mio cuore sanguina; ma l'onore è salvo!

La signorina Oretta ebbe allora un sussulto:
con la mano frugò, trasse una lettera: me la offrì.

— Signorina — dissi — ella vuole offrire la
documentazione di quanto asserisce verbalmente;
ma non importa, la prego.

Ma ella insistette.

— Ebbene, quando ella insiste....

Allora io estrassi dalla busta la lettera, apersi
il foglio, e lessi le cose seguenti:

*«Signorina, mi chiamo Marco Melai; sono
caporale nel 6º Battaglione Cividale. Ho ventidue
anni e mi trovo in guerra dal 5 ottobre 1915.
Sono stato già ferito una volta. Mio padre è colonnello;
la mia povera mamma non c'è più in
questo mondo. Credo che questa presentazione
sia bastevole. Dove mi trovo? Sui monti. A lei
indovinare. Vuole diventare la madrina dei miei
alpini? La assicuro che sono giovani forti, buoni
e valorosi. Non spetterebbe forse a me il dirlo,
ma la verità non sta mai male».*

[pg!208]
Rimisi la lettera nella busta, e gliela restituii
con bel garbo.

Ella la ripose nel non voluminoso archivio
del suo seno.

— Ma mi permetta, signorina — ripresi: — dallo
stile di questa lettera sembra che questo
signore non conoscesse lei di persona.

Oretta rispose:

— E nemmeno io conosceva lui.

— Sarebbe indiscrezione domandare qualche
schiarimento in proposito?

— L'anno scorso — disse allora Oretta — io
ero ancora a scuola, quando la signora direttrice
ci ha invitate a dare qualche libro di lettura
per i soldati.... Io allora ho dato le *Mie Prigioni*
di Silvio Pellico, dove c'era scritto, sul
frontespizio, il mio nome....

— E probabilmente anche l'indirizzo....

— Sì, signore. E allora una mattina, ecco che
viene il postino, e mi consegna questa lettera
qui....

— Signorina, la prego: si calmi. E appena ricevuta
questa lettera, lei ha risposto....

— L'ho fatta vedere....

— A papà!

— No, a mamà.

— E mamà ha detto?

[pg!209]
— Di rispondere con due parole gentili.

— E lei, naturalmente, ha risposto.

— Sì, signore.

— E lui ha continuato a rispondere....

— Sì, signore. Dopo io l'ho conosciuto qui all'ospedale,
dove andavo con mamà. Una volta,
andando all'ospedale, io avevo una rosa con me....

— E lui gliel'ha chiesta.

— Sì, signore.

— E lei gliel'ha data.

— Sì, signore.

— E mamà era presente?

— Sì, signore.

(Ho capito: la rosa era diventata un rosaio).

— Permette ora una domanda? Lei vuol bene
a suo papà oltre che a mamà, è vero?

Mi guardò stupefatta.

— Suo papà è un uomo serio, un uomo positivo.
Egli sa che le rose fioriscono in maggio,
ma dopo viene l'inverno. Il suo sguardo vede
soltanto la primavera, ma il nostro è più lungimirante
e si estende in tutto l'orizzonte della vita.
Crede lei, signorina, che il di lei babbo sarà contento
quando saprà che lei ha legato il suo destino
a quello di un soldato?

— Allievo ufficiale, signore!

— Sia pure *allievo ufficiale*....

[pg!210]
Io volevo dire *allievo cadavere*, ma me ne
astenni; i due laghi alpini si venivano velando,
e il mio primo sentimento fu di estrarre dalla
tasca il mio fazzoletto, e passarlo su quel visino.
Però provavo piacere a vederla soffrire.

— Ma sono queste anime pure — esclamò
d'un tratto — che si sacrificano oggi così.

La signorina Oretta proferì queste parole con
notevole eccitazione, e in quella circostanza io
potei constatare l'agitarsi di quel seno, che fino
a quel giorno brillava per la sua assenza.

— Signorina — risposi — condivido i suoi
nobili sentimenti; però se lei volesse ritornare
sopra le sue deliberazioni, se vuol dimandarne
una dilazione nella risposta, per conto mio sarei
disposto a considerare come non avvenuto il
fenomeno apparso sotto questo *bersò*, la mattina
del sette giugno.

Ma la risposta fu improvvisa e non quale la
mia generosità meritava.

— Signore — mi disse — io ho fatto quello
che dovevo fare secondo il mio cuore. Se lui tornerà,
ci sposeremo. Se no, sarà quello che Dio
vorrà.

Lei diceva queste parole per conto suo, e due
lagrime intanto, emissarie dei due laghi alpini,
scendevano per conto loro giù per le gote.

[pg!211]
— Quando è così, basta, signorina, basta!
Quello che lei ha fatto è sentimentale, ma non
è pratico — dissi presentandole la mano guantata.

Mi sono alzato e mi sono inchinato.

.. vspace:: 1

.. class:: center large

\ *

.. vspace:: 1

La signorina Oretta non poteva dichiarare in
modo più esplicito di avere abbandonato tutte
le sue riserve al prestito nazionale per la guerra.
Tuttavia è un fatto che le donne hanno la tendenza
a dare il loro voto agli uomini di tipo
sanguinario. Non mi parve dovere esporre la
mia dignità a ulteriori insistenze. Prosegua, prosegua
a piangere, signorina Oretta! Quando quel
signore tornerà, se tornerà, non troverà che
un naso, i capelli, e quattro ossi in croce della
fu signorina Oretta.




XXX. — LA VENDETTA È IL CIBO DEGLI DEI.
=======================================


Seduto davanti allo *chalet*, io eseguivo una specie
di bilancio consuntivo, quando un'ombra intercettò
la luce, e si fermò davanti a me.

Era madama Caramella. A quella vista sentii
[pg!212]
nascere in me un così concentrato furore che,
per la prima volta, mi giudicai capace di una
azione violenta.

— Buon giorno, cavaliere, — mi dice con adorabile
tranquillità. — In settimana verrà senza
fallo l'imbianchino a pulire la cucina.

— L'imbianchino? Non occorre più.

— Ma non viene la sua signora madre?

— No. È andata ad *Aix-les-Bains*.

— Oh, quanto mi dispiace!

— Anche a me.

Silenzio.

— Mi pare di cattivo umore, cavaliere, — dice
madama Caramella.

— Io? Può darsi. Ma lei invece, per quello che
succede, mi pare di troppo buon umore.

— Qualche cattiva notizia nel bollettino della
guerra?

— Nel bollettino della guerra? Non so: ma nel
suo bollettino, sì certo.

— Mio?

— Suo, sì, di lei. Come? Non lo sa? Ma lei è
entrata in guerra! Io ne sono ancora stupefatto:
una donna come lei che non è più una giovanetta,
che fino a ieri aveva dato prova di equilibrio
mentale, di senso della realtà, decreta anche
lei improvvisamente il salto nel vuoto; e
[pg!213]
finchè lo fa lei il salto, poco male, ma ci spinge
la sua figliuola e quel buon uomo di suo marito.
Io credevo che lei volesse bene alla sua famiglia.

Constato con piacere che madama Caramella
è stupefatta alle mie parole.

Madama Caramella mi domanda che cosa è
successo.

— Lo domanda a me? Le sue vesti bruciano,
e mi domanda che cosa succede? Lei lo deve
sapere meglio di me. Non è lei che ha permesso
a quel signor Melai di venir qui?

— Ma sono fidanzati. È naturale!

— Quanto a *naturale*, nessuno ne dubita. Anzi
io le posso dire che tre giorni fa, alle ore undici
e mezzo del mattino, tornando da Genova,
ho assistito là, sotto quella pergola, ad una
scena anche troppo naturale.

Descrivo la scena, ma madama Caramella non
stupisce, non arrossisce. Si limita ad osservare
che un bacio tra fidanzati è una cosa che usa da
molto tempo. — Ma, e poi, scusi, cosa c'entra lei?

— Mi domanda cosa c'entro io? Arriveremo
anche a questo punto. Intanto le faccio osservare
che quello era un bacio speciale, come una
*film* di lungo metraggio, ai cui ultimi quadri
io mi sono sottratto per ragioni di decoro personale.
E lei poi si scandalizza per un po' di
[pg!214]
gambe che mostrano le ragazze a Milano! Ma
lasciamola là! Questo fidanzamento è avvenuto
col suo consenso?

— Sa lei forse — domanda madama Caramella — qualche
cosa sul conto di Melai? Un
giovane di famiglia onorata....

— Non discuto affatto.

— Un giovane che ha sempre proceduto con
la più scrupolosa delicatezza, tanto è vero che
la prima cosa fu di presentarsi a me con una
lettera di suo padre. E d'altra parte domando e
dico: ad un giovane che fa il suo dovere per
la patria, ad un giovane ferito, all'ospedale, solo,
poverino, che domandava di corrispondere con
Oretta, potevo io dir di no? Ma se non ci aiutiamo
fra noi, buoni, chi ci deve aiutare?

— È un'opinione rispettabile, ma non condivido.
Il suo preciso dovere era invece, appena
ella si accorse di quella passione, di troncare:
taglio netto. Probabilmente anche lei, madama,
si è lasciata sedurre dalla montura.

— Oh!

— Prego, si calmi. Osservi invece — tanto
per incidenza — come è ridotta sua figlia. Pareva
un fiorellino, e adesso è uno straccio.

— Ma bisogna bene soffrire qualche cosa in
questo mondo....

[pg!215]
— Ma chi le ha dato da intendere questo?

Madama Caramella guarda la mia calma con
un principio di alienazione mentale.

— Oh, io sono certa — disse madama Caramella — che
quando mio marito saprà tutto,
dirà: «Hai fatto bene!».

— Io non credo: ma se fosse così, direi che
il di lei consorte è molto più poeta di Cioccolani!
Scusi, signora, ma lei sta in piedi e ciò mi dispiace.

Prendo una sedia, e prego madama Caramella
di accomodarsi.

Proseguo: — Mi posso sbagliare, anzi mi auguro
di sbagliare; ma lei, cara signora, ha commesso
un'imprudenza le cui conseguenze possono
essere incalcolabili. Lei ha arrestato il
benessere della sua famiglia. Ma certo! Sa lei
come vanno in malora le famiglie? Generalmente
in conseguenza di un errore iniziale che passa
quasi sempre inavvertito: che può essere la
firma a una cambiale di favore, un contratto
sbagliato, una mancanza di precauzione igienica,
un matrimonio fatto coi piedi: appunto una mancanza
di igiene morale: è il suo caso! Dopo,
cara signora, lei ha un bel seguitare a fare il
bucato in casa, tener le galline, fare i salamini
e i prosciutti in famiglia....

[pg!216]
Constato con piacere che madama Caramella
è presa da un po' di convulso.

— Ma quando sarà finita la guerra, quando
lui tornerà, saranno felici. Non crede lei che la
guerra finirà presto? — domandò con ansia
madama Caramella.

— Finire? Ma se è appena un anno che è
cominciata? Dove ha letto lei queste panzane?
Nei giornali forse? Ma cosa crede lei che scorticare
i tedeschi sia facile come scorticare il suo
porcello? Eh! eh! Noi uomini d'affari ne sappiamo
qualche cosa. Finire? Ma, prima, si deve muovere
l'America, che sono cento milioni; poi si deve
muovere l'Asia che sono almeno altri cinquecento
milioni. Pensi che adesso, con la telegrafia senza
fili, si può chiamare tutto il mondo alla guerra.

— Ma finirà una buona volta.

— Può darsi; ma dopo verrà la rivoluzione,
e chi si salverà saremo appena noi modesti
capitalisti che sapremo, se occorre, comperare
anche la rivoluzione.

— Ma Iddio non permetterà.... — balbetta la
povera madama Caramella.

— Ma cosa vuole che Iddio, con una amministrazione
così vasta, possa occuparsi di questi
dettagli? Lei ha tempo, cara signora, di iniziare
per la sua figliuola una cura ricostituente.

[pg!217]
— Ma lui tornerà, si farà una posizione, e una
volta sposi, saranno felici.

— Lo auguro, ma elevo dei dubbi. Anche nella
migliore delle ipotesi, lei non deve dimenticare
che quel signore faceva baldoria. Io mai fatta
baldoria! Poi lei ha sentito: fucila le signorine!
Badi che io ammiro e amo il signor Melai: ma
come individuo che possa dare la felicità alla
sua signorina, escludo. Però se le fa piacere,
ammettiamolo! Se non che, coi tempi che verranno,
il matrimonio sarà un lusso che soltanto
un milionario si potrà permettere. E invece
lei, mia cara signora, aveva proprio la
felicità a portata di mano qui nella sua casa. Io
gliene parlo con la massima calma, come del
resto è mia abitudine: ma accentuo! Permette,
signora?

E sono andato di là e ho preso la borsetta.
Mi siedo e proseguo:

— Le cose stanno così, signora: i miei occhi
si erano posati con notevole benevolenza su la
di lei signorina, e non sarei stato alieno dal
domandarla in isposa. Sarebbe stato un matrimonio
razionale, senza eccessiva passione da
parte della signorina: lo posso ammettere. Prego
non mi interrompa. Ma io non credo — mi
potrò sbagliare, sa, — io non credo che sia
[pg!218]
necessario fare precedere il matrimonio da un
periodo incendiario, come una reticella Auer
che prima bisogna bruciare. No, io non credo.
Certo è che io ho coltivato nel mio cuore una
speranza, una illusione; ma non parlo per me.
Capirà benissimo che a me non manca a chi
buttare il mio fazzoletto. Parlo per quella povera
signorina Oretta, che ha goduto un momento per
un giro di valzer in un mattino di primavera; ma
come deve scontare! E anche mi si stringe il
cuore pensando a quel brav'uomo del di lei consorte,
che meritava proprio di finire i suoi giorni
tranquillo. Ma mi preme, signora, di documentare
quello che io dico: io non *bluffo*; io documento!

Aprii la borsetta.

— Ecco qui. Andai a Genova apposta. Ecco
qui: questi, come ella può vedere, erano i regali
di nozze. Autentici e parecchi: balasci, smeraldi,
turchesi, opere di gran lapidari: mica scaramazze!

Madama Caramella non parla più.

Io proseguii: — Invece di deperire, lei vedeva
la sua figliuola bella, felice, moglie del cav. Ginetto
Sconer, e da qui un anno lei, scusi, era
nonna e la sua figliuola c'era il pericolo, caso mai,
che ingrassasse di troppo. Destino, cara signora!
Ma l'imbianchino ora è perfettamente inutile.

Così ho tolta la seduta.

[pg!219]




XXXI. — *CHAMPAGNE*, PESCHE E PROSCIUTTO.
=========================================


— Cosa state facendo, signor Sconer? Sempre
l'uomo georgico?

— L'ho fatto, ohimè, contessina; ma ora sto
facendo le valigie. Ero venuto qui a P\*\*\* per un
certo affare, ma non si potè concludere. Lo metteremo
alla partita del passivo.

La contessina era venuta da me, questa volta,
sola: senza il seguito del poeta al guinzaglio.

— Con quest'orribile caldo!

— Vi disturbo, Sconer?

— Lei mi perturba, non mi disturba. Certo
io non la posso ricevere con tutte le regole del
protocollo. È tutto sottosopra qui.

— Avete un bicchier d'acqua, Sconer?

— Ma lei ha sete, lei è sudata, lei è venuta
a piedi per quella strada bruciata da questo terribile
sole. (Era quasi mezzogiorno). — Quando
penso che la pelle del suo adorabile volto, delle
sue adorabili mani può oscurarsi, c'è da fremere
per il rimorso.

— Avevo i guanti e il velo.

[pg!220]
— Ah, meno male.

— E poi io mi diverto nella gioia del sole.

— Io no: d'estate preferisco l'ombra.

— Io invece il gran sole; e d'inverno andare
per la neve, quando tutto è neve, sentir la gioia
di affondare nella neve sino alla caviglia: respirare
la neve.

— Allora preferisco il termosifone.

Ma perline di sudore le si venivano formando
su la fronte. Ella estrasse un moccichino di
merletto del tutto insufficiente perchè non era
più grande della palma della mia mano. Allora
io spiegai i miei bellissimi fazzoletti. — *Pardon!* — e
ne posai uno delicatamente sul suo volto,
un altro su la nuca.

— Voi, Sconer, mi velate come Iside.

— Veramente io vorrei fare il contrario.

— Siete ben temerario....

— Conserverò, contessina, questi fazzoletti imbevuti
della di lei persona. Ma dicevamo? Ah,
l'acqua. L'acqua qui è in fondo al pozzo, e il
pozzo è cupo. Ma ora che ben mi ricordo, devono
rimanere nella credenza due avanzi di una
stirpe infelice. Se lei può sostituire l'acqua con
lo *champagne*....

(Sono proprio gli avanzi di quelle bottiglie di
*champagne extra dry* che mandai a prendere
[pg!221]
quel giorno per onorare Melai al pranzo; una
delle quali probabilmente ha servito ad alimentare
quell'incendio che io dovevo contemplare
la mattina del sette giugno. Ah, povero mio
*champagne extra dry!*)

— Probabilmente saranno calde, ma le facciamo
subito *frappées*; le mettiamo giù nel
pozzo.

La contessina accetta con piacere.

Realmente nella credenza erano onestamente
rimaste obliate le due bottiglie dal collo d'argento.

La contessina si diverte. Vuole metter lei le
bottiglie nel secchio, e calar lei la fune.

— Un momento, contessina.

— Che cosa?

— Eh, ma se caliamo le bottiglie così, dopo,
quando il secchio è nell'acqua, galleggiano e
vanno via. E chi le ripesca più? Bisogna legarle
al secchio.

È meravigliata.

— Sempre così previdente, Sconer?

— Sempre, contessina. Sistema della Casa.

Leghiamo, caliamo le bottiglie.

Ora i bicchieri. Nella credenza vi sono molti
bicchieri, ma non le coppe per lo spumante. V'è
un cavatappi di stile antiquato, ma non serve.

[pg!222]
È la prima volta che mi avviene di adoperare
gli *oggetti consegnati oggi sei maggio al cavaliere
Ginetto Sconer* dalla signorina Oretta. Quante
speranze, allora! Ma quel tempo è fuggito. Fiorì
la speranza al tempo delle violette, e la speranza
morì al tempo delle rose. Non pensiamoci più.

Tovagliolini non ve ne sono: ma tovaglioli molti.
Ghiselda ne spiega uno di lino grosso spigato.

— Pare una tovaglia.

— No, un tovagliolo. Ne abbiamo anche noi
di così fatti alla nostra villa delle Cipressine.
Nostra? Credo che sia svanita la villa delle Cipressine.

Fece un gesto con la mano, e vi soffiò sopra
come su una bolla di sapone. — Peccato! Ero
nata là.

Ora tiriamo su le bottiglie.

La vista dell'acqua gelida nel secchio la attrae,
vi immerge la mano, raccoglie l'acqua nella conca
della mano e si diverte a farla cascare.

— Sa come Pindaro chiama l'acqua?

— Mi dispiace....

— E sa come la chiama S. Francesco? «Umile
e casta!»

— Oh, infelice! Ma noi berremo *champagne*.

Stappo: il tappo salta. Pum! Lo *champagne* ci
spruzza, ma la contessina beve.

[pg!223]
— Delizioso bere — esclama — quando si ha
sete.

Questo lo so anch'io.

— Un biscotto, Sconer?

— Ce n'erano tanti, e cioccolatini anche. Ora
più niente! Ma lei ha fame, contessina!

— Mio Dio, sì.

Guardo con stupore quella meravigliosa creatura,
sottoposta anche lei alla legge della fame:
ma sono cose che avvengono a mezzodì. Mi balena
una idea luminosa.

— Contessina, se noi facessimo colazione?

— Qui?

— Sì, contessina.

— Qui all'aperto? Vicino al pozzo? Sotto quest'ombra?
Ah, delizioso!

— Tanto più, contessina, che il pozzo agisce
da termosifone refrigerante. Già, ma non c'è
niente da mangiare. Un momento, però.

Esco, trovo Lisetta, le racconto il caso, e la
prego di portare qualche cosa: ma sùbito.

Ritorno.

— Occorrerà un piatto, delle posate — dico
alla contessina.

(Ecco lì la credenza con gli oggetti consegnati
al fu cavalier Ginetto Sconer).

— Faccio io — dice lei.

[pg!224]
Vuole lei preparare la tavola e mi impone la
ubbidienza.

— Contessina — dico tuttavia — se vogliamo
(ma come si può dire questa volgare parola, *mangiare*?)
fare un piccolo *lunch*, io credo che sia
meglio metter prima fuori la tavola e preparare
poi.

Trasportiamo un piccolo tavolino vicino al
pozzo, presso la siepe, all'ombria. Dopo di che,
ella mi ordina di stare seduto. Rabbrividisco di
piacere al suo ordine. Mentre ella va e viene e
porta le stoviglie, io la ammiro.

— Contessina — dico — mi permetta di farle
un complimento. Lei mi ricorda quelle meravigliose
cameriste che si trovano nei romanzi del
mio amico Lionello.

Ride.

Si vedevano, mentre lei va e viene, quelle due
cosine gelatinose che danzavano. Ah, l'estate,
col velo che a pena portano le signorine, è una
stagione terribile!

— Contessina, mi permette un altro complimento?

Ella portava due modeste scarpette di color
grigio, che delineavano la forma del piede così
dolcemente come una sementina di popone, e
due roselline di perle erano il solo ornamento.

[pg!225]
— Contessina — dissi — sinora ho creduto
che i tacchi alla *Louis Kenz* rappresentassero la
più alta espressione della moda, ma lei mi fa
ricredere. Le sue scarpette sono i guanti *gris-perle*
delle sue incomparabili estremità.

Si ferma, mi guarda con quei suoi occhi, e dice:

— Sa che lei, Sconer, dice delle sciocchezze?

— Tutto può darsi, contessina.

Ho la sensazione del vuoto.

Mi tornano a mente le parole di Maioli: che
Ghiselda è la più bella nave che sia stata varata
nell'oceano femminile. Che io sia già trasportato
nell'oceano? Ho paura e nel tempo stesso sento
una gioia, una gioia che mi raddoppia la vita.
Dio mio, che sia il bacillo dell'amore di cui parla
il dottor Pertusius? Salvami, dottor Pertusius!
No, lasciami morire. È così dolce morire così.
L'universo mi guarda attraverso gli occhi di
lei; la sua capellatura d'oro mi soffoca. Calmiamoci,
Ginetto Sconer. Dissi allora:

— Io non dimenticherò mai, contessina, questo
giorno inaugurale.

— Perchè, signor Sconer?

— E me lo domanda? Essere servito a tavola
da lei! Mi permetta che noti questa data memorabile:
quindici giugno! Essa farà da contrappeso
ad altra data infelice.

[pg!226]
— C'è tutto in tavola, vero? — mi domandò
sorridendo.

— Sì, manca una cosa e poi c'è tutto.

— Ah, i fiori, mancano i fiori.

C'erano ancora dei gigli nel giardino: li coglie,
cioè li vuol cogliere, ma il fusto resiste.

Allora io levo dall'astuccio il mio temperino
d'argento, faccio scattare la lama, offro.

— Ma lei ha tutto, Sconer!

— Tutto, contessina.

Così ella taglia i gigli. Li aspira, e sospira: — Ah,
deliziosi i gigli! Sentite, Sconer!

— Sì, deliziosi: ma hanno dentro l'inconveniente
di quella cosina gialla. Vede?

E pulisco la cosina gialla che si è attaccata
su la punta del mio naso, e — *pardon!* — anche
sul suo.

— Piuttosto — dico — cogliamo delle rose.

Colgo una rosa, la odoro, ma vedo venir fuori
due bestie. Orrore! La contessina ride, ma io
scuoto la rosa e schiaccio le due bestie.

— Cosa avete fatto, Sconer! Voi avete ucciso
due bellissime cetonie.

— Ma perchè erano entrate dentro le mie rose?

— Per amarsi — disse la contessina — e le
rose sono il loro talamo profumato.

— Fortunate le cetonie — sospirai io.

[pg!227]
Ella prende la rosa, e coi gigli la mette entro
una caraffa, e questa dispone su la tavola. Dice: — Ora
c'è tutto!

— Mi dispiace — dico io —, ma manca sempre
una cosa.

— Dio mio! Che cosa? — Cerca, non trova.

— Il sale, contessina.

.. vspace:: 1

.. class:: center large

\ *

.. vspace:: 1

La Lisetta viene, intanto, con una fiamminga
di fette di prosciutto, così roseo, così spirituale
che penso anch'io ai misteri della natura, che
ha creato una bestiaccia tanto immonda, per fornire
a noi un cibo tanto distinto. La contessina
si siede, mangia. Come è interessante vederla
mangiare! Una rosea fetta scompare nella rosea
bocca. Sembra che mandi giù dei *fondants*.

— Ma sapete, Sconer, che questo *jambon* è
delizioso?

— Lo credo. (Deve essere il fratello maggiore
del porcelletto della signora Caramella).

— Ma mi permetta: non teme lei che a mangiare
così le possa far male al corpo?

— Male al corpo, Sconer? In che modo? Io
non mi sono mai accorta di avere un corpo.

— Io, sì.

Sospirai profondamente.

[pg!228]
— Dunque, contessina, deliziosa l'acqua, delizioso
il vino, deliziose le cetonie, delizioso il
prosciutto: tutto delizioso....

— Ah, sì, Sconer; forse anche la morte, deliziosa;
ma non ne ho la sensazione: mi pare di
non dover morir mai.

— Anch'io, contessina. Cioè, deliziosa la morte
no; ma voglio dire che anch'io ho la sensazione
di non dovere morire mai. Così che se
noi due fossimo marito e moglie, non moriremmo
mai.

— Ah, ah, ah! — Dà in uno scoppio di risa
sconcertante che le si vede sino alla gola.

— Come Filemone e Bauci.

Non conosco questi signori, ma mi pare che
lei prenda la cosa in giuoco.

Ma si fa seria d'un tratto e dice:

— Mio Dio, cosa stiamo facendo, Sconer?

— Stiamo facendo colazione, contessina.

— Ma è compromettente!

— Magari fosse, contessina.

— Ma lei è davvero audace!

Io sospiro.

Lei torna a dare in un altro scoppio di risa.

Io sono disorientato. Qui sta per succedere
qualche cosa di straordinario. È il sole che l'ha
indorata? lo *champagne* che l'ha eccitata? Non
[pg!229]
so: ma questa donna è titanica, folgorante. È la
gioia trionfante.

Vivere con lei, viaggiare il mondo con lei
sempre in un delizioso *tête-à-tête!* *Sleeping car*,
*Excelsior hôtel*, *Palace hôtel*. D'estate al Capo
Nord, d'inverno, *orient-express*, in Egitto, su quei
battelli che solcano il Nilo, come in quel quadro
che c'è Cleopatra.

— Ma che cosa ha lei, Sconer?

— Sogno, contessina.

Questa donna è famelica. Ridendo, mentre io
sogno, ha mangiato tutto il porcelletto. Che cosa
devo darle ancora?

Ma il piatto vuoto del porcelletto di madama
Caramella mi fa sovvenire che esistono anche
le pesche della medesima. Lei le ha contate: lo
so. Ma non importa.

— Un momento, contessina — dico.

Mi allontano, ed eseguisco la requisizione delle
pesche: un atto audace, non dirò come furto;
chè, dopo tutto, vada per i miei cioccolatini che
la signorina Oretta infilava nella bocca di quel
signore; ma perchè correvo il rischio di essere
sbranato da cane Leone.

Ritorno con le pesche.

Alla vista delle pesche, la contessina è presa
da gioia saltellante. — Lei è ben gentile, Sconer.
[pg!230]
Lei lo sa che io adoro le pesche? *Tu la persica
che si spicca e ne cola il succo giulìo, dammi.*

Io do le pesche.

*Lei*, *voi*, *tu!* ecco, siamo passati al *tu*!
Oimè, no!

— Sapete, Sconer, chi dice così? È un grande
poeta che dice così. Sentite che profumo — dice,
e me le mette sotto il naso, le pesche!

Povero Ginetto!

— Permettete, Sconer?

Ne prende una e la morde; immerge quei
denti nella carne della pesca.

— Contessina — supplico — non faccia così.

— Le vengono i brividi, Sconer?

— Direi di sì.

— Anche mamma non può vedere.

— Veramente io.... non è per le ragioni di
mamà!

Mi fissa un momento sorpresa; con quelle
labbra sanguinanti dalla pesca.

— Voi siete molto sensibile, Sconer!

— Tanto, contessina.

Qui sta per succedere qualche cosa che deciderà
della mia vita. Anch'io, come madama Caramella,
come tutti, entro in guerra.

E se lei non distingue l'attivo dal passivo,
che importa? Maioli, Maioli, tu stai per guadagnare
[pg!231]
l'automobile. Che fare? Gettarmi ai suoi
piedi? Peccato! Adesso non usa più.

Mentre pensavo così, mi sorprendono queste
parole di lei.

— Sapete, Sconer, che sono venuta qui anche
giovedì scorso? Ma mi hanno detto che voi eravate
assente.

— Infatti son dovuto andare a Genova per un
certo affare di oggetti preziosi.

— Commerciate anche in oggetti preziosi?

— Ohimè, sì.

Vado a prendere la borsetta, la apro. Ella vi
immerge la mano. Esamina: scruta, pesa. Dice:

— Molto bello. Avevamo anche noi tanta di
questa roba.

— Questi orecchini di brillanti — dico — mi sembrano
quasi degni di lei. Mi piacerebbe provare.

— È inutile: non ho il lobo forato. Non credete?

Ella piegò la testa da un lato e, gorgogliando
un caro riso, concedette alla mia mano di sollevare
la impareggiabile seta dei suoi capelli,
affinchè io constatassi che il lobo non era forato.
Ma nel toccare quel cosino dell'orecchio,
elastico e dolce, io rabbrividii.

— Allora quest'anello, contessina.

— Oh sì, questo smeraldo incastonato all'antica
mi piace.

[pg!232]
— Permette — domandai allora — che lo mettiamo
in opera?

Mi porse la mano. Io provai le dita e infilai
l'anello nell'indice: rabbrividii per la seconda
volta. Appressandomi, sentii il calore profumato
di carne del suo alito.

Si contemplò la mano un po' meditabonda.

— Ne aveva uno così anche mamà, con uno
smeraldo anche più cupo. Ma io non ci tengo
più ai gioielli.

— Nemmeno io, contessina, benchè oggi l'investimento
del capitale in preziosi sia molto indicato.
Sarebbe come una lirica del capitale! Ma
le confesso che tengo di più assai alla mia
modesta palazzina in Milano, al mio modesto
appartamento.

E io le parlai allora della mia palazzina in Milano,
mia proprietà; del mio appartamento in
istile *Louis Kenz*, ma con tutto il *comfort* moderno. — Tutto,
tutto, c'è tutto, ma manca solamente
una cosa....

Ella mi ascoltava pensosa.

Mi attendevo questa deliziosa domanda: «Che
cosa le manca, caro Sconer?».

E invece venne fuori quest'altra domanda: — Sapete
quello che accade a Cioccolani?

[pg!233]




XXXII. — IL DISASTRO.
=====================


Al diavolo! Io lo aveva dimenticato, ed ecco,
anche in mezzo alla gioia del simposio, l'ombra
di Cioccolani.

— Ammalato?

— Peggio. Una cosa indegna! Voi ricordate
certamente, Sconer, l'*Attileide* di Cioccolani....

Io ero atterrito.

Anche allora, Cioccolani e l'*Attileide*, *Attileide*
e Cioccolani.

— Ebbene, signora, che cosa è accaduto all'*Attileide*,
cioè a Cioccolani?

— Questo grande dramma — disse la contessina — era
destinato all'aperto; ricordate,
è vero?

— Perfettamente: le turbe, gli Unni, l'organo.

— Si pensava al teatro d'Albano sui colli laziali:
ma il teatro d'Albano sventuratamente non
esiste ancora. Allora abbiamo pensato ad un
grande teatro di Roma, e ci siamo messi in corrispondenza
con Roma. Ma Roma non ha risposto.

[pg!234]
— Anche al telefono è lo stesso: Roma di solito
non risponde.

— Vi prego di non scherzare. Hanno risposto — dice
lei — ma fanno una difficoltà: il nome
di Cioccolani.

— Non è un bel nome. *Sconer* è più bello.

— Forse avete ragione? È terribile! Un padre
ha il diritto di lasciare a un figlio genio la eredità
di un nome volgare! Ma l'obbiezione che
fanno quei signori di Roma è un'altra. Essi dicono:
«Cioccolani non è un nome conosciuto».
Non è *piazzato*. Capite? Quello che importa non
è creare i *Canti ermetici*, creare l'*Attileide*. No!
*Piazzarsi!* Ah, mostruoso!

— Fino a un certo punto. In commercio, contessina — mi
permisi io di obbiettare — si verifica
lo stesso fenomeno. Si fabbrica un prodotto;
ma la cosa più difficile è *lanciarlo*, imporre
il nome! «Ficcatevi bene in testa questo
nome!». E si fa un uomo con un chiodo che
penetra dentro la testa. Molte volte è la fortuna
di un nome. *Pillole Plak!* Qualunque farmacista
le può fabbricare. Ma *Pillole Plak* si sono imposte.
Sente che nome? *Plak*! Pare un comando.
Naturalmente è un suono tedesco, così lo capiscono
di più.

Ma la contessina, invece di ridere, rimase seria.

[pg!235]
— Ah sì, — disse — per voi, gente mercantile,
l'*Attileide* e i vostri empiastri sono la stessa
cosa. Intanto quel povero giovine ne morirà di
dolore.

— Per così poco? Speriamo di no, contessina.
Se l'*Attileide* non potrà essere rappresentata a
Roma, si potrà rappresentare a Milano: se non
quest'anno, l'anno venturo. È questione di aspettare.

— Aspettare? Non si può aspettare.

— Scusi — dissi io — Cioccolani non sarà
mica una donna, *pardon!* in istato interessante,
che non può aspettare un giorno di più.

— Questo appunto è il caso — disse la contessina — perchè
se venisse la pace, l'*Attileide* è
rovinata.

— Per questo non si preoccupi, contessina. Il
governo italiano ha calcolato la guerra a tre
mesi: ma il governo inglese, che è più pratico,
l'ha calcolata a tre anni.

— Voi mi consolate, Sconer.

(Vedete le donne! Questa qui, presso il pozzo,
vuole la guerra: quella là, sotto la pergola, vuole
la pace).

— Contessina, — dissi io — mi conceda di non
capire perchè Cioccolani non può aspettare.

Si passò sconsolatamente la mano su la fronte
[pg!236]
come per dire: «Quest'uomo che non capisce
niente!», e mi domandò:

— Lei conosce la storia?

— Quale storia?

— Quella che si legge sui libri.

(Caro angiolo, le volevo rispondere, se studiavo
la storia sui libri, non diventavo gerente
della società X\*\*\* e compagni).

Risposi:

— Certamente, contessina.

— Ebbene, Sconer, per quale ragione gli Ebrei
conquistarono la Terra Promessa?

— Perchè videro — risposi io — un campionario
di uva bellissima, e gli Ebrei avevano sete.

— Bravo! Ma ci volle Mosè, l'uomo di genio
che disse loro: «Va, rapisci quell'uva, perchè
tu sei il popolo eletto e se i Cananei diranno di
no, e tu fanne scempio». E perchè Alessandro
conquistò l'Asia? Perchè disse ai Greci: Io sono
Dio e gli altri son barbari. E perchè Napoleone
conquistò il mondo? Perchè disse, *liberté, égalité,
fraternité*, una menzogna colossale, ma non
importa! *Allons, enfants de la patrie*; quaranta
secoli vi guardano dall'alto di queste piramidi.
E perchè i tedeschi vogliono oggi conquistare
il mondo? Perchè il Kaiser ha detto, come Mosè,
*voi siete il sale della terra!* *Deutschland über alles!*
[pg!237]
Ebbene, Sconer, credete a me: è una formula
che governa il mondo: ogni formula, ben
inteso, è una menzogna, e l'una val l'altra. Ma
non importa! L'essenziale sta nel colpire la imaginativa
delle turbe. Basta un bimbo a guidare
una mandria di buoi: basta una grande menzogna
a guidare gli uomini. Non sapete che gli
uomini son pazzi? non sanno, non possono, non
devono ragionare? Ma occorre appunto per questo
l'epifania del gran pazzo sublime; l'uomo di
genio che li sappia attraversare con la corrente
elettrica della sua parola.

Mi sentivo un certo giramento di testa. Una
donna istruita è grande, ma è seccante.

— Ebbene, Cioccolani....

(Mio Dio, torna ancora in scena Cioccolani.
Cioccolani *for ever*!)

— Ebbene, Cioccolani è l'uomo di genio che
ha trovato la formula risolutiva: «Volete la pace?
Spaccate la testa ad Attila». Ah, voi ridete Sconer!

— Io ridevo, perchè pensavo «Volete la salute?
Bevete il ferro-china».

— Ma sapete voi, Sconer, che se Cioccolani fosse
nato in Germania, invece di star qui a mendicare
che gli si rappresenti il suo dramma, sarebbe
al seguito del Kaiser, nella gran coorte
dei poeti che cantano le sue glorie? Capite ora
[pg!238]
perchè l'*Attileide* non può aspettare un minuto
di più? Il dramma ha un valore immanente;
ma ha anche un valore contingente: supponete
che la guerra termini per una combinazione
qualsiasi; supponete, ciò che Dio non voglia! che
il Kaiser rimanga sconfitto....

— In questo caso — dissi io — la formula di
Cioccolani passa di attualità perchè la testa è già
spaccata.

— Ed è ben questo il terribile. Il dramma è
andato. Oh, finalmente avete capito!

— Ebbene, contessina, il signor Cioccolani ne
prepari un altro sempre sul medesimo tema:
«Volete la pace? Rifate la testa ad Attila».

.. vspace:: 1

.. class:: center large

\ *

.. vspace:: 1

Mi pareva di essere sopra un'altalena.

Lei aveva certi occhi assenti, e mi faceva quasi
compassione.

Il sole aveva girato, e pendeva sopra di noi;
per la campagna era un gran silenzio e mi sembrò
che nel mondo fossimo rimasti soli io e lei.

La scossi un pochino, le presi la manina, e
le dissi queste cose di cui anche adesso mi
meraviglio: — Contessina, dia retta a me.

— Che cosa?

— Perchè, contessina — dissi con la mia voce
[pg!239]
più insinuante — invece di pensare a tante cose
tremende, a tanti uomini in grande stile, come
Mosè, Attila, Napoleone, Cioccolani, lei non ha
mai pensato ad un uomo di stile più modesto,
ma più accessibile, più pratico....

Mi guardò.

— Mi guardi, mi guardi: guardi pur me, contessina:
ad un uomo — voglio dire — perfettamente
*gentleman*, ordinato, equilibrato, fedele
compagno....

— Un marito come si dice nella comune terminologia?

— Press'a poco.

— Col solito *ménage*?

— Sì, press'a poco. Anzi con un buon *ménage*.

— È infatti — mormorò — l'idea del buon
Maioli e di mamà.

— Bisogna dar retta a mamà.

Tacemmo e quindi lei domandò:

— E poi?

— E poi? E poi può nascere un allegro bamboccio.

— Io?

I suoi occhi espressero un grande stupore.

— Io certo no, — risposi. —..... Un bamboccio
ottenuto con onesta collaborazione — aggiunsi.

[pg!240]
Le sue labbra sorrisero di un piccolo pallido
sorriso, che mi incoraggiò.

— E poi?

— Lei poi dà il latte al suo bamboccino.... — continuai
persuasivamente.

— Io dare il latte?

— Lei o la balia, come preferisce.

— E poi?

— E poi il bamboccino diventa grande..., un
bel bamboccione.

— E poi?

— E poi darà il braccio a mamà: diventerà
la consolazione di papà e mamà, cioè crescerà
sano, buono, ordinato....

Io parlavo, e lei mi seguiva docilmente, come
trascinata da me.

— E poi? — domandò ancora.

— E poi, e poi! E poi passa la vita.

— Allora perpetuare la specie?

Mi guardò con due occhi così attoniti che io vidi
passare per essi l'imagine bianca della follia, onde
dissi a me stesso: «Ginetto, sta attento a quello
che fai»: ma quel giorno ero deliberato a tutto.

Rimasi anch'io sorpreso a quella domanda,
*allora perpetuare la specie*. Io stavo per affrontare
una grande battaglia. Colmai i bicchieri: io
bevvi, ella bevve.

[pg!241]
— Contessina — dissi — anch'io ho inteso dire
che il matrimonio è in crisi, che è una formula
oramai superata: ma con tutto questo, che vuol
che le dica? Mi pare che una mogliettina graziosa,
intelligente, buona, capace di ricevere e
dare consigli, congiunta ad un uomo solido,
equilibrato, intelligente, corpo d'un cane!, sia
sempre una bella instituzione.

— Io dovrei — disse — allora diventare proprietà
di un uomo.

— E un uomo, viceversa, sarebbe sua proprietà.

— Ed io dovrei essere oggetto di piacere per
un sol uomo?

— Questa certo sarebbe la formula desiderabile.
Quanto poi al piacere — osservai pudicamente —,
mi pare che sarebbe una cosa reciproca.

Ella non sorrise nemmeno.

— E se io mi stancassi? — domandò.

Ella aveva fatto questa domanda impura
con tanta purità che io palpitavo, ma non osai
di toccarla.

— Ah, contessina — dissi — ma chi sarà mai
l'uomo che possedendo lei non farà di tutto perchè
lei non si stanchi?

Sorrise come ascoltasse una fola lontana, e
[pg!242]
disse: — Io allora dovrei fare come le altre fanciulle
che cercano marito.

Allora io mi buttai nella voragine.

— Contessina, premetto; — dissi — ma nella
fattispecie lei non ha bisogno di cercare, perchè
vi sono io.

— Lei?

Con che tenerezza, con che languore proferì
quel *lei*! Le sue pupille mi guardarono. Io vi
ero caduto dentro come nel mare.

Ella sorrideva. Non so perchè, rimasi attonito
anch'io quando quel *lei* mi fece capire che *lei*
ero *io*. Ripetei.

— Perchè no? Io!

Mi guarda.

— Non capisco che cosa ci trovi di strano,
che mi guarda così. Lei trova tutto bello, tutto
delizioso: l'acqua, i fiori, le bestioline. A me
pare che potrebbe trovare passabile anche Ginetto
Sconer. Io sono uomo di parola, io la faccio
*basilissa* sul serio. Lei ha la sua villa delle
Cipressine. Lei le vuol bene perchè ci è nata.
Noi supponiamo che vi siano i vetri rotti, i soffitti
che cascano, e, sopra, tante ipoteche. E allora
noi porteremo via le ipoteche, metteremo
i vetri nuovi, rifaremo i soffitti. Se poi invece
di un bamboccio, ne vogliamo far due, ne faremo
[pg!243]
due, ne faremo tanti. Quanti lei vuole.
Tanti contessini e contessine, vestiti di bianco,
per il giardino delle Cipressine, rimesso a nuovo,
con tanti bei fiori; e dietro una *nurse* inglese
col manto di viola. D'inverno staremo a Milano,
nella mia palazzina, o andremo anche in riviera,
se fa bel tempo. Faremo anche qualche bel viaggio,
se le piace. Non le pare un bel programma?
Ma la pianti con Cioccolani e l'*Attileide*!

Io ero liquefatto, come si vede, da essere raccolto
col cucchiaio, come dicono a Milano. Mi
aspettavo di essere raccolto, e invece lei disse:

— Ah, no!

Ed ella proferì questo *no!* con tanta passione
che l'incanto fu rotto, e mi sentii come da una
forza centrifuga trasportato ancora dalla voragine
del mare su la riva. Il sangue però mi
girava nella testa, e intanto sentivo la sua voce
quasi piagnucolosa che diceva:

— Anche lei, Sconer, come tutti, contro Cioccolani.

— Ma vuol mettere me con Cioccolani? Capisco
quell'altro, ma Cioccolani, evvia! Io non
potevo farle il torto di credere che lei fosse innamorata
di quel Mardocheo....

— Ah! — esclamò come la avessi punta. — Non
lui, ma il suo genio.

[pg!244]
— Ma che genio! Genio, caso mai, sono io che
ho realizzato dal nulla.

Io ero furente: io avevo affrontato la pazzia,
la povertà, la letteratura, il matrimonio, per suo
amore. Invece niente. Come avessi raccontata
una fola. Nemmeno l'onore del rifiuto.

Io non fumo che in circostanze solenni, ma
in quel momento accesi una sigaretta senza
nemmeno domandar compermesso.

Sentivo ancora la sua voce, monotona come
la pallina della *roulette*, che cadeva ancora dentro
Cioccolani: sentivo queste parole, *Attileide,
ascesi, genio, superamento, fanciullino, tutti contro
il genio che appare*.

— Oh, non l'abbandonerò io.... — disse in fine.

— Se lo tenga.

— E nemmeno abbandoneremo la partita. Voi
ci aiuterete, Sconer, è vero?

Incredibile! L'incoscienza di quella donna arrivava
sino al punto di ignorare che lei aveva
offeso mortalmente un uomo come me.

— In che modo aiutare? Sono un letterato
di Roma o di Milano forse io?

— Ma voi siete amico di Lionello.

— Ebbene? Che c'entra Lionello?

— Lionello è un puro.

— Con qualche riserva. Puro ero io, signora.

[pg!245]
— Intendo dire nel senso che Lionello è un
uomo arrivato, superiore all'invidia, accolto in
tutte le grandi riviste, in tutti i grandi quotidiani.
Egli potrebbe far l'atto generoso di aiutare un
suo confratello annunciando con articoli entusiastici,
come sa far lui, la prossima epifania
dell'*Attileide*. Che ve ne pare?

— Uhm! Non ne so nulla.

— Avevamo pensato ad un giro per l'Italia,
dando lettura dell'*Attileide*.

— Eccellente idea.

— È questione della voce....

— Già, manca le *phisique du rôle*.

— Però la stampa dell'*Attileide* è decisa. Prima
si pensò ad una grande rivista, poi abbiamo
deciso per il volume.

— Ah, benissimo.

— La casa editrice di Milano ha però mandato
un preventivo di spesa un po' forte: diecimila
lire.

— Gente mercantile a Milano. E poi col rincaro
della carta....

— I suoi genitori che non sanno che figlio
hanno....

— Io credo che lo sappiano....

—.... si sono rifiutati di dare dieci mila lire....

Intervallo di silenzio.

[pg!246]
— Per questo motivo anche giovedì scorso
sono venuta da voi.

Secondo intervallo di silenzio.

— Avreste voi, Sconer, da prestare dieci miserabili
mila lire?

— Dieci mila lire, contessina, non sono mai
dieci miserabili mila lire.

— Per me sì.

— Non discuto: sul danaro esistono opinioni
disparate, che spiegano il loro frequente trasloco
da una tasca ad un'altra.

Lei si era venuta a sedere vicino a me su di
uno sgabelletto, e cominciò a piegarsi per accarezzare
con la manina la stoffa dei miei calzoni.
Faceva la boccuccia, e girava gli occhi smorti.

— Faccia il piacere, contessina, stia ferma con
quelle mani.

— Caro, caro Sconer, fate un piacere a me.
Naturalmente il denaro vi sarà restituito, perchè
il libro avrà un enorme successo.

— Quale libro?

— L'*Attileide*.

— Ah, sì, l'*Attileide*! Non ne dubito, la fiducia
nel successo è la prima condizione del medesimo.
Ma io non ne tratto.

— E perchè non volete trattare?

— Perchè è un affare che non conosco, ed è
[pg!247]
sistema della nostra Casa di non trattare gli affari
che non si conoscono.

— Ma se ve ne ho parlato tanto....

— Non dico di no: ma non è la mia partita.

— Ebbene, Sconer, trattiamone esclusivamente
come affare. Volete una cambiale firmata da
me e da Cioccolani?

— Me ne guarderei bene.

— Allora, come volete, Sconer, trattarne come
affare?

— Ne vuole trattare proprio come affare, contessina?

— Oh, caro, caro Sconer.

— Contessina — ripetei — lei è disposta proprio
a trattare come affare?

— Certamente.

Cominciai: — Il fatto è questo: lei vuol varare
l'*Attileide* del suo Cioccolani.

— Precisamente.

— Lei faccia come la signorina Ester.

I suoi occhi si aprirono e mi guardarono.

— La signorina Ester, lei lo deve sapere perchè
è tanto istruita, quando volle salvare il suo
Mardocheo, si fece anche più bella e poi si presentò
al terribile re Assuero, e lui quando la
vide così bella, disse: «Se anche mi domandi
la metà del mio regno, io te la darò». Lei contessina
[pg!248]
non ha bisogno di farsi più bella, io non
ho regni da offrirle....

Mi pare che capisca; ma non nel senso voluto
da me.

Ad ogni modo io era avviato e continuai: — Lei
che dice sempre: *superato, superato!*
Mi pare che si possa superare anche questo
punto.

Ma non potei finire che sentii per risposta
un'impressione dolorosa.

La mano della contessina si era posata con
violenza su la mia guancia destra. Un rumore,
come *plaf ciac*, risuonò nel giardino.

Quando mi riebbi, il giardino era vuoto. Mi
affacciai fuori.

Vidi, giù per la discesa, la gonna dell'abito
*princesse* che ondeggiava sdegnosamente sopra
le scarpette.

Deve aver detto anche: *Cochon!*

Il mio orgoglio sanguinava. Avevo offerto la
morale tradizionale, ed ero stato respinto; avevo
superato anch'io e offerto la morale in libertà,
ed ero stato respinto, anzi schiaffeggiato!

Io non so, io non capisco più niente. Io avevo
fatto alla contessina una offerta brutale, sia
pure; ma è anche vero che io mi ero attenuto
alle più scrupolose lezioni della psicologia femminile,
[pg!249]
cioè che una donna ha pudore davanti
all'uomo che ama; ma davanti all'uomo che non
ama, non ha pudore.

E invece un ceffone! Sì, perchè è stato un ceffone.
Delizioso sì, ma ceffone.

.. vspace:: 1

.. class:: center large

\ *

.. vspace:: 1

La mia guancia sanguinava.

Venne Lisetta e disse: — Cosa è stato? È
stato Leone?

— No: è stata una leonessa.

Lisetta mi applicò il taffetà.

Evidentemente è stato il mio anello a produrre
lo sfregio su la mia guancia.

Forse mi sono ferito da me stesso.

Rivedo il volto fantastico del dottor Pertusius;
pare che mi dica: «Acqua profonda di lucida
follia; ma sincera. Se ci fosse stata l'insidia di
uno scoglio, lei, cavaliere, finiva infilzato nel
matrimonio. Non si lamenti, anzi lasci a quella
nobile giovane l'anello a documento di riconoscenza.»

[pg!250]




XXXIII. — L'ULTIMO CAPITOLO POTREBBE ESSERE IL PRIMO.
=====================================================


Ho fatto ritorno il giorno seguente a Milano
in modo definitivo.

Ho riposato nel mio letto, cosa che non mi
succedeva da molto tempo. Dolce, caro, soffice
lettuccio mio. Così elegante!

Dopo tante emozioni e disinganni, temevo di
soffrire di insonnia. Invece ho dormito abbastanza
bene: la quale cosa è prova che i nervi
sono sani e non mi ammalerò mai di neurastenia,
perchè la storia registra casi gravi di
follia e di suicidio per sventure come le mie.

Però la tranquillità del mio sonno è stata turbata,
nel bel mezzo della notte, da una visione
di sogno molto brutta.

La mia camera è stata invasa da soldati tedeschi,
con l'elmetto a chiodo in testa, e gli scarponi
ferrati sul mio tappeto: «Già i tedeschi a
Milano?»

Dicevano: «\ *Herr Ginetto Sconer, kommen Sie
mit uns!*»

[pg!251]
«Perchè devo venire con voi?»

«Per la fucilazione.»

«Che diamine! Credo bene che loro abbiano
intenzione di scherzare.»

«Noi mai scherzare.»

Ho avuto per la prima volta paura. Io che sono
stato diverse volte in Germania, io che ho avuto
sempre ottimi rapporti coi tedeschi, non li riconoscevo
più. Stavano tutti fermi nella mia stanza,
ma tutti aprivano la bocca con quelle loro mandibole,
che parevano *il delinquente congenito* del
dottor Pertusius.

«Scusate, perchè fucilare? Forse perchè non
mi servo più della Casa X\*\*\* di Lipsia?»

*Nein!* Non era per ragioni commerciali, era
perchè io avevo detto che bisognava spaccare
la testa ad Attila. «Etzel spaccare la testa a voi!»

«Lo credo bene. E pensare che prima che voi
metteste su quella brutta faccia, eravamo tanto
amici, che si può dire eravate voi i padroni di
Milano. Del resto, non sono stato io, è stata la
contessina, anzi è stato Cioccolani a dire che
bisogna spaccare la testa ad Attila.»

«Allora fucilare anche contessina, anche Cioccolani.»

«Ma se quelli son vostri amici! E poi l'han
detto in poesia. Si dicono tante cose in Italia,
[pg!252]
in poesia. Credano, signori, con questo sistema
delle fucilazioni, loro concluderanno pessimi
affari.»

Macchè! Tiran giù le coperte del letto.

Ho fatto un atto energico. Ho girato la chiavetta,
e quelle brutte imagini sono state cancellate
dalla luce elettrica.

.. vspace:: 1

.. class:: center large

\ *

.. vspace:: 1

Mi sono riaddormentato; ma al mattino — come
un lampo — mi è sembrato di vedere la
contessina Ghiselda. Essa si rifletteva su la specchiera
che è di fronte al mio letto. Le chiome
le servivano da accappatoio, ma per vestito aveva
soltanto la sua bellezza. Essa era dolce e liquefacente
come un *fondant*.

Ahimè, non era Ghiselda! Era Desdemona che
apriva le finestre, e un raggio del sole di Milano
ferì la specchiera. Un brivido mi percorse
il cuore. «Ah, signora — esclamai, — come
Ginetto Sconer la avrebbe resa felice!»

.. vspace:: 1

.. class:: center large

\ *

.. vspace:: 1

Guardo il mio letto, e penso che dovrò disdire
al mobiliere la ordinazione del suo fratello gemello.
Guardo il mio salone, e penso che io non
ci collocherò Oretta, non ci collocherò Ghiselda.

[pg!253]
Povere mie belle poltrone deserte, miei bei
tappeti! Povero Ginetto Sconer, che rimarrà solo,
solo, solo!

Mi è venuta allora una certa commozione che
è arrivata quasi sino agli occhi.

Ma non pensiamoci più.

Mi consolerò scrivendo le mie memorie. Ciò
sarà utile anche nella eventualità che il Fisco
voglia mettere una tassa sui celibi come si dice:
io potrò allora dimostrare che a me non mancava
la buona volontà.

Anzi le detterò.

.. vspace:: 1

.. class:: center large

\ *

.. vspace:: 1

Così avendo deliberato, mi recavo in un ufficio
di copisteria ad ordinare una dattilografa, quando
in via Dante un signore si ferma e mi guarda.
Anch'io allora mi fermo e lo guardo. Ma lui prosegue,
e anch'io proseguo. Ma dopo un po' si
volta e mi guarda.

Evidentemente mi ero voltato anch'io, altrimenti
non mi sarei accorto che lui si era voltato.

Allora siamo tornati indietro tutti e due, e ci
siamo trovati a faccia a faccia.

— Scusi lei chi è? — domando io.

— È appunto quello che io mi domandavo — risponde
lui —: lei chi è?

[pg!254]
Finalmente ci siamo riconosciuti. Era il pasticciere
di P\*\*\*.

— E lei — disse — è quel signore....

—.... che ha fatto tante spese nel suo negozio.
Ahimè, sì; sono io.

— Che tempi, signore, che tempi — esclamò
lui. — Proibita la fabbricazione dei dolci. Ah,
non lo sa? La nostra industria è la sola sacrificata.
Quelle belle torte, quei bei *fondants*, quelle
sfogliate che erano la nostra gloria! Quei *marrons
glacés*, si ricorda?

— Ah, i *marrons glacés*!

— Che cosa metteremo più nelle nostre vetrine?
Fichi secchi, castagne secche, qualche
dattero. Ero venuto a Milano per una partita di
caramelle di Torino....

Questo richiamo del passato mi esasperò.

— Ah, le famigerate caramelle! Buon giorno.

E piantai quel signore sul marciapiede, perchè
era stato lui a darmi referenze sbagliate sul
*bottoncin di rosa*. Una referenza sbagliata, tanto
in commercio quanto in diplomazia, può avere
conseguenze incalcolabili. Del resto non creiamoci
più illusioni: le rose, oggi, nascono aperte.

[pg!255]

.. vspace:: 1

.. class:: center large

\ *

.. vspace:: 1

Il giorno seguente la mia governante Desdemona
mi avverte che c'è una signorina che
chiede di me.

— Fate entrare nel salotto.

Entro anch'io. Ma dove è? Ah, eccola là.

Era la dattilografa.

Stava in posa, con una manina guantata sopra
il mio pianoforte Bechstein. Una penna del suo
cappellino andava in giù, l'altra in su come
l'elica di un aeroplano. Del volto si vedeva soltanto
un naso a falce, e un occhio solo, perchè
l'altro era nascosto dal cappello. Ma quell'occhio
era più grande del vero. Senza il faro di quell'occhio
non la avrei distinta, perchè il mio salotto
è grande e lei era piccola. La sua magrezza
era così impressionante che quasi riusciva seducente.

Mi accosto: essa mandava un profumo violento,
ma dozzinale. Sorrido, perchè certo costei
ignora di trovarsi di fronte al gerente della
ditta X\*\*\* e compagni.

Dice il suo nome. Essa, collocandola in serie,
sarebbe la signorina Zeta.

Ma io la chiamerò *la signorina Ossobuco*.

[pg!256]
Combiniamo per il giorno seguente, ed io stabilisco
un compenso adeguato per le sue prestazioni.

— Ma è agile lei? — domando.

Si spoglia in un momento le braccia dei lunghi
guanti e mi agita in faccia le mani con grazia
e rapidità.

Le braccia sono due stecchi, ma le mani sono
carine.

Ma rimane lì in piedi; cioè la signorina non
se ne va.

— Scusi — domando — ha qualche cosa da
comunicare?

Fa capire di sì; ha qualche cosa da comunicare.

— Prego, s'accomodi.

Si accomoda su l'angolo di una poltrona.

È esitante. Desidera sapere se io sono *coniugato*
o se sono un *signore solo*.

Stupisco di questa domanda indiscreta.

— Perchè mi dispiace — dice —; ma io sono
una signorina che ha il suo onore.

— Questo non mi riguarda — rispondo dignitosamente. — Lei
ha degli scrupoli?...

Ma non mi risponde.

Sta lì, mi guarda, sorride.

— Prego, prego — aggiungo in fretta e concludo: — Se
ha degli scrupoli, lei può andare.

[pg!257]
Non se ne va, e mi dice che no, non ha degli
scrupoli. Ma ha voluto preavvisarmi perchè....

— Perchè lei è una signorina che ha il suo
onore: me lo ha già detto.

Rimane un po' interdetta; si alza, e mi guarda
con occhio lontano come fanno i conigli.

Dice: — E poi si vede che lei è cavaliere.

— Purtroppo.

È una iettatura: io non mi imbatto che in
signorine vestali.

.. vspace:: 1

.. class:: center large

\ *

.. vspace:: 1

Domenica è stata la prima seduta. Nel mio
salotto *Louis Kenz*: le finestre sono aperte sul
giardino; e io sono seduto — in pijama di seta
candida — dentro la mia poltrona inglese, quando
la signorina è entrata.

Avevo fatto portare dallo stabilimento una
macchina da scrivere con il nastro nuovo.

La prego di mettersi in libertà.

Gli occhi di lei, dilatati dall'ammirazione, guardano
il giardino. Ora si vedono tutti e due gli
occhi, in quanto si è levata il cappello. È una
testolina piena di piccoli ricci, ma graziosi.

— Ah, signore — esclama — pare qui di essere
in campagna.

Così è a Milano. Appena vedono un po' di
verde, dicono di essere in campagna. Ah, la campagna?
[pg!258]
Lei crede ancora alla virtù della campagna!
Ma è un'illusione.

Veramente non è per questo: è perchè lei è
anemica, e avrebbe bisogno della campagna. — Ma
come si fa? — mi domanda. La signorina
è lavoratrice, e deve vivere del proprio
onesto lavoro.

— Ah, non è facile per una signorina vivere
del proprio onesto lavoro!

Non rispondo a queste interrogazioni ed esclamazioni.
Indico il tavolino dove ho fatto disporre
la macchina, e comincio a dettare: *Cav*, scriva
pure per intero, *cavalier Ginetto Sconer*.

Scrive; ma ecco la signorina si interrompe e
dice: — Mi favorisca uno sgabello perchè volo
sui piedi.

Guardo, e infatti non toccava terra.

Suono, e compare Desdemona.

— Desdemona, vi prego, portate uno sgabello
per le estremità della signorina.

(Mi pare che Desdemona non obbedisca con
quella premura che costituisce una sua prerogativa).

Dunque continuiamo:

*Cavalier Ginetto Sconer, fisonomia rosea, da
cui spira intelligenza e coraggio; capigliatura
solida, denti solidi, tutto solido.*

[pg!259]
Qui la signorina si interrompe: osa guardarmi
con quel naso impertinente, e poi si mette a
ridere. Mi pare un po' audace.

Che cosa c'è da ridere? — Proseguiamo, signorina:
*Questo sono io!*

Altro scoppio di risa, e poi la domanda: — Lei?

— Sì, io. Perchè? Non le sembra l'originale
conforme al ritratto? Ma proseguiamo.

Riprende il *tic tac* della macchina, ma dopo
un po' domanda:

— Signore, per favore: ho caldo. Non avrebbe
un bicchier d'acqua?

Suono. Prego di portare un bicchier d'acqua.

Desdemona ricompare con un bicchier d'acqua e
con una faccia, questa volta, anche più impressionante.

Ciò mi preoccupa: ma la signorina, affatto.
Prende il bicchiere dal vassoio di Desdemona,
e beve. Beve con grazia e dice anche lei: — Delizioso!

Questa parola mi perturba. Ah, dolce malinconia!
quel giorno, presso il pozzo: delizioso
tutto, l'acqua, lo *champagne*, la morte: tutto, fuorchè
Ginetto Sconer.

— Proseguiamo, signorina.

Ma dopo un po' interrompe ancora e dice con
stupore: — Ma questo è un romanzo!

[pg!260]
— Ma le pare? Sono le mie memorie.

— Ma no, è un romanzo. Io me ne intendo
di letteratura.

— Anche lei si intende di letteratura?

— Certo, ho fatto le tecniche. Oh, ma delizioso,
delizioso, delizioso....

— Che cosa?

— Il romanzo.

E dà in uno scoppio di nuove risa, che mi
ricordano gli squilli della contessina Ghiselda.

Ma nel ridere, lo sgabello le sfugge, perde
l'equilibrio, e mi cade fra le braccia.

— Oh, *pardon, pardon*, signore.

Io la prendo e la rimetto in equilibrio, ma in
questa operazione dovetti constatare che sotto
la vestina esistevano due quote gemine di una
consistenza che non si sarebbe sospettato; perchè
realmente questi fiorellini rachitici, cresciuti
sull'asfalto di Milano, sono più tenaci che non
si creda a prima vista.

Io non saprei ben ridire come sia avvenuto:
io era partito dettando le mie memorie, e mi
sono trovato la signorina fra le braccia.

[pg!261]

.. vspace:: 1

.. class:: center large

\ *

.. vspace:: 1

Abbiamo sospeso la dettatura. Del resto è cosa
nota anche nei ministeri che la dattilografia complica
piuttosto le pratiche, invece di semplificarle.

Quando lei ha saputo che io ero gerente della
società X\*\*\* e compagni, fu compresa da molta
ammirazione.

Ciò mi compensò degli oltraggi subiti da quella
stupida Oretta.

Io le raccontai le mie sventure ed ella ne ebbe
pietà: — Oh, povero signore! Ma quelle signorine — diceva — non
hanno avuto buon senso.

È sempre quello che è parso anche a me, ma
non osavo dirlo.

Io stupisco: ho consumato tanto tempo per
cercare chi mi dica: «Io ti voglio tanto bene»;
e la signorina Zeta mi ripete spesso: «Quanto
sei simpatico, Ginetto!»

Certo la signorina Zeta è un surrogato; ma
noi viviamo nell'età dei surrogati: non è indicata
per l'erede; ma è tanto tempo che si sente
ripetere che gli eredi devono essere aboliti. In
questo caso pensiamo soltanto alla nostra felicità
personale.

Si trascorre qualche ora piacevole con la signorina
Zeta: parla con garbo, non si stupisce
[pg!262]
di certe sciocchezze, conosce i nomi delle *films*
del cinematografo, delle attrici, se ne intende di
mode, di vetrine, è entusiasta della produzione
della mia ditta. Tratta l'amore come un fatto di
ordinaria amministrazione. Ha un suo decoro,
non manca di rispettabilità. La posso benissimo
condurre in qualche gita con me. In fondo essa
è rappresentativa di una classe che si va sempre
più affermando: il proletariato; un proletariato
senza calli, direi intellettuale, ma riconosciuto.
Potrà occupare un buon posto nel mio
stabilimento.

.. vspace:: 1

.. class:: center large

\ *

.. vspace:: 1

Ma io mi sono sempre dimenticato: bisogna
che mandi venti lire al dottor Pertusius per le
sue prestazioni.

.. vspace:: 2

.. class:: center x-large

FINE

.. clearpage::

.. class:: center large

:small-caps:`Opere di` ALFREDO PANZINI:

.. vspace:: 1

.. class:: no-indent white-space-pre-line

   *Piccole storie del mondo grande* L. 4 —
   *La lanterna di Diogene* L. 5 —
   *Le fiabe della virtù*, novelle L. 5 —
   *Il 1859. Da Plombières a Villafranca* L. 5 —
   *Santippe*, piccolo romanzo tra l'antico e il moderno L. 5 —
   *La Madonna di Mamà*, romanzo del tempo della guerra L. 5 —
   *Novelle d'ambo i sessi* L. 3 —
   *Viaggio di un povero letterato* L. 5 —
   *Io cerco moglie!* L. 6 —

----

.. pgfooter::
