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   :PG.Title: La Giovine Italia
   :PG.Released: 2012-01-06
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   :PG.Producer: Carlo Traverso
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   :PG.Producer: the Online Distributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net
   :PG.Credits: This file was produced from images generously made available by The Internet Archive.
   :DC.Creator: Giuseppe Mazzini
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   :DC.Title: La Giovine Italia
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   :DC.Created: 1902
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La Giovine Italia
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   This eBook is for the use of anyone anywhere at no cost and with
   almost no restrictions whatsoever. You may copy it, give it away or
   re-use it under the terms of the `Project Gutenberg License`_
   included with this eBook or online at
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      Title: La Giovine Italia
      
      Author: Giuseppe Mazzini
      
      Release Date: January 06, 2012 [EBook #38509]
      
      Language: Italian
      
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      Produced by Carlo Traverso, Claudio Paganelli, Barbara Magni, and the Online Distributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net.

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   | BIBLIOTECA STORICA DEL RISORGIMENTO ITALIANO
   | pubblicata da :small-caps:`T. Casini` e :small-caps:`V. Fiorini`. — *Serie III, N. 6*
   |
   | :x-large:`LA`
   | :title:`Giovine Italia`
   |
   |
   | NUOVA EDIZIONE
   | :small:`A CURA`
   | :small:`DI`
   | :large:`MARIO MENGHINI`
   |
   |
   | ROMA
   | :small:`SOCIETÀ EDITRICE DANTE ALIGHIERI`
   | —
   | :small:`1902`

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   | PROPRIETÀ LETTERARIA
   | DELLA SOCIETÀ EDITRICE DANTE ALIGHIERI
   |
   |
   | *Gli esemplari di questo volume non firmati dal gerente della Società si ritengono per contraffatti.*
   |
   |
   | :small:`(01-621) Roma, Tipografia Enrico Voghera.`

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[pg!iii]




INTRODUZIONE.
=============


Il giornale *La Giovine Italia*, indicato nel frontispizio
come una «serie di scritti intorno alla
condizione politica, morale e letteraria della
Italia, tendenti alla sua rigenerazione», è un
de' rappresentanti maggiori, se non il migliore,
di quella raccolta di periodici mazziniani, che
s'inizia con l'*Indicatore Genovese*, che si chiude
con la *Roma del Popolo*, e che aspetta sempre
uno studioso di coscienza, il quale ne indaghi le
vicende e ne stabilisca l'importanza, certamente
moltissima, che tiene tra la stampa periodica italiana
negli anni piú splendidi del nostro Risorgimento [#]_.
Divenuto raro sin da' primi anni della
sua pubblicazione, tanto per le difficoltà che incontrava
nel diffondersi all'interno ed all'estero,
quanto per il pericolo che minacciava tutti coloro
che ne possedessero qualche fascicolo, dacché,
una volta scoperti, avrebbero scontato «l'errore
con una vita di dolore [#]_», il periodico si sarebbe
[pg!iv]
dovuto ristampare per le cure stesse del Mazzini,
di modo che, ristretto nel materiale, sfrondato degli
articoli di minore importanza, avrebbe potuto
ancor degnamente rappresentare l'eco di nobilissimi
propositi, i quali, anche sette anni dopo, possedevano
il pregio dell'attualità: inerte, torpido,
prostrato sotto il vigile occhio dell'Austria e dei
governi d'Italia essendo sempre il paese, che il
grande apostolo tentava ancora una volta di galvanizzare,
uscente da quella tremenda
[pg!v]
*tempesta del dubbio* dapprima, e dal doloroso raccoglimento
di poi, in cui rimase per oltre anni, quando una
persecuzione senza tregua lo ebbe obbligato ad
abbandonare la Svizzera e avere un piú sicuro
asilo in Inghilterra.

.. [#] Un saggio notevole è però quello di :small-caps:`Piero Cironi`,
   *La stampa nazionale in Italia* (in *Piovano Arlotto*,
   a. III (1860), pp. 381-414 e 563-581).


.. [#] Avuta notizia che la *Giovine Italia*, nonostante
   le molte persecuzioni e la vigilanza alle frontiere, era
   potuta penetrare ne' suoi Stati e circolare tra gli affiliati
   della associazione omonima, Carlo Alberto pubblicava
   il seguente decreto, inteso a regolare l'introduzione
   delle stampe in Piemonte:

   .. class:: center

   | :small-caps:`Carlo Alberto, ecc.`

   «La moltiplicità e quantità di libri, giornali e scritti
   che s'introducono o si fanno circolare clandestinamente
   ne' nostri Stati, e le funeste conseguenze che ne derivano,
   ci hanno fatto conoscere l'insufficienza delle leggi
   attuali, e sentire la necessità di nuove più energiche
   disposizioni, onde antivenire e reprimere tali abusi.
   Quindi è che per le presenti, di nostra certa scienza
   e Regia autorità, avuto il parere del nostro Consiglio
   di Stato, abbiamo ordinato e ordiniamo quanto segue:

   *Art. 1.* — L'introduzione dall'estero ne' nostri Stati
   di libri, giornali, o altri scritti o disegni qualunque
   tanto a stampa che a mano, contrari ai principii della
   Religione, della morale e della nostra monarchia, sarà,
   oltre alle pene prescritte al cap. 16, tit. 34 delle Generali
   Costituzioni, ed al cap. 17, tit. XXXIII, lib. 2
   del Regolamento pel Ducato di Genova, punito con una
   pena corporale di carcere o di catena da uno sino ai
   tre anni, la quale potrà estendersi anche alla galera da
   due a cinque anni, quando pel numero degli esemplari,
   o per altre circostanze, apparisse che fossero introdotti
   per essere disseminati.

   Qualora però una tale introduzione tendesse a provocare
   o promuovere taluno dei delitti previsti nel
   cap. 2, tit, 34, lib. 4 delle stesse Generali Costituzioni,
   e nel cap. 2, tit. XXXIII, lib. 2º dell'anzidetto Regolamento,
   e gli introduttori ne fossero cooperatori o
   consapevoli, saranno applicate le pene ivi stabilite.

   *Art. 2.* — Le sopradette pene saranno pure applicate
   contro chi stampasse, pubblicasse, o facesse circolare
   ne' nostri Stati i detti libri, giornali, scritti o
   disegni.

   *Art. 3.* — Chiunque li riceverà per la posta o per
   altro mezzo, anche senza sua partecipazione, o consenso,
   sarà obbligato di rimetterli immediatamente ai
   rispettivi Governatori o Comandanti, e nei luoghi ove
   questi non risiedono, potrà anche rimetterli al Sindaco.
   I contravventori, massime quando per la loro
   condotta fossero già in tali fatti sospetti, saranno puniti
   a giudizio del Senato, col carcere fino a due anni.

   *Art. 4.* — Dichiariamo inoltre che la multa di scudi
   cento antichi portata dal § 14, cap. 16, tit. 34, lib. 4 delle
   Generali Costituzioni, e dal § 32, cap. 17, tit. XXXIII,
   lib. 2 del Regolamento pel Ducato di Genova, spetterà
   per metà allo scopritore o denunciatore della contravvenzione,
   il quale, volendo, sarà tenuto segreto.»

   In seguito, scoperta la congiura che fu spenta col
   sangue di tante nobili esistenze, il governo sardo fu
   ancor più feroce contro i possessori della pericolosa pubblicazione.
   Infatti, con sentenza del 20 maggio 1833
   Giuseppe Tamburelli di Voghera, caporal furiere, era a
   Chambéry fucilato alla schiena «per aver letta o imprestata
   a qualche soldato la *Giovine Italia*»; con altra
   del 13 giugno 1833 si condannava l'avv. G. B. Scovazzi
   «alla pena di morte ignominiosa ed incorso in tutte
   le pene e pregiudizi dei banditi di primo catalogo»
   per avere, tra le altre colpe che gli si apponevano,
   sparso tra i congiurati «il terzo volume del libro sedizioso
   intitolato la *Giovine Italia*»: con altra del 20
   successivo il causidico Audrea Vocheri, piú infelice
   dello Scovazzi, riescito a scampare con la fuga, fu condannato
   alla stessa pena, che sostenne con indicibile
   eroismo «per avere da alcuni mesi prima del di lui
   arresto tenuto pratiche ed usato mezzi di subordinazione»,
   distribuendo in Alessandria «scritti sediziosi
   e segnatamente la *Giovine Italia*.» Né qui ha termine
   la dolorosa lista, né il Piemonte fu solo nella
   via delle persecuzioni. Basterà dire che a Modena l'avvocato
   Mattioli, spaventato d'un processo ridicolo, artefatto
   con grottesche imputazioni, ideò una tela di
   confessioni per salvarsi, e invece coinvolse nella sua
   condanna certo Cristoforo Pezzini, accusandolo d'avergli
   rilasciato i fascicoli della *Giovine Italia* e varie
   carte settarie. E il Pezzini, con sentenza del 16 maggio
   1833 fu condannato alla pena di morte «che gli
   venne commutata dal Duca il 19 di quel mese alla
   galera a vita.» Cfr. :small-caps:`A. Sorbelli`, *La congiuria Mattioli*;
   Roma, Soc. Ed. Dante Alighieri, 1901, p. 140.


La ristampa doveva compiersi a Parigi, per i
tipi della vedova Lacombe, casa editrice ben nota
agli studiosi del nostro Risorgimento, in quanto ad
essa gli esuli italiani di Francia affidarono gran
parte de' loro scritti, perché fossero divulgati per
[pg!vi]
le stampe. Alla fine di maggio del 1840 uscì infatti
il seguente manifesto che annunciava la
nuova edizione del periodico: "L'edizione della
*Giovine Italia* essendo da piú anni esaurita, alcuni
italiani hanno pensato che una ristampa potrebbe
riuscire giovevole all'educazione della gioventú
italiana ed avviamento a nuovi lavori. Ma
tra gli scritti contenuti in quella raccolta, molti
uscirono dettati dall'impulso di circostanze oggi
modificate, e non importa ripubblicarli; altri,
dotati di valore storico piú che teorico, spetterebbero
[pg!vii]
ad una collezione ordinata con intento
diverso da quello degli editori di quest'annunzio.
L'intento è quello di presentare agli Italiani, raccolti
in un libro, que' scritti soli che contengono
il programma primo della *Giovine Italia*, e insegnano
nello spirito dell'associazione il fine da
prefiggersi agli sforzi della nazione, e i mezzi opportuni
a raggiungerlo. E que' scritti spettano
presso che tutti a un solo fra i collaboratori,
Giuseppe Mazzini. Gli editori si sono dunque rivolti
a lui richiedendolo d'ordinar quegli articoli,
condurre a termine quei ch'erano rimasti,
pe' casi de' tempi, imperfetti, modificare e aggiungere
dov'ei credesse. Risultato di un lavoro siffatto
è il libro che qui si propone alla sottoscrizione,
col titolo: *La* :small-caps:`Giovine Italia`, *raccolta di
scritti pubblicati in diversi tempi da Giuseppe
Mazzini.* Oltre un'introduzione e un articolo
scritto ora espressamente dall'autore, ecco i titoli
degli argomenti che entreranno in questa
ristampa: La *Giovine Italia*, programma politico;
D'alcune cause che impedirono finora lo sviluppo
della libertà in Italia; — Dell'Unità Italiana; — Della
guerra d'insurrezione; — Ai preti Italiani; — Ai
poeti, pensieri; — Fratellanza de' popoli; — Cose
di Savoia; — Lettera alla Gioventú
Italiana, ecc. ecc. — Due volumi. Prezzo
6 franchi per i sottoscrittori, 8 per gli altri, ecc.
Parigi». Ma il periodico aveva suscitato troppo
fermento in Italia, perché tutti i governi non si
commovessero all'annuncio che ancora una volta
si tentasse diffonderlo nel popolo. Cominciarono
[pg!viii]
quindi i preparativi per impedirgli l'entrata all'interno,
tanto piú che la pubblicazione di esso
segnava il cominciamento d'un nuovo periodo di
riscossa, alla quale il Mazzini s'accingeva con metodi
piú pratici, migliori ad ogni modo di quelli
che già gli aveano procurate due amare delusioni,
lanciando quel memorando invito agli Italiani,
perché s'aggregassero alla *Giovane Italia* e operassero
«tutti concordemente colla massima attività
pel conseguimento del divisato intento».
Una circolare a tutti i commissari superiori
di polizia nel Lombardo-Veneto avvertiva il
25 luglio dello stesso anno: «Con apposito avviso
a stampa la tipografia di Madama Lacombe di
Parigi ha pubblicato da poco tempo la comparsa
d'una nuova opera divisa in due volumi in ottavo,
ed accordata in via di associazione in Parigi al
prezzo di sei franchi, quale porta per titolo: *La
Giovine Italia*, raccolta di scritti pubblicati in diversi
tempi da Giuseppe Mazzini. Collo stesso avviso
si avverte che l'opera suddetta, compilata dietro
quanto si potea ora esigere dal già seguito
mutamento di tempi e di circostanze, tende specialmente
ad istruire la gioventú nelle massime
professate dalle società segrete.

«Rendendone perciò consapevole cotesto..... lo
s'invita simultaneamente a voler attivare le piú
energiche ed avvedute misure di sorveglianza, all'uopo
di possibilmente scoprire ed impedire la
clandestina introduzione delle preaccennate diaboliche
produzioni, quali nel caso di scoperta dovrebbero
essere tantosto sequestrate e rimesse a
[pg!ix]
questa Direzione Generale, cui dovrebbero essere
scortati anche quegli individui che mai ne fossero
trovati in possesso, onde procedere in loro confronto,
a norma delle superiori istruzioni» [#]_.

.. [#] *Carte segrete e Atti Ufficiali della Polizia Austriaca
   in Italia dal 4 giugno 1814 al 22 marzo 1848*;
   Capolago, tip. Elvetica, 1852, vol. III, p. 52.


Tuttavia la ristampa della *Giovine Italia*, per
ragioni che ora ci sfuggono, non poté effettuarsi,
come era sfumato il disegno, concepito cinque anni
prima, di pubblicare il giornale in una traduzione
francese, che avrebbe dovuto compiersi a Losanna [#]_.
Probabilmente, le persecuzioni de' governi
d'Italia, le rimostranze de' gabinetti esteri a
quello di Luigi Filippo, subdolo quanto mai in
quegli atti del suo governo che si riferivano alle
mene contro i rifugiati politici, contribuirono a
fare abortire il nobile proposito, il quale forse non
fu aiutato abbastanza da' sottoscrittori. La *Giovine Italia*
[pg!x]
rimase quindi ciò che si dice una vera rarità
bibliografica, sconosciuta ai più, anche a coloro
che ne parlarono di proposito, ma che ne ignorarono
gran parte del contenuto, perché, ad eccezione
di quegli scritti, che il Mazzini inserì nella
raccolta delle sue opere, e che poterono quindi consultarsi
con più agio, l'altra parte, certamente
[pg!xi]
meno importante, ma forse più curiosa e più utile
allo studioso, in quanto riflette le passioni del momento,
e abbonda di particolari di grande interesse
per la storia del Risorgimento, seguitò a rimanere
inaccessibile. Onde parve a noi che
ripigliando il proposito del Mazzini, allargandolo
in quei concetti che nel 1840 potevano essere più
plausibili, e ristampando integralmente i sei fascicoli
della *Giovine Italia*, riproducendo esattamente,
o almeno fin dove era possibile, le caratteristiche esterne
ed interne del periodico, si sarebbe reso,
come si dice, un utile servigio agli studiosi della
nostra storia nazionale.

.. [#] Il proposito di questa traduzione fu espresso nell'*Europa
   Centrale* del 12 marzo 1835. Ecco il manifesto
   della pubblicazione, che forse fu inserito anche in altri
   periodici:

   «Le journal, la *Giovine Italia*, fondé par les plus
   nobles débris de l'émigration italienne, et que le nom
   de Mazzini fait resplendir de tant d'éclat, a acquis
   une réputation telle que tout éloge serait superflu dans
   notre bouche.

   «Les espérances, l'héroïsme et les infortunes de
   l'Italie sont si puissans d'intérêt, racontés avec une
   touchante vérité par ceux-là mêmes qui furent acteurs
   dans les évènements qu'ils décrivent: la plume de Mazzini,
   de ce jeune homme au patriotisme pur et élevé,
   à l'âme bouillante de toutes les généreuses passions, est
   si remarquable par la profondeur des pensées, la vigueur
   du style et la force d'une logique irrésistible,
   qu'on désirait depuis longtemps une traduction en
   français de cet ouvrage; ce voeu nous l'avons rempli.

   «Nous avons pensé que nous devions retrancher de
   la *Giovine Italia*, qui compte déjà six volumes in-8º ordinaire,
   tout ce qui serait empreint d'un caractère de
   localité trop prononcé. Nous n'avons choisi que les articles
   qui font plus particulièrement connaître ses
   doctrines et qui retracent des malheurs d'une réalité
   sanglante.

   «Nous traduirons au fur et à mesure de leur apparition
   les productions à venir de la *Jeune Italie*. La
   traduction de ce qui a paru jusqu'à présent et que nous
   offrons au public, se composera de 4 vol. in-8º de 250
   pages chaque, qui seront augmentés d'un supplément
   toutes les fois que nous jugerons convenable d'extraire
   de la *Revue républicaine* quelques-uns des articles dont
   M. Mazzini paraît vouloir enrichir de temps en temps
   cette publication.

   «Les livraisons auront lieu par volume.

   «Le premier volume paraîtra dans le courant d'avril
   prochain, et les suivans seront publiés de mois en mois
   à partir de cette époque.

   «Le prix du volume est fixé, en faveur des souscripteurs
   seulement, a 3 fr. 60 cent. de France, payables à
   sa réception.

   «La souscription sera close au 20 avril prochain.

   «On souscrit chez tous les principaux libraires des
   différentes villes de la Suisse, et chez le traducteur,
   poste restante, à Lausanne, auquel on pourra s'adresser
   pour toute espèce de réclamation. Toutes les demandes
   devront être affranchies. Les frais de poste seront à la
   charge des souscripteurs qui y donneront lieu».


Il còmpito al quale ci siamo assunti è stato poi
agevolato dal fatto che una copia completa della
*Giovine Italia* è conservata nel fondo *Risorgimento*
della Biblioteca Nazionale Vittorio Emanuele di
Roma. La grande cortesia del bibliotecario, conte
Domenico Gnoli, ci permise di trascriverla tutta,
dando agio a me e al tipografo di riprodurre esattamente
il frontespizio e tutte quelle particolarità
che possono offrire al possessore di questa ristampa
l'illusione di aver presso di sé l'originale, dal quale
ad ogni modo, non riproducemmo, liberandoci d'una
soverchia pedanteria di editore diplomatico, gli errori
di stampa e l'errata-corrige. Diremo di più
che a piede di pagina abbiamo notato le varianti
degli scritti mazziniani risultate dal confronto
tra la *Giovine Italia* e la prima edizione degli
*Scritti editi e inediti* intrapresa per le cure stesse
dell'autore nel 1861, perché ci parve che il Mazzini,
grande stilista, più di quanto ai più non
[pg!xii]
sembri, abbia sempre prediletto di tormentare la
forma classica del periodo. Abbiamo di più posto
alla fine della pubblicazione un indice analitico,
che servirà allo studioso per orientarsi e indagare
per entro il periodico.

.. class:: center large

| :subscript:`*`:superscript:`*`:subscript:`*`

Sono abbastanza note, perché le narrò, forse con
troppo parsimonia, lo stesso Mazzini in alcuni di
quei preziosi *Ricordi autobiografici* sparsi ne' primi
volumi dei suoi *Scritti editi e inediti*, le origini
del periodico. Esso fu ideato, insieme con l'associazione
omonima, nel forte di Savona, dove il Mazzini
era stato rinchiuso, dopo che la delazione di
Raimondo Doria aveva rivelate al governo sardo
le deboli fila della Carboneria genovese, alla
quale aveva aderito qualche tempo prima il grande
Italiano, allora agli inizii della sua carriera di
cospiratore, «Ideai — dice egli stesso — in quei
mesi d'imprigionamento in Savona, il disegno della
*Giovine Italia*; meditai i principii sui quali doveva
fondarsi l'ordinamento del partito, e l'intento
che dovevamo dichiaratamente prefiggerci:
pensai al modo d'impianto, ai primi ch'io avrei
chiamato ad iniziarlo con me, all'inanellamento
possibile del lavoro cogli elementi rivoluzionari
Europei» [#]_. Liberato dal carcere, a condizione
che scegliesse tra un soggiorno, che non fosse Genova,
né Torino, né un punto qualsiasi delle
[pg!xiii]
spiagge liguri, e l'esilio, preferì quest'ultimo. E nell'esilio,
dopo la lettera a Carlo Alberto, che gli
procurò l'ira del governo sardo, dopo tante delusioni
ch'ebbe per l'abortita insurrezione dell'Italia
centrale e per la mancata prima spedizione in Savoia,
mise ad effetto il disegno che avea maturato
nel forte di Savona, cioè «la fondazione della
*Giovine Italia*» a cui provvide quando dalla Corsica
ritornò a Marsiglia, e «fermo nell'idea d'iniziare
la doppia missione segreta e pubblica, insurrezionale
e educatrice», s'affrettò a stampare il
manifesto del periodico, che fu divulgato sul finire
del 1831, a poca distanza dalla pubblicazione del
primo fascicolo [#]_.

.. [#] *Scritti editi e inediti*, vol. I, p. 38.

.. [#] Questo manifesto fu in seguito ristampato in
   *Scritti*, ecc., I, 122 e segg.


Ben modesti furono gl'inizi del giornale, perché
quasi tutti gli esuli erano «dissestati in finanza».
Tuttavia Giacomo Ciani, un de' due fratelli
che tanto diedero d'opera e di danaro in
que' primi movimenti patriottici, fece «guarentigia
per ottomila franchi al periodico» [#]_; il
Mazzini «andava economizzando quanto più poteva
sul trimestre che *gli* veniva dalla famiglia» [#]_;
altri aiutarono in diverse guise, come
quel La Cecilia «allora dirittamente buono», che
giunto in Marsiglia dalla Corsica, dove s'era rifugiato
dopo l'infelice tentativo di Lione, si fece
compositore di caratteri, e ad un tempo collaboratore;
[pg!xiv]
come Giuseppe Lamberti, l'amico, il segretario
fidato del Mazzini, che assunse la correzione
delle bozze. Insomma fu un affratellamento de'
più eroici, accesi tutti del nobile entusiasmo di
divulgare scritti che avrebbero infiammato i giovani
italiani del santo amore della patria. «Vivevamo
uguali e fratelli davvero — assicura il
grande cospiratore, — d'un solo pensiero, d'una
sola speranza, d'un solo culto all'ideale dell'anima;
amati, ammirati per tenacità di proposito
e facoltà di lavoro continuo dai repubblicani
stranieri; spesso — dacché spendevamo, per ogni
cosa, del nostro, — fra le strette della miseria,
ma giulivi a un modo e sorridenti d'un sorriso di
fede nell'avvenire. Furono, dal 1831 al 1833, due
anni di vita giovine, pura e lietamente devota,
com'io la desidero alla generazione che sorge. Avevamo
la guerra accanita abbastanza e pericoli,
com'ora dirò, ma da nemici dai quali l'aspettavamo.
La misera tristissima guerra d'invidie, di
ingratitudini, di sospetti, e calunnie da uomini
di patria e spesso di parte nostra, l'abbandono
immeritato d'antichi amici, la diserzione della
Bandiera, non per nuovo convincimento, ma per
fiacchezza, vanità offesa e peggio, di quasi una
intera generazione che giurava in quegli anni con
noi, non aveva ancora non dirò sfrondato o disseccato
l'anime nostre, amorevoli oggi e credenti
siccome allora, ma insegnato a noi pochi

   | La vïolenta e disperata pace,

il lavoro senza conforto di speranza individuale,
[pg!xv]
per sola riverenza al freddo, inesorabile, sacro dovere» [#]_.

.. [#] Lettera del Pecchio al Panizzi in *Lettere ad Antonio
   Panizzi*; Firenze, Barbèra, 1880, p. 109.


.. [#] *Scritti*, ecc., vol. I, pp. 122.

.. [#] *Scritti*, ecc., vol. I, p. 395-396.

Ma a questi pericoli i quali il Mazzini poteva
prevedere, agli altri, che pur troppo furono un
fatto compiuto e si chiusero, tragicamente, col
sangue, altri ancora s'addensavano sui capi di quei
magnanimi, dacché la vigile polizia sarda a Marsiglia
ne spiava attentamente i più riposti propositi,
riferendoli al governo centrale di Torino.
Infatti, nel dicembre del '31 il consolato sardo a
Marsiglia era in grado di scrivere al suo governo:
«Mi annunziano che una società di rifugiati italiani,
alla testa dei quali si trova l'avvocato Mazzini,
si sta attualmente occupando per trovar
mezzo di pubblicare un giornale sotto il titolo di
*Giovine Italia*, proprio ad esaltare gli spiriti e indurli
alla rivolta, coll'idea poi di spanderlo a
profusione per tutta Italia» [#]_; il mese dopo,
il Morra, governatore d'una città di frontiera del
Piemonte, scriveva al ministro Tonduti della Scarena:
«Coll'ultimo corriere di posta m'è pervenuto
dal solito corrispondente di Marsiglia una
nota contenente in ispecie alcune ben interessanti
indicazioni sia riguardo alla società sotto il titolo
di *Giovine Italia*, quanto principalmente sui corrispondenti,
che li capi di detta Società trovansi
[pg!xvi]
avere tanto in Genova che a Bologna. Il solito
corrispondente, essendo non senza difficoltà pervenuto
a procurarsi il manoscritto del prospetto
di quel giornale sotto il nome di *Giovine Italia*,
che alcuni fuorusciti hanno intenzione di stampare
in Marsiglia, me ne ha coll'ultimo corriere trasmessa
copia. Da quanto egli mi annunzia, il primo
numero di quel tal giornale verrà senza fallo pubblicato
il 1º del prossimo mese di febbraio, e non
ostante tutte le precauzioni che i redattori prendono,
perché non capiti nelle mani che dei soli
loro, mi lusingo nulladimeno di averne regolarmente
un esemplare. Sto altresì occupandomi per
conoscere di quali altri mezzi, oltre li indicati,
potranno per avventura prevalersi li detti redattori
dello stesso giornale in Italia» [#]_. Prosa,
come si vede, sporca e negletta, come l'abito della
spia. La quale, seguendo il suo ufficio con assai diligenza,
scriveva da Marsiglia alla Polizia torinese
nel marzo dello stesso anno: «Enfin l'ouvrage
périodique vient de paraître, et il a été
distribué hier matin à tous les abonnés..... Il m'a
été assuré par quelqu'un qui est à même de le
savoir que le principal envoie en Italie aura lieu
par le bateau à vapeur le *Francesco Primo*, commandé
par le _`capitaine` De Martino, qui partira de
cette ville le 31 de ce mois. Le capitaine est l'intime
ami de Mazzini, et ce qui est cause qu'on
compte plus sur lui qui tout autre. Mais indépendemment
de celà, on se propose de profiter de
[pg!xvii]
toutes les occasions favorables qui peuvent se présenter.
Ils ont des abonnés à Gènes, à Milan, mais
sortout dans les quatres légations» [#]_.

.. [#] Questo documento fu certamente osservato e trascritto
   di su l'autografo dell'Archivio di Stato di Torino
   da :small-caps:`Nicomede Bianchi`, che ne pubblicò la parte
   da noi riprodotta nel volume: *Vicende del Mazzinianismo
   politico e religioso dal 1832 al 1854*; Savona,
   tip. Sambolino, MDCCCLIV, p. 18.


.. [#] :small-caps:`N. Bianchi`, op. cit., pp. 18-19.

.. [#] :small-caps:`N. Bianchi`, op. cit., p. 19.

Ma, nonostante le molte persecuzioni che forse
si saranno usate per impedirne la pubblicazione,
il 18 marzo del 1832 era pronto, per essere irraggiato
su tutta la penisola, come un astro nuovo,
puro, virgineo, che riscaldava di calore insolito
l'intorpidita coscienza degl'Italiani, il primo fascicolo
di quella raccolta periodica di scritti, i
quali, osserva uno storico che fu tra' piú temuti
avversari del Mazzini, e qui intendo accennare a
Nicomede Bianchi, «col battesimo in fronte di
*Giovine Italia*, erano indirizzati dal Mazzini a preparare
una rivoluzione popolare di concorso e di
attuamento; comecché invero essi dettati fossero
in una lingua ardua non solo alle plebi, ma a
molti eziandio che non si stimano plebe» [#]_.
Ma, questa, che nella mente del Bianchi (e non
del solo storico della *Diplomazia europea in Italia*)
potè sembrare un difetto della *Giovine Italia*, era
invece una delle sue forze. Sino allora, se ne togli
qualche rarissimo opuscolo, ad esempio il tremendo
libello del Panizzi contro il Duca di Modena, la
letteratura patriottica dal 1821 in poi deve considerarsi
una specie di accademia; sembra, infatti,
che gli scrittori, piú del contenuto!, si preoccupino
della forma nelle loro argomentazioni; piú della
patria, delle persone; e questo effetto produce la
[pg!xviii]
lettura di quella miriade di libri, di opuscoli, di
fogli volanti usciti pro e contro coloro che avevano
partecipato ai moti rivoluzionari del 1831 nell'Italia
Centrale. Invece la *Giovine Italia*, sotto
l'impulso del suo direttore, che volse e diresse
le coscienze italiane ad altri ideali, con la santissima
formula che non finí mai di ripetere, essere
la vita una missione, una virtú il sacrifizio, che
alla distanza di settanta anni sono oggi sempre
gli stessi, o almeno dovrebbero esser tali, ebbe un
diverso obbiettivo. «A principio — scrive il Mazzini
nel settembre del 1832 a Pietro Giannone, — volendo
pure cacciare innanzi il sistema nostro, ho
dovuto esaltare la gioventú, e ingigantirla a' suoi
proprii occhi. Vinto oggi, o quasi, quel primo tumulto
ch'io prevedeva, ch'io suscitai deliberatamente,
perché mi pareva necessaria una separazione
fra chi vuole esser forte, e chi è debole, o
peggio, io scemerò gradatamente le mie lodi a'
giovani, serbandole a' fatti». E qui sta tutto il
segreto della potenza di Giuseppe Mazzini; né
alcuno meglio di lui, che aveva la parola dell'ispirato,
la purezza di costumi d'un angelo, la tenacia
di proposito d'un uomo veramente superiore,
le predizioni d'un profeta, alcuno meglio di lui,
ripetiamo, con buona pace di Nicomede Bianchi,
che destinò molte pagine d'un suo libro per dimostrare
il contrario, poteva degnamente prestarsi
al nobile assunto.

.. [#] Id., p. 19.

[pg!xix]

.. class:: center large

| :subscript:`*`:superscript:`*`:subscript:`*`

Il primo fascicolo della *Giovine Italia* uscí, insieme
col secondo [#]_, il 18 marzo 1832. Tipografo
ne era Giulio Barile, amministratore e gerente
Vittorio Vian. Parecchi illustri esuli, quali
Guglielmo Libri, Antonio Benci, Giovanni Berchet,
Giuseppe Pecchio, avevano promesso la loro
collaborazione, che poi non effettuarono mai, onde
il Mazzini si lamentava giustamente d'essere rimasto
quasi solo [#]_. Egli però doveva essere molto
contento del successo ottenuto, poiché nel novembre
del 1832 scriveva a Carlo Didier, l'autore
della *Rome Souterraine*: «Le journal a suscité
une telle clameur, dès sa première apparition qui,
inexplicable pour tout étranger non initié à nos
querelles d'organisation politique, ne l'est pas
pour moi. Cette clameur je l'avais prévue et calculée
d'avance. Elle se rattache aux évènements
[pg!xx]
politiques qui ont agité l'Italie à la surface en 1831.
Je dis à la surface, parce que là gît tout le
levain de discorde entre nous et les vieillards;
c'est à la surface qu'ils agitent et agiteront
toujours l'Italie, car ils craignent l'orage, ils
ont peur de soulever de tempêtes au milieu desquelles
leurs faibles mains ne puissent pas gouverner;
nous nous voulons remuer cette terre
jusqu'aux entrailles; nous voulons bouleverser
cette eau morte, soulever le flot de l'activité populaire;
que si le débordement nous entraînera
nous les premiers, peu importe; nous en sommes à
ce point, auquel il faut prononcer le grand mot,
dût-il coûter la vie à celui qui le prononce» [#]_.
Ma quante fatiche per metterlo insieme e quante
astuzie perché potesse circolare in Italia! «Eravamo,
Lamberti, Usiglio, un Lustrini, G. B. Ruffini
ed altri cinque o sei modenesi, quasi tutti soli,
senza ufficio, senza subalterni, immersi l'intero
giorno e gran parte della notte nella bisogna, scrivendo
articoli e lettere, interrogando viaggiatori,
affratellando marinai, piegando fogli di stampa, legando
involti, alternando tra occupazioni intellettuali
e funzioni di operai» [#]_. Tuttavia il lavoro
di contrabbando, vitale per la *Giovine Italia*,
irto di pericoli e di responsabilità per chi lo compieva
e per chi lo commetteva, era mirabile. «Un
[pg!xxi]
giovane, Montanari, — scrive il Mazzini ne' suoi
*Ricordi autobiografici*, — che viaggiava sui vapori
di Napoli rappresentandone la Società, e morí poi
di colèra nel mezzogiorno di Francia, altri, impiegati
sui vapori francesi, ci giovarono moltissimo.
E finché l'ira dei governi non fu convertita in furore,
affidavamo ad essi gli involti, contentandoci
di scrivere sull'involto destinato per Genova un
indirizzo di casa commerciale non sospetta in Livorno,
su quello che spettava a Livorno un indirizzo
di Civitavecchia e via cosí: sottratto in questo
modo l'involto alla giurisdizione doganale e
poliziesca del primo punto toccato, l'involto serbavasi
dall'affratellato sul battello, finché i nostri,
avvertiti, non si recavano a bordo dove si ripartivano
le stampe celandole intorno alla persona. Ma
quando, svegliata l'attenzione, crebbe la vigilanza
e furono assegnate ricompense a chi sequestrasse, e
pronunziato minacce tremende agli introduttori — quando
la guerra inferocí per modo che Carlo Alberto,
con editti firmati dai ministri Caccia, Pansa,
Barbaroux, Lascarène, intimò, a chi non *denunzierebbe*,
due anni di prigione e una ammenda, promettendo
al *delatore* metà della somma e il segreto — cominciò
fra noi e i governucci d'Italia
un duello che ci costava sudori e spese, ma che proseguimmo
con buona ventura. Mandammo i fascicoli
dentro barili di pietra pomice, poi nel centro
di botti di pece intorno alle quali lavoravamo, in
un magazzinuccio affittato, la notte: le botti, dieci
dodici, si spedivano numerate per mezzo d'agenti
commerciali ignari a commissionari egualmente
[pg!xxii]
ignari ne' luoghi diversi, dove taluno dei nostri,
avvertiti dell'arrivo, si presentava a mercanteggiare
la botte che indicava col numero il contenuto.
Cito un solo dei molti ripieghi che andavamo
ideando» [#]_.

.. [#] «Un incidente legale, una difficoltà ministeriale
   mossa intorno alla legalità del giornale, produce
   un lieve ritardo; il primo uscirà insieme al secondo;
   avvisa però ognuno.» Lettera del Mazzini al La Cecilia
   in data 18 febbraio 1832, pubbl. nel I volume
   dell'*Epistolario di G. M.*, Firenze, Sansoni, 1902, p. 7.


.. [#] Ved. la lettera al Didier che cito qui sotto. Anche
   al La Cecilia scriveva il 16 febbraio 1832: «Molti
   mi hanno promesso, e mi mancano, al solito: io speravo
   grande aiuto di associati e di scrittori dalla Toscana,
   e fui deluso. Non pertanto, il numero sta sotto
   i torchi, e vedremo se si desteranno, perché credo che
   un buon giornale possa giovar molto all'Italia.» *Epistolario*
   cit., I, 6.


.. [#] Questa lettera fu pubblicata nell'*Avvenire* di Novara,
   a. X, 9 marzo 1889, e ristampata nell'*Epistolario*
   cit., vol. I, pp. 36-40.


.. [#] *Scritti*, ecc., vol. I, p. 395.

.. [#] *Scritti* ecc., vol. I, pag. 396-397.

Nonostante, quindi, le immense difficoltà e la vigilanza
quasi febbrile della polizia, la *Giovine
Italia* entrava di soppiatto ne' luoghi dove poteva
maggiormente riscaldare e far palpitare. Da Marsiglia
e da Lugano, co' metodi indicati dal Mazzini
e con altri che usavano i patriotti, facendo a gara
d'astuzia con la polizia, il verbo della nuova associazione
si diffondeva per la penisola. «Fra le risultanze
processuali apparve che la filatura di cotone
di Castiglione, presso Lecco, era una fucina
contro lo straniero, e che ivi i fratelli Grassi ricevevano
i pacchi della *Giovine Italia* e del *Tribuno*» [#]_.
Da Genova, dove giungevano per la
via di Marsiglia, i fascicoli erano distribuiti ad
Alessandria, Casale, Vercelli «per il tramite Ruffini-Pianavia-Girardenghi-Bossi-Stara» [#]_;
né
valse che una volta, il 4 luglio 1832, la polizia,
avutane notizia da qualche vile delatore, scoprisse
a colpo sicuro molte copie del periodico nel doppio
fondo di un barile diretto dal Mazzini alla
[pg!xxiii]
madre: perché, se vigili e talvolta bene informate,
erano le polizie italiane, audacissimi si dimostravano
gli affigliati della *Giovine Italia*.

.. [#] :small-caps:`De Castro`, *Cospirazioni e processi in Lombardia*
   (1830-35), nella *Rivista Storica Italiana*, an. IX [1894],
   pag. 439.


.. [#] :small-caps:`Faldella`, *I fratelli Ruffini e la* Giovine Italia;
   Torino, Roux, pag. 221-222.


.. class:: center large

| :subscript:`*`:superscript:`*`:subscript:`*`

Ma non erano solo i governi a combattere ad oltranza
il periodico, in quanto i giornali, apparsi
nell'Italia centrale subito dopo la rivoluzione del
1831, quasi a distruggere le idee liberali che si
andavano sempre piú sviluppando, si fecero paladini
e corifei de' governi reazionari, comprendendo
subito che il nemico col quale doveano cimentarsi
era veramente terribile. «Che cosa è la *Giovine
Italia*?» si domandava un di questi giornali [#]_,
il piú feroce di tutti, la *Voce della Verità*
[pg!xxiv]
di Modena, diretto apparentemente da Cesare
Galvani, dacché gl'ispiratori erano il Canosa e il
balí Sanminiatelli, i due piú ascoltati consiglieri
del Duca di Modena. E rispondeva: «La *Giovine
Italia* è un magazzino di sferravecche del filosofismo
del secolo passato, è una compilazione alla
vecchia moda rivoluzionaria di Francia scritta nel
vecchio gergo del 1793.

.. [#] Prima del direttore della *Giovine Italia*, la *Voce
   della Verità* avea ricoperto di contumelie Enrico Misley,
   il quale, scampato da certa morte nella congiura di
   Ciro Menotti, aveva stampato anonimo nel 1831 un
   *Discorso storico sulla vita di Ciro Menotti*. Nel num. 30
   del 14 ottobre 1831 si legge infatti:

   «È giunto a nostra cognizione un infame libello
   uscito non ha guari, e, come è noto, dai torchi di una
   città vicina, col titolo: *Discorso storico sulla vita di
   Ciro Menotti*. I Redattori della *Voce della Verità* avean
   pensato prima di abbandonarlo al disprezzo che meritano
   le vigliacche e ridicole arti del suo vigliacco e
   ridicolo scrittore, ma perché non si traggano temerarie
   conseguenze dal loro silenzio, annunziamo fin d'ora
   che sarà risposto a quel turpe ammasso di menzogne
   e di villanie.

   «Intanto il Direttore della *Voce della Verità*, Cesare
   Galvani, Guardia Nobile d'Onore di S. A. R., Aggiunto
   Bibliotecario della Estense (e non Consultore di Governo
   come ivi si annunzia), in nome ancora de' suoi
   collaboratori tutti, altamente dichiara che l'autore dell'opuscolo
   scellerato e sciocco mente dalla prima sillaba
   sino all'ultima; e brama ch'egli sappia, che se colle sue
   provocazioni e minacce avesse creduto di atterrire chi
   si è consacrato a difendere la causa di Dio, e de' suoi
   legittimi Rappresentanti, si disinganni, perché ciascuno
   dei Redattori della *Gazzetta dell'Italia Centrale*
   [il sotto titolo della *Voce della Verità*] non teme delle
   penne vendute all'impostura della Setta, come non
   temerebbe giammai lo scontro faccia a faccia con
   qualunque degli *Eroi della Libertà*.»


«La *Giovine Italia* ha per iscopo di ricondurre
fra noi l'anarchia, gettando in mezzo al popolo il
vecchio balocco dell'*indipendenza* e dell'*eguaglianza*,
sotto il patronato dei vecchi nostri Bassà
a tre colori, e dei nostri vecchi espilatori.

«La *Giovine Italia* ha per sistema la vecchia
tattica dei sofisti oltremontani, di mettere a traffico
la credulità dei gonzi, obbligandoli a giurare
*in verba magistri* sopra una quantità di cose incredibili,
l'inesperienza dei giovani, allontanandoli
dall'investigazione delle cose passate, e l'accidia degli
adulti, dispensandoli dal peso incomodo dei doveri
per trattenerli continuo di una quantità di
diritti fabbricati nella vecchia fucina del 1789.

«La *Giovine Italia* infine ha per ausiliarî tutti
[pg!xxv]
i vecchi miscredenti, i vecchi giacobini, i vecchi bonapartisti,
i vecchi mercanti di rivoluzioni, e tutte
le vecchie arpie della tirannide forestiera, che aspirano
a gettarsi di bel nuovo sulla nostra penisola e
ad ingrassare, giusta la vecchia usanza, colle rapine
pubbliche e private» [#]_.

.. [#] *Voce della Verità* del 12 febbraio 1833, n. 238.

Ma ben piú villane, piú gesuiticamente esposte,
erano le ingiurie della *Voce della Verità*, prima e
dopo che i fascicoli uscissero alla luce. Avuta infatti
notizia, dalle spie assoldate a proprie spese, o
pure da comunicazioni del governo sardo, il quale,
come vedemmo, poteva averle piú direttamente,
che il periodico si stava preparando, pubblicava
nel num. 70 del 17 gennaio 1832 una dichiarazione
che vale la pena di riportare qui: «Un'empia
associazione si è formata in Marsiglia dal rifiuto
e dalla feccia degli emigrati italiani, e la
quale impudentemente si dà il titolo di *Giovine
Italia*. Essa non accetta nel suo novero che quelli i
quali sono nati entro il secolo corrente, o quelli al
piú che non oltrepassano i 40 anni, onde esser certa
che il foco della gioventú spinta alle colpe dall'esempio
e dai dommi di una età corrotta e corrompitrice,
non sia frenato da una esperienza di disinganno.
Essa ha per primo scopo quello di non risparmiare
spesa alcuna e pericolo personale per
portare di nuovo in Italia il fuoco della discordia
e della rivoluzione: essa ha per secondo quello di
pubblicare un giornale, e diffonderlo nella nostra
bella Penisola, il quale serva alla *Propaganda Infernale*,
[pg!xxvi]
e susciti di nuovo alla rivolta ed al sangue.
Essa spera di restare occulta fra noi, e di operare
in segreto: ma noi sappiamo che sono alla sua testa
Mazzini di Genova, Santi di Rimini e il Piemontese
conte Bianco: noi conosciamo i nomi de'
suoi corrispondenti in Ginevra, in Genova ed in
Bologna: noi compiangiamo la rovina che essi vogliono
trarre sul loro capo e sull'altrui. Intanto
rendiamo pubblica questa infame intrapresa, perché
si sappia che la *Voce della Verità* raccoglie il
guanto che costoro gettano all'Italia, e che combatterà
le inique loro dottrine. Entrino essi nel
campo: noi stiamo Mantenitori della lizza. Operino
essi in segreto: noi in pieno sole, e con alzata
visiera».

È noto che il Mazzini, nel primo fascicolo della
*Giovine Italia*, ribatté con la sua prosa alta e
vibrata quella degli *uomini del Canosa e del Duca*,
rimproverandoli alla sua volta di ravvolgersi nel
velo dell'anonimo nell'atto di lanciar contumelie;
onde parve al Galvani un atto di grande coraggio
sottoscrivere il seguente articolo, che il Mazzini
sdegnò di ribattere.

«Ai Redattori della *Giovine Italia*, i Redattori
della *Voce della Verità*».

«Noi scrivevamo nel nostro num. 70... [#]_.

.. [#] Qui segue la dichiarazione da noi riportata nella
   pagina antecedente.


«Il giornale è uscito alla luce col 1 marzo; noi
ce ne siamo procacciato un esemplare, ed abbiamo
scorti che non ci eravamo ingannati nel nostro
[pg!xxvii]
giudizio; essi hanno tenuta la loro promessa, e
noi terremo la nostra.

«Ma vi è di piú. A pagina 91 del primo fascicolo
è uno scritto del Mazzini in risposta alla nostra
disfida. Che in esso egli accumuli il veleno e la rabbia
bene gli sta: noi non compreremo né aspetteremo
giammai le carezze dell'inimico. Ch'egli ci
maledica, gliel perdoniamo agevolmente; perché la
parola maledizione è la chiusa consueta d'ogni periodo
dei liberali, e perché ci tornano in gioia i
loro anatemi. Soltanto, come egli ignora o finge di
ignorare quali noi siamo veramente, cosí noi vorremo
svelargli il piú intimo del nostro cuore.

«Sí, noi professiamo odio per le opinioni che
sovvertono il mondo. Le combattiamo, le combatteremo;
e consacrammo a sí nobile fine quelle forze,
che, qualunque esse siano, ci furono largite da Dio.
Sí, noi dunque professiamo di odiare e di combattere
le opinioni della *Giovine Italia*, né cesseremo
finché si possa di sclamare e di ragionare contro di
esse. Questo è l'odio che abbiamo nell'anima,
questa è la vendetta che ci lusinga. Odio agli errori,
vendetta della verità sull'errore... Ma in
queste anime nostre che temono Iddio, che a lui
si volgono, e che ardentemente desiderano amarlo
e servirlo; in queste anime nostre l'odio e la
vendetta non passa oltre le dottrine e i delitti.
Gl'incorreggibili autori del disordine si compiangono,
si lasciano all'arbitrio della giustizia, e si
bramerebbe il ravvedimento degli sciagurati, anziché
il necessario castigo.

«Voi che in queste pagine stesse della *Giovine Italia*
[pg!xxviii]
santificate l'assassinio e il veleno, potete
voi dirci altrettanto a fronte sicura?

«Voi sfrontatamente accumulando, come piú vi
giova, parole di lode o di disprezzo, di apoteosi o di
vitupero, lusingando le passioni, liberando da ogni
freno gli affetti, spargendo il dubbio e l'incertezza
sovra ogni principio piú santo, ponendo in campo
una nuova filosofia di disperazione che porta il
vuoto del sepolcro sull'aurora della vita, togliendo
di mezzo ogni idea di placida virtú, di vergine innocenza,
di gratitudine, di pure dolcezze, per sostituirvi
immagini di sangue e deliri di un fanatismo
fatale; voi rivestendo questi fantasmi con ampollosità
di suoni, con ebbrezza di vaticini, con
terrizioni di minacce e di bestemmie; voi travolgete
le incaute fantasie de' giovani, e dalla vita
reale le trasportate ai sogni affannosi di un tumulto
di vicende decretato da destino inesorabile,
a un'ansia di perigli e di licenza, a un desiderio
di vendetta, a un'impazienza d'indugi, di ostacoli,
di leardi e di doveri. Miserabili! E se voi rinunziaste
alle speranze di un beato eterno avvenire, perché
trascinare nel vostro abisso tanti infelici? Se voi
contristaste le canizie de' vostri genitori, se portaste
lo sconvolgimento fra le mura della patria,
per quale infernal gioia volete che questi peccati
si moltiplichino, e si perpetuino?

«Se invece (e noi pure siam giovani, e la *Voce
della Verità* è stesa per la piú parte da scrittori
non anco maturi), noi invece chiamiamo i nostri
fratelli di studi e di età a quei principî di vero
immutabile, di ordine eterno, di provata rettitudine,
[pg!xxix]
di consolata coscienza, coi quali solo l'uomo
vive tranquillo in sé, utile ai simili suoi. Né sia
chi ci accusi di voler raffreddare qualsiasi affetto
forte e generoso, ché a noi Dio concesse cuori che
sentono quant'altri mai, che rispondono ad ogni
energico eccitamento, che vorrebbero tutta la gioventú
italiana gagliarda e magnanima, ma gagliarda
e magnanima quale conviensi al cristiano
e al soldato d'onore; non feroce e arrabbiata quale
è l'assassino e il settario. Noi amiamo la patria
nostra, e perché l'amiamo, la vorremmo grande,
bella, felice; e tale sarà sempre all'ombra dei legittimi
troni. E voi, miserabili, voi che profanate ad
ogni istante il suo nome, voi la vorreste veder di
nuovo dibattersi prima fra le convulsioni intestine
e le stragi cittadinesche, poi doversi necessariamente
incurvare di nuovo alle falangi straniere.
Voi, voi siete i veri nemici, i veri sicari della
Patria.

«Qui potremmo por fine alle nostre parole, e
lasciare il giudizio a chiunque conosca e le reciproche
dottrine, e le scambievoli azioni. Ma voi ci
avete dati dei consigli, e noi vogliamo rispondervi.

«Voi volete atterrirci gridando che già il decreto
della nostra rovina è segnato dal secolo, dallo
sviluppo degli intelletti, dall'odio alla tirannide,
dai volti che impallidendo al vederci ci rivelano
un nemico, dalle tante famiglie che sono un centro
di congiura contro di noi. Voi volete atterrirci? Disingannatevi!
Il terrore nasce dal rimorso o dalla
vigliaccheria, e il Cielo ci ha scampati finora dall'uno
e dall'altra. Cosí ne fossero immuni i nostri
nemici!

[pg!xxx]
«Voi ci chiamate al Tribunale di Dio? Oh, non
provocate questo giudizio! Noi crediamo in questo
Scrutatore cui nulla è occulto, e appunto il timore
di lui ci fa difendere la causa sua contro la
rabbiosa vostra guerra. Cosí ci donasse Egli coscienza
in tutto, come in ciò, tranquilla: cosí ci
doni di non invanire perché noi deboli ha scelti
a strumenti della sua pugna. Ma voi... Deh possano
gli anni ed i casi mutarvi innanzi quell'ora tremenda!

«Voi ci consigliate a tenere il nostro *compianto
per quella dinastia in oggi errante in cerca d'asilo
sulla quale fondavamo tutte le nostre speranze*.
E che! insultereste ancora con empia ironia alla
virtú sventurata? Sorridereste dunque di infame
letizia all'esiglio, e alle amarezze di quelli che
dai fratelli vostri furono cacciati di soglio per non
poter sopportare i continui loro benefici, e il loro
perdono? Vigliacchi! è questa la maggiore delle
villane codardie. Io che scrivo queste linee stenderei,
lo giuro, la mano al Mazzini, se percosso
dalle meritate sciagure, mi chiedesse un soccorso;
ed egli gode delle pene di un vecchio che ha per sé
otto secoli di gloria domestica, e il trionfo di Algeri;
di una principessa che bevve fin dall'infanzia
tutto il calice de' dolori, e incanutisce tra
nuovi affanni; di una madre cui il pugnale del liberalismo
tolse il marito, e avrebbe tolto il figlio,
se l'inferno vomitava due Louvel; di un innocente
fanciullo ch'era l'amore della Francia, come ne
è ora la sola speranza! Ma noi ci gloriamo di ammirare
e di amare questa eroica famiglia. Potessimo
[pg!xxxi]
così offrirle qualche tributo più efficace del
solo affetto.

«Voi ci chiamate *uomini di Canosa e del Duca*.
Sia pure: noi avremo ad onore di esser riconosciuti
degni seguaci del Principe più Religioso ed Intrepido:
dell'Uom di Stato più irremovibile del
secol nostro.

«Voi dite che millantiamo di combattervi a
visiera alzata, mentre abbiamo le *baionette d'intorno,
e il carnefice a fianco*. Ipocriti! Forse che
ignoriamo la morte di Kotzebue? Forse che le baionette
e il carnefice ci difenderebbero da quelle
coltella che voi invocate e dite sante; se non ce ne
facesse sicuri Dio, e quel coraggio che ci viene
da lui?

«Voi finalmente imputate chi vi svelò nel n. 70
di *ravvolgersi nel velo dell'anonimo*, mentre voi segnate
il vostro nome. Voi mentite, Cesare Galvani
che allora scrisse di voi, e qui scrive di nuovo, non
si è occultato, né si occulterà mai, perché non vi
teme. Egli fin dal n. 30 del suo Giornale pubblicava
in simile circostanza il suo nome; egli si fa
gloria della propria opinione, e degli insulti che
gli versano sopra i nemici di Dio e dei legittimi
Re» [#]_.

.. [#] *Voce della Verità* del 12 aprile 1832, n. 107.

Né qui sostarono gli eroici redattori della *Voce
della Verità*, perché nel supplemento al n. 106 il
Canosa volle farsi anche paladino di quei Borboni
di Napoli, che aveva così ben serviti, meritandosi
poi, come premio, la via dell'esilio, e precisamente
polemizzando col La Cecilia, il quale, nel
[pg!xxxii]
*Cenno storico ad onore dell'estinto Pietro Colletta* aveva
affermato esser la ferocia il «primo attributo dei
Borboni».

L'articolo, che non ristampiamo, perché edito
già molte volte, era preceduto da questa dichiarazione:
«Pubblichiamo una lettera scritta da un
valente difensore dell'Altare e del Trono, in confutazione
del primo fascicolo della *Giovine Italia*,
riserbandoci di pubblicare ancora le nostre osservazioni
sopra questa sozza insolente, che per comando
della sediziosa *propaganda* di Parigi tiene
i suoi torchi nei bordelli di Marsiglia». Ed infatti
il periodico tenne la sua parola. Quattro
giorni dopo, nel n. 108, pubblicava «\ *Alcune riflessioni
sopra un articolo della* Giovine Italia, *firmato*
U. D. F.», cioè sull'*Elogio di Cosimo Delfante*
scritto dal Guerrazzi, elogio alla lettura del quale
l'autore delle *Riflessioni* provò un fremito paragonabile
«a quello che agitava il *suo* cuore quando
una mesta curiosità *lo* condusse a por piede, ad osservare,
a dar ascolto nel reclusorio d'Aversa»,
dove, come si sa, stanno i pazzi delinquenti. Al Canosa
successe il balí Cosimo Andrea Sanminiatelli,
nel n. 149 del 19 luglio 1832, con un articolo
intitolato *Brevi parole agli scrittori e partigiani
della* «Giovine Italia» [#]_; e di nuovo, nel supplemento
[pg!xxxiii]
al n. 180 del 29 settembre, il feroce consigliere
di Francesco IV, che prese la difesa de'
Borboni contro gli attacchi ripetuti del La Cecilia.

.. [#] Crediamo opportuno di riprodurlo qui in nota:

   «Colui, che testé si è creduto onorato di scrivere in
   questo celebre e memorabile giornale «che è nemico
   d'Italia chi cospira di riunirla sotto un solo governo,
   che è traditore d'Italia chi invita o le seduzioni riceve,
   a tale oggetto, dei faziosi», non può raffrenare il suo
   vero patriottismo senza rivolgere brevi, ma concludenti
   parole a quegli scrittori, di cui la superficialità
   è il minore difetto, che profughi in un paese straniero,
   disprezzati da quell'istesso governo, oggetto,
   sono pochi mesi, dei loro più fervidi voti, e causa dei
   movimenti loro maniaci, non si stancano di travagliare,
   in mille modi, l'opinione, e le legittime simpatie della
   misera Italia, e con lo specioso, insulso, quanto infernale
   pretesto di ringiovanirla, depurarla ed all'apice
   guidarla, corrispondenze mantengono con una focosa
   gioventù, elettrizzandone le passioni le più impure, e
   con una precoce, per i misfatti, vecchiezza, dichiarandone
   i membri i venerabili padri coscritti dell'Italica
   rigenerazione. Ma cosa pretendete voi mai, ove
   tendono i vostri sforzi? Forse tentate, sperate di rivedere
   i patrii lari, gli aviti abituri, quando foste da
   tanto di portare l'Italia all'anarchia, alla guerra civile,
   all'ateismo pratico? Per verità non potreste che
   sotto auspicii sì benefici lavarvi dall'ostracismo divino
   e politico, che vi percuote! O sivvero gustare volete il
   miserabile piacere d'aumentare il gregge vile ed infame
   dei banditi, dei facinorosi, dei sediziosi? Vi compatisco
   però mentre *Solatium est miseris socios habere
   poenarum*. Vandali novelli, nel secolo decantato dei
   lumi, egoisti furenti, in una età proclamata eminentemente
   filantropa, eroi sublimi, col pugnale, lo spergiuro,
   ed il tradimento alla mano, siete voi che liberare
   ci volete dai tiranni, dal bigottismo e dalla
   schiavitù? Sono questi i vostri titoli, le vostre caratteristiche;
   a questo tende la barbara vostra propaganda?
   Deh, noi vi abiuriamo per fratelli, per nostri
   concittadini, e se per brevi istanti abbiamo il coraggio
   di trattenerci con voi, onde abbattere, e smascherare,
   nelle loro ultime trincee, gli empi vostri sofismi, i
   nauseanti vostri paradossi, gl'imbecilli vostri calcoli
   politici, lo facciamo, onde scuotervi una volta, per
   una commiserazione, che sebbene non meritiate, ci è
   d'altronde prescritta dai divini precetti della legge
   evangelica. Ciò posto, esaminiamo, a sangue freddo,
   i progetti degli scrittori e partigiani della così detta
   *Giovine Italia*. Fare dell'Italia adunque un solo governo
   o monarchico, o repubblicano, questo poco importa,
   mentre dal 1830 in qua, non ostante il valore
   intrinseco della parola monarchia, si è trovato (oh! felice
   scoperta dei lumi del secolo XIX) il mezzo di constituire
   delle monarchie con instituzioni repubblicane,
   talché Montesquieu, e tanti altri trattatisti della vera
   indole e carattere dei governi sono rimasti eclissati
   dal luminoso pianeta rivoluzionario. O sivvero, fare
   dell'Italia un governo, *ad instar* delle provincie unite
   dell'America settentrionale. Abbattere il grottesco potere
   politico del Papa, evocando le ombre degli uomini
   illustri dei bei tempi di Roma. Lasciare la religione
   cattolica ai bigotti, senza perseguitare di fronte coloro
   che hanno l'imbecillità di credervi, per meglio
   ruinarla con la spada a due tagli del ridicolo, secondo
   il testamento filosofico del Patriarca di Ferney, e annientare
   così i pregiudizi di una gotica educazione,
   appoggiandone la nuova ad una morale, in cui il furto
   suoni scaltrezza, lo spergiuro fortezza d'animo, il matrimonio
   un contratto temporario, lo stupro, il ratto,
   l'adulterio, l'incesto, il concubinaggio slanci e moti di
   un'anima gentile e sensibile, il suicidio eroismo immortale,
   ecc. ecc.; e sulla sommità di questa santissima
   morale si assida la dommatica ridotta ai consolanti
   principî dell'eternità della materia, del fine di
   tutto alla morte dell'uomo, della sola adorazione al *dio
   natura*, conciliando, in tal modo, l'ateismo con il
   deismo. In quanto poi agli attuali beneficentissimi ed
   illuminatissimi Sovrani d'Italia, o ucciderli col valore
   del pugnale, e col mistero sublime di propinati veleni,
   o per tratto di liberale clemenza, accordare ad
   alcuni più benemeriti della politica d'amalgama e di
   tolleranza, di girsene in bando profughi e raminghi,
   quali trofei viventi della debellata schiavitù. Sono
   questi adunque i vostri progetti? Deh! non tentate di
   negarli, di modificarli! Quaranta anni di prova, tanti
   giorni nefasti che avete fatti subire all'onore, alla
   pietà, alla fedeltà, tanti tentativi abortiti, e con una
   diabolica ostinazione riprodotti, non lasciano ombra di
   dubbio al più ignorante, al meno perspicace. Sommi
   politici quali vi vantate, non avete saputo celare i
   vostri iniqui desiderî con una machiavellistica segretezza.
   Anzi, basta leggere i vostri giornali, gli effimeri
   balbuzienti fogli vostri periodici per convincersi
   che costituite gloria, e gloria immortale, nel palesarvi
   apertamente. Ecco adunque cosa può sperare l'Italia
   quando sia da voi ringiovanita, depurata! Sappia ancora
   l'Italia che in benemerenza di doni sì ricchi, voi
   volete, senza attendere i di lei suffragi e consenso,
   assidervi sulle sedie curuli, ammassare tesori, spiegare
   la pompa, ed il fatigante lusso dell'Asia, in mezzo
   alle semplici e civiche virtù, che promettete alla rigenerata
   Penisola. Sappia che non le mancheranno né
   l'alta polizia tenebrosa, né i colpi di stato delle barricate,
   né il dileggio amaro e segreto di questi satrapi
   alla filosofica, per i molti imbecilli che si credessero
   dei Tulli e dei Demosteni nei comizi popolari.
   Siete adunque svelati in faccia al cielo ed alla terra.
   E ci taccierete d'impazienti, d'ignoranti se noi non
   possiamo trattenerci di più ad esaminare gl'infami
   vostri progetti? Quale utilità infatti arrecherebbe a noi
   ed a voi il dirvi dopo ciò, che l'Italia non può essere felice,
   che nel sistema d'equilibrio proprio ed europeo,
   in cui l'hanno situata i suoi legittimi governi; che
   essa, sebbene divisa in frazioni, un medesimo spirito
   però anima ed infiamma, per il suo vero e leale vantaggio,
   gli ottimi Sovrani, che la reggono; che dal resultato
   di questo spinto collettivo essa ha un sicuro
   garante d'essere difesa dalle straniere invasioni, e vede
   sorgere una gara lodevole, e prodigiosa direi, fra questi
   Unti del Signore per felicitare in mille modi, le parti
   della medesima, che essi governano; che in una parola
   essa gode tutti i benefizi dell'unità politica, il
   primato ecclesiastico sulle nazioni, circondato di tante
   pie ed illustri ricordanze, e tutti i felici risultati dell'occhio
   vigile e paterno dei suoi Sovrani sopra le
   più minute sue località, che protetta dalle generose, e
   fedeli, quanto imponentissime armate austriache, essa
   non ha bisogno di snervare la sua industria, di togliere
   alla agricoltura, all'arti ed al commercio le
   braccia sue piú robuste, per mantenere un'armata formidabile
   onde difendersi dalle gelosie, ed egoismi nazionali,
   che ci susciterebbero spesse fiate, se fosse riunita
   in un solo governo; e che finalmente se è chimerica
   l'idea di questa pretesa rigenerazione italica, se veramente
   costituisce in quelli che tentano procurarla (se
   fossero di buona fede) l'ignoranza piú crassa dei veri
   interessi della famiglia europea, e se Napoleone, che
   tutto, per fatalità, poteva, che era italiano, non ardí
   che tentarla da lungi, e finí poi con rendere l'Italia una
   assoluta provincia francese, facendo spargere il sangue
   italiano, per interessi affatto ignoti ed inutili all'Italia
   o nelle desolate contrade di Spagna, o negli agghiacciati
   deserti di Russia; è tanto piú chimerico, vile ed
   impossibile, che questo sognato, illusorio benefizio
   possa provenire all'Italia dalla filantropica cooperazione
   dei francesi in generale, ed in ispecie dei francesi
   rivoluzionari di tutte l'epoche, di tutti i partiti, e
   colori.

   «E voi, rinnegati italiani scrittori della cosí detta
   *Giovine Italia*, e partigiani di queste farse da teatro,
   è da loro che avete imparato a balbettare il simbolo
   rivoluzionario, è negli antri delle galliche sètte che scrivete,
   e spingete i vostri libelli infamanti onde mantenere
   l'impuro incendio, nel seno della misera Italia, ché
   anche nella iniquità non avete neppure l'orrida gloria
   di fare da maestri; deh! scuotetevi una volta, se ne
   siete, che non crediamo, capaci, ed unitevi con gli onesti
   e virtuosi italiani a scolpire in marmi od in bronzi, ad
   eterno disinganno, questa venerabile massima dell'antichità,
   cangiati però i nomi dei protagonisti, ed il valore
   e l'indole del concetto: *Quidquid delirant Galli
   plectuntur Itali.*

   :small-caps:`«Balí Cosimo Andrea Samminiatelli.»`

.. class:: center large

| :subscript:`*`:superscript:`*`:subscript:`*`

Abbiamo detto che, nonostante la guerra feroce
che gli si muoveva, il periodico continuava le sue
pubblicazioni, alle quali il Mazzini sorvegliava
[pg!xxxiv]
con grande cura, rimediando alle mille difficoltà
che sorgevano per la compilazione di esso, resa
ancor più difficile quando il grande Italiano, espulso
da Marsiglia, dové nascondersi ne' pressi
[pg!xxxv]
della città, e colà vivere intanato come una bestia
feroce, sino al giorno in cui, cedendo alle infinite
persecuzioni, fu costretto a rifugiarsi nella Svizzera.
Seguitò a pubblicarsi anche dopo il tentativo
[pg!xxxvi]
d'invasione savoiardo, anzi nel sesto fascicolo
trovarono luogo que' preziosi documenti con i
quali il Mazzini rese conto presso gli Italiani della
sua parte di responsabilità; ma questo sesto fascicolo
[pg!xxxvii]
uscito nel giugno 1834, fu l'ultimo della
serie; e cosí veniva a spegnersi la «prima rassegna
del Partito Nazionale Italiano, ispirata, dal bisogno
di ordinare a sistema le idee sconnesse ed
isolate frementi nell'associazione» [#]_. «Stamperemo
anche il settimo — scriveva il Mazzini al
Rosales il 20 luglio di questo anno; — appunto
perché i governi non vogliono; ma per non aver
vincoli, non riceveremo abbonamenti. Faremo pagare
a volumi» [#]_; nondimeno il proposito non
ebbe effetto per molte ragioni, finanziarie e politiche.
Alle prime il Mazzini accenna in varie sue
lettere alla madre e al Rosales; le seconde crediamo
riconoscere nel fatto che altri orizzonti, piú
vasti, lumeggiati di ben altre tinte, si erano aperti
alla mente di questo «sultano della libertà»,
rischiarando il cammino ad altre mète piú gloriose,
se bene irte di pericoli ancor piú insormontabili;
egli stava vagheggiando la fratellanza dei
[pg!xxxviii]
popoli europei, dapprima con la *Giovine Svizzera*,
poi con la *Giovine Europa*, antiveggendo fin
d'allora, in momenti di tristissimo servaggio per
tutte le popolazioni europee, una nuova epoca di
progresso sociale. Credette quindi troppo inadeguato
allo scopo il giornale di Marsiglia, come mezzo di
diffusione delle sue idee; un anno dopo il *Proscrit*,
quindi la *Jeune Suisse* e nel 1840 l'*Apostolato
Popolare* erano gli organi della nuova generazione,
la quale, sia pure indirettamente, assorbiva la
parola calda, e fascinatrice del Mazzini, e si preparava
alle grandi lotte del Risorgimento, non
solo, ma di tutta Europa, dalle rive della Senna,
a quelle del Danubio, della Sprea, e di là per altri
paesi, dovunque la feroce catena del dispotismo
tenesse avvinti i popoli, sviandoli dal pensiero di
liberi sensi.

.. [#] :small-caps:`P. Gironi`, op. cit., p. 388.

.. [#] *Epistolario* di :small-caps:`G. Mazzini`, Firenze, Sansoni, 1902,
   vol. I, pp. 245-46.

..

   | Roma, 10 marzo 1902.

.. class:: right

| :small-caps:`M. Menghini.`

----

.. clearpage::

[pg!xxxix]

.. class:: center

   | La
   |
   | :xx-large:`GIOVINE ITALIA.`
   |
   | SERIE DI SCRITTI INTORNO ALLA CONDIZIONE POLITICA,
   | MORALE, E LETTERARIA DELLA ITALIA, TENDENTI
   | ALLA SUA RIGENERAZIONE.

|
|

.. epigraph::

    .. class:: right

    | Italiam! Italiam!..
    | :small-caps:`Virg.`

    Ma voi, che solitari, o perseguitati sulle antiche
    sciagure della nostra patria fremente, perché,
    non raccontate alla posterità i nostri mali?
    Alzate la voce in nome di tutti, e dite al mondo,
    che siamo sfortunati, ma né ciechi, né vili.....
    Scrivete. Perseguitate con la verità i vostri persecutori.

    .. class:: right

    | :small-caps:`Foscolo.`

|
|

.. class:: center

   | MARSIGLIA.
   | :small:`TIPOGRAFIA MILITARE DI GIULIO BARILE.`
   | :small:`1832.`

----

[pg!3]




DELLA GIOVINE ITALIA
====================

.. epigraph::

    Les jeunes gens de vingt à trente-cinq
    ans ont grandi dans la révolution.....
    Eux seuls sont notre espérance [#]_.

    .. class:: right

    :small-caps:`Victor Cousin.`


Le parole di Cousin, poste in fronte all'articolo,
racchiudevano, parmi, un alto senso politico,
e compendiavano in certo modo la scienza
del moto sociale nel secolo XIX. Egli le proferiva
parlando allo Zschokke, e Zschokke, canuto, ma
d'anima giovine e repubblicana, le raccoglieva
con amore, e le registrava in fronte a un suo
libro, intravvedendovi una profezia di vittoria e
di civiltà.

Quando Cousin parlava quelle parole, la Francia
era schiava a un dipresso, com'oggi noi siamo.
I miracoli repubblicani tornati in nulla, le corruttele
[pg!4]
de' governi nulli, intermedi fra la Convenzione
e Bonaparte, le servilità dell'Impero,
che trasparivano attraverso il manto di gloria
steso dal genio dell'uomo del destino, poi la tirannide
del *ristoramento*, le brighe sacerdotali e
gesuitiche, le delusioni e la cortigianeria prevalente
avevano diffuso un sonno sulle menti degli
uomini dell'89, una pace stanca, un silenzio di
rovina, che vietava ogni speranza di meglio. Le
forze della generazione nata fra i due secoli XVIII
e XIX, s'erano consumate nei quaranta anni di
guerra ostinata e di sagrifici, spesi a ricadere nel
fango d'onde avea voluto levarsi. Gli uomini che
aveano veduto il primo e l'ultimo giorno d'una
rivoluzione destinata a mutare le sorti europee,
disperavano del progresso. Tante credenze s'erano
accumulate in quello spazio di tempo, e tante
volte la prepotenza de' fatti le avea soffocate,
che gli animi erano giunti a rinnegare ogni fede, e
gl'intelletti giacevano sconfortati, avviliti, sfiduciati
dell'avvenire. Le teoriche filosofiche, perduta
ogni attività d'esame, ogni eccitamento di contrasto,
dormivano nel materialismo del secolo XVIII,
e confinavano l'uomo nell'esercizio delle facoltà
individuali. Letteratura non v'era, tranne nelle
accademie, vendute al potere, qualunque si fosse,
e inerti per natura d'ogni collegio privilegiato.
Era quel momento di riposo, che segna l'ultimo
moto d'una razza la cui missione è compiuta, e
il primo d'un'altra che raccoglie le proprie forze
a incominciare lo sviluppo di quella, che ogni
nuovo secolo affida a' suoi figli.

.. [#] L'epigrafe è troppo assoluta, perché noi la ammettiamo
   senza riserva, — e rimettiamo all'articolo.
   Ma non abbiamo potuto resistere al piacere di registrare
   in favore della gioventú un giudizio pronunciato
   da uno de' primi padri della *dottrina*, che contende alla
   nuova generazione la facoltà di progresso.

[pg!5]

Il secolo XIX sentiva la propria missione. I
fatti accumulati dal secolo passato erano troppi,
perché le conseguenze potessero cancellarsi con un
trattato. L'elemento *giovane* fermentava tacitamente.
Troppo debole ancora per combattere a
visiera levata la tirannide politica, ne' suoi dominii,
s'agitava intorno al vecchio edificio sociale
novamente puntellato, avvezzandosi a guardarlo,
a misurarlo senza paura e venerazione,
studiandone il lato piú fragile, logorandolo, poiché
al centro non poteva, per ogni dove all'intorno.
Mancava la unione, mancava la concordia
in alcuni principii fondamentali allo sviluppo dei
quali si concentrassero gli sforzi individuali;
mancava un *simbolo* alla religione che cominciava
a farsi via tra le rovine d'un culto perduto, che i
re tentavano rinvigorire col terrore delle baionette;
ma lo studio, non foss'altro, che gl'ingegni
nati col secolo ponevano nelle diverse molle
sociali, la tendenza che spingeva le menti alle
scienze storico-filosofiche, l'affetto che viveva nelle
grandi memorie, protestavano contro agli inetti,
che negavano il progresso o s'attentavano d'arrestarlo.
Allora sorsero alcuni uomini, potenti d'intelletto
e di dottrina, che avevano desunta dalle
pagine di Vico e d'altri la teorica d'un perfezionamento
progressivo indefinito, e si consecrarono
apostoli del rinnovamento morale. Rinnegarono
l'autorità, rinnegarono quanto d'esclusivo si racchiudeva
nei mille sistemi, creazione e pascolo dello
spirito umano. Guardarono con occhio d'aquila le
linee storiche del passato, risuscitarono la idea spirituale,
[pg!6]
eressero un altare alla civiltà nel santuario
della coscienza, e chiamarono la *giovine
Francia* a sagrificare su quell'altare salutandola
speranza della patria, potente, rigeneratrice. La
*giovine Francia* rispose a quel grido: La *giovine
Francia* ardita, impaziente, fiduciosa, e spronata
dall'entusiasmo, non aveva raccolto del passato
che i sommi principii, risultati de' fatti,
senza aver subíta l'iniziazione spesso funesta dei
fatti stessi, e si slanciò dietro a quella bandiera.
Tentò quante vie s'affacciavano: assunse a tempo
quante forme si offrivano interpreti del pensiero
generoso. Fu romantica, ecclettica, protestante. Si
arrestò, appassionandosi, intorno al medio evo,
sulle teoriche trascendentali, nelle incertezze del
misticismo. Ma sempre, attraverso tutte le fasi,
sotto le varie gradazioni che avviavano l'intelletto
alla verità, nelle lettere, nell'arti, nella filosofia,
traspariva la coscienza d'una forza indipendente
da' vincoli materiali, traspariva lo spirito di
libertà, solo eterno, solo onnipotente a mutare in
meglio le condizioni civili; ma dietro a quella
gioventú desiosa, insisteva una voce che gridava:
innanzi! innanzi! — Protestantismo, Romanticismo,
Ecclettismo erano tendenze di transizione:
preludi nei quali l'intelletto sviluppava, esercitava
le proprie forze prima d'intraprendere dirittamente
la via del rinnovamento. Bensí, quei
primi, che il caso avea cacciati a condottieri di
tanta impresa [#]_, avevano forze ineguali all'ufficio.
[pg!7]
Piú eloquenti che logici, piú vasti che profondi
nelle loro osservazioni, piú ambiziosi forse che
caldi veramente della fiamma santa che crea il
genio protettore delle razze umane, avevano intravveduto
un istante la missione del secolo, e s'erano
smarriti davanti alla sua grandezza. Come Pietro
Eremita, avevano sollevato lo stendardo d'una
Crociata senza ammetterne, senza intenderne le
inevitabili conseguenze. Tentennavano fra diversi
sistemi, malcontenti di tutti, non rifiutandone
alcuno, senz'ardire per distruggerli, senza fede
o potenza per crearne un nuovo. Rivelati alcuni
principii, procedevano paurosi nelle applicazioni,
titubavano nello sviluppo delle proposizioni che
avevano prefisso a' loro libri, a' loro insegnamenti,
a' loro giornali. Volevano insomma rovinare
il passato, ma senza creare l'avvenire, senza
accettare l'eredità de' padri, senza sacrificarsi per
essa.

.. [#] [*Scritti*, ecc.: *intrapresa*].

Ma la eredità de' padri era tale, e santa di
tanta solennità di sventura, che i figli non potevano
rinunziarvi per amor de' maestri. Per
venti anni d'eroismo, e di sagrificio non v'è fiume
d'oblio, e la gioventú ridestata una volta, trascorse
altre ai confini che le segnavano. I padri
avevano predicata una fede, i padri l'avevano suggellata
col sangue; ma, come il secondo Gracco,
avevano cacciata una stilla di quel sangue verso
il Cielo, sclamando: frutti il vendicatore! — Quel
sangue ardeva nelle vene dei figli, e la fede dei
padri s'affacciava ad essi raggiante, pura, piú
cara, perché incoronata della palma del martirio,
[pg!8]
bella di speranze, o d'un'eterna promessa. La rivoluzione
dell'89 aveva mostrato in compendio
tutta la carriera di riforma che dovea corrersi.
Una generazione l'aveva divorata coll'ansia di chi
scopre una nuova terra, a balzi, a slanci, senza
arrestarsi. I primi intraprenditori delle rivoluzioni
sono vittime consecrate, e si muoiono; ma i
principii non muoiono, e le generazioni che tengono
dietro s'assumono d'educarli, di svolgerli,
di trarre da' primi contorni un quadro immortale,
di ricorrere piú lentamente, ma piú stabilmente
la via che i primi hanno segnata. La grande rivoluzione
sociale, della quale la rivoluzione francese
aveva dato il programma, incominciava appena,
quand'altri s'illudeva d'averla spenta. E
la gioventú, fatta accorta della propria potenza,
accettò la missione: si strinse, si raggruppò, stette
attenta, vegliando il momento che dovea sorgere
nello spazio. Il momento sorse, la gioventú lo afferrò.
Il cannone dell'*Hôtel de Ville* tuonò la
chiamata. La gioventú si levò come un sol uomo: la
gioventú vinse. Cortigiani, baionette, trono, tutto
rovinò davanti all'impeto d'un principio. Il sole
del 27 aveva diffusa la luce sopra ogni cosa: il sole
del 29 non salutò che una bandiera: — la bandiera
del secolo. Gli uomini, che alcuni anni addietro
avevano comunicato l'impulso senz'antivederne
gli effetti, s'erano ritratti atterriti; poi,
quando la gioventú riposò dalla sua creazione, si
cacciarono addosso al cadavere d'una monarchia,
usurparono la gloria d'averla morta, e giudicarono
l'ossa de' sette mila essere convenevole base al
[pg!9]
sistema ch'essi avevano predicato utilmente, viva
e prepotente la tirannide. Ora, parlano tuttavia
di progresso, — e vorrebbero che s'arrestasse dove
essi s'arrestano: magnificano le glorie del Luglio, — e
vorrebbero che una nazione non si fosse
levata se non a mutare un nome nella sua storia:
protestano del loro amore alla libertà, — e l'hanno
rivestita d'un manto d'infamia, — l'hanno cacciata
ludibrio a' re, sospetto mortale ai popoli.
Due secoli, il XVIII, e XIX, li rinnegano: come
que' codardi che Dante pone alle porte del suo
Inferno, si stanno tra l'infamia e l'oblio: l'oblio
per la loro eloquenza che prima eccitava i giovani,
oggi s'è prostituita al potere: — per la
loro letteratura, campo di prova agli ingegni, ove
essi vorrebbero confinare per sempre l'anelito al
moto perenne, che affatica lo spirito umano; — pel
loro ecclettismo, sistema di transizione, che
intendono perpetuare: la infamia per la gretta e
fredda politica individuale, alla quale hanno sacrificate
le grandi speranze sociali suscitate per essi — pel
sangue de' popoli che hanno pattuito coi
re a mendicare una pace che non otterranno — pel
loro trovato del *giusto medio*, ecclettismo politico,
senza passato, senz'avvenire, senza logica,
senza sviluppo, sistema paralitico, che non s'attenta
rifiutare i principii rigeneratori, ma s'industria
a strozzarli in fasce. E sia cosí, poi che vogliono! — il
secolo li aveva circondati dell'affetto
giovenile e di plauso: poi tentarono sostituirsi
al secolo, e il secolo li affogherà. — Chi può cacciare
un principio, e voler che non frutti? — Chi
[pg!10]
può dar moto all'intelletto, e gridargli: arrestati
dov'io m'arresto?

In Italia, siccome in Francia, la tirannide,
tanto piú esosa quanto piú impudente, produsse
il suo effetto di reazione, e l'anime inferocirono
nell'odio, crebbero smaniose d'indipendenza. — In
Italia, prima che in Francia, gl'ingegni intolleranti
di freno versarono nella scienza la idea di
progresso che non potevano applicare agli ordini
civili, e levarono il grido di libertà del pensiero
nel campo delle lettere [#]_. — In Italia, siccome
in Francia, gli uomini che cacciarono i primi semi
di libertà furono oltrepassati da chi venne dopo,
però che la sventura è maestra piú potente d'ogni
teorica, e ogni anno, ogni evento, ogni tentativo
fecondò la Italia di nuova rabbia, di sangue e di
insegnamenti. Ed oggi, gli uni contendono per la
eccellenza dei metodi che predominarono soli, e
fruttarono negli anni addietro: gli altri, cresciuti
col secolo, predicano la parola del secolo, e
si assumono di esserne interpreti. Bensí la differenza
sta in questo, che in Francia, gli uomini
ch'or vorrebbero arrestare il moto, addotrinarono
la crescente generazione, e i loro sforzi furono talvolta
coronati dalla vittoria: in Italia, le circostanze,
avverse sempre e prepotentemente fin'ora,
[pg!11]
vietarono a ogni uomo di convalidare il proprio
sistema coll'autorità del trionfo, e gl'Italiani non
raccolsero ammaestramento a fare che dai rovesci,
e da quel tanto di sviluppo che i fatti continui
impongono all'intelletto. — Però, ogni questione
s'agita fra due opinioni, nessuna delle quali ha
generato finora risultati positivi. Noi siamo schiavi:
per quali mezzi si riacquista da schiavi la libertà? — e
stabile? — ed efficace? Quali principii
hanno a reggere i tentativi? — Gli antichi,
recentemente praticati, fallirono. Fu legge di cose,
necessità di tempi, o vizio inerente al sistema, che,
mutati gli elementi, dovea mutarsi? Forse fu la
prima cagione; non pare a ogni modo che a favorir
quei sistemi giovi il mal esito. La tendenza
del secolo ne predica altri; e le tendenze non nascono
a caso, non prevalgono per capriccio di pochi:
emergono da' bisogni, trionfano col voto
dei piú.

.. [#] Il *Conciliatore*, giornale stampato in Milano,
   nel 1818, predicò il sistema della libertà nelle lettere,
   prima che la giovine scuola avesse organi periodici,
   e centro in Francia. Il Tedesco ne intese meglio che
   ogni altro lo scopo, e vietò il giornale, perseguitandone
   gli scrittori.


A noi, dovendo spesso nelle pagine della :small-caps:`Giovine
Italia`, occorrere di combattere il sistema che i
casi — e non le nostre parole, — dimostrano ogni
dí piú sistema vecchio e impotente a rigenerare
una nazione caduta in fondo, corre obbligo, corre
necessità di spiegarci una volta per tutte sulle
nostre intenzioni a riguardo d'un partito politico,
che rappresenta cotesto sistema, e che pur numera — forse
a torto — ne' suoi ranghi molti
uomini puri, incorrotti e deliberati nemici d'ogni
tirannide, a' quali la Italia, comunque spinta dalla
forza delle cose per altre vie, serberà gran tempo
venerazione e affetto di gratitudine. Le denominazioni
[pg!12]
di :small-caps:`Giovine Italia` e d'*uomini del passato*
increscono a primo tratto a que' molti che non
s'addentrano nelle cose. La mediocrità è sospettosa,
e intravvede offese per ogni dove. Gli uomini
che invecchiarono in un sistema d'idee, che hanno
combattuto e sofferto per esso, mutano difficilmente.
La educazione politica non si rifà, se non
ne' pochissimi creati a camminare fino alle esequie
cogli anni, immedesimati col moto progressivo
della civiltà; e l'affetto che si genera dall'abitudine
è potente quant'altro mai. D'altra parte
la gioventú, fervida, impaziente s'affaccia briosa
alla vita dell'avvenire, si sente fremere dentro potente
il concetto d'emancipazione, e rompe guerra
al passato: nol guarda, o se il fa, guarda dispettosa,
o sprezzando. Quindi l'ire aspreggiate dalla
sventura: quindi le accuse reciproche, e ciò che
spesso è colpa di fati, attribuito all'una o all'altra
opinione. Da siffatte guerre non esce che danno
alla patria. E però vogliamo interpretare que'
termini, che potrebbero prestare alimento a gare
funeste: vogliamo snudare tutta intera l'anima
nostra, perch'altri non vi sospetti un pensiero
che ogni Italiano rifiuta. È duro dover discendere
a spiegazione di ciò che tutti dovrebbero intendere:
è duro l'esser tratto a scolparsi di tacce
che tra noi nessuno avrebbe sognato. Bensí, la
unione [#]_ anzi tutto — e v'hanno tali materie,
nelle quali giova rimovere anche il nudo sospetto.

.. [#] [*Scritti*, ecc.: *Ma l'unione*].

Noi lo dichiariamo solennemente: — *Per Giovine Italia*
[pg!13]
noi non intendiamo che un *sistema*,
voluto _`dal` secolo: quando noi combattiamo, la
*vecchia*, noi non intendiamo combattere che un *sistema*,
rifiutato dal secolo.

Le denominazioni *giovine e vecchia Italia* non
sono nostre; e perché vorremmo noi gravarci l'anima
d'un rimorso, creando una divisione, dove
i fatti non ci strozzassero [#]_ a riconoscerla, dove il
progresso inerente alle umane cose non ci soggiogasse
col mostrarcela inevitabile? Abbiamo dieci
secoli d'oltraggi a vendicare [#]_: abbiamo a distruggere
un servaggio di cinque secoli. I padri, i
padri de' padri, e gli avi remoti ebbero tutti la loro
parte di quell'oltraggio: tutti hanno bevuto a
quel calice che Dio serbava all'Italia, e del quale
la fortuna assegnava a noi l'ultime goccie — e
le piú amare forse. E noi gemiamo per tutti, fremiamo
per tutti; e se a rigenerare una terra guasta
da cinquecento anni di servitú muta bastasse
levarsi e combattere [#]_ gli uomini del passato,
quanti insorsero e morirono per la patria da Crescenzio
fino al Menotti, sarebbero nostri fratelli
alla pugna, dove alcuno potesse evocarli dalla loro
polvere. — Ma il sangue solo santifica, non rigenera
una nazione. Stanno contro di noi non le
sole baionette straniere, ma le discordie cittadine
inveterate per lunga memoria di stragi, rieccitate
sordamente dalla tirannide artificiosamente ineguale
e corrompitrice: stanno i vizi, che si generano
[pg!14]
nelle catene, e la intolleranza di freno, ottimo
elemento per distruggere, pessimo per fondare,
e piú ch'altro sta la mancanza di fede: di
quella fede, che sola crea le forti anime e le grandi
imprese, di quella fede che sorride tranquilla nel
sagrificio, perché trae seco sul palco, o nel campo
la promessa della vittoria nell'avvenire. Queste
cagioni di servitú durano tuttavia prepotenti, e
a superarle conviene giovarsi di quanti elementi,
di quante forze fermentano tacitamente in Italia,
ridurle a centro, calcolarle colla maggiore esattezza — e
ogni anno le modifica, le tramuta, le
aumenta — poi mormorare ad esse la parola di
fede, spirarvi dentro l'alito d'una vita potente,
animarle di quello spirito che dagli elementi inerti
crea il moto d'un mondo, e vi stampa sopra
l'orma di Dio. Ma il segreto del secolo sta nelle
mani dei nati col secolo. — Né il linguaggio che
suscita le passioni, e le dirige a grandi cose, e
insegna a santificarle consecrandole coll'altezza
d'un intento sociale, si rivela ad altri che a coloro,
i quali hanno sorbito [#]_ col primo alito le
passioni del secolo, e l'ansia di moto che affatica
l'anime de' fratelli. Or, perché illuderci, quando
ogni illusione frutta rovine? — e che giovamento
può nascere dal rinnegare la nostra potenza e dissimularci
la missione d'intelletto che la natura ci
assegnava cacciando la nostra culla alla sorgente
delle rivoluzioni, per paura che l'ossa de' padri
s'agitino irrequiete ne' loro sepolcri, irate ai figli
[pg!15]
perché intraprendono franchi e deliberati la via
ch'essi calcarono incerti e timidamente? — Oh!
da que' grandi ch'ora dormono l'ultimo sonno,
non viene fremito a noi se non d'incoraggiamento
e di conforto ad osare: — da que' sepolcri non
esce voce che non esclami: — «siate migliori di
noi! siate grandi, come la vostra sciagura, come
l'epoca nella quale vivete: grandi nell'atto come
noi nel pensiero! Noi fummo a tempi, ne' quali
il solo concetto di rigenerazione era un trionfo sulla
tiranide; la rivoluzione sociale era un'alba [#]_, e
noi, avvezzi alle tenebre, non potevamo misurare
la luce del giorno venturo, né oprare risolutamente
animosi, quando fiacchi e forti, tranne pochissimi,
stavano contro di noi, e la esperienza
era muta. Ma voi nasceste ne' moti, e v'allevaste
tra i moti: ammaestratevi nelle nostre disavventure:
abbiate le nostre virtú, ma rinnegate i nostri
errori».

.. [#] [*Scritti*, ecc.: *sforzassero*].

.. [#] [*Scritti*, ecc.: *da vendicare*].

.. [#] [*Scritti*, ecc.: *a combattere*].

.. [#] [*Scritti*, ecc.: *assorbito*].

.. [#] [*Scritti*, ecc.: *sociale un'alba*].

Le denominazioni *giovine e vecchia Italia*, non
sono nostre: noi non le abbiamo create: le ha
create una tal potenza contro la quale non valgono
né ciance d'uomini, che sentono sfuggirsi di mano
una influenza già consumata da' fatti, né rancori
e sospetti d'inetti maligni, che vorrebbero occupare
il secolo delle loro meschine ambizioni, e
della loro vita incognita al mondo. E la potenza
de' fatti: — la potenza che mutava alcuni anni
addietro nella Germania il *Tugenbund* [#]_ (fratellanza
[pg!16]
della virtú) in *Jugenbund* (fratellanza di gioventú): — la
potenza che concentrava in Polonia
poco tempo avanti la rivoluzione le molte società
patriottiche nella grande associazione della gioventú
condotta da Lelewel: — la potenza che commettendo
alla *giovine Francia* la impresa di luglio
e i fati Europei, strappava di bocca a Cousin le
parole che noi ponemmo in capo allo scritto — e
Cousin eccitatore un tempo della gioventú francese,
è pure in oggi un di que' tanti che s'industriano a
distruggere l'opera loro, tentando confinare nel
cerchio angusto d'una *dottrina* immutabile e inapplicata
gli uomini del progresso; ma la verità vuole
il suo dritto, e si fa via tra' sistemi. La verità si rivela
continua e progressiva attraverso gli eventi; e
se gli eventi ci sono propizii d'ispirazioni politiche: — se
il secolo ci suggerisce una nuova via
di successo, perché rifiuteremo noi di seguirla? [#]_
perché diremo al secolo: tu se' diseredato di mente:
trascorri inutile alla umanità?

.. [#] [Abbiamo ammesso questa correzione, che è giusta.
   Nella *Giovine Italia* si legge invece: *il* Tugenbund].


.. [#] [*Scritti*, ecc.: *seguirlo*].

Bensí, dalla nostra credenza non esce spregio,
o biasimo assoluto alle vecchie credenze politiche,
né perché abbiamo opinione che le cose nuove debbano
trattarsi con metodi nuovi, gittiamo l'anatema
dell'ingrato alle teoriche applicate sinora.
Quelle teoriche sono storia, e come storia le veneriamo:
come storia vi leggiamo dentro una manifestazione
del principio adattata a' tempi e alle
circostanze. Soltanto in oggi le vicende, le sciagure,
e gl'insegnamenti de' fatti hanno svolti
nuovi elementi, hanno messa in luce chiarissima
[pg!17]
la *idea*, che prima giaceva oscura ne' simboli. Allora
conveniva accennare il principio; ora ci par
giunta l'epoca d'una manifestazione solenne. — Ogni
cosa ha il suo tempo: ogni sistema ha la
propria necessità d'esistenza nella condizione morale
dell'epoca. Chi schernisce o maledice al passato,
è stolto o maligno: egli dimentica come dai
vagiti e da' modi informi e plebei di Guittone
Aretino esciva la bella lingua dell'Alighieri, di
Petrarca e Boccaccio, né senza quei primi e timidi
tentativi politici, non parleremmo [#]_ in oggi queste
parole. Ma noi non malediciamo al passato, se
non quando c'incontriamo in uomini, i quali s'ostinano
a farne [#]_ presente, e quel ch'è peggio, avvenire.
Le rivoluzioni son tali fatti che non si compiono
in un istante o con un solo sistema, perché
non v'è momento nello spazio, o sistema nella
mente umana che valga a raccogliere, a concentrare
in una unità potente d'azione tutti quanti
gli elementi che mutano faccia agli stati. I sistemi
politici non sono per noi che i risultati degli
elementi d'azione che stanno a un dato tempo in
un popolo, calcolati e ordinati pel meglio. Se
ogni popolo potesse rassegnarsi ad attendere in
pace il momento nel quale l'elemento *morale* rivoluzionario
equabilmente diffuso e coordinato
fosse giunto a tale un grado di potenza che assorbisse
l'elemento *materiale*, le rivoluzioni non avrebbero
che un sistema. — Ma la natura non ha
[pg!18]
voluto che dalla morte nascesse a un tratto la
vita; e la rigenerazione d'un popolo non balza
fuori nella sfera de' fatti, potente e compiuta,
come Minerva dal capo di Giove. La natura non
ha voluto che le rivoluzioni si operassero senza
lunghe fatiche, forse perché i popoli imparassero
a gradi e attraverso le delusioni il prezzo della libertà;
né una nazione cresce grande davvero, se
non è consecrata all'eternità della missione sociale
nel sacramento del dolore. E d'altra parte,
la tirannide soverchiante, e inquieta per coscienza
d'infamia, non concede che la guerra fra gli elementi
del progresso e la inerzia si consumi sordamente
e mutamente nella società, e l'urto non si
manifesti che quando il trionfo è sicuro; ma inferocita
nei sospetti e nei terrori che l'affaticano,
caccia nell'arena, come un guanto a' popoli, qualche
testa di prode — e i forti di sdegno e d'audacia
titanica traggono anzi tempo le moltitudini
incerte al giudicio di Dio. Quindi le vittorie
brevi, e le dubbie vicende, e gli errori. E dalle
dubbie vicende e dai molti errori hanno vita, incremento
e perfezione i sistemi.

.. [#] [*Scritti*, ecc.: *politici, noi parleremmo*].

.. [#] [*Scritti*, ecc.: *farlo*].

E v'è un periodo nella vita de' popoli, come in
quella degli individui, nel quale le nazioni s'affacciano
alla libertà, come l'anime giovani all'amore:
per istinto — per bisogno indefinito e segreto — perché
la natura creando l'uomo gli
scrisse nel petto *libertà e amore* — ma senza conoscenza
intima della cosa bramata, senza studio
de' mezzi, senza determinazione irrevocabile di
volontà, senza fede. Allora la libertà è passione di
[pg!19]
pochi privilegiati a sentire e soffrire per tutta una
generazione, a spiare il progresso e il voto de' popoli,
a intendere il gemito segreto che va dalle
moltitudini al trono di Dio — a vivere profeti e
morire martiri; per gli altri è desiderio, sospiro,
pensiero, e null'altro. Allora le rivoluzioni si tentano
artificialmente colle congiure: gli uomini liberi
si raccolgono a metodi d'intelligenza misteriosa:
s'ordinano a fratellanze segrete: costituiscono
setta educatrice, e procedono tortuosi. Però
che le moltitudini durano inerti, e i piú vivono
astiosi al presente, ma spensierati dell'avvenire — e
se taluno rompe guerra al tempo, e tenta rivelarlo
a' milioni, i milioni lo ammirano onesto, ma
la scherniscono sognatore di belle utopie. Il sagrificio
solenne è venerato anche allora, perché
nel core degli uomini v'è un istinto di verità che
mormora: quel sangue è sparso per voi; quelle
vittime si stanno espiatrici delle vostre colpe;
que' martiri equilibrano a poco a poco la bilancia
tra le creature ed il creatore. È venerato, perché
v'è un sublime nel sagrificio, che sforza i nati di
donna a curvare la testa davanti ad esso, e adorare;
perché s'intravvede confusamente che da
quel sangue, come dal sangue di un Cristo, escirà
un dí o l'altro la seconda vita, la vita vera d'un
popolo — ma la venerazione si consuma sterile e
solitaria, nel profondo del core, nel gemito dell'impotenza;
non crea imitatori; non risplende
maestosa e fidente intorno al simbolo della nuova
fede, ma soggiorna paurosa nelle iniziazioni d'un
culto proscritto, e piange d'un pianto che non ha
[pg!20]
conforto neppur di fremito. — La condizione de'
tempi impone allora doveri particolari ai pochi
che s'assumono l'opera rigeneratrice; allora il
voler sanare gli estremi mali cogli estremi rimedi
è piú follia che virtú; perché dove il male è inviscerato
nella società e ti preme d'ogni lato predominante,
o tenti struggerlo alla radice, e cadi tra
via deriso da' tristi; o fai guerra ineguale a' rami,
e tu sei [#]_ gridato tiranno da' buoni. — Allora
l'ostinarsi a fondar la vittoria su forze proprie
e sui miracoli del valor nazionale frutta disinganno
amaro e talora pure rimorso, perché le nazioni si
*rigenerano colla virtú o colla morte*; ma dove
non è virtú di sagrificio né furore di gloria, dove
nei cuori non vive un'eco alle grandi passioni, i
vasti concetti falliti e le molte vittime infondono
la inerzia, non il coraggio della disperazione.
Quindi la moderazione nell'applicazione de' principii
piú scaltrezza che inconseguenza; quindi la
speranza e l'aiuto accettato dello straniero necessità
deplorabile piuttosto che codardia; e l'arti
diplomatiche usate a tempo, pericolose sempre,
pure talvolta efficaci a smembrare le forze nemiche.
Ad ogni operazione politica è base prima
il calcolo delle proprie forze; e dove queste non
reggono, è forza cercarne altrove, o ristarsi [#]_.
Siffatti mezzi non danno libertà mai alle nazioni,
bensí conquistano anime alla santa causa, e insegnano
[pg!21]
a intendere la libertà ed amarla dolce,
tollerante, incontaminata. — Poi le vicende ammaestrano
a conseguirla.

.. [#] [*Scritti*, ecc.: *e sei*].

.. [#] [*Scritti*, ecc.: *ritrarsi*].

Ma poi che il pensiero concentrato ne' pochi
s'è diffuso alle moltitudini, e la libertà è fatta
sorella dell'anime — quando il voto segreto s'è
convertito in anelito irrefrenabile, e la speranza
in fede, e il gemito in fremito — quando il sangue
delle migliaia grida vendetta agli uomini e
a Dio, ed ogni famiglia conta un martire o un iniziato
alla religione del martirio — quando le
madri non hanno piú sonni, l'amplesso delle mogli
ha il tremore e il presagio della separazione, e un
pensiero di rancore, un pensiero di cupa vendetta
solca le fronti de' giovani nati all'amore, e al
sorriso spensierato degli anni vergini sottentrano
anzi tempo le cure e le gravi apparenze dell'ultima
età — allora — l'ora di risurrezione è suonata.
Guai a chi non si assume tutto il dolore,
tutto il dritto di vendetta solenne, che spetta ai
suoi fratelli di patria! Guai a chi non sente il
ministero che le circostanze gli affidano, e reca le
idee mal certe del tentativo nella lotta estrema,
decisiva, tremenda! — Allora la tirannide ha
consumato il suo tempo; le *transizioni*, e i sistemi
di *transizione* diventano passi retrogradi; la
guerra è tant'oltre che tra la distruzione e il trionfo
non è via di mezzo, e gli ostacoli che un tempo
si logoravano coll'arti della lentezza, vanno atterrati
rapidamente. — Allora la iniziazione è
compiuta; alla religione del martirio sottentra la
religione della vittoria; la croce modesta e nascosta
[pg!22]
s'innalza [#]_ nell'alto convertita in *Labarum*;
la parola della fede segreta fiammeggia
segno di potenza scritto sulla bandiera de' forti — e
una voce grida: *in questo segno voi vincerete!*

.. [#] [*Scritti*, ecc.: *si svolge*].

E allora la gioventú si leva — raggiante, concorde,
serrata a una lega di pensieri e fatti magnanimi,
aspirante un'aura di vittoria, spinta da
una forza di progresso e di moto che insiste
sovr'essa, che la purifica in un oblio d'ogni affetto
individuale, che la ingigantisce nella potenza
d'un desiderio sublime. Salute a quella gioventú! — Date
il varco alla generazione, che venne col
secolo, e maledetto colui che la guardasse con occhio
d'invidia, o gittasse dietro ad essa il motto
dello scherno amaro, però ch'essa ha intesa la
voce del passato e quella dell'avvenire, ha raccolti
gl'insegnamenti dell'esperienza dalla bocca
o sulle tombe dei padri, e s'è ispirata al soffio
della civiltà progressiva, all'armonia della umanità,
che ogni secolo, ogni anno, ogni giorno rivela
all'anime nuove un arco del proprio orizzonte!

Ora — è il tempo, o non è? Siam noi giunti
al punto in cui una nuova rivelazione [#]_ politica
dia moto alle menti, e gli antichi sistemi esauriti
abbiano a cedere davanti a' nuovi suggeriti dalla
esperienza, voluti dai piú, potenti a struggere ed
a creare?

.. [#] [*Scritti*, ecc.: *rivoluzione*].

[pg!23]
La questione è codesta — e noi, uomini del secolo
XIX, la riteniamo decisa.

Noi stiamo sul limitare d'un'epoca, e non è l'epoca
de' sistemi di *transizione*, che gli uomini delle
rivoluzioni hanno predicato finora. L'epoca de' sistemi
di *transizione* è il gradino che la necessità
impone alle nazioni, perché salgano dal muto servaggio
alla libertà. La libertà è troppo santa cosa,
perché l'anima _`dello` schiavo la intenda e il suo
cuore possa farsene santuario, se prima non s'è riconsecrato
alla *vita morale* nelle lunghe prove e
nel lungo dolore. Ma noi l'abbiamo consumata quest'epoca:
quaranta anni di tentativi, il battesimo
del pianto e del sangue, e la _`vicenda` europea che
s'è svolta davanti a' nostri occhi, hanno fruttato
sapienza ed ardire; e noi siamo d'una terra, che ha
dato celerità singolare agli ingegni, e un battito
piú concitato al cuore de' suoi figli.

Noi guardammo all'Europa. Dappertutto è sorto
un grido di nuove cose, un appello alle nuove
passioni, una chiamata a' nuovi elementi, che il
secolo ha posto in fermento. Dappertutto due bandiere
hanno diviso i combattenti per una medesima
causa; e la guerra oggimai non riconosce altro arbitro
che la vittoria, però che gli uni contendono
per arrestarsi a' primi sviluppi della *idea* rigeneratrice,
gli altri per inoltrarsi e spingere i principii
alle legittime conseguenze: i primi avvalorati
dal silenzio delle moltitudini, naturalmente
cieche, naturalmente inerti, magnificano il riposo
supremo de' beni, non avvertendo che anche la
morte è riposo; i secondi, forti di logica e di fede
[pg!24]
negli umani destini, intimano il moto, come legge,
necessità, vita delle nazioni. — La guerra è implacabile,
perché tra il sistema che da noi s'intitola
*vecchio* e la nuova generazione sta, come pegno
d'eterno divorzio, una rivoluzione portentosa
ed europea negli effetti, divorata in un giorno
da pochi codardi e venali, ridotta a un mutamento
di nome, e non altro — sta l'*Associazione universale*
costretta a retrocedere d'un passo davanti a
delusioni siffatte [#]_, che un secolo di strage non
basterebbe a scontarle, se un'ora di libertà non
avesse potenza di cancellare il passato. La guerra è
implacabile, però che le sorti di mezza Europa sono
strette al successo, e non v'è pace possibile, poiché
l'Europa ha imparato fin dove meni la ostinazione
d'un sistema d'inerzia a fronte d'una volontà irrevocabile.
L'Europa ne ha lette le conseguenze al
lume degl'incendi di Bristol, e scritte col sangue
de' Lionesi — e noi vorremmo, per la speranza
d'una transazione impossibile, dissimulare la verità
ai nostri fratelli, rinnegare la bandiera che il
secolo ci pone alle mani, contrastare ad un fatto
universale, evidente, che sgorga dai minimi incidenti,
da' giornali, da' libri, dai tentativi, da
ogni popolo, da ogni lato? La unione! noi la
vogliamo; ma tra buoni, e fondata sul vero. L'altra,
che alcuni paurosi od inetti gridano tuttavia,
senza insegnare il come si stringa, è unione di cadavere
colla creatura vivente: spegne il lume della
vita dov'è, senza infonderlo dov'è morte.

.. [#] [*Scritti*, ecc.: *tali*].

[pg!25]
Noi guardammo alla Italia, — alla Italia, scopo,
anima, conforto de' nostri pensieri, terra prediletta
da Dio, conculcata dagli uomini, due volte
regina del mondo, due volte caduta per la infamia
dello straniero e per colpa de' suoi cittadini, pur
bella ancora di tanto nella sua polvere, che il dominio
della fortuna non basta ad agguagliarle
l'altre nazioni, e il genio si volge a richiedere a
quella polvere la parola di vita eterna, e la scintilla
che crea l'avvenire. Guardammo con quanta
freddezza d'osservazione può dare un desiderio
concentrato, un bisogno di afferrarne l'intima costituzione
(e il core ci batteva forte nel petto,
perché abbiamo passioni giovani e l'orgoglio del
nome italiano ci solleva l'anima dentro); ma noi
imponemmo silenzio al cuore, e la vedemmo come
era, vasta, forte, intelligente, feconda d'elementi
di risorgimento, bella di memorie tali da crearne
un secondo universo, popolata d'anime grandi nel
sagrifizio, e nella vittoria — ma guasta, divisa,
diffidente, ineducata, incerta fra la minaccia delle
tirannidi e le lusinghe perfide dei molti, che adulandola
dell'antica grandezza, l'addormentano
sicch'ella non ne tenti una nuova — e tutta la
forza de' suoi elementi controbbilanciata, annientata
dalla mancanza d'unione e di fede — due
virtú, che né dieci secoli di sventura derivata dalle
animosità provinciali, né potenza d'intelletto o
fervore di fantasia hanno potuto ancora far predominanti
tra noi — e a fondarle, volersi piú che
ogni altra cosa l'autorità d'un principio alto, rigeneratore,
universale, applicabile a tutti i rami
[pg!26]
della civiltà italiana, che li riformi tutti purificandoli
e dirigendoli ad un intento — d'un principio
uno e potente a cui si concentrino tutti i
raggi, tutti gli elementi di vita; nella cui fede
l'anime si rinverginino, e la coscienza mormori
una destinazione alle masse — perché in oggi
manchiamo non di mezzi, ma d'accordo e di vincolo
fra questi; non di materia, ma di moto che la
sospinga; non di potenza, ma di convinzione che
noi siamo potenti. Noi vedemmo la Italia, soffermata
ai confini del mondo *sociale* dall'*individualismo*,
rimanersi tuttavia sottoposta all'influenza
del medio-evo. La idea *personale*, il sentimento radicato
in ogni uomo della propria indipendenza,
la ripugnanza a confondere la unità singolare nella
vasta unità del concetto nazionale, predominavano,
elementi ottimi in sé, ma avversi, quando
sono spinti tropp'oltre, al progresso comune. — De'
tristi non favelliamo; ma la tendenza individuale
traspariva fin nella passione di libertà,
che assumeva ne' migliori aspetto d'odio a' ceppi,
di reazione forzata, di vendetta suscitata dalle
lunghe offese. Pochissimi amavano la libertà per
amore; perché fine prefisso all'uomo; perché
mezzo unico di progresso sociale. Pochissimi mostravano
coscienza dell'alta missione, che ogni vivente
ha dalla natura verso la umanità. É la coscienza
di questa missione che creava giganti Mirabeau,
gli uomini della Convenzione, Bonaparte,
Robespierre — e finché la seguirono, furono grandi — e
perché mal si scerne il punto in cui svaniva
davanti ad altri moventi, la posterità li griderà
[pg!27]
grandi. — Ma all'Italia, come noi la vedemmo, il
materialismo, struggendo ogni dignità d'origine e
di destino nell'uomo disseccava la vita al cuore; o
la indifferenza, sperdendo ogni sete di vero, rapiva
molte di quell'anime, piú frequenti in Italia
che altrove, che vivono e muoiono martiri d'una
idea. Quindi la mancanza di fede, di fede in sé,
nel dritto, e nell'avvenire, perché l'uomo, confinato
dall'*individualismo* dominatore nel cerchio
ristretto della propria influenza, schiacciato sotto
la vastità del concetto, o si rassegna a vivere
schiavo, o si fa libero colla morte sul palco. — E
questi vizi, che il lungo servaggio e Roma imposero
alla Italia, stavano contro ad ogni tentativo
piú tremendi delle baionette tedesche.

E guardammo al passato a vedere se potesse
trarsene il rimedio. Ma il passato c'insegnava a
non disperare; il passato c'insegnava quante e
quali fossero l'arti della tirannide, e le reliquie
del servaggio nell'anime — non altro. La scienza
de' padri s'era esercitata intorno ai principii piú
che intorno alle applicazioni. Forse la fiamma di
patria e di libertà, che li ardeva, aveva illuminato
ad essi quanto era vasto l'arringo: ma le
circostanze avevano affogato il concetto; e i tentativi
non avevano assunto né la energia, né la
vastità, né l'armonia che si richiedeva a tanta
opera. Era necessaria una unità di principii e d'operazioni — e
i moti prorompevano invece parziali,
e provincialmente. Ma senza un moto universale,
riescirà impossibile sempre il trionfo, senza la
universalità dell'accordo precedente, il moto non
[pg!28]
proromperà simultaneo e veramente italiano mai — e
per consumare ad un tratto le invidie, e le
animosità che vivono tuttora tra le provincie,
vuolsi affratellarle tutte nella fratellanza del tentativo
del pericolo e della vittoria. Era necessario
il diffondere lo spirito riformatore, il bisogno di
rinovamento sovra tutti i rami dell'incivilimento
italiano — e limitavano la riforma a un ramo
solo dell'umano intelletto; agli altri contendevano
il progresso; e gli uomini che predicavano
libertà politica e indipendenza dalle vecchie abitudini
di sommessione, bandivano la crociata addosso
agli ingegni vogliosi d'emancipazione dalle
teoriche antiche filosofiche e letterarie; rubavano
agli Inglesi la bilancia dei poteri e i principii
della monarchia costituzionale, mentre vilipendevano
schiavi del nord e traditori della patria
quanti tentavano rivendicarsi negli studii e nelle
composizioni quella libertà che non s'era mai perduta
nel settentrione — né badavano alla necessità
di educare all'indipendenza intellettuale gli
uomini che volevano trarre al concetto dell'indipendenza
politica; però che l'uomo è *uno*, e
l'intelletto non s'educa a un tempo a due sistemi
contrarii. La grande rigenerazione alla quale intendevano,
aveva bisogno d'alimentarsi di sagrificio
sublime, di forti esempli, di rinnegamento totale
dell'individuo a prò d'un principio. Conveniva
levar l'uomo all'altezza d'una generalità, levarlo
a un concetto partito d'alto tanto [#]_, che potesse
[pg!29]
abbracciare tutta quanta la umana natura.
Conveniva scrivergli dentro la tavola de' suoi diritti
e de' suoi doveri, dargli la coscienza d'una
grande origine, prefiggergli una missione *sociale*, e
rivelargliela nell'azzurro de' cieli stellati, nella
grande armonia del creato, nell'universo fisico ridotto
a simbolo d'un pensiero potente, nelle rovine
del passato, nella idea generatrice delle religioni,
nella profezia de' poeti, nel raggio onde il Genio
solca la terra, ne' moti inquieti del cuore, perché
egli da tutte le cose imparasse sé essere nato libero,
gigante di facoltà e d'energia, re del mondo e della
materia, non sottomesso mai ad altre leggi, che
alla eterna della ragione progressiva ed universale.
Conveniva purificarne le passioni, animarle
d'amore, cacciargli a fianco l'entusiasmo, ala dell'anima
alle belle cose, e davanti a' suoi passi la
vergine speranza col suo sorriso che dura in faccia
al martirio — ed essi lo trattenevano nel materialismo,
credenza fredda, scoraggiante ed individuale,
rifugio a ogni uomo contro alla prepotenza
delle superstizioni e della tirannide sacerdotale,
ma nella quale ei non può durare senza che gli
s'inaridisca il fiore dell'anima: — lo indugiavano
nello sconforto d'una lotta eterna, avvezzandolo a
contemplarsi dominato alla cieca e inesorabilmente
dai fatti, mentre bisognava convincerlo che
v'era tal forza dentro di lui indipendente da' fatti,
padrona de' fatti, dominatrice dell'istesso destino: — lo
angustiavano in una vicenda alterna
d'*azione* e di *reazione*, mentr'era d'uopo stampargli
in petto una coscienza di *progresso* invincibile
[pg!30]
e di trionfo. Irridevano le vecchie credenze,
né tentavano sostituirne altre nuove; spegnevano
l'entusiasmo, e volevano risvegliarlo con nomi:
parlavano di patria alle moltitudini, e struggevano
la fede, patria dell'anime; la fede in una
legge superiore di miglioramento, in un concetto
di moto perenne che abbracci e promova tutta la
serie dei fenomeni umani: — la fede che creò la
potenza di Roma, la vasta dominazione del Maomettismo,
i diciotto secoli del Cristianesimo, la
Convenzione, Sand [#]_, e la Grecia risorta: — la
fede che ridona la dignità perduta allo schiavo, e
gli grida: *Va! va! Iddio lo vuole! Iddio, che t'ha
creato a immagine sua, e t'ha spirato una scintilla
della sua onnipotenza!* Questo avrebbero dovuto
tentare i primi riformatori d'una nazione caduta
in fondo, se i primi potessero far altro che intravvedere
un rinnovamento e morire per esso. Poi,
scendendo alle applicazioni, era necessario avere il
popolo, suscitare le moltitudini: a farlo, bisognava
convincerlo che i moti si tentavano per esso, pel
suo meglio, per la sua prosperità materiale, perché i
popoli ineducati non si movono per nudi vocaboli,
ma per una realtà; e a convincerlo di queste
intenzioni, bisognava adoprarlo, parlargli, cacciar
nell'arena quel nome antico e temuto di Repubblica,
solo forse che parli ai popoli una parola di
simpatia, una idea di *utile* positivo: — ed essi
tremavano del popolo; disperavano — mosso che
fosse — di poterlo dirigere; e lavoravano ad addormentarne
[pg!31]
il ruggito, o a moverlo, gli esibivano
teoriche astruse di poteri equilibrati, idee metafisiche
di lotta ordinata, sicché ne escisse quiete
permanente allo stato, e costituzioni accattate da
altri paesi, provate oggimai inefficaci a durare, e
non adattate ai costumi, alle abitudini, alle passioni. — Le
rivoluzioni si preparano colla educazione,
si maturano colla prudenza, si compiono
colla energia, e si fanno sante col dirigerle al
bene comune. Ma le rivoluzioni, a questi ultimi
tempi, sorsero inaspettate, non preparate, artificialmente
connesse; furono dirette al trionfo
d'una classe sovra un'altra, d'un'aristocrazia
nuova sovra una vecchia — e del popolo non si
fece [#]_ pensiero — poi, procedettero sulla fede di
principii fittizi, lasciati all'arbitrio di governi
astuti che gl'interpretassero, paurose di ogni cosa,
disperate d'ogni soccorso, che non venisse dalla
diplomazia, o dallo straniero, l'una, arte essenzialmente
menzognera, l'altro, essenzialmente sospetto,
amico talvolta dei forti, non mai de' fiacchi.
Noi vedemmo uomini insultare a re, imponendo
loro leggi e patti che insegnavano aperta
la diffidenza, e dimezzavano il loro potere — e
nello stesso tempo fidarsi illimitatamente nelle
loro promesse e nei loro giurí come se i tiranni
avessero un Dio nel cui nome giurare. Vedemmo
assalita nelle costituzioni proposte l'aristocrazia,
e non pertanto venir chiamata alla somma delle
cose, come se le caste potessero mai suicidarsi.
[pg!32]
Leggemmo sulle bandiere il nome d'Italia, mentre
si rinnegavano ne' proclami e nelle operazioni i
fratelli vicini e insorti per la stessa causa, nell'ora
stessa, in forza di concerto comune. Udimmo gridare
indipendenza di territorio, mentre il barbaro
guardava alle porte; e intanto l'andamento de'
nuovi governi si fondava sulla speranza d'evitare
una guerra, che la natura ha posta eterna fra il
padrone, e lo schiavo, che rompe la sua catena — e
si frenavano i giovani che volevano diffondersi
in piú largo terreno — e si decretavano toghe,
non armi. — Errori che ci hanno fruttato taccia
di codardia dagli stessi che ci hanno illusi vilmente
e traditi: errori figli forse piú delle circostanze
e della infamia de' gabinetti europei, che
degli uomini preposti alle cose nostre; ma tali
che il sostenerli avvedimenti politici di profonda
esperienza è oggimai parte d'inetti o di traditori.

.. [#] [*Scritti*, ecc.: *concetto alto*].

.. [#] [*Scritti*, ecc.: *Convenzione, e la Grecia*].

.. [#] [*Scritti*, ecc.: *ebbe*].

E allora — guardammo d'intorno a noi; allora
ci lanciammo nell'avvenire. L'anima sconfortata
dalle lunghe delusioni si ritemprò nella coscienza
d'una eterna missione, si rinfiammò nel sentimento
d'un furore di patria, d'un voto di libertà
ch'è la vita per noi. Gli errori de' padri erano voluti
dai tempi; ma noi perché dovevamo insistere
sugli errori de' padri? Gli anni maturano
nuovi destini; e noi, contemplando il moto del
secolo, intravvedemmo una giovine generazione,
fervida di speranze — e la speranza è il frutto
in germoglio — commossa a nuove cose dall'alito
*spirituale* dell'epoca — agitata da un bisogno prepotente
di forti scosse, e di sensazioni: e di mezzo
[pg!33]
ad essa, tra la incertezza dei sistemi, tra l'anarchia
de' principii, dall'individualismo del medio
evo, dal fango che fascia la vita italiana, [#]_
sorgere qua e là uomini che vivono e muoiono
per una idea; levarsi anime che, come Prometeo,
protestano contro la fatalità che li opprime, e
l'affrontano sole; apparire aspetti, che hanno una
profezia d'avvenire sulla fronte: esseri d'una natura
superiore che la natura caccia sempre sulla
terra al finire d'un'epoca per congiungerla alla [#]_
nuova — e tutta la generazione, e que' pochi
privilegiati non mancano, ad esser grandi, che d'un
riconcentramento d'opinioni e tendenze, d'una
unità nella direzione, d'una *parola* feconda, energica,
incontaminata d'odio e paura, che riveli
nudo e potente il voto del secolo.

.. [#] [*Scritti*, ecc.: *italiana*, *vedemmo*].

.. [#] [*Scritti*, ecc.: *colla*].

Questa *parola* noi la diremo.

Questo voto noi tenteremo d'interpretarlo. Tutte
le tendenze che ci parve intravvedere nel secolo, e
che abbiamo accennate nel corso di quest'articolo,
noi le svilupperemo nel nostro giornale coll'ardore
di gente che né spera, né teme dai partiti politici,
e non vede sulla terra se non uno scopo e
una via per arrivarlo [#]_. E da queste tendenze
ch'or sono in germe, da tutte le necessità che
sgorgano innegabilmente dai fatti trascorsi, dalle
ispirazioni dell'epoca, escirà, noi lo speriamo, un
sistema che raccoglierà intorno a sé la generazione
crescente. Non è che un sistema, ripetiamolo
[pg!34]
anche una volta, che noi abbiamo voluto accennare
col nome di *Giovine Italia*; ma questo vocabolo
noi lo scegliemmo, perché con un solo vocabolo
ci parea di schierare innanzi alla gioventú
italiana l'ampiezza de' suoi doveri, la solennità
della missione che le affidano, le circostanze, perch'essa
intenda come l'ora è suonata di levarsi dal
sonno ad una vita operosa e rigeneratrice. — E
lo scegliemmo, perché, scrivendolo, noi avevamo in
animo mostrarci quali siamo: combattere a visiera
levata: portare in fronte la nostra credenza,
come i cavalieri del medio evo la tenevano sullo
scudo — però che noi compiangiamo gli uomini
che non sanno la verità, ma disprezziamo coloro
che, sapendola, non osano dirla.

.. [#] [*Scritti* ecc.: *raggiungerlo*].

Vergini di vincoli, e di rancori privati, con un
cuore ardente di sdegno generoso, ma schiuso all'amore,
senz'altro desiderio fuorché di morire pel
progresso dell'umanità e per la libertà della patria,
noi non dovremmo essere sospetti d'ambizioni personali,
o d'invidie. — La invidia non è passione di
giovani. — Fra noi chi cura gl'individui? chi
move guerra a' nomi? L'epoca de' nomi è consumata;
siamo all'epoca de' principii; non difendiamo,
né assaliamo che questi, non siamo inesorabili
che su quel terreno. Là è il perno del futuro;
là stanno le nostre piú care speranze. — Le
generazioni passano; i nomi e le battaglie intorno
ad essi passeranno soffocate dal torrente popolare,
che sta per diffondersi. Stendiamo un velo sui
fatti che furono: chi può far che non siano? — ma
l'avvenire è nostro; le teoriche del passato
[pg!35]
noi le rifiutiamo pel tempo che c'incalza. Noi cacciamo
la nostra bandiera tra il mondo vecchio,
ed il nuovo — chi vuole s'annodi intorno a questa
bandiera; chi non vuole, viva di memorie, ma
non cerchi di sollevarne un'altra, caduta, e lacera.

Che se tra gli uomini a' quali l'esser nati in
un'epoca anteriore alla nostra ha stillato un dubbio
nell'anima, che si voglia per noi e per le nostre
dottrine rimoverli dalla impresa, vi sono uomini [#]_
che abbiano la canizie sul capo e l'entusiasmo nel
core, uomini che procedendo col tempo veglino [#]_
lo sviluppo progressivo degli elementi rivoluzionari,
e modifichino a seconda di questo sviluppo il
loro piano d'operazione, oh vengano a noi! guardino
spassionatamente alle nostre teoriche, a' nostri
atti, ai nostri affetti — e vengano a noi!
Vengano, e ci snudino le ferite onorate che ottennero
nei campi delle patrie battaglie: noi bacieremo
quelle sante ferite; venereremo que' capegli
canuti; accetteremo il loro consiglio, e raunandoci
intorno ad essi, li mostreremo con orgoglio
a' nostri nemici sclamando: noi abbiamo
la voce del passato, e quella dell'avvenire per la
nostra causa!

.. [#] [*Scritti*, ecc.: *alcuni*].

.. [#] [*Scritti*, ecc.: *vogliano*].

Sia dunque pace! — Pace è il voto dell'anime
nostre. In nome della patria — in nome di quanto
v'è di piú sacro, noi gridiamo pace! — L'accusa
di seminar la discordia ricada sulla testa degli
uomini che si gridano liberi e non ammettono
[pg!36]
progresso nelle cose umane — che parlano di concordia
e accumulano le interpretazioni maligne e
i sospetti sulle parole proferite candidamente — che
predicano la unione, e schizzano il veleno sulle
intenzioni. — Con questi, non è via d'accordo
possibile.

Giovani miei confratelli — confortatevi, e siate
grandi! — Fede in Dio, nel dritto, ed in noi! — Era
il grido di Lutero, e commosse una metà dell'Europa.
Innalzate quel grido — e innanzi! I
fatti mostreranno se c'inganniamo, dicendo che
l'avvenire era nostro.

.. class:: right

| :small-caps:`Mazzini.`

[pg!39]




ORAZIONE per Cosimo Damiano Delfante
====================================


Dentro povera tomba, in mezzo a un'isola lontana
dal nostro emisfero giace il *Fatale*, che nessuna
altra cosa ebbe di comune con gli uomini
tranne il nascimento, e la morte. Chi mai vorrà
giudicarlo, o chi volendo potrà? Tremi la gente
d'interrogare quel sepolcro, poiché le sorgeranno
nell'anima siffatti pensieri, che ella poi tenterà
in vano sostenere, o definire. Educato a dolentissima
scuola, io da gran tempo ho appreso a diffidare
di coteste azioni, che i popoli chiamano
virtú, e delle altre che si vituperano pel mondo
come delitti: conobbi l'uomo stimare le imprese
dall'evento, e ciò talvolta per ignoranza, spesso
per malignità, spessissimo per ambedue: — vidi
sempre l'infamia aggravarsi sopra il caduto... Solo
*perché caduto*, onde io e piansi, e risi, e dubitai
di tutto. — Dunque con un cuore, che non si atterrisce,
né s'infiamma per cosa contemplata,
anima grande, mediterò su di te. Molti dei tuoi
compagni ti posero in obblio; molti tra i tuoi
servi ti abbandonarono: molti ancora di quelli,
che beneficasti ti hanno tradito: la voce del poeta,
[pg!40]
che ti salutava Giove è spenta [#]_; tu dormi polvere,
*e non coronata*, la tua potenza divenne di
una memoria..., ma una memoria piú durevole dei
secoli, che dall'alto delle Piramidi stettero a vederti
vincere le battaglie egiziache! [#]_. Eterno tu
avrai il dominio dei tempi avvenire, perché la vittoria
ha l'ale, non già la sapienza, né si rapisce la
fama come la corona. Tu fosti grande, e tale ti
confessava anche l'odio. Ora chi ti levò a sí stupenda
altezza, la *pietà, o il terrore* dei viventi?
Quel forte nel canto, scorta amorosa dei miei pensieri,
lord Byron sorge severo e ti domanda:
«Spirito tenebroso! perché conculcasti la stirpe,
che umiliando ti si prostrava davanti? Tu potevi
salvare, e l'unico dono, che facesti ai tuoi
adoratori è stata la tomba. O Dio! doveva il
mondo essere sgabello a cosí abbietta creatura?» [#]_. — Difenderò
la tua causa. Dimenticando,
che veniva dagli uomini la voce: *scegli
la tua parte, e sii oppressore, o vittima* [#]_; non
avvertendo al veleno, che si era posto dinanzi per
sottrarsi al patibolo, Giovanni di Condorcet irradiava
di speranza il tristo carcere e scriveva [#]_:
doversi migliorare i destini umani, gli utili ammaestramenti
non potere riuscire invano; averli
la stampa diffusi per modo, che una nuova barbarie
non sarebbe sufficiente a sopprimerli, e la
[pg!41]
luce della filosofia tanto penetrata nei misteri
del sapere da poterne un giorno derivare facoltà
di vivere immortali, e notate, uditori, che egli
teneva il veleno davanti per fuggire il patibolo.
Io per me penso, che questo pur fosse lo scopo del
*Fatale*, sebbene piú moderato siccome conveniva
all'indole di lui; e meditando sopra le sue azioni
sembra, che non repugnasse dal conseguirlo con
le armi, con le leggi, e con la religione. — Quando
la fortuna del mondo lo condusse in Affrica finse
costumi da profeta, e le turbe lo dissero Sultano
del fuoco, e Sultano giusto [#]_; — tornato in
Europa non depose il disegno, favellò di destini,
accennò stelle [#]_, e forse si tenne davvero un
eletto di Dio, — *e forse egli era*: temendo poi in
queste nostre contrade troppo scarso il frutto, che
si ricava dalla fede, attese il Sapiente a governare
*con la ragione*, e compose un codice, monumento
di antica, e di moderna dottrina; ma le sorti non
gli arrisero del tutto in questo nuovo disegno,
imperciocché lo stato singolare del secolo presente
voglia *che l'uomo non sia tanto scempio da lasciarsi
andare alle superstizioni, né tanto incivilito
per soddisfarsi del nudo ragionamento*. — Gli
valsero le armi, felicissime un tempo; una volta
avverse, funeste per sempre. Il caso lo pose in
Francia, ve lo fermò l'occasione, ve lo mantenne
il destino; gli parve quel paese quasi un centro
donde muovere le fila della sua trama per la universa
[pg!42]
Europa... furono queste fila di ferro, e di
fuoco, eppure piú fragili del velo, che l'insetto ordisce
nell'angolo della sala: — disperdi l'opera
dell'insetto, ed ei tornerà a rifarla piú animoso
di prima; turba l'opera dell'uomo, e questi o
disperato si asterrà dal riprenderla, o consumerà
la vita in vani conati per nuovamente comporla;
quindi se io mal non veggo il paragone torna in
vantaggio dell'insetto!

.. [#] :small-caps:`Monti`, *Inno in morte dell'ultimo Re de' Francesi*.

.. [#] Proclama di Napoleone.

.. [#] *Ode to Napoleon Buonaparte.*

.. [#] Versi di :small-caps:`Condorcet`.

.. [#] *Esquisse sur les progrès de l'esprit humain.*

.. [#] :small-caps:`Jomini`, *Vie de Napoléon*, etc., etc.

.. [#] :small-caps:`Ségur`, *Histoire de la Grande-Armée*.

Se tu dunque, o *Fatale*, concepisti il disegno di
*emendare le colpe della creazione*, nessun voto
piú degno di essere adempito l'Angiolo della preghiera
presentò al trono dell'Eterno. — Forse
teco rimasero sepolti i destini del mondo, forse
l'aquila imperiale fuggendo dalle tue bandiere
si portava la speranza, e non pertanto alla gloria,
che ti circonda potrebbe aggiungersi altra gloria
piú splendida, voglio dir quella di benefattore
della umanità, e il tuo sepolcro potrebbe annoverarsi
tra i sacri pellegrinaggi.

Cosa importa, che il mio spirito contristato
neghi l'umano miglioramento, e dica: la guerra
è in natura; notate *Austin* inglese il quale dopo
diciassette anni di continue fatiche, giunge appena
a mantenere in vita comune quattordici
animali di specie diversa *pascendoli quotidianamente
a sazietà* [#]_; or dunque quanto piú dura
impresa fia quella di accordare gli uomini in pace
poiché a loro non fu concessa una somma di bene
per soddisfarli tutti, o piuttosto un'anima che si
[pg!43]
potesse soddisfare? Cosa importa, che dai climi, dai
costumi, dalle voglie contrarie io derivi argomento
di guerra perpetua? Cosa ch'io mostri le pagine
della storia eternamente contaminate dalle stesse
rapine, dai misfatti medesimi? Cosa ch'io provi
la civiltà aver giovato agli uomini per commettere
le colpe con sottigliezza maggiore, e per cuoprirle
con la ipocrisia togliendo loro quell'unica parte,
che avevano di buono, o almeno di non tristo, la
sincerità? Cosa, che io dichiari il pensiero di sottoporre,
il mondo ad un medesimo reggimento doversi
lodare piuttosto come mosso da un cuore sensibile,
che da tenersi come uscito da un cervello
sano? E quando ancora questa sapienza diffusa
producesse alcun bene, potrei dimostrare come non
essendo perenne, né dapertutto uguale le sue conseguenze
diventerebbero nulle. Dove io questi, ed
altri argomenti prendessi ad esporre, avrei reso un
mal servigio alla società, né tu rimarresti meno
il Benefattore degli uomini, imperciocché io mi sia
instruito a considerare il consiglio disgiunto dall'opera,
e quando per impotenza riesce inadempito
ne attribuisca il biasimo a Colui, che potendo,
non concedeva facoltà bastanti per conseguirlo, e
la lode a chi volle, e non potè. — Ma io ho fede
alla sentenza dell'*Ecclesiaste*: «Quello che è stato
è lo stesso che sarà, e quello che è stato fatto,
è lo stesso, che si farà: e non v'è nulla di nuovo
sotto il sole. Evvi cosa alcuna della quale altri
possa dire: vedi questo, egli è nuovo? già è
stato nei secoli, che sono stati avanti di
[pg!44]
noi» [#]_. E quella mano stessa, che apparve al
convito di Balthazar [#]_ sopra le rovine dei tempi
trascorsi ha scritto la legge: *Sii oppresso od oppressore.*
Ho veduto la sapienza pellegrinare attorno
la terra, e non posarsi mai, e al suo partire
sopprimere ogni traccia della dimora; — ho contemplato
un popolo crescere, allargarsi, e dominare
per tutta la terra, divenuto poi debole cadere
per infermità interna, o per guerra di fuori;
cosí tra le nazioni di cui conserviamo memoria
avvenne ai Romani, cosí ai Longobardi, cosí ai
Francesi sotto Carlo Magno, agli Spagnuoli sotto
Carlo V, nuovamente ai Francesi sotto Napoleone,
e forse esistono adesso due popoli ai quali si apparecchiano
gli stessi destini nelle ragioni del declinare,
e del sorgere. Quando io considero l'assiduo
alternare di siffatte vicende, esclamo dal
profondo dell'anima: oh! perché non si posava il
tuo sguardo sopra la terra, che ti dette la vita!
Nel modo stesso col quale Dio creò la luce se profferivi
la parola: Italia sia, e Italia sarebbe
stata. Se al volo antico drizzavi l'aquila romana,
meglio della tua francese avrebbe conosciuto; e
con la piú robusta percorso la via del firmamento;
e se avversa ti stava la fortuna, noi ti avremmo
co' nostri petti difeso, superati e non vinti giaceremmo
insieme nella terra di Cammillo e degli
Scipioni... ma noi avremmo vinto perché la causa
delle nazioni cimentata dal sangue dei martiri
[pg!45]
termina sempre col trionfo, perché la parola del
forte, che spira in difesa della patria ha virtú di
fecondare la sabbia del deserto... e noi Italiani
non siamo sabbia per Dio. — Ahimè! forse anche
questo è un delirio, e la differenza, che passa tra
il delirio del sapiente, e quello dello stolto consiste
in questo, che il primo ha potere di troncarlo, con
un *forse*, mentre il secondo deve continuarlo all'infinito!
Cominciai col dubbio, ho concluso col
dubbio, valeva meglio tacere... pure qual altra
scienza oltre il dubbio conviene al nato per morire?
Gli umani ingegni non distinsero mai il bene,
e il male: vana, ed incerta ogni cosa, certa soltanto
la morte; il periodo di vita, che percorriamo
è assai piú breve di quello, che sembra:
due terzi della infanzia, e della vecchiezza sono
spesi nel sonno, un terzo ne consumiamo nella
pubertà, e nella virilità; l'uomo che vive ottant'anni,
ne ha dormiti quaranta! [#]_ Gli occhi ne furono
concessi per contemplare la sciagura, e per
piangerla! E nondimeno fra tanto estremo di miseria
vi han tali, che godono tormentare l'anima
del fratello, e seminargli il sentiero di triboli.
Verseremo noi l'ira di uno spirito ardente sopra
di loro? Imprecheremo scongiuri su la testa abborrita
di cui la ricordanza gli spaventerà piú
dei propri rimorsi? Dire parole insomma, che suoneranno
loro piú terribili della chiamata dell'angiolo
al giudizio di Dio? No. Voi non siete feroci
come Catilina, né simulati come Tiberio, né maligni
[pg!46]
come i Borgia; abbietti, schifosi, meschini
non meritate né anche la fama di Erostrato, vivete...
io vi condanno a vivere, a rodervi nella coscienza
della vostra nullità.

.. [#] *Revue encyclopédique.*

.. [#] *Ecclesiaste*, cap. I, X, XI.

.. [#] *Daniel*, cap. V.

.. [#] Cav. :small-caps:`Palloni`, *Riflessioni sul sonno, e sul sonnambulismo*.

Lasciamo di coteste infamie, e di coteste miserie,
leviamoci a respirare un aere piú puro, e
poiché di siffatta potenza ci erano i cieli cortesi,
sorgiamo a meditare le bellezze ideali, circondiamoci
d'illusioni, c'inebbriamo di gloria se di felicità
non possiamo.

Favelliamo di gloria. — Napoleone Buonaparte
tratto dalla volontà, e dalle vicende muove in Egitto,
lasciando la Francia temuta; e seco parte
la fortuna di Francia! Mentre egli vince alle Piramidi,
al monte Tabor, ad Aboukir, altri generali
francesi le sue conquiste perdevano. — Mantova
presa, l'Olanda di Russi e Inglesi ingombrata,
la sconfitta della Trebbia, — l'altra di
Novi — Massena, già folgore di guerra, adesso
condottiero infelice, Scherer respinto, Joubert ucciso,
Macdonald, e Moreau superati, ogni cosa in
rovina. — Napoleone Buonaparte udite le sinistre
notizie, abbandonava Alessandria, si poneva all'avventura
sul mare; scampato dagli elementi, e dai
nemici, tornava a Parigi. Qui giunto, con tali parole
favellava al Direttorio: «Che avete voi fatto di
questa Francia, che tanto prosperevole vi aveva
lasciata! Dov'era pace, rinvenni la guerra, dove
lasciai vittorie, ho incontrato sconfitte... perché
tanta miseria quando io vi consegnai i milioni
d'Italia? Che avete voi fatto di cento mila
Francesi tutti compagni della mia
[pg!47]
gloria? — Perirono» [#]_. Cosí rampognava per ira, piú per
arte. — Soppresso il Direttorio, ridotta in sue
mani la somma della Repubblica, pensa ristorarne
la declinata fortuna, e agevolmente il poteva, poiché
seco era tornata la vittoria: gl'impedimenti,
che gli oppongono la natura, e gli uomini superava,
con sottilissimo ingegno; il forte Bard sfuggiva,
a Chiusella, e a Montebello vinceva, le pianure
italiane occupava. Si affronta in mortale combattimento
co' suoi nemici nei campi di Marengo;
cotesta fu una battaglia di giganti; — l'Austria
cadde; — l'Italia tutta in poche ore tornò nel dominio
Francese, il Genio del primo Console prevalendo
costrinse gli avversari a supplicarlo di pace.

.. [#] :small-caps:`Jomini`, *Vie de Napoléon*.

Questi fatti raccontava la fama per le città italiane,
sicché forte se ne infiammavano le menti di
quelli, che le udivano. — Era in que' tempi nei
giovani petti Italiani un desiderio, un anelito di
accorrere sul campo delle battaglie, che apertamente
dimostrò, non anco in essi morto l'antico
valore, e santi furono allora i nostri voti, imperciocché
Napoleone fingendo amare le libertà italiane,
richiamava in vita la Repubblica Cisalpina. — Ah!
furono inganni cotesti... Ma l'Antomarchi
applicando al cranio di Buonaparte il sistema di
Gall, lo trovò tanto potente simulatore, [#]_ e il
cuore dei giovani si lascia cosí di leggieri prendere
alle illusioni, ch'io davvero tremo pel giudizio, che i
posteri faranno su la memoria di quel Grande,
[pg!48]
malgrado le mie difese; — pure se gl'Italiani si
lamentano, che tu non li abbia amati, non però
ti maledicono mai; essi avrebbero voluto difenderti
col proprio sangue, e con quello dei figli,
essi quantunque da te delusi pregano Dio, che ti
perdoni com'eglino ti hanno perdonato. —

.. [#] \ V. *Les derniers moments*, etc.

Nato da poveri genitori nel 1781, viveva in
questa nostra patria Cosimo Damiano Delfante.
L'anima caldissima del giovanetto, l'ingegno pronto
ed il sentirsi forte gli facevano mal comportare
gli oscuri natali; — e l'esperienza insegna essere
la ignobilità piú che la chiarezza del linguaggio,
stimolo acuto a ben meritare avendo la natura
concesso all'uomo maggiori potenze per acquistare,
che non per mantenere. Ora pervenuto Cosimo nostro
al suo ventiduesimo anno, incapace a reprimere
il genio interno, si presentava al padre tutto
tremante, e gli diceva: «Chiamarlo la patria, né
volere egli rimanersi inoperoso alla chiamata;
non badasse al momentaneo dolore, tra poco la
fama dei suoi fatti lo consolerebbe di mille
doppi; gli desse intanto la paterna, benedizione». — Qual
core fosse il mio, mi parlava Giovacchino
Delfante, il quale ottuagenario si vive
con la vecchia moglie Uliva Bujeri in Livorno,
«qual core fosse il mio nel sentire il disegno di
Cosimo, pensatelo voi...» e fissatomi in volto aggiungeva:
« — No, voi nol potete immaginare
perché dalla vostra giovanezza suppongo, che non
siate anche padre...» Il mio corpo fremé per
ogni fibra, l'anima si sollevò in un sospiro, e tacqui; — egli
riprese: «Dio me lo aveva dato per
[pg!49]
unico figliuolo, e Dio non volle, che sostenesse
la mia vecchiezza; — Cosimo fu di persona piú
alto di voi, e piú robusto assai; di sguardo benigno,
se non che quando lo vinceva l'ira, ne
tremavano tutti; e pure malgrado il suo impeto,
le amarezze piú forti, che mi abbia apportate
sono queste: nella notte in cui arse lo *Scipione*, — voi
avrete sentito da vostro padre il caso dello
*Scipione*, — era un vascello Francese, che incendiò
nella nostra spiaggia, chi disse in que'
tempi per negligenza, chi per malizia, e veramente
in quella occasione si commessero orribili
fatti, pochi salvarono le vite, il legno deserto lanciava
da ogni parte schegge, e ferramenti infocati,
le artiglierie sparavano contro la città;
quando giunse la fiamma al magazzino delle polveri
parve ne subbissasse Livorno; in quella
notte d'inferno, Cosimo non si ridusse a casa, e
si rimase con molto suo pericolo a contemplare
dal molo cotesto spavento. — L'altro dolore me lo
dette nel '98, allorché vennero i Francesi a portarci
un palo, e un berretto, che chiamavano la
libertà, e ci rapirono monumenti preziosi, ed
averi. — Il mio Cosimo non potendo soffrire la
superbia di uno tra costoro lo sfidava a duello;
il repubblicano non vergognò adoperare l'arme
contro un fanciullo di quindici anni, ma il figliuol
mio per quello, che poi me ne raccontarono
se la cavò bene, perché senza che io ne sapessi
nulla, aveva imparato di scherma; — in
cuore n'ebbi piacere, ma lo rimproverai comandandogli
per quanto aveva caro l'affetto di suo
[pg!50]
padre non ne facesse piú, alle quali rimostranze,
egli scusandosi, rispose: «Che il sangue voleva
la sua parte, e chi soffriva in pace l'ingiuria
meritava quella, ed altre ancora». Per quanto
le mie povere facoltà lo consentivano feci educarlo
come meglio potei; tutto egli apprendeva
con prestezza maravigliosa in ispecie le lingue,
e quando si partí da Livorno sapeva il latino,
il francese, e l'inglese, di piú imparò il tedesco,
lo svedese, e lo spagnuolo. — Io vedeva andare
con lui le mie speranze; l'animo mi presagiva
male, rimaneva solo; pure egli affermava chiamarlo
in sua difesa la patria, sospirai considerando
che non avevo altri figli, e feci il sacrificio
alla patria di questo unico mio; — io lo
benedissi: la povera Uliva, che dopo la sua
morte perdé alquanto del lume dell'intelletto,
univa alla mia la sua benedizione, piangendo
come piangono le madri quando si staccano da
un figliuolo unico, e Cosimo anch'egli tutto in lacrime
si partí sul principiare dell'ottobre 1803».
Mentre l'ottimo vecchio questi casi mi raccontava,
la madre udendo com'io mi fossi quivi condotto
per iscrivere la lode del suo figliuolo defunto, mi
si accostò vacillando, e con pianto dirotto prese
a baciarmi il lembo del mantello! — Volli consolarla,
e non trovai la parola.

In questa maniera Cosimo Delfante, separatosi
dai suoi genitori, giungeva a Reggio, e quivi volontario
il 22 ottobre 1803, indossava la veste del
soldato. — Egli però non era uomo da starsi
lungo tempo confuso col volgo, e infatti da una
[pg!51]
patente autentica della Repubblica italiana io ricavo
come dopo tre giorni lo creassero caporale,
dopo otto sergente, dopo ventuno al grado di sotto-tenente,
lo promovessero. Nel 14 aprile 1804, il
Vice-presidente della Repubblica italiana Melzi
di Eril, innamorato delle ottime qualità del nostro
concittadino, desiderò che col grado medesimo passasse
a far parte della guardia del Presidente nel
battaglione dei granatieri; e voglionsi qui riferire
le onorate parole con le quali il suo antico
superiore Foresti gli accompagnava quest'ordine:

«Il capo non può abbastanza palesare il suo dispiacere
per la perdita al corpo di un ufficiale,
a che per la sua moralità, zelo, ed intelligenza si
è distinto nei differenti gradi da lui occupati
nella mezza brigata; si compiace però di vederlo
collocato in un corpo ove piú vasto campo
gli è aperto per dimostrare i suoi talenti, e non
dubita, che saprà con la sua condotta meritare la
stima, e l'affetto dei nuovi superiori, e camerata,
e conservarsi cosí la vantaggiosa opinione, che
lascia di lui nella seconda mezza brigata».

Esaminando le poche carte, che per fortuna avanzano
di questo valoroso, trovo una lettera del Ministro
della guerra a lui diretta con la quale gli raccomanda
di trasferirsi nei *dipartimenti* dell'Olona, del
Lario e del Serio *per accogliere que' giovani che
mossi da entusiasmo volessero militare per la patria*,
e poco sotto aggiunge molto promettersi dall'opera
sua come quello, che aveva grandissima influenza
per le sue relazioni ne' mentovati *dipartimenti*, e
pei suoi modi cortesi riusciva gradito
[pg!52]
all'universale. — Veramente Cosimo Delfante avrebbe con
buone parole persuaso i piú schivi, ma giova ripetere
come la gioventú italiana non abbia bisogno
d'invito per correre alle armi. — Ricorda
la Storia come nel 1812 essendo stata imposta
l'estrazione su i *conscritti* del *cantone* di Chivasso
*dipartimento* della Dora nel giorno decimo di ottobre,
i giovani di Chivasso, e Varlengo comparissero,
quelli di Brandizzo divisi dai torrenti Orco,
e Malone gonfi per insolita pioggia mancassero;
non era da tentarsi il guado, che l'acqua menava
giú a furia, e non si trovavano barche. — Il Viceprefetto
saputa la cosa aggiornava la estrazione al
sabato venturo; — appena egli aveva profferito il
decreto, i giovani di Brandizzo grondanti acqua
gli appariscono davanti: — non avevano quei magnanimi
sostenuto, che si fosse detto di loro: — i
Brandissesi mancarono alla chiamata, dell'onore, e
poiché tentati diversi argomenti per traghettare
il torrente riuscirono invano, il piú robusto tra
essi si lanciò nell'acqua, prese la mano al compagno,
e questi a un altro, e cosí procedendo formarono
una catena da una sponda all'altra, e con
molto pericolo non meno, che con gloria immortale
superarono la corrente [#]_. Tal era in que' tempi,
e tale sarà, dove l'occasione si mostri, l'ardore
della gioventú italiana! —

.. [#] Cav. :small-caps:`Laugier`, *Gl'Italiani in Russia*.

Tornando adesso al nostro concittadino Delfante
ho narrato in qual modo nel periodo di pochi
giorni dal grado di semplice soldato a quello di
[pg!53]
sotto-tenente nella guardia del Presidente pervenisse.
A tanto gli valsero l'ingegno pronto, le
cognizioni acquistate; adesso ardeva distinguersi
con qualche bello atto di valore, né imperando
Napoleone Buonaparte era lungamente da aspettarsi
il modo.

Male comportarono gl'Inglesi la pace d'Amiens
conchiusa il 23 maggio 1802, e fino da quel tempo
Sheridan aveva dimostrato qual fosse l'opinione
del pubblico, intorno ai patti nella medesima stabiliti;
mandarono pertanto a _`lord Whitworth`, ambasciatore
a Parigi, perché ordinasse al governo di
Francia sgombrare immediatamente l'Olanda,
concedere per dieci anni all'Inghilterra il domino di
Malta, e Lampedosa; se no, rompesse la guerra. — L'esercito
inglese è fatto prigioniero nell'Annover,
il duca di Cambridge scampa malapena fuggendo,
l'Elettorato cade in potestà dei Francesi. — Napoleone
apparecchia a Bologna sul mare le armi
per condurre la guerra nelle Isole britanniche; al
punto stesso scuoprendo le lunghe arti, sopprime
ogni apparenza di uguaglianza, e desidera dominare
solo su la Francia e l'Italia.

In Francia lo acclamano Imperatore tutti, meno
Carnot.

L'Italia non può, né vuole contendergli il principato,
egli prende di sua mano la corona da gli
altari; e se la cinge al capo, e reputando fermare
eterne sul capo la potenza, e la vita, esclama nell'orgoglio
dell'anima: guai a chi la toccherà! Dio
la toccò, Dio, che distrusse con la corona la testa
che la portava.

[pg!54]
Adesso pensoso quel mirabile politico Guglielmo
Pitt sopra i destini della patria, volendo
volgere altrove la tempesta, ordina nuova lega con
Russia, e con Austria. La Baviera sorpresa cede
alle armi tedesche. Muove Napoleone al soccorso e
seco le milizie italiane, e il nostro Delfante; seguendo
le arme del *Fatale* egli vide nemici con la
prestezza del desiderio dispersi, Ulma caduta,
Vienna presa, lo Imperatore fugato; e Russi, e Tedeschi
apprestargli nei campi di Osterlizza una
nuova vittoria, nissuna forza pareva potesse resistere
a quel Terribile; dodici generali tra russi, e
tedeschi spenti sul campo, quarantacinque bandiere,
centocinquanta cannoni ornarono il trionfo
dei Francesi, uno degl'Imperatori chiedeva pace,
l'altro per soverchia generosità lasciato andare. —

Cosimo Delfante operò in questa impresa prove
di valore, e ne venne ricompensato col grado di
tenente. Su le pianure di Osterlizza quantunque
inebbriato dalla vittoria non obbliò i cari parenti,
che stavano lontani trepidando per la sua vita,
e scrisse loro del nuovo grado, delle azioni fatte,
di quelle, che statuiva di fare. — Chiesi le lettere
al padre, ed egli mi rispose, averle distrutte
preso dal dolore all'annunzio della sua morte. — Siccome
io credo, che l'affanno di un padre per la
perdita dell'unico figlio in qualsivoglia maniera
si manifesti sia cosa sacra, cosí mi tacqui sconfortato. —

A brevissima pace nuove guerre succedono. Insorge
la Prussia. Vinta a Schleitz, ed a Saalfeld,
prostrata a Jena, e a Lubecca in quindici giorni
[pg!55]
cessa di esistere quella potenza, che Federigo il
Grande aveva con tanto sangue, e con tanta politica
instituita. — Torna la Russia a tentare la
sorte delle armi, e le riescono infelici a Czarnuovo,
a Pultusk, a Calymin, e sempre; perde altri
25,000 uomini sul campo di Eylau, oltre a 60,000
su quelli di Friedland. — Veramente io dubito
forte, che i posteri vogliano aver fede in siffatti
racconti, ed anche i presenti gli stimerebbero esagerati
dove la turba delle madri, e delle vedove le
quali tuttavia piangono, veri non glieli attestasse
pur troppo. — Conchiusa la pace di Tilsith, Gustavo
IV di Svezia ardiva solo opporsi alla potenza
di Buonaparte: a ciò lo inducevano le istigazioni
inglesi, e la cupidigia dell'acquisto della
Norvegia. — Buonaparte sdegnando adoperare il
suo ingegno per opprimere cotesto avversario, manda
Brune, e con Brune il Gen. Pino, condottiero delle
milizie italiane di cui faceva parte Delfante. Adesso
si narra come Pino procedendo alla volta di
Stralsunda affidasse la condotta di un buon numero
di soldati al nostro cittadino ordinandogli
aspettarlo in certo luogo determinato: andava, e
attendeva il Delfante; vedendo poi, che tardava,
e dubitando che se ne fosse andato oltre, s'incamminava
animoso alla volta di Stralsunda; lo raggiunse
dopo alcune ore il suo Generale, e turbato
non poco pel pericolo a cui si era esposto, lo chiamò
incauto, gli disse imprudente. — «Trovate dunque
chi meglio adoperi prudenza di me» rispose Cosimo,
e se ne andava, senonché richiamatolo il
buon generale, dolcemente rimproverandolo lo confortava
[pg!56]
a deporre lo sdegno, e a starsi di lieto
animo, ch'egli avrebbe pensato, secondo i suoi meriti,
a ricompensarlo. — Posto l'assedio intorno
Stralsunda, certa notte il generale gli commetteva
portasse l'ordine ad un suo subalterno di avvicinare
i quartieri al forte dell'armata; provvedesse ad
eseguirlo celeremente, poiché quella stazione come
troppo lontana, poteva da un punto all'altro _`riuscire`
piena di pericolo. Andava Delfante, e trovato
che il superiore si era dipartito dai suoi soldati
per darsi buon tempo, egli desideroso di corrispondere
alla fiducia, che in lui aveva riposto
l'ottimo Pino, con singolare perizia operò in modo,
che il campo fosse mutato. Il generale soddisfatto
per quest'azione, appena n'ebbe inteso il racconto,
postagli la mano sulla spalla gli disse: «Tu sei
un valoroso capitano» e fino da quel punto Cosimo
nostro tenne nella milizia quel grado. — Cadde
Stralsunda, imperciocché Gustavo avesse per
difenderla la pertinacia, non l'ingegno di Carlo XII,
e fu smantellata da Brune; cadde ancora dopo
pochi giorni l'isola di Rugen, e cosí ebbe fine la
guerra della Pomerania Svedese.

Comincia la guerra spagnuola; guerra per la
quale si conobbe quanto possano i popoli sebbene
inesperti dell'arte militare allorché abbiano fermo
di vincere, o seppellirsi sotto le rovine delle loro
città: — ogni goccia di sangue versato per la patria
produce nuovi difensori, e quelli spenti, altri,
e piú fieri risorgono finché l'oppressione non sia
superata. — Ma da una parte non combatté sola
la cupidigia d'impero; la inquisizione soppressa,
[pg!57]
le barbare leggi abolite, gli errori o distrutti, o
diminuiti, le insolenze feudali raffrenate dimostrano
come ancora si volesse migliorare; né dall'altra
fu tutto amore di patria, ché vi si aggiunsero
le ignoranze superstiziose, e le ferocie di uomini
di sangue. Ben fece Napoleone, se il suo
genio lo chiamava a mutare i destini degli uomini,
a costringerli onde i beneficii della civiltà ricevessero;
meglio operarono gli spagnuoli a rigettarli
perché partecipati in modo, che parevano una
pena, e il benefizio per forza trasmesso equivale
all'ingiuria. Forse da ambedue le parti stava la
ragione, da ambedue il torto. Nuova, eppure a
mio senno, maniera unica è questa per considerare
le storie dove l'uomo non voglia ricercare i fatti
dei suoi simili per dedurne offese, o difese a coloro,
che li operarono, sibbene ammaestramenti di esperienze
per giudicare le vicende attuali.

Il sig. cav. Laugier, nome carissimo alla gloria
delle armi italiane, in certa sua lettera scrivendo
del nostro Delfante cosí si esprime: «Reduce dai
geli del settentrione, partiva alla volta di Catalogna,
desideroso d'imprendere geste maggiori.
La battaglia di Trentapassos, quella di Molinos
del Rey, l'altra di Valz, la presa di Vique, l'assedio
di Girona, la caduta di Hostalrich, e finalmente
un numero infinito di fatti di arme
levarono tra i piú distinti il nome dell'ottimo
Delfante» e poco sotto, «prode quanto buono,
e generoso bisognava vedere con quale tenerezza
si occupasse degli amici, dei sottoposti, degli
stessi nemici tostoché cessava lo strepito della
[pg!58]
battaglia. — Oh! quante famiglie a cui egli salvava
vita, onore, e sostanze innalzarono al cielo
fervidissime preci onde invocare la benedizione
su quell'anima veramente celeste; non v'era
superiore, non compagno, non subalterno, che
non lo amasse, e lodasse. A lui davvero poteva
applicarsi la divisa di Baiardo: — il cavaliere
senza rimprovero, e senza paura». E questo è
elogio con tanta pienezza di animo gentile tributato
alla memoria del compagno defunto, da meritare,
che almeno per una metà ritorni in onore del
cav. Laugier. — Il padre Giovacchino Delfante
mi narrava siccome presa Figueras il figliuol suo,
capitanando una mano di soldati rimanesse stretto
all'improvviso da troppo maggior numero di milizie
spagnuole, le quali schernendo, e mostrando
le armi, intimassero agl'Italiani nostri la resa. — Cosimo
voleva animare i suoi con la voce, né, vinto
dall'ira, potendo, dava con la spada assai piú
forte eccitamento, che con la bocca; si cacciò a
corpo perduto nella folla, lo seguitarono i suoi, e
ne accaddero molte, disuguali mischie particolari.
Ma i nemici si addensavano su quel drappelletto
di valorosi, già molti ne avevano uccisi, piú molti
feriti; — chiusa allo scampo ogni via. — Delfante
volge attorno lo sguardo, e veduto in parte diradato
il cerchio, si avventa su quella, si sgombra
il sentiero, e guadagna celerissimo co' suoi una
forra vicina: il nemico costretto a ridurre la
fronte secondo l'angustia del passo, perde ogni
vantaggio, avvilito per le troppe morti rallenta
l'ardore,... cessa d'inseguire e il nostro cittadino
[pg!59]
cosparso di sangue spagnuolo, e del suo, riconduce
salvi i soldati al campo italiano. Mentre cosí il
vecchio padre esponeva le geste del figlio, il sangue
gli si era scaldato, e gli ornava il volto coi colori
della gioventú.

Meritavano queste prodezze conveniente mercede,
ed egli già fino dal principio della guerra
era stato promosso al grado di aiutante di campo
del general Pino; ora per decreto imperiale riceveva
l'ordine della corona di ferro; poco dopo la
stella della legione di onore. Il cav. Camillo Vaccani
nella sua opera degl'Italiani in Ispagna rammenta
onoratamente il nostro Delfante, allorché il
general Pino, circondato dal colonnello Marsshal,
su le alture dei monti Ramannà fece prigionieri
1500 Spagnuoli i quali accorrevano in soccorso di
Girona. [#]_ Narrasi ancora ch'egli fosse dei primi a
salire la breccia del forte Monjoui presso Girona,
dove dagli assaliti, e dagli assalitori furono operate
prove di prodezza inaudita.

.. [#] *Campagna del 1809*, p. 3.

In questa guerra spagnuola, io lo avvertiva
poc'anzi, si vide fino a qual punto estremo possano
giungere o la ferocia, o l'eroismo della creatura
umana. — Agostina da Zaragozza, fortissima vergine,
fuggiti i difensori, abbattuta la porta Petrillo,
non dubita dar fuoco ai cannoni, sfolgorare
i Francesi di mitraglia, e ributtarli fuori delle
mura; e quantunque l'obbligo mi costringa ad
esser breve, a me non riesce esserlo tanto, che lasci
innominata per queste mie carte l'illustre donna
[pg!60]
Lucia Fitz Gerard condottiera della crociata a
difesa di Girona [#]_. Nuove battaglie, dico, furono
queste, che vado raccontando, né da Napoleone
aspettate; e' bisognava a palmo a palmo conquistare
il terreno, dispersi oggi i nemici tornavano
piú infesti e numerosi domani; il pugnale, e il
veleno spensero piú vite, che non le armi guerresche;
*ed è santo ogni mezzo purché ordinato
alla salute della patria*. Ridotte in mucchi di sassi
le mura delle città, era mestieri combattere di contrada
in contrada, di casa in casa, di piano in
piano; ardevano i cittadini le proprie dimore, e
le rovine, e sé stessi sopra gli odiosi stranieri precipitavano,
oppure scavavano buche, vi nascondevano
polveri, e con la propria, la morte di molti
nemici procuravano. Le malattie, la fame, la dura
necessità, che domarono fin qui ogni ente mortale,
non vinsero gli Spagnuoli; — morivano, non si arrendevano.
Alvarez, comandante di Girona vicino
a spirare anziché scendere alla capitolazione dismesse
la carica. Solo un dolore era comune ai vinti,
quello di non esser morti; rimproverati della feroce
loro ostinatezza rispondevano: «Se volete
svergognarci davvero, fateci rampogna del viver
nostro dopo che giurammo morire; mostrateci
gli edifizi, che pur sorgono illesi, non i caduti,
i prigionieri non i cadaveri.» — «Infelice
popolo, qual frutto ricavasti da tanti sagrifizi?
Dove sono i tuoi guerrieri? Quale hanno mercede
nel riposo della patria? Come i tuoi destini
[pg!61]
migliorasti? — Mi valgano le parole del paterno mio
amico l'illustre generale Colletta [#]_: «Alvarez
morto in carcere, Bleke, Fournays perseguiti, e disgraziati:
O-Donnell, sentenziato come traditore,
schiva con la fuga la morte: Ballesteros, Morillo
vivono spatriati, o prigioni nella Francia: vive in
Inghilterra da fuggiasco il prode Mina: l'Empecinado
è morto sul patibolo: ed in somma dei piú
chiari Spagnuoli chi fu spento per pena, o per
nuovi sconvolgimenti, chi piú infelice mena il
remo, e chi (gli avventurosi) stan liberi ma dimenticati,
e mal visti». — Oh! chiudete il
volume della storia, troppo vi soverchiano le memorie
dei misfatti, e delle sventure onde l'uomo
possa percorrerlo senza sentirsi l'anima travagliata
da infinita tristezza. — Salomone profeta apertamente
lo insegna: «Non acquistate sapienza, perché
in essa si contiene altissimo affanno; non accrescete
la scienza, perché in essa è perturbazione
di spirito: il ricercare per molti libri non
mena a nulla, e la frequente meditazione inaridisce
la carne» [#]_.

.. [#] :small-caps:`Southey`, *Guerra della Penisola*.

.. [#] *Antologia*, n. 69.

.. [#] *Ecclesia.*, c. XII.

Ora il mio subbietto mi stringe a raccontare
altre guerre, altro dolore. Due colossi si stringono
in battaglia di morte. Pare, che potenza umana
non potesse superare il *Fatale*, perché i geli, il fuoco
la fame si unirono in lega co' suoi nemici, e allora
soltanto ne rimase abbattuto, né meno si voleva
per abbatterlo. — Nel giorno 22 giugno si apre la
impresa russa. Quante speranze affidavano la
[pg!62]
Francia! Un capitano, che non conobbe mai fuga,
un esercito provato di oltre 500,000 uomini numeroso,
generali valorosissimi; però sembravano le
parole profferite in quei tempi da Napoleone profezia
del futuro:

«Noi non ancora degenerammo, siamo gli stessi
di Osterlizza, varchiamo il Niemen, la seconda
guerra contro la Russia sia non meno della prima
gloriosa alle armi francesi, e imponga termine
alla influenza russa, la quale da ben 50 anni
turba le condizioni di Europa» [#]_. Napoleone
traghettata la Dwina, espugna il campo trincerato
di Drissa, rompe il nemico, lo insegue fin presso
Polotosk; — proseguendo il cammino, valica il
Boristene, vince a Krasnoie, supera di nuovo i nemici
a Smolensko, arde la città; — continua la
via, giunge alla Moskowa. Le storie moderne non
ricordano battaglia piú sanguinosa di quella, che
s'ingaggiò su i campi di Borodino; vi piansero i
russi morti 30,000 soldati, 40 generali; non si contarono
i feriti. Mi sia concesso dilungarmi alquanto
nella narrazione di questa battaglia, avvegnaché
gl'Italiani nostri la vincessero, e Cosimo Delfante
vi operasse prove mirabili. La somma delle cose
si era ridotta su certa eminenza coronata da fortini
commessi alla difesa del generale Ostermann,
e divisa dai Francesi mediante il burrone di Goriskoi. — Augusto
Caulincourt, generale, guidando
la seconda divisione dei corazzieri, con imperterrito
animo si caccia giú del dirupo; fulminato dalle
[pg!63]
batterie nemiche perde la vita; indietreggiano i
suoi. Allora il rialzo parve convertirsi in vulcano:
ne uscí prima una tempesta di fuoco, poi i cavalieri
russi per calpestare i corazzieri respinti.
Mentre in questa parte la fortuna favorisce alle
armi di Russia, il principe Eugenio con l'esercito
italico investe di fianco il fortino. I Russi capitanati
dal general Likaczen sostengono francamente
l'assalto. Cosimo Delfante considerando il poco
frutto che si ricava da quel trarre di lontano,
e l'indugio mortale, dispone avventurare un urto
disperato; accennato ai prodi compagni, nulla
badando alle schegge striscianti intorno al suo
capo, si spinge primo contro il ridotto: all'urto disperato
oppongono i Russi disperata resistenza,
rifiutano i quartieri, antepongono la morte alla
resa; — rimasero tutti miseramente trucidati. — Likaczen,
capitano infelice non codardo, sdegnoso
di sopravvivere ai suoi, si precipita tra le file
italiane cercando la bella morte, e gl'Italiani in
quella ebbrezza di sangue cupidi di vendetta gliel'avrebbero
data, allorché Delfante gridava: «si
rimanessero, volere il russo un duello, e a lui
appartenere per diritto». Cosí dicendo lo affronta,
e lo disarma. Likaczen, fermo di finire la
vita tratta una pistola se la volge alla tempia, e
qui pure Cosimo lo trattiene, e confortandolo con
animose parole, lo consigliava a vivere e gli rendeva
la spada. Il principe Eugenio lo creò aiutante
comandante dello stato maggiore sul campo
di battaglia, dicendo ad alta voce: «Valoroso
[pg!64]
Delfante, quest'oggi ti sei comportato da eroe» [#]_. — Vinta
la battaglia di Borodino, Moscua viene in
potere dell'armata francese. Fin dove poteva salire
la potenza del *Fatale* è ormai salita, adesso
sentirà come siano amari i passi della fuga, come
lacrimose le vittorie peggiori delle sconfitte, come
duro l'esilio! — Gli storici di questa impresa
scrivono che meno sfortunosa sarebbe riuscita la
ritirata dove Napoleone avesse preso il sentiero di
Kalouga, e di Toula per alla Lituania, e parve
che a lui pure piacesse il disegno, e gl'Italiani con
gloria eterna vincendo a Malo-Jarolavetz, gli
sgombravano i passi, ma o il destino lo accecasse,
o meglio di quello possiamo supporre noi prevedesse,
ordinò la ritirata a Smolensko. Le sventure
della grande armata furono descritte; qualcheduno,
che le vide, vive tuttora per raccontarle,
e i popoli atterriti conoscono come reggimenti
interi abbracciatisi per ischermirsi dal freddo durante
la notte fossero contemplati alla mattina
vacillare, e cadere senza, che se ne rilevasse pure
uno; udirono le genti come gli umani cadaveri
servissero a mantenere il fuoco per riscaldare i
mal vivi, e questi piegarsi avidissimi su quelle
orribili fiamme, e venire al sangue onde ributtarne
gli accorrenti, finché spinti sovr'esse mentre studiano
fuggire la morte minacciata dal gelo, muoiono
miseramente abbruciati: tali e piú tremende
sventure ascoltammo, sí che i tormenti dell'inferno
di Dante ci parvero fievole immaginazioni a confronto
[pg!65]
di queste verità. — Il 13 di novembre 1812,
l'esercito d'Italia ridotto a 5000 ordinati, e due
volte tanti tra donne, infermi per malattia naturale,
o per ferite, ed altra gente di ogni maniera,
lacerati senza posa ai fianchi, e alle spalle dai
cosacchi, giungeva a grande stento su la sponda del
Wop; due mesi prima era ruscello, adesso spaventoso
torrente, vollero costruirvi un ponte co'
legni delle case vicine, ma quelli, che vi si erano
riparati, mostrarono contrastarle col ferro; tentarono
traghettare i cannoni carreggiandoli su le
acque gelate; il ghiaccio si ruppe, cannoni, e cannonieri
sprofondando scomparvero per sempre; frattanto
il giorno declinava, il freddo si faceva piú
intenso, i cosacchi impazienti di strage e di rapina
ingrossavano. Gli artiglieri italiani, quantunque
presso al morire desiderano rallegrarsi il
cuore con una qualche vendetta, e abbandonati i
bagagli si ritirano; sopraggiungono le torme dei
barbari, stendono le mani alla preda... una traccia
di polvere accesa dai nostri artiglieri appicca il
fuoco ai cassoni delle munizioni di guerra; — rapitori,
e rapine vengono con miserabile eccidio
sbalestrati per aria. — Animoso, non utile conforto;
nuovi cosacchi piú inferociti di prima tornano
all'assalto. — Di su, di giú, come finsero
gli antichi cantori dei dannati lungo la sponda dell'Acheronte
andavano i nostri per la riva del
Wop, ponevano un piede per iscendere e non si
attentavano; que' ghiaccioli taglienti, le acque
grosse, l'altra sponda, lontana atterrivano i piú
forti; in questa le minaccie dei vincitori, e gli
[pg!66]
urli dei vinti cresceano, e si udiva all'intorno un
suono di pianto, un gemere confuso, un invocare,
e un imprecare il cielo, un chiedere, e non trovare
soccorso, che rifiniva il cuore di acutissimo spasimo. — Il
Viceré pensoso non sapeva a qual partito
appigliarsi; — leva gli occhi, e guarda fisso
Cosimo nostro; questi intende qual cosa gli domandasse
il buon principe col guardo, dacché con
la voce non osava manifestargliela, si trae il
cappello, lo agita in segno di sicurezza, e si lancia
nel fiume; molti come lui avventurosi toccarono
la riva opposta, molti non la toccarono; — ma
senza Cosimo Delfante sarebbero morti tutti [#]_.

.. [#] Proclama alla Grande Armata del 22 genn. 1812.

.. [#] :small-caps:`Laugier`, op. cit.

.. [#] :small-caps:`Ségur`, *Histoire de la Grande Armée*, l. IX, c. 13.

Mi avvicino a descrivere la morte di questo valoroso.
Correva il giorno 15 di novembre, quando
il principe Eugenio con alcuni dei suoi si dilungava
da una torma di gente disordinata, infelice
residuo dell'esercito d'Italia; all'improvviso lo
circondano molte migliaia di Russi capitanate
dal generale Miloradowitch, e gl'intimano la resa; — la
gente, che seguitava Eugenio facendosegli
intorno lo scongiurano ad allontanarsi finché n'è
tempo, salvasse gli avanzi dell'armata, ella penserebbe
di per sé stessa alla sua salute; repugnante,
Eugenio abbandona quel pugno di prodi, raggiunge
i suoi, ed ingaggia battaglia su i piani di Krasnoie.
La colonna dei fuorviati rimasta priva di
capo si ordina sotto il tempestare delle palle nemiche,
e composta in drappelli serrati dà dentro
alle file dei Russi; erano 1500 contro 15 e piú mila
[pg!67]
nemici; — questi pensando, che volessero deporre
le armi, aprono la fronte, e li lasciano entrare;
quindi vedendo com'eglino non si disponessero a
nessun atto di ossequio li pregano a dimettere ogni
tentativo di resistenza; rispondevano combattendo;
sdegnosi i Russi li fulminano con tutti i
cannoni; meglio di mezzi cadono, gli altri continuano;
i Russi sia maraviglia, o terrore non osano
toccarli, ed essi orribilmente laceri si riparano
entro le linee italiane, le quali gli accolsero con
altissime grida di gioia. — Ora i Russi inseguenti
l'armata d'Italia appoggiano la destra a un bosco,
la sinistra alla strada maestra. Eugenio studiando
di sgombrare il cammino oppone la seconda divisione
alla sinistra dei Russi, la prima alla destra,
nel centro mette la guardia reale, la divisione Pino
in riserva, gli sbrancati si celano in certe macchie
dietro l'ala destra del generale Pino. — I cavalieri
russi dànno la carica; respinti dai nostri composti
in battaglione quadrato cominciano a sfolgorare
con la mitraglia, e gl'Italiani di tutto manchevoli
mal potendo rispondere a que' fuochi, soffrono
gravissimi danni. — Eugenio si affanna a provvedere,
e spinge la seconda divisione contro il fianco
destro del nemico, ma oppressa da un fuoco terribile
e da una cavalleria numerosa, si ripiega
anch'ella in battaglione quadrato. Rimasta per siffatta
maniera scoperta la sinistra della guardia
reale, i dragoni di Kargonpoll e di Moscou si
sforzano romperla; ributtati aspramente non replicano
l'assalto. Il Viceré favellando agli ufficiali
circostanti domandava a chi di loro con alquanti
de' piú valorosi desse il cuore di procedere lungo la
[pg!68]
strada maestra, per raccogliere la prima divisione.
Si offriva volenteroso Delfante, e seco lui 200
spontanei. Quasi presago esser coteste le sue ultime,
operò prove di stupendo valore; lanciandosi
con quel drappelletto contro la foga dei cavalieri
russi li trattenne, e convertí la battaglia in molti
combattimenti a corpo a corpo; ferito nella tempia
non si rimosse, né fece sembiante di dolore, o di
terrore; continuando la mischia venne di nuovo
ferito sul ginocchio, e sebbene la virtú vitale per
la perdita del sangue appoco appoco in lui si estinguesse,
non pareva che pensasse a posarsi. Un generoso
Francese, il signore di Ville-Blanche, vedutolo
tutto sanguinoso lo tolse per le braccia, e facendogli
forza lo trasse in disparte per fasciargli
le piaghe. — Sopraggiunse Eugenio, e chiamatolo
a nome lo conforta a darsi coraggio: «Altezza, risponde
Cosimo, io mi sento morire, vi raccomando
la mia famiglia». — Compiute appena
le parole, una palla di cannone gli rompe le spalle,
e spicca la testa dal busto al Ville-Blanche. Il viceré
si allontanava smarrito, i duecento compagni
del nostro eroe morirono tutti, ma prima di cadere,
nel sangue dei nemici lo vendicarono. —

Dove giacciono le ossa di Cosimo Delfante, onde
se qualche suo patriotto pellegrinasse in quelle
remote contrade invochi sopra di loro la pace dei
forti? — La pianura di Krasnoie è grande, e va
ingombra d'infinite altre ossa; eppure alle sacre
reliquie manca, o Italiani, non solo l'onore del sepolcro,
ma nessuno tra voi ebbe fin qui anima potente
a diffondere su que' campi di gloria la luce
del canto.

[pg!69]
O Italiani, non amate voi vostri morti? L'inno
della lode tacerà dunque pei defunti perché questi
non dieno né speranze, né doni? — Sovente però
il turpe lusinghiere del vivo null'altro consegue
dalla sua viltà tranne una speranza delusa, mentre
il celebratore dei morti nel compartirla altrui
acquista fama. Pochi furono gl'Italiani scrittori i
quali di conveniente elogio placassero le ombre
dei nostri defunti, la qual cosa dimostra quanto
vada ingombra la mente dei troppi di paura, e di
viltà, quanto nei pochi sieno grandi e l'amore, e
l'ardire; — benefizio estremo, che la fortuna o il
destino concedono alle nazioni cadute di condensare
le virtú antiche della massa del popolo in alcuni
magnanimi, quasi scelti custodi di un deposito
sacro; io poi non sono un magnanimo, ma nel
mio cuore arde una fiamma di vita, e non temo
con forti accenti rilevare le glorie dei nostri valorosi; — e
felice la patria quando la lode dei
trapassati non vorrà considerarsi come esperimento
d'immaginare arguto, o di ornato scrivere sibbene
come ufficio cittadino. — Veramente a noi non
dovrebbe esser mestieri l'andare con tanto studio
ricercando le geste dei nostri guerrieri se piú fosse
stato generoso quel popolo di cui abbracciammo la
causa; — sconoscente! ei rifiutò far menzione dei
nostri, egli usurpò le nostre glorie [#]_: italiano, e
non francese fu il soldato il quale mezzo sepolto
dalla neve nelle lande di Russia nessun'altro pensiero
ebbe presso alla morte se non quello di porre
in salvo la stella dei prodi, che acquistò combattendo
[pg!70]
sul campo di Vagria: popolo sconoscente! dimenticando,
che noi col nostro sangue ti acquistammo
potenza, e onde meglio ci gravasse il giogo francese
pugnammo con mani italiane poiché [#]_ il *Fatale*,
quantunque nato di questa terra temendo nella
nostra libertà il tuo servaggio negò di rompere le
antiche catene, tu applaudisti al sussurro poetico
di uno tra i tuoi il quale, seguitando i canti del
fanciullo Aroldo, come la iena i passi del leone,
osò chiamar noi *polvere di uomini!* [#]_. Oh! Aroldo
si beava nel sorriso del cielo italiano, e gemé considerando,
che cuopriva una terra addolorata, e
quel suo gemito ci consolava di un secolo di sventura. — Barbaro
straniero, che insulti l'angoscia
solenne di un popolo caduto, possano le tue parole
tornarti amare su l'anima quanto la maledizione
di tuo padre moribondo. — Or non è molto, quasi
in ammenda di tanto delitto mosse da quel paese
una voce di conforto, e di lode a noi infelici Italiani, [#]_
ma la piaga fatta dall'orgoglio alla sventura
non cosí di leggieri risana. Tenete per voi la
lode, e l'oltraggio, noi né quella curiamo, né
questo: *Il giudizio dei posteri veglia severo su le
colpe dei popoli, e noi fidenti ci commettiamo a
quel giudizio.*

.. [#] :small-caps:`Laugier`, op. cit.

.. [#] *Réponse à Walter Scott, par le comte de St.-Leu.*

.. [#] :small-caps:`Lamartine`, *Dernier chant de Childe-Harold*.

.. [#] *Revue Française, Art. sur l'Italie.*

Ora nuovamente mi è dolce volgermi a voi, giovani
fratelli: — vedete l'onore italiano come vilipeso! — Sentite
qual ne corra bisogno di provvedere
alla fama nostra! — una gente, che altra
volta chiamammo barbara, come esempio di barbarie
[pg!71]
ci addita. — Siate grandi! — né mi rispondete: — che
giova affannarci? non hai tu scritto,
che gli uomini saranno sempre infelici? — Ma io ho
scritto ancora, che voi potrete diventare potenti; — e
le mie parole erano di dubbio; — assuefatto
a dubitare di tutto per fuggire la pena di un sistema,
pensate voi ch'io volessi assumere la parte
dell'Apostolo del male? — Operiamo magnanimamente,
non ci curiamo del fine: — forse l'antico
agricoltore non pianterà l'ulivo perché le sue
mani non ne raccorranno il frutto? — E forse io
lessi male le pagine della storia; — e forse l'affanno
in cui andava sepolto il bel fiore dei miei
anni giovanili mi fece temere ov'era sicurezza; — chi
sono io perché mi crediate come a Profeta? — Non
vi sarò compagno nel sepolcro? — Sia adunque
con voi anche quella speranza, che la natura doveva
avermi compartita; — e dove la pietà dei
superstiti, fornito questo terreno pellegrinaggio
pel quale ho già stanche le membra, mi credesse
degno di una lapide, che mi distingua dal volgo
dei morti, possano i figli felici stender la mano
su quella lapide, e dire: «Egli ha mentito».
Essi però non oltraggino la mia polvere, perché se
il decreto di mutare quelli, ch'io riputava destini
si fosse dovuto scrivere col sangue, io avrei dato il
sangue, e del piú puro del mio cuore — e se a me,
come a loro fossero corsi favorevoli i tempi, avrei
forse agli antichi canti di questa nostra terra aggiunto
nuove melodie, e la gioia avrebbe afforzato
l'ale dell'alta fantasia, mentre ora di giorno in
giorno s'illanguidisce nell'amarezza, e nel dolore.

[pg!75]




ROMAGNA
=======


Quando ideammo la *Giovane Italia*, le sorti
della Romagna pendevano incerte. La nota presentata
alla segreteria di stato di Gregorio XVI,
la sera del 21 maggio 1831 assicurava agli stati
pontificii riforme che costituissero un'era *affatto
nuova e felice*. — La corte romana dava invece illusioni
e frodi, o minaccie. Ma le popolazioni forti
del loro dritto, e d'una promessa europea avevano
assunta una attitudine energica e deliberata, che
avrebbe fruttato un miglioramento qualunque, se
l'intervento d'una forza brutale non avesse troncato
a mezzo le speranze autorizzate dalla diplomazia. — Il
popolo dall'impeto d'una *rivoluzione*
caduta era passato ad una *opposizione* parziale
che non varcava i confini di ciò che i gabinetti
chiamano *legalità*. Il Papa esauriva tutte l'arti
d'una politica perfida per suscitarlo a moti dichiaratamente
rivoluzionarii. — Ma il popolo s'avvedeva
dell'inganno e non si dipartiva da un sistema
d'azione lenta e pacifica, ch'escludeva ogni
intervento straniero.

Allora, noi avevamo in animo d'esporre in un
[pg!76]
quadro esatto la condizione di Bologna e della
Romagna: i diritti che la espressione del voto
comune avea posti in luce: le inchieste fatte, e
non contrastate: e le vie che rimanevano alle potenze
perché la rivoluzione inevitabile un dí o
l'altro scoppiasse meno sanguinosa e irritata dalla
intolleranza d'una parte e dalla impazienza dell'altra.

Era un tributo che si pagava per noi ad una
illusione di giustizia politica, che non esisteva se
non nell'anime nostre. Guardando alla importanza
della questione che s'agitava, guardando
all'utile che sgorgava innegabilmente da un sistema
di concessioni progressive, unico sistema
che valesse a indurre una pace che i governi invocavano
primi, guardando ai patti giurati, alla
promessa sancita da una conferenza di ministri
europei, ai principii banditi da una nazione
grande a un tempo ed avida di tenere il primato
della civiltà, noi cedevamo ad una speranza, ad
una lusinga che non fosse spenta ogni generosità
nei popoli. — E però il linguaggio nostro era
volto ad ammaestrarli delle condizioni nelle quali
era posta una gente insorta per eccesso di tirannide,
caduta in fondo per troppa credulità, schernita
da quei medesimi, che l'avevano accarezzata
di lusinghe mortali. — Ci travolgeva un errore;
e ne abbiamo rimorso; però che siamo a tale di
sventura e d'esperienza nel passato che oggimai
ogni errore è delitto. Questo errore noi lo scontammo
amaramente; e il grido dei nostri fratelli
scannati nel nome di Cristo dai soldati del pontefice
[pg!77]
a Ravenna, a Cesena, a Forlí, ci suona tremendo
all'orecchio come un rimprovero. — La
diplomazia europea non vide nei reclami legittimi
d'un popolo mille volte deluso che un pretesto
all'intervento straniero. Le baionette tedesche
ci recarono solenne risposta. — Quattro
potenze dichiararono nulle e intaccate di ribellione
le pretese, ch'esse alcuni mesi prima aveano dichiarate
giuste e fondate. Quattro potenze diffusero
colle loro minaccie il terrore sovra una moltitudine
inerme, incerta e divisa — poi, quando
lo stupore ebbe spento anche quel poco entusiasmo
suscitato da una contesa civile — quando l'oro
ebbe stillata la seduzione ne' ranghi dei cittadini — quando
il mutamento improvviso ebbe scemata
colla differenza delle opinioni la forza della
concordia — le potenze diedero il segnale, e dissero
alle bande romane: *ferite il cadavere.* — Quattro
mila soldati del pontefice s'affacciarono
da un lato, dodici mila tedeschi dall'altro. — I
nostri erano 1603!

Cosí doveva essere. — Maledetto colui, che fida
in altri che in se medesimo!

Noi lacerammo lo scritto. — Ogni sillaba ci pesava
sull'anima come una condanna — e da tutto
quel cumulo di conghietture, da quelle parole di
pace, da quella luce di speranza vilmente concetta,
e stoltamente nudrita, sorgeva un grido: guai a
chi si commette alla fede dello straniero! le illusioni
della vittoria si convertono per lui in derisioni
d'inferno: i frutti ch'egli immaginava cogliere
colle altrui mani, si tramutano in cenere,
[pg!78]
come i frutti del lago Asfaltide. Oh! non impareremo
mai nulla dalle nostre sciagure? Non impareremo
mai, che lo schiavo non ha per sé e che il
proprio braccio, e il proprio diritto? Noi calchiamo
una terra la cui polvere è polvere d'uomini
venduti dallo straniero. Non v'è pietra di
tomba, non v'è rovina di monumento che non ci
parli una delusione, che non c'insegni un tradimento
de' potenti che ci sedussero alla confidenza
per coglierci alla sprovveduta. E non faremo senno
mai della lunga vicenda?

Noi lacerammo lo scritto — però che non avevamo
mestieri di snudare agli oppressori la infamia
loro, né volevamo levar la voce a giustificarci
della sommessione apparente. Le infamie
sono palesi, e la vera giustificazione d'un popolo
oppresso è quella, che si scrive col sangue degli
oppressori. Né maledizione, né gemito. — Poi che
non abbiamo saputo maturare il tempo della vendetta,
soffriamo in silenzio: stiamo soli colla nostra
rabbia: pasciamoci di furore muto: non lo
sperdiamo in lamenti, che nulla fruttano — è
tesoro, che dobbiamo custodire gelosamente — beviamo
tutto il calice amaro: forse un giorno,
quando avremo esaurite l'ultime stille, frangeremo
quel calice.

Perché, a chi rivolgerci? — ai governi? cos'è
per essi il gemito d'una gente tradita? Son cinque
e piú secoli, ch'essi trafficano di noi come i mercanti
de' poveri negri. Son cinque e piú secoli,
ch'essi non guardano in noi che come in materia
di negoziati e di protocolli. — Alle nazioni? — le
[pg!79]
nazioni stanno pei forti — e noi non lo siamo:
le nazioni non hanno finora simpatia per la sciagura,
ma per l'attitudine dello sciagurato, scendono
nell'arena talvolta a soccorrere al gladiatore
morente senza batter palpebra — e noi finora — convien
dirlo e arrossire — abbiamo levata
la mano prima di averla adoperata sul nemico. — Da
esse ci verrà forse un compianto sterile
e breve. Che giova il compianto? Hanno
pianto anche sulla Polonia. Hanno pianto, mentre
un ministro d'un popolo libero ne decretava
la perdita come pegno di pace. Ma quel pianto
ha forse risparmiata una goccia sola del sangue
dei prodi? Quel pianto ha forse fecondata di nuovi
difensori la polvere, dove cadevano i primi? — Lasciate
star quella polvere! non agitate il lenzuolo
de' morti! — Possono esse le vostre lagrime
rianimare il cadavere?

Un giorno, quando convinti della onnipotenza
d'un popolo che vuole rigenerarsi davvero, noi ci
saremo levati di dosso la vergogna e l'oltraggio,
alzeremo la voce, e narreremo a' popoli, che allora
ci stenderanno la mano, l'arti adoprate del tedesco
voglioso d'un nuovo dominio, per trascinarci
a insurrezioni brevi, e non concertate — e l'armi
somministrate perfidamente, poche per la difesa,
tante da invogliare gl'incauti ad osare — e l'oro
diffuso a promuovere le divisioni tra le guardie
civiche e le moltitudini — e le proteste di pace
fatte ad illuderci, e illudere un popolo vicino,
mentre un proclama pubblico imponeva la mossa
alle truppe straniere — poi le predicazioni furibonde
[pg!80]
de' preti che rinnegano ogni santità di ministero:
le calunnie versate nell'orecchio delle ignare
popolazioni: le stragi commesse sopra gente
inerme, e tranquilla, preparate con astuzia, e bassamente
scolpate. — Quel giorno, verrà, però che nessuna
forza può far retrocedere il secolo, e i delitti
di sangue si scontano nel sangue — e allora noi
potremo narrar queste cose, e documentare la
storia delle nostre sventure, senza astio, senz'odio,
senza rancore per la inerzia delle nazioni, perché
noi vagheggiamo da lungi la fratellanza europea,
e serbiamo dentro tanta potenza d'amore da affogarvi
molti secoli di memorie. Ma ora, fresche
ancora le piaghe, calde le ceneri dei caduti a
Forlí, noi non potremmo rivolgere la parola allo
straniero, senza che un alito d'ira la facesse amara,
e sdegnosa, senza che un fremito di deluso
vi scorresse dentro a convertirla in suono di maledizione.
Però, abbiamo risolto tacere per tutti,
intorno agli ultimi eventi — per tutti, fuorché
pe' nostri.

E ai nostri, traviati sovente ne' loro giudizi
dalle menzogne, che i governi italiani astutamente
diffondono, gioverà ridire, come dagli ultimi fatti
della Romagna debbano trarre conforto a sperare
ed osare, anziché scoraggiamento, o terrore. Gioverà
convincerli, che gli ultimi fatti travisati da'
nostri padroni a trarne un tentativo di rivoluzione
assoluta, per millantare d'averla vinta una seconda
volta non furono in sostanza che conseguenze
d'una discussione municipale, d'una questione
piú civile, che politica, questione che né si
[pg!81]
doveva né si volle sostenere coll'armi dalle moltitudini,
però che la Romagna contempla, anzi i fati
italiani che i propri! — e non pertanto quel pugno
di giovani, raccolto in armi, subitamente assalito,
era tale, che i pontificii disperavano vincerlo,
se non lo atterrivano colla minaccia di
quattro nazioni, e colla mossa dell'Austriaco.
Gioverà mostrar loro i due vantaggi che sgorgano
da que' fatti, il primo riposto nella coscienza
che ogni italiano può trarre dalla lotta durata
dalle legazioni contro la oppressione papale;
della unione universale in un solo voto di libertà;
l'altro, che deriva dalla complicazione delle differenze
che regnano tra gabinetti, aumentata dalla
nuova occupazione tedesca e in oggi dalla francese. — E
noi ne parleremo forse distesamente
nel secondo fascicolo della *Giovine Italia*, dacché
in questo non possiamo per l'angustia dello spazio.

Ma i nostri concittadini della Romagna veglino
da forti, e accolgano la voce de' loro fratelli,
che noi qui esprimiamo: vegliate, ed unitevi:
ritemprate il vincolo dalla concordia nel servaggio
comune: non vi lasciate sedurre a divisioni
fatali da vanità meschine, da rancori di municipio.
Strignetevi nella comunione della sventura:
santificatevi nel pensiero della vendetta; però
che la vendetta della patria è santa di religione,
e di solenne dovere. E sopratutto non fidate nello
straniero. Non fidate nello straniero, che vi reca
speranze nuove, poiché v'ha travolto nel precipizio:
ritrarre il ferro dalla ferita, poiché s'è immerso
fino all'elsa, muta forse il feritore in
[pg!82]
proteggitore? Non, fidate nello straniero, che oggi
sommoverà i soldati del pontefice a trucidarvi per
ottener vanto il domani d'averli frenati, o puniti.
Non vi lasciate sedurre da quell'arti: non vi lasciate
adescare da quel finto sorriso. È il sorriso
dell'assassino sulla sua vittima. Ricordatevi dei
vostri padri. Ricordatevi che quei ferri, ch'ora
s'ostenta di stendere a serbare intatto l'ordine
pubblico, e a tutela degl'individui, hanno tal
macchia di sangue fraterno, che veglia fra il tedesco,
e voi, come un decreto di Dio tra l'innocente
e lo scellerato. — Curvate la testa, poiché i
fati lo vogliono, sotto il giogo abborrito; ma frementi,
vivi nell'odio, e col sospiro a quel giorno,
che darà moto in Italia al grido d'Unione, d'Indipendenza,
e di Libertà.

.. class:: right

| :small-caps:`Un Italiano.`


    *P.S.* — La occupazione francese, accaduta dopo
    scritto l'articolo, complica gravemente la questione
    politica: la complica di tanto, che forse a sciorla non
    varrà che la spada. E non pertanto noi non vogliamo
    cancellare parole dall'ultime linee dello scritto. L'Arti
    diplomatiche, e le paure de' gabinetti possono rimovere
    *momentaneamente* le nuove speranze. Nuove combinazioni
    possono differire lo scoppio degli odi celati,
    e giova, non obbliare come il ministero Perier è il
    ministero della pace *à tout prix*, e come la esistenza
    sua è stretta a questa pace, mercata finora l'Europa
    sa come. Chi decise la occupazione, commise un errore
    contro il proprio sistema; le conseguenze possono
    uscirne prepotenti, ed irreparabili; ma gl'Italiani, noi
    lo ripetiamo, hanno a fidare in sé, non in altri.

----

[pg!83]


:small-caps:`Un cenno ad onore dell'estinto PIETRO COLLETTA,` benemerito italiano, gia' tenente-generale, e ministro della guerra a Napoli, nel 1821.
-----------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------


.. epigraph::

   | Naturæ clamat ab ipso vox tumulo.


Ciascun giorno che si perde fra gl'immensi
spazi del tempo, è per l'Italia cinto di funereo
lume; ciascuna contrada di quella miseranda terra
vede biancheggiare le ossa d'immensi martiri sacrificati
all'onnipotenza di un dispotismo contro
del quale alzarono la voce, ed osarono proclamare
il diritto degli uomini: tutta la penisola che
dall'Alpi al mare siciliano si estende sembra un
vasto sepolcro, ove tra i gemiti de' traditi, e l'aggirarsi
d'ombre squallide, tremenda s'innalza la
tirannide de' principi e de' sacerdoti, e degli stranieri. — Da
ogni regione Italiana sorge eziandio
un grido lugubre che chiede vendetta pel fiore
de' suoi figli caduti sotto la scure, o spenti fra
ceppi, o finiti in doloroso esilio, pel solo delitto
di avere amato la patria...; o se qualche generoso,
accostando la mano alle tombe di quei trapassati
osasse rimuoverne le ceneri, udrebbe un sol fremito
dai monti al mare, ascolterebbe da ogni
[pg!84]
avello invocar la vendetta, — imperocché vendetta
chiedono quei che caddero nelle provincie
napolitane, e piemontesi, per aver dato fede alla
parola dei Re, ed innalzati al sommo impero due
principi nutriti nel lezzo delle corti, e noti in
Europa per la sola infamia del tradimento: vendetta
parimenti dimandano coloro che un ministro
di pace, mutato in carnefice di oltremontano sire,
spegneva sullo rive del Tevere, e nell'ubertosa Romagna: — vendetta,
fu l'ultima voce de' morenti
di Modena e di Sicilia: e vendetta infine invoca
la spoglia di Pietro Colletta, già consunta per tiranniche
persecuzioni, — e del quale alla memoria
io discorro breve cenno; e il discorso, non pur
depositato sul suo tumulo come fiore che abbellisce
le urne degli schiavi, — ma qual pegno di animo
libero ad uomo libero tributato, ma quale invito a
futuro riscatto.

Nella città di Napoli, di Antonio, avvocato, e
Maddalena Minervino, nacque Pietro Colletta,
nel 1780: ad una vivacissima infanzia tenne dietro
un'ingegnosa giovinezza, passata fra i profondi
studi della scuola militare di quella capitale: e
quando la patria salutò l'aurora di una repubblica
(che si spense quasi sul meriggio) pria l'annoverarono
i patrioti fra le loro fila come officiale d'artiglieria, — e
poscia l'ebbero a compagno della
proscrizione che una corte sleale fulminava, ad
onta de' patti giurati e garantiti dai rappresentanti
delle prime potenze d'Europa: — indi, mutatesi
le fortune ed i tempi, e cacciati i Borboni
nell'ultima Sicilia dalla spada di Bonaparte, perveniva
[pg!85]
il Colletta ai sommi onori civili e militari,
e vi perveniva non senza fama d'intelligente amministratore
e di sagace militare. — Nominato
Intendente nelle Calabrie, Consigliere di Stato,
Tenente-generale dello scientifico Corpo del genio,
e Direttore generale di ponti-e-strade; mostrossi
sempre, qual era stato nella modesta giovinezza,
cioè, affettuoso con gli amici e coi propinqui,
amorosissimo della patria, e protettore de' talenti. — Cadute
poi l'armi dei Francesi, — e ritornati
i Borboni a ricalcare i troni abbandonati per
viltà, e riottenuti per opera straniera, disponevasi
il Colletta a girsene in volontario esilio, sapendosi
quanta e quale fosse la fede de' reali di
Napoli; ma non glielo permettevano quei principi,
che allora fingevano vezzeggiare i liberali, — che
anzi il destinavano al comando della divisione
territoriale di Salerno. — Assumeva quell'impegno
il Colletta, e con franchi accenti consigliava
il ministero di secondare il voto de' popoli
che già chiaro appariva per ottenere una Costituzione
tante volte promessa dall'esule Ferdinando;
e poiché quei consigli non spiacevano ai
ministri (o almeno il dicevano), riteneva il comando,
e sperava di essere un giorno veramente
utile alla patria; ma quando ritornavasi a quella
ferocia, ch'è il primo attributo dei Borboni, ed
esigevansi persecuzioni e rigori da ogni capo-politico
o militare contra i liberali, pria che contaminarsi
e prestarsi ai voleri del dispotismo, deponeva
ogni pubblica cura, e ritornava alla vita
privata per continuare placidi studi che gli dovevano
essere un giorno di conforto nell'esilio.

[pg!86]
Pacifico e ritirato egli se ne viveva dunque,
quando si appressarono i nembi; — né cariche
occupava, allorché udissi l'accento della rigenerazione
sulla vetta di Monteforte — accento al
quale risposero tutte le provincie del regno, — e
che fu poscia ripetuto su i santi evangeli da un
re, sulla tomba del quale pesa la maledizione de'
popoli, e 'l giudizio della Storia. — Infranto in
quella guisa il dispotismo, ricomparivano i benemeriti
cittadini ai pubblici ufficii, e con essi riedeva
il Colletta al Corpo del genio; indi ne andava
Comandante supremo delle armi nella Sicilia,
e finalmente sul finir del gennaio veniva
chiamato al ministero della guerra; — né in
tutti quegl'impieghi esercitati, smentiva le antecedenti
pruove date alla patria; — soltanto era
anch'esso aggirato nella cabala che il Principe-Vicario
ordí onde ingannare un popolo, il quale fidente
ed ingenuo, erasi abbandonato nelle sue
mani, e che tardi comprese quanta simulazione
e perfidia allignasse nel cuore de' Borboni.

Mancate le promesse, — calpestati i giuramenti
col sussidio del Capo della chiesa, e ritornato il
Re colle austriache bandiere, dilettavasi il Principe-Vicario
di scoprire al truce Canosa quei che
credendo nella sua lealtà, i veri sentimenti di patriottismo
gli aveano svelati; — né fra coloro fu
risparmiato il Colletta: egli era reo di amare la
patria: il principe adunque lo designava a Canosa, — e
quel sicario della legittimità lo condannava
senza verun processo, pria alla prigionia di
sette mesi, e poscia ad un perpetuo esilio nella
[pg!87]
gelida Moravia: in vano un cadente genitore reclamava
il figlio, — in vano i fratelli chiedevano,
che davanti ai giudici si esponessero le sue colpe, — tutto
fu negato; — ei partí per la Moravia,
ed ivi rimase due anni ad attingervi il germe di
quel funesto morbo che il trasse a morte. — Deposto
egli dunque nell'esilio ogni pubblico pensiero,
volgeva sovente lo sguardo alla patria desolata,
e desiava darle l'unico conforto che rimane
all'esule, — quello di scrivere i suoi mali; — e
questo pensiero mandava ad effetto, allorché, stabilitosi
nella gentile Firenze, addicevasi a scrivere
le Napoletane Storie dai tempi di Carlo III
fino ai nostri giorni, e per fortuna dell'Italia
compiva il lavoro pria di morire: e noi diciamo
per fortuna, poiché in esse sono registrate le pagine
fedeli delle turpitudini e de' delitti _`consumati`
dai re e dai sacerdoti pel giro di 50 e più
anni. — Questo lavoro, che tanti affetti destava
nello scrittore, — che tante memorie richiamava
al travagliato suo animo, consumava il di lui
corpo, e già sin dall'anno 1829, ei mostrava nelle
sparute gote non lontano il suo fine: allorché le
fasi del 1830, e le persecuzioni del Governo Toscano
che di nuovo esilio il minacciava, accrescevano
le sue sofferenze, e quasi a spettro vivente
lo riducevano, ed ei trascinavasi appena nel cammino
della vita, quando in sull'alba del 12 novembre
1831, compivasi la sua carriera, e spirava
col pensiero alla patria, agli amici, — ai congiunti.

Udivasi allora un sol gemito fra la gioventú
[pg!88]
Toscana, che a loro padre l'aveano: coprivansi di
mestizia i volti de' dotti, che loro socio l'ebbero
nelle letterarie ricerche; ne ripeteva la fama il
merito e la perdita, — gareggiavano Pisa e Livorno
per accordare alla sua memoria, i funebri
onori: ciascun Italiano affrettavasi di offrire un
tributo alla virtú perseguitata: e un amico ancora
(il generoso Capponi, che nominiamo ad
onore), offriva la tomba de' suoi padri, e raccoglieva
i resti inanimati di un chiarissimo uomo, — d'un
virtuoso cittadino, — e di un vero Italiano.
In ogni contrada dunque della piú colta
provincia italiana compiangevasi il termine immaturo
dell'illustre esule; ogni cuor generoso ne
sentiva l'affanno: — solo i despoti sorridevano: — e
mentre l'ipocrita governo Toscano instruiva
un processo contro l'immensa gioventú intervenuta
ai funerali, rallegravasi la corte di Napoli,
lusingandosi entrambi, cioè, l'uno che le sue mascherate
prepotenze, non si scoprissero, — sperando
l'altra che la Storia non divenisse di pubblica
ragione, tanta ignavia per loro e pei discendenti
vi ravvisano. — Ma, noi proscritti, — nel
giurar la vendetta de' nostri perduti fratelli, e
nel pronunziare la lode sul loro sepolcro, smascheriamo
l'ipocrisia del dolcissimo imperare Austro-Toscano,
ed imploriamo nel tempo stesso dagli
amici dell'estinto Colletta la pubblicazione di una
Storia, nella quale stanno scritte a carattere indelebile
le note infami de' nostri re; e noi erranti
senza patria, traditi, venduti, lo dobbiamo all'Italia,
avida di conoscere le nequizie de' potenti
[pg!89]
che la opprimono; — lo dobbiamo infine allo
stesso Colletta, — ai suoi sofferti travagli, — al
suo cenere, che un giorno commisto a quello di
tutt'i martiri poseremo sull'altare della patria,
ed all'ombra di quel vessillo tricolore che dovrà
sventolare un giorno dall'Alpi all'Etna, ed innalzarsi
glorioso sulle ruine degli scettri, de' troni,
delle tiare e delle corone.

.. class:: right

| :small-caps:`Gio. La Cecilia.`

[pg!93]




LA VOCE DELLA VERITÀ
====================


Un giornale, pubblicato in Modena, intitolato
*la Voce della Verità*, conteneva in data de' 17 gennaio,
nel numero 70, un articolo, del quale ci piace
riferire alcuni brani.

L'articolo incomincia con queste parole:

*Un'empia associazione s'è formata in Marsiglia
del rifiuto e della feccia degli emigrati italiani, la
quale impudentemente si dà il titolo di* Giovine
Italia. *Essa non accetta nel suo novero, che quelli
i quali son nati entro il secolo corrente... ond'esser
certa che il fuoco della gioventú spinta alle
colpe dall'esempio e dai dommi di una età corrotta
e corrompitrice, non sia frenato da una esperienza
di disinganno. Essa ha per primo scopo
quello di non risparmiare spesa alcuna e pericolo
personale per portare di nuovo in Italia il fuoco
della discordia, e della rivoluzione; essa ha per
secondo quello di pubblicare un giornale e diffonderlo
nella nostra bella Penisola, il quale serva
alla Propaganda Infernale, e susciti di nuovo alla
rivolta ed al sangue................................*

[pg!94]
*Noi compiangiamo la rovina ch'essi vogliono
trarre sul loro capo e sull'altrui. Intanto rendiamo
pubblica questa infame intrapresa, perché
si sappia che la* Voce della Verità *raccoglie il
guanto, che costoro gettano all'Italia, e che combatterà
le inique loro dottrine. Entrino essi nel
campo: noi stiamo mantenitori della lizza. Operino
essi in segreto; noi in pieno sole, e con alzata
visiera.*

L'articolo cita i nomi de' pretesi capi dell'intrapresa — e
tra questi il nome di chi scrive queste
linee.

Noi non avremmo insozzate le nostre pagine ricopiando
coteste infamie, se non ci fosse sembrato
di rinvenire in esse la migliore testimonianza
delle nostre intenzioni, e del nostro dritto.
Due gioje concesse Iddio agli uomini liberi sulla
terra: il plauso de' buoni, e la bestemmia de' tristi — e
quando noi sacrammo anima, vita e braccio
alla patria, guardammo davanti a noi, né curammo
di voci che si levassero dal fango a insultarci,
o di pericoli che ci venissero da' nemici alle
spalle. Giurammo a noi stessi silenzio — e non
moveremo parola d'ora innanzi contro le mille
accuse, e basse calunnie che ci lancieranno dietro
que' vili, la cui penna, come il corpo della meretrice,
si vende a chi piú la compra. Tra noi ed
essi la lizza è troppo ineguale; né gli uomini liberi
s'hanno ad avvilire scendendo a discutere coi
carnefici. — Bensí, prima di procedere sulla via,
giova forse rompere una volta almeno il silenzio,
ond'altri non lo interpreti siccome paura. E d'altra
[pg!95]
parte, chi può vedersi davanti la impudenza
villana, e non maledirla? — Chi può passare dappresso
al calunniatore coperto, e non dirgli: tu
se' noto: rimanti infame e per sempre dinanzi agli
uomini, e a Dio?

Uomini del Canosa, e del Duca! — non v'illudete.
Non tentate ridurre ne' confini angusti
d'una associazione segreta, d'un consorzio privato
il voto universale in Italia contro di voi — contro
la tirannide, che promovete — contro i delitti
co' quali la puntellate. Non impicciolite lo
spirito di progresso, che vi minaccia, attribuendolo
a pochi individui. Il decreto della vostra rovina
vien d'alto: vien dal secolo, che v'incalza,
vi preme, vi mina per ogni lato: viene dall'intelletto,
che ogni anno sviluppa, commove, suscita
contro le vostre teoriche di sommessione abbietta,
e d'ineguaglianza: viene dall'odio alla tirannide
ch'esercitate tremenda contro ogni classe, che
ponete a luce deforme in ogni atto della vostra
vita, che non tentate velare neppure colle cure
date alla prosperità materiale de' vostri sudditi.
Quante sono le vostre vittime? quante sono le famiglie
che gemono sul destino d'un caro proscritto?
quante sono le madri, che balzano ne'
sogni davanti alla sembianza d'un figlio prigioniero,
o spento per voi? quanti sono i volti, che
impallidiscono d'ira repressa al vedervi? — Numerate
que' volti, quelle madri, quelle famiglie;
perché ognuno di que' volti vi rivela un nemico, ognuna
di quelle madri vi scaglia un anatema,
ognuna di quelle famiglie è un centro di congiura
[pg!96]
contro di voi. Avete sagrificata la virtú, che v'era
rimprovero, negletto o perseguitato il merito, che paventavate
nemico, usurpato il frutto de' suoi sudori
all'agricoltore colle dogane, co' dazi, colle ruberie
de' processi — e cercate la espressione de' pericoli,
che v'accerchiano in una *forma* di fratellanza? — Avete
manomessa l'opera della creazione, avete
travolta nel fango la immagine di Dio, avete convertito
in casa di pianto il giardino della natura,
punita la parola, inceppato il core ne' suoi moti,
tormentato il pensiero — e vi perdete a dissotterrare
i vostri nemici all'estero — e proferite tre nomi?

Uomini di Canosa, e del Duca! — Napoleone
ha segnata a Sant'Elena la vostra sentenza — e
chi siete voi per durare tiranni dopo Napoleone?
Il gigante de' secoli è caduto davanti all'urto
della opinione — e voi vorreste reggervi in faccia
ad essa? — voi, forti soltanto della nostra discordia? — E
seguite — struggete — mozzate
alcune teste di martiri: rinasceranno a migliaia — spegnete
i forti d'una città — verranno dall'altre — ardete
le case: edificatevi un trono sulle rovine:
regnate sovra deserti. — Oh! non v'è
Dio? — non v'è il rimorso? — non lo sentite? — non
lo vedete simboleggiato fin nei volti di satellite
che v'errano attorno? — e quando, la
notte, fra i sospetti delle tenebre, fra i terrori
del silenzio, ricorrete al passato, o v'affacciate al
futuro, — oh! dite, dite — non intravvedete
voi il rimorso? l'ultima visione del passato, e la
prima dell'avvenire non è forse la immagine del
tempo, che vi numera l'ore?

[pg!97]
Là, dovete rivolgere le vostre forze. Là — ne'
vostri delitti, e nel tempo che premia, e punisce,
è la *Giovine Italia*, che voi temete!

Da quaranta anni voi combattete questi uomini
liberi, che affettate di disprezzare. — Da quaranta
anni avete lanciato lo spionaggio, la baionetta
straniera, il carnefice contro questa che voi
chiamate fazione, setta, congrega di pochi iniqui,
*feccia e rifiuto* degli uomini — avete troncate le
fila presunte — avete immolati i piú ardenti tra
essi — e v'è forza ricominciare ad ogni ora — e
v'è forza confessare che perdete terreno: che i
*ribelli* aumentano ogni dí piú: che l'epoca è
*corrotta, e corrompitrice*. Dieci anni addietro,
cinque anni addietro l'Europa era vostra: ed ora
avete perduto il Belgio, minacciato il Portogallo,
la Germania, l'Italia. — *E compiangete la nostra
rovina?* — Oh! tenete il compianto per quella
dinastia in oggi errante in cerca d'asilo, sulla
quale fondavate tutte le vostre speranze. — Abbiate
almeno la ferocia del leone ne' suoi ultimi
momenti, poiché la generosità non potete. — Mostratevi
a nudo, mostratevi con tutto il furore
che v'agita, con tutta la sete di strage, che vi
governa. Ma non versate calunnie, alle quali nessuno
dà fede: non ritorcete in noi, in noi caduti
finora per dare al mondo lo spettacolo delle rivoluzioni
come noi le avevamo concetto, pure, innocenti,
pacifiche, l'accusa di delitto, e di *sangue*.
Sangue! — Assassini di chi v'ha salva la vita,
il sangue d'Andreoli, di Borelli, e di Menotti
v'affoga!

[pg!98]
Noi trascorriamo — e sarà l'unica [#]_ volta — in
un linguaggio che non è il nostro; ma il sangue
si precipita nelle vene all'udire coteste accuse,
al pensare in che mani è caduta la nostra Italia.
Oh! l'anima nostra era un sorriso per tutte le
creature: — la vita s'affacciava alla vergine fantasia
come un sogno d'amore; e i moti piú concitati
del nostro cuore erano per la bella natura,
per la donna, ideata ne' primi anni giovenili, pel
genio de' grandi trapassati. — Chi ci ha messa la
parola dell'ira sul labbro, se non essi, gli oppressori
delle nostre contrade, i tormentatori de' nostri
fratelli? — Chi ci ha rapita [#]_ la metà della
esistenza, chi, se non essi, ci ha stillato l'odio
nell'anima? — L'odio! ci è tale incarco, che vorremmo
deporlo, anche colla vita, se fosse nostra.
Ma le teste de' nostri fratelli ci stanno innanzi
sanguinose, e l'ultime voci loro ci affidavano un
tale deposito, che nessuno può rinnegare senza
delitto.

.. [#] [*Scritti*, ecc.: *ultima*].

.. [#] [*Scritti*, ecc.: *rapito*].

Ed oggi che noi alziamo la voce, in nome di
tutti, oggi che noi tentiamo pagare parte almeno
del nostro debito, gli scrittori della *Voce della
Verità* ci accusano di operare in segreto, e millantano
di combatterci *a visiera levata*. — A visiera
levata! Sí; colle baionette d'intorno, e il carnefice
a fianco. — A visiera levata! — e chi s'attentasse
di serbare in Italia alcuna, di queste pagine,
sconterebbe l'errore con una vita di
[pg!99]
dolore. — A visiera levata! — Oh! noi l'alzammo
la visiera: noi ci levammo davanti a voi nella
potenza della virtú, e della fede: ci levammo grandi
di amore, e di [#]_ confidenza delle moltitudini,
che c'intendevano — e i troni, le tirannidi, e voi
sfumaste al nostro grido, però ch'esso era il grido
dei milioni conculcati, il grido di Dio che v'avvertiva
dell'iniquità vostra — e fuggiste vilmente — e
mendicaste la spada straniera a rifarvi
il trono, che soli eravate impotenti a reggere;
ma noi abbiamo, poich'altro non potevamo,
suggellata la nostra fede sul palco: abbiamo
sagrificati gli affetti che fanno cara la vita al pensiero
che Dio c'impose — ed oggi, proscritti, innalziamo
la nostra voce — e segniamo — e voi — voi
vi ravvolgete nel velo dell'anonimo!

.. class:: right

| :small-caps:`Mazzini.`

.. [#] [*Scritti*, ecc.: *della*].

[pg!100]


SOCIETÀ DEGLI AMICI DEL POPOLO.
-------------------------------

Quando la rivoluzione di Luglio diede speranza
agli uomini buoni, che il tempo fosse giunto
in cui ogni cittadino chiamato ad esercitare una
parte di sovranità, è in obbligo di contribuire
co' lumi, col braccio, e col senno allo sviluppo progressivo
d'un sistema di libertà, e alla educazione
nazionale, alcune riunioni si formarono a Parigi,
ed altrove, che a poco a poco acquistarono carattere
di Società popolari. Erano unioni d'uomini
giovani, che s'erano da gran tempo affratellati
nella comunione degli studi, dell'amicizia, e delle
operazioni. Avevano cospirato insieme contro la
tirannide di Carlo X, dal momento in cui s'erano
avveduti della impossibilità di transigere, e che
a rovesciare la forza non valea che la forza. Avevano
combattuto insieme nelle tre giornate, quando
Parigi non avea che un grido, e la bandiera
tricolore risuscitava le glorie della rivoluzione.
Ottenuta la vittoria, il primo loro pensiero fu
quello di custodirla, e vegliarne i frutti; e bagnati
ancora di sangue, bruni di polvere e di
fumo si costituirono di mezzo alle barricate, trono
popolare, amici, ed educatori del popolo. Certo: il
loro mandato non era meno valido di quello che
allegavano a impadronirsi della rivoluzione gli
uomini d'una camera eletta prima, che la nazione
[pg!101]
avesse ritirato il mandato, e risolto di far da sé:
formata sotto la influenza del potere caduto, votata
da Collegi elettorali sedotti dalle trame ministeriali,
o atterriti dalle baionette, giusta leggi
coniate della dinastia fuggitiva. Quello *degli amici
del popolo* era mandato segnato col sangue
del popolo e il popolo un dí o l'altro se ne sovverrà.

In diritto, la riunione d'un certo numero di
cittadini ad oggetto di discutere i mezzi migliori
per provvedere al buono stato della nazione, non
è delitto. Sotto l'impero d'una costituzione, che
accorda ad ogni cittadino il diritto di *pubblicare*
le proprie opinioni, la soppressione delle società
pubbliche è, in tesi generale, una illegalità. La
stampa non è che una forma di pubblicazione: la
parola costituisce l'altro. Or chi direbbe la parola
dover essere piú serva della stampa? e donde
trarre ragione di differenza in faccia alla legge
tra una società che parla, e una società che
stampa?

Per noi, il principio d'un governo libero è uno,
le applicazioni sono moltiplici. Il diritto *individuale*
si stende, socialmente parlando, fin dove
incomincia il diritto altrui. I diritti politici de'
cittadini si stendono fin dove incomincia una violazione
de' diritti politici d'altri cittadini, una
perturbazione nell'ordine pubblico. Se una forza
sottentra a interporsi fra questi due termini,
prima che siano giunti a un contatto di collisione,
non v'è libertà. La possibilità che da siffatte riunioni
insorgano quando che sia inconvenienti,
[pg!102]
non basta a discioglierle. Il principio di prevenzione,
logicamente applicato, e dedotto con tutte
le sue conseguenze, trascinerebbe con sé il diritto
di sospendere ogni libertà pubblica, o individuale,
senza motivo. Adottate il principio nella sua
estensione: voi precipitate nell'assurdo. Ritenetelo
in certi confini, e vietatelo in altri: eccovi ricaduto
nell'arbitrio; voi confidate un potere indeterminato
al potere esecutivo: voi lasciate ad esso
la scelta de' casi ne' quali conviene usarne; chi
v'assicura della sapienza dell'uso? Il governo
sopprimerà in oggi una società, pericolosa davvero;
chi vieterà che domani i suoi satelliti non
ne sciolgano una innocente, e virtuosa? — La
giustizia, in uno stato ordinato con leggi stabili,
non previene, reprime. La riunione pone in _`pericolo`
la cosa pubblica? o commette azioni dichiarate
colpevoli? — Punite le azioni: vegliate la
condotta di que' cittadini: intervenite, pacificamente
quando vi pare ch'essi stiano presso a traviare:
convinceteli cogli stessi mezzi di pubblicità.
Fino a quel punto, stanno per voi diritti,
e doveri. Piú oltre d'un passo, sta la tirannide.
In fatto, la Società degli *Amici del Popolo*, non
pose, sembra, in pericolo la cosa pubblica, né commise
azioni colpevoli in faccia alla legge, dacché
la legge non la colpí. Disciolta violentemente dal
governo, appoggiato sopra una disposizione legislativa
pugnante coll'insieme dei diritti sanciti
dalla rivoluzione, e riprovata da' suoi organi
stessi dinanzi alle Camere, la Società si giovò dell'altro
mezzo di pubblicità a esporre i suoi pensieri
[pg!103]
alla Francia: cotesti scritti sono appunto
quei che hanno dato moto al giudizio, dalla cui
discussione è tratto il discorso, che noi qui pubblichiamo;
e questi furono dichiarati innocenti;
la condanna severa pronunciata contro alcuni degli
accusati, è desunta dalle difese parlate all'Udienza,
non dagli scritti citati in causa. Le opinioni,
e gl'insegnamenti della Società non erano
dunque tali, che la legge, anziché proteggerne
l'espressione, dovesse punirla. La condotta del
Governo, sciogliendo la Società, fu dunque illegale.

Comunque, la Società fu disciolta. Gli *Amici
del Popolo* hanno credenza repubblicana; e que'
molti, che confondono ancora la repubblica colla
scure del terrore, senza avvedersi che il *terrore*
non fu se non conseguenza della guerra, mossa
alla Francia da' nemici della repubblica, plaudirono
al governo. Bensí la opinione traviata dalle
calunnie insinuate contr'essi, s'è corretta di molto
dopo il processo, finito pochi giorni addietro. I
quindici repubblicani tradotti in giudizio, stettero
davanti a' loro giudici, come accusatori, anziché
come colpevoli. Trelat, Raspail, Thouret,
Blanqui, e gli altri esposero candidamente il loro
simbolo, le loro teoriche, i loro voti. E noi abbiamo
creduto far cosa utile alla nostra Italia,
esponendo una di queste arringhe, pronunciate
colla coscienza, della verità, e colla fede dell'avvenire.
Siamo a guerra dichiarata, e giova, che
tutti gli uomini liberi simpatizzino gli uni cogli
altri.

[pg!104]

DISCORSO PRONUNCIATO DA RASPAIL, PRESIDENTE DEGLI AMICI DEL POPOLO.
-------------------------------------------------------------------

................ Sí: ogni qualvolta voi condannate un
patriotto, il popolo v'annovera fra i complici dell'usurpazione
di que' padroni che a principio chiamavansi
nostri eguali, di quegl'ipocriti, i quali
si vantavano repubblicani e democratici per giugnere
piú agevolmente alla *quasi legittimità*, e
piú tardi corruppero con mani impure la croce di
Luglio ponendola sul petto a quattrocento indegni,
l'uniforme della Guardia nazionale, assoldando
fra le sue file colle croci d'onore, colle indennità,
persin col salario quindici mila ligi per
lo meno al potere. Infatti, osservate come dal
Luglio 1830, appena una dell'arti loro è svelata
essi ne sostituiscono un'altra. Se la Guardia nazionale
rifiuta aderire ad alcune pretese, essi cercano
corrompere, ed ubbriacare i soldati, perocché
il francese nell'ebbrezza soltanto può rinnegare
l'onore. Ed allora sotto gli occhi del vostro re, il
sangue francese bagnò le lastre del Palazzo Reale.
Io m'arresto a quell'unico fatto che Carlo IX solo
potrebbe invidiare: quest'unico fatto può far
tacere per un momento le rimembranze di Menotti,
della Spagna, dell'Italia, e di Varsovia,
[pg!105]
di questa sorella della Francia, che la Francia,
o per meglio dire, gl'ingrati che la governano,
hanno tradita nelle mani dei carnefici stranieri;
e il ferro dei carnefici stranieri ci minaccia tuttora
da lungi ad onta di concessioni tanto crudeli.
Eccovi, signori giurati, i fatti de' quali vi
fate complici, allorquando voi condannate gli
scrittori che li manifestano. Oggimai v'è di mestieri
aprire gli occhi: il popolo vi accusa d'una
colpevole solidarietà, — respingetela, separatevi
da questi uomini che fanno traffico de' vostri giudizj,
separatevi dai diplomatici speculatori frodolenti,
i quali han posto il trono sopra una banca,
la Francia nel fango... Via questi intrusi, e la
loro infamia. — Cittadini francesi, cessate d'essere
i loro complici. — Essi lo sanno che voi pure nel
profondo dell'anima nodrite, siccome noi, un
senso di dispregio, e d'ira contro di loro. — Il
sangue, che vi corre nelle vene è sangue francese,
e voi non potreste sentire diversamente. Ma i
Borboni son razza astuta, e da quindici anni si
giovano per ogni via della nostra credulità a soffocare
le vostre simpatie. Per cenno loro s'urlava
nelle strade quel grido: i patrioti vogliono reazioni:
anelano alle vendette. I repubblicani cercan
di rinnovare il 93! Tremate, tremate, se non giugnete
a schiacciarli.

I repubblicani non anelano il sangue del 93,
donde trarlo oggimai? Essi non richiedono che le
sue istituzioni modificate secondo i bisogni dell'epoca
attuale. Né io m'avvilirò ad accertarvi
che i repubblicani abborrono la devastazione, ed
[pg!106]
il saccheggio. Qual banchiere, agente politico, o
speculatore fraudolento oserebbe pronunziare siffatta
bestemmia contro il popolo del 1830? Venga — io
non risponderò che volgendo le loro borse
lorde del soldo ch'essi rapiscono a milioni al povero
popolo che poi opprimono di calunnie.

Vi hanno detto, che noi bramiamo la caduta
dell'attuale governo, — v'hanno detto il vero.
Noi bramiamo la caduta d'un governo dato alla
nazione dai Dupin, dai Guizot, e da un centinajo
di deputati egualmente venali: d'un governo,
che finora non fu riconosciuto che dalle deputazioni
d'impiegati o d'aspiranti a cariche, quando
non si voglia interpretare a segni d'adesione le
insurrezioni di San Germano d'Auxerre, ed altre,
la vittoria dei Lionesi, e le mille sommosse, che
scoppiano successivamente in tutte le parti della
Francia. Noi bramiamo la rovina d'un governo
di fatto che ha logorate in Francia tutto le molle
di gloria, e di libertà, che curva a piedi delle nazioni
la patria per ottenere una pace a prezzo d'infamia:
che distrugge a proprio profitto l'industria,
ed il commercio: che a comprimere il popolo
richiama nelle file dell'esercito i regali già
vinti dal popolo, ed appunta i cannoni di Montmartre
contro Parigi, cosí ubbidiente finora alle
sue inique pretese: infine un governo, che semina
col tradimento tanta sciagura da ridurre quasi il
popolo illuso a piangere quella dinastia, che mandataria
dei re stranieri governò a loro nome per
quindici anni la Francia, dopo aver combattuto
vent'anni contr'essa nel campo dell'inimico.

[pg!107]
Ma noi non cospiriamo: noi vogliamo illuminare
le masse, sottoporre i nostri consigli al popolo
sovrano, porci in somma alla testa dell'influenza
per seguire il movimento. Non punite
oggi un diritto riconosciuto da voi medesimi colla
vostra adesione alla rivoluzione dal 1830.

Ho rispinta la calunnia, è tempo ch'io parli
alcune verità; v'esposi ciò che non vogliamo, udite
ora ciò che vogliamo. Se la vostra opinione
sta contro alla nostra, confutatela, ma non ci condannate,
però che a nessun uomo quaggiú fu
dato il diritto di porre a tortura colle accuse, colle
prigioni, colle ammende un uomo onesto per
diversità d'opinioni.

-----

La *Società degli Amici del Popolo* ebbe origine
dalle barricate: tutti i suoi primi membri
aveano combattuto, ed i più appartenevano all'estesa
tela de' carbonari per ben quindici anni sostenitori
della lotta contro la restaurazione a prezzo
del loro riposo, delle loro sostanze. Autori immortali
d'una incontaminata rivoluzione ne invocarono
tutte le conseguenze, e stettero in armi,
quando seppero, che pochi aggiratori usciti da un
giorno da' nascondigli, ove la paura gli aveva cacciati,
s'annodavano intorno a un uomo venuto
fuori da' suoi tranquilli giardini a manomettere
insieme la pubblica libertà, e profittare d'una rivoluzione
fatta senza l'opera loro.

Ma il libero dire, ed il coraggio furono vinti
dall'oro, e dalla corruttela: i nostri sforzi si rimasero
[pg!108]
sterili: una camera senza missione racconciò
una costituzione, ed elesse all'improvviso
un re. La trama poteva sciogliersi col sangue. La
Società preferí l'armi dell'influenza, e della persuasione.
Il potere, che in allora dava principio
alla sua carriera di delusioni, fece nascere una
sommossa di vili diretta da' suoi assoldati, e la Società,
avendo in orrore la guerra cittadina, rinnegò
per quel giorno la sua potenza, si raccolse in un
asilo inaccessibile al pubblico, d'onde piú tardi
ragionava col popolo per mezzo della stampa. Ora
piú che mai, ve ne accerto, la Società anela a
quanto voleva in allora.

O ricchi, porgete orecchio alla nostra dottrina:
io la ridurrò a somme formole. Le leggi sinora furono
coniate a vantaggio d'un potere usurpato:
il popolo non v'ebbe parte che a guisa di pecora
da tosare. Le meno inique tra quelle leggi trasudano
ancora lo spirito aristocratico.

Le imposte accresciute ogni anno dalla monarchia
pesano esclusivamente sull'infelice proletario
che vende i suoi generi in proporzione degli oneri,
che li gravano. Io non vedo il popolo, che lavora,
rappresentato né alla camera, ne ai tribunali.
L'oro, l'oro solo regola ovunque la capacità elettorale.
L'ignoranza, patrimonio del povero dalla
culla, l'accompagna al campo di battaglia, dove
spende la vita per una classe meno prode, o per
un uomo piú astuto. Povero popolo! tu dopo la
vittoria, tutta tua veramente, contempli ancora con
ebbrezza la tua libertà di cui altri fa traffico, e
la tua gloria, di cui altri s'adorna.

[pg!109]
Eppure il popolo nacque al ben essere materiale;
eppure la natura beneficandoci della vita
non dannava alcun uomo a perire nella miseria.
Il suolo della Francia coltivato con cura può bastare
ai bisogni, ed anco ai capricci di 60 milioni
d'abitanti. In oggi tra noi non si contano
che 32 milioni, e i due terzi muoion di fame: dunque
si sprecano le risorse. Ecco il male: come rimediarvi?
Questo è il problema: a noi fa d'uopo
d'un sistema politico in forza del quale non esista
in Francia, un solo «infelice che nol sia per colpa
propria, o per vizio di conformazione originale».
O ricchi, aiutateci a sciogliere questo problema:
voi dovete avervi, credetelo, maggior interesse del
povero, che in silenzio divora gl'insulti profusi
dal vostro egoismo.

Gesú Cristo credeva trovarne la soluzione nell'ebbrezza
delle illusioni della speranza; ma il
nostro clima è meno poetico, e noi abbiamo carattere
piú positivo, bisogno piú forte di reale. — Però
la morale di Cristo produceva savî in Oriente,
e fra noi ha generato quasi sempre ipocriti.
La monarchia stancò per quindici secoli a sciogliere
cotesto problema tutte le risorse della piú
astuta diplomazia; — il suo sistema rovinò per
sempre nell'89. La repubblica espose il proprio:
lottò sei anni coll'Europa congiurata a suo danno
pria di farne l'applicazione, dacché il Direttorio
non ne diede che un breve saggio alla Francia. — Un
Genio lo soffocò nel suo nascere, e compose un sistema
misto d'eguaglianza repubblicana, e di fasto
monarchico: magica, ma perfida fu la luce onde
quel sistema fu splendido, e lo trascinò colla bella
[pg!110]
patria sua sotto il giogo di piombo dei re vinti
un tempo da lui.

Allora risorse la monarchia pura col corteggio
del diritto divino, de' titoli ereditari, della *quasi
feudalità*, quasi a convincere vieppiú la Francia
della sua impotenza a fronte dei bisogni d'un
gran popolo. La Francia la struggeva col suo seguito:
la Francia ha cancellato il vecchio sistema,
ma la pagina è bianca, — la Francia ha da scrivervi
ancora.

La questione s'agita tutta in oggi davanti all'Europa:
da un lato, la monarchia cinta de' suoi
vizi, e dei suoi seidi: — dall'altro sta il popolo
con una disperazione che cova grandi disegni, guardando
al selciato delle sue strade. O bella Francia!
quanto dolore ingombra il tuo volto. Oh! i tuoi
nemici gelosi stanno a' confini guardandoti con
gioia segreta! Qual tempesta è quella che pende
sul capo tuo? Ah! maladetto l'empio il quale a
sbramare una sordida avarizia, e sostenere un perfido
sistema invoca la procella. Muoia il traditore,
sopratutto se porta nome di re. O popolo sovrano,
affrettati, riprendi lo scettro ch'è tuo, e noi detteremo
le leggi. Tu solo puoi bandirle giuste, e
rette, perché tu solo puoi conoscere le tue risorse,
e i tuoi bisogni.

E però noi teniamo l'intima convinzione, che
il popolo quando il despotismo organizzato non
comprimerà il suo entusiasmo, e non illuderà il
suo patriottismo, stabilirà egli stesso i seguenti
principj, e noi avremo il dí dopo la soluzione del
problema.

«Ogni cittadino francese ha il diritto eterno,
[pg!111]
incontrastabile di concorrere alla elezione de' suoi
magistrati, de' capi della guardia nazionale, e de'
mandatari a' quali è commessa la rappresentanza
del popolo nel Congresso, che redige le leggi, e
vota le imposte.

«Ogni cittadino francese giunto all'età di venticinque
anni è soldato, dove un forte motivo non
coonesti la sua esecuzione, dove il voto de' suoi
concittadini non lo chiami ad altri uffici. I pericoli
dello Stato modificano i quadri dell'esercito:
alla sorte, e all'elezione è riserbato il compirli.

«Tutti gli uffici civili, scientifici, e militari
saranno affidati per concorso, o per elezione. Il
giurí dei concorsi è nominato da un giurí primario,
e questo è formato dai cittadini competenti. La
lista dei giurati definitivi è determinata dalla
sorte all'apertura della sessione. Da questo punto
incomincia l'inamovibilità degli uffici; tuttavia
un giudizio richiesto dalle parti interessate può
romperla. L'eredità de' titoli è follia: quella degli
uffici usurpazione. I soli rappresentanti del popolo
hanno il diritto di nominare il potere esecutivo:
la sua missione spira dopo alcuni anni. Il membro,
se il potere esecutivo è in mano di molti, o il
presidente se è in mano d'un solo, finita la loro
missione, ritorna privato, né può essere rieletto
che scorsi dieci anni.»

Non piú accumulamento di pensioni e di beneficii:
le retribuzioni degli uffici hanno ad essere
modiche.

Perché dovrebbesi seppellir vivo sotto le rovine
delle *Tuilleries*, quel cittadino che richiedesse la
[pg!112]
povera Francia di 14 milioni per mantenere la
vita.

Ogni affare contenzioso, civile, militare, politico
e scientifico, verrà sottomesso ad un giurí competente,
a una specie di giudizio d'arbitri, ed il
magistrato, perduto per sempre ogni potere inerente
alla sua dignità, non interviene che a dirigere
la discussione, e provvedere l'esecuzione della
sentenza.

Non piú i giudici in causa propria avranno l'imprudenza
di vendicare le ingiurie personali.

La stampa è libera in tutta l'estensione della
parola. La legge punisce le sole ingiurie alla morale
pubblica, e all'onore de' cittadini innocenti.

La libertà individuale è inviolabile. Non v'è
sentenza che possa rapirla, quand'essa non minacci
di grave pericolo tutta la società.

La pena di morte, il marchio d'infamia, e la
confisca sono abolite. La prigione debb'essere una
scuola di buoni costumi e non una tortura: il
prigioniero otterrà la remissione della pena col
lavoro e la buona condotta. Insomma la giustizia
non si vendica piú, né infama; protegge e migliora.

Non piú cariche venali nella magistratura. Camere
di magistrati a spese dello Stato faranno le
veci dei tabellioni, e procuratori pagati dalle
parti; quindi il retaggio della vedova, e dell'orfanello
non sarà piú divorato dall'ingordigia,
dalle formule forensi, e da' riti di processura. Un
giurí composto d'operai, e di capi-lavoro e presieduto
dai magistrati stabilirà la tariffa de' prezzi
al minimo dei lavori, onde l'opera dell'esecutore,
[pg!113]
e l'intelletto dell'inventore abbiano la dovuta
parte nel guadagno che risulta dalle vendite.

Nessuno deve chiedere invano lavoro per guadagnarsi
la vita: lo Stato provvede all'operaio senza
lavoro, qualunque siasi il suo mestiere. Gravar
d'imposte gli oggetti necessari è furto, gravare il
superfluo è restituzione. Quindi l'abolizione delle
imposte dirette, e personali, perché alla fin dei
conti, esse pesano soltanto sul povero. Il sistema
delle imposte progressive, stabilito bensí sovra
basi tanto saggie, che l'applicazione non serbi alcun
carattere di legge agraria. Ogni monopolio è
vietato; all'agricoltura, all'industria e al commercio
s'aspettano gl'incoraggiamenti speciali del
Governo, e punizioni severe frenano i venditori di
mala fede.

L'insegnamento è libero; lo Stato veglia attivamente
alla moralità degli educatori. Ma un giurí
composto di padri di famiglia ha solo il diritto di
scegliere le persone destinate ad adempiere questo
ufficio. Ogni dolo di speculazione concita la severità
delle leggi. Amministrazioni dello Stato, polizia,
finanze, aggiudicazioni, imprese, tutto si
compie apertamente, senza mistero, e davanti agli
occhi del popolo.

Queste sono le principali basi della dottrina, la
cui applicazione ci sembra dover somministrare la
soluzione del problema, concedendo alla Francia
un governo a buon mercato senza corruttele, e
senza seidi, un governo favorevole allo sviluppo
delle facoltà morali, e fisiche dell'uomo.

Allora finirebbe ogni pericolo di rivoluzione, perché
[pg!114]
non vi sarebbero usurpazioni: ogni miseria,
perché non vi sarebbero monopoli: ogni possibilità
di lesioni perché non esisterebbero privilegi.

Certo: adottando cotesto sistema avreste Repubblica.
Ah! direte, la Repubblica è impossibile
in Francia! il primo saggio non riuscí felice. Che?
non fu che un saggio, e retrocedete? Oh! noi
siamo oggimai al settantesimo saggio della monarchia — e
*l'ultimo è il pessimo!* Come non disperare?
come non rovesciare un sistema contro al
quale grida lo sdegno, la delusione di quindici
secoli?

Noi abbiamo cercato propagare queste dottrine
pubblicando gli scritti popolari, che in oggi sommettono
alla vostra inquisizione. Noi abbiamo voluto
parlare al popolo: hanno voluto impedire al
popolo che ci ascoltasse. Hanno trattato noi, come
seduttori, il popolo come un fanciullo: il popolo
raccoglieva avidamente i nostri stampati: la polizia
s'impadroniva de' poveri venditori, che traevano
da quegli opuscoli la sussistenza delle loro famiglie;
il dí dopo questa deforme polizia facea
vendere essa pure, e impunemente nelle strade dei
libelli sozzi di scurrili calunnie contro i patriotti
pacifici, ch'essa tormentava. O pudore pubblico!
la polizia s'arroga sola il diritto d'insegnare al
popolo, d'educargli lo spirito, e il cuore!

La prova sta, dic'essa, nel diritto ch'io ho
d'immergervi nelle carceri, — e l'ha fatto. Ma sei
mesi di prigione non bastano alla sua collera:
essa esige altri sei mesi dal vostro giudizio. La
nostra pazienza stancherà questo potere di fatto;
[pg!115]
ma né le sue carceri, né le ammende stancheranno
noi: noi sfideremo quest'armi come abbiamo sfidato
i suoi assassini assoldati e i suoi libelli.

Abbiamo a compiere una grande missione:
noi la compiremo, se è necessario, per altri quindici
anni sul banco delle Corti di giustizia. La
compiremo sull'orme di quelle giovani vittime
della libertà, il sangue delle quali grida vendetta
qua dentro. La compiremo sotto la scure della
tirannide, perocché la nostra è piú che missione:
è un culto sacro, è un fuoco che abbrucia, è l'amore
dell'umanità. Ora il potere prosiegua: confuti
le nostre teoriche colla prigione, colle catene,
colle ammende, mentre sotto l'egida dell'impunità,
il forense aumenta i suoi illeciti guadagni, il capo
d'ufficio divide coll'impresario, il commissionario
cogli uomini del potere, finalmente, il segretario
di Stato dà marito alle sue Frini vendendo gl'impieghi.
Un potere ladro, ed imbecille per un solo
grido venuto dal fondo della coscienza riversi pure
sul capo del giusto, che lo proferisce tutta la collera
che dovrebbe rovesciarsi pure sul carlista che
si cela ne' ranghi della guardia nazionale; e
sul sergente di città, che col favor delle tenebre
ha intinto il suo ferro nel sangue de' nostri concittadini.
Prosiegua: il piú lieve pretesto basti
a tenerci sei mesi sotto un'accusa, mentre una
donna contro la quale stanno terribili probabilità,
e gravi sospetti, gode di tutta la sua libertà,
direi quasi, esulta del suo trionfo, pendente ancora
il giudizio di sangue. I nostri fratelli siano
lasciati al gemito della fame, e del freddo nelle
[pg!116]
carceri, mentre questa baronessa sfoggia la sua
veste rossa nei balli della corte, che non serba
neppur tanto pudore per rifiutare i frutti per lo
meno equivoci d'un'adultera compiacenza. Tutto
questo è naturale, perocché tutto questo è monarchico.

Ma noi che non assistiamo ai balli di corte, noi
che non offriamo al guardo d'un re poc'anzi repubblicano
i nostri abiti rozzi ma immacolati, noi
che non curviamo il ginocchio davanti ai cosacchi,
né abbiamo tradita la causa dei popoli, noi che
abbiamo le mani pure d'ogni benché menoma frazione
dei 25 milioni prodigati in quest'anno dai
traditori ai venali: ah! noi siamo colpevoli. — Condannateci,
condannateci se siete servili al potere.
Condannateci, ma non isperate cangiarci.
Bensí cercate un popolo diverso da quello del
1830, per chiedere la ricompensa dovuta a tali
atti. Perocché il popolo, che punisce collo spregio,
rimunera colla stima, — e non è alla pubblica
estimazione che aspirano gli autori di siffatte
condanne [#]_.

.. [#] Il cittadino Raspail fu condannato alla prigione
   ed all'ammenda unitamente a' suoi fratelli di opinione
   e di accusa. Bensí assolti come *amici del popolo*, furono
   condannati per le arringhe proferite nella difesa.
   La contraddizione de' giudici, che dichiararono innocente
   la credenza degli accusati, e colpevole lo sviluppo
   di questa credenza, rimarrà ne' fasti della magistratura
   francese del 1832, in un col giudizio, che
   intervenne nella causa Dumenteuil, giudizio in cui le
   pretese della intolleranza cattolica furono rinnovate a
   fronte delle leggi civili, de' dogmi politici dello Stato
   e dell'incivilimento del secolo XIX!

[pg!117]


1831.
-----

.. epigraph::

   | Crescit in adversis virtus.

Ed era pur l'anno che al suo cominciar prometteva
la per secoli invocata rigenerazione de' popoli!
Ed era pur l'anno in cui l'ora al dispotismo
fatale dovea scoccare! Perché trascorse fecondo
in avvenimenti, ma non rispose ai voti ardenti
della razza umana? Come andò egli a confondersi
nel prodigioso numero di quelli che l'uomo
ci mostrano nell'obbrobriosa schiavitú ancora
sepolto? Corse egli intero sottraendosi alla legge
possente del progresso? Fu irreparabilmente esso
perduto per la santa causa della Libertà?

Riposi qualche istante il desiderio inquieto di
leggere nell'incerto avvenire e volgiamoci ad esaminare
impassibili se il 1831 respinse o sospese il
movimento progressivo politico, o se benché lentamente,
lo secondava.

Riscossa la Francia dal sovrastante pericolo di
perdere ogni sua libertà avea fin dalla metà del
precedente anno con uno slancio inaspettato, e
tutto nuovo acquistato il diritto di mettersi alla
testa delle nazioni d'Europa mature all'emancipazione,
e guidarle ad ottenerla: la subita ed inattesa
rivoluzione avea atterriti i despoti che vili
[pg!118]
per costume nell'avversità riconobbero Filippo da
pochi illusi, o deboli eletto a re dei Francesi, e si
piegarono per sottrarsi alla rovina che li minacciava
a sancirne il principio di *non intervento* proclamato
a favorire gli sforzi delle nazioni, che sorgessero
ad imitarli. La grande scossa era data,
l'assolutismo vacillava, e sarebbe caduto se incauti
i Liberali di Francia che avean fatta la rivoluzione
non chiamavano al reggimento delle cose
loro quegli uomini i quali non si erano a dir vero
mostrati nel pericolo, ma che per le loro professioni
di fede, e per l'opposizione costante nella
quale si eran mantenuti col governo di Carlo X,
la pubblica confidenza avean sopr'essi raccolta: la
tradirono questi come tradiron la loro coscienza,
come cogli interessi della loro patria gli interessi
sagrificarono degli altri popoli, i quali non dissimulando
la loro simpatia per la nazione che superiore
all'altre in civilizzazione rinunziava generosa
all'antico desiderio di dominazione, si mostravan
disposti ad esserle compagni all'impresa
magnanima di condurre a Libertà l'Europa intera.
Primi infatti si mossero alcuni stati di Germania:
chiedevano i Sassoni al loro re una costituzione
piú larga; al loro duca la chiedevano i
Brunsvikesi: oppresso dal dominio tirannico della
casa d'Orange, e depauperato dall'Olanda insorgeva
il Belgio a volere l'indipendenza ed un
governo a sua voglia. Piú forte e piú decisa dichiarava
la Polonia sfidando le barbare orde del nordico
tiranno voler essere ormai terra libera o cambiarsi
in vasto sepolcro. S'impegna quindi la
[pg!119]
lotta ineguale, ed infiammati di patrio amore, sostenuti
dalla speranza di giugnere alfine la Libertà
e l'indipendenza bramata, oppongono i valorosi
Polacchi non contando i nemici lunga e
ostinata difesa. Sventurati! i prodigj di valore
inauditi, i sagrifizj senza esempio a salvarli non
valsero: furono rovesciati dal torrente de' Vandali
ch'essi con una mano armata tentavan respingere
mentre chiedevan coll'altra il promesso soccorso
alla Francia, la quale, dimentica delle perdite e
del sangue che all'antica alleata costava la sua
fedeltà, di cantici e lodi sol la sovvenne.

Creduto opportuno l'istante si sollevò quindi
una, parte d'Italia a procacciarsi Indipendenza
e Libertà, tanto piú da lunghi anni desiderate
quanto piú grave era il giogo sotto cui gemeva,
quanto piú triste ne era la condizione. Modena
diede prima l'esempio; era il colpo fallito per la
vigilanza del sospettoso tiranno se Bologna commossa
non ne secondava la rivoluzione facendo
la propria: la Romagna e le Marche non indugiarono
e si sottrassero al governo sacerdotale. I
Parmigiani venian appresso e respingevan da loro
una principessa che nulla avea di comune col
grand'uomo cui era stata compagna se non un
fasto che impoveriva i sudditi, che alla di lei condizione
mal conveniva.

Vedevano intanto i Toscani con interesse procedere
a quel modo le cose in Italia disposti a seguirne
in appresso la sorte, ma non anco maturi
alla grand'opra attendean circostanza opportuna
a sollevarsi contro un governo che di liberale non
[pg!120]
avea che l'apparenze, che simulando tolleranza,
era come gli altri della Penisola tutto arbitrario
e dispotico.

Guardati da vigilanti e numerose truppe straniere
Lombardi e Veneti si volgean con fiducia al
Piemonte lusingati che spingerebbe le temute legioni
a secondare gli sforzi d'Italia: ma i Piemontesi
non ancora volean dichiararsi, fidando
nel principe che tra non molto dovea succedere al
re Carlo Felice, di cui la cagionevol salute, e l'avanzata
età facean presagire prossima la fine.
Ahi quanto male giudicavan l'inetto! Chi tradiva,
una volta la santissima causa non poteva
sentire né amore di libertà né ambizione, di aggiungere
al suo nome quello di liberatore d'Italia:
codardo nel cuore, e colla febbre di regnare si collegò
coi nemici della sua patria, ma coi rimorsi
nell'anima, ma col tormentoso presentimento che
colla maledizione degli amici sagrificati un giorno
da lui, la pena nol giunga che al traditore è dovuta.
Titubando nell'incertezza aspettavan dal
tempo consiglio i Napoletani preparati a far causa
comune coi loro fratelli se ne venia loro il destro, e
se propizie le circostanze si mostrassero; a decidersi
prontamente li tratteneva però la speme riposta
nel giovine re da poco tempo salito sul trono
che l'avo e il padre spergiuri avean veduto vacillare,
e che crollerà sotto lui, poiché la lezione
non lo fece piú saggio.

Se con fermezza si mantenea la Francia nell'onorifico
posto che avea scelto, il tempo felice era
giunto, ed essa dettava la pagina piú bella nella
[pg!121]
sua Istoria: nol volle; rinegò o tradusse a suo
modo gli emessi principj: quindi gli inciampi che
il concepito movimento rallentarono: non s'arrestava
però, e ne uscivano generali vantaggi. Strapparono
ai loro principi concessioni non lievi alcuni
stati germanici: se non ottenne la Belgica
un governo repubblicano, o l'aggregazione alla
Francia l'una dopo l'altro richiesti, fu dell'indipendenza
assicurata. Fu la misera Polonia schiacciata,
ma tutti i popoli d'Europa fecero eco al gemito
che cacciava spirando; ma benché dall'Austria
infida forzati a rimanere in uno stato di
*quasi barbarie* mandavano gli Ungheri da ogni
circolo, da ogni casolare indirizza a Vienna, perché
fosse un termine alla strage pei Polacchi superstiti
nei quali raddoppiava l'odio pei loro carnefici.
Non ritrasse la Francia tutti i beneficj dalla
sua rivoluzione, ma escludendo nei Pari l'eredità
diede il colpo mortale all'aristocrazia del sangue.
Ma stanca, nell'impero, di una gloria inutile al
vincitore, al vinto molesta; tormentata nella ristorazione
dal bisogno di togliersi all'abbiezione
in cui l'avean precipitata i Borboni che a mantenersi
in trono avean venduta la patria: disingannata
degli uomini che abbastanza manifestarono
che la loro missione era di parole soltanto:
vergognosa di esser guidata dal timido coniglio
non dal gallo generoso corre veloce a cercare la
sola felicità de' popoli nelle istituzioni veramente
libere, nella Eguaglianza repubblicana. La scintilla
elettrica della libertà passa in ogni cuore,
investe ogni classe: e qual potenza potrà frenarne
gran tempo lo scoppio?

[pg!122]
Sull'oligarchía avean vittoria i liberali inglesi
colla proposta del Bill di riforma, la quale, benché
non per anco ammessa dal Parlamento, è aspettata
e quotidianamente dal popolo richiesta.

Se d'armi non forniti, se dalla brevità del tempo
sorpresi fidando anch'essi nella Francia non
opponean gl'Italiani al Tedesco che una debole
resistenza, si conobbero, si inteser tra loro, si
chiamaron finalmente fratelli: alla non ben apprezzata
patria gli affezionò l'emigrazione dacché
viddero quanto amaro sia il tozzo ch'altri con
disprezzo ti getta nella terra che t'accoglie profugo.
Eccitò in essi l'emulazione il pugno di bravi
che racchiusi nella casa del Menotti infelice si votarono
alla patria, e animosi sostennero il ripetuto
assalto del moderno Ezzelino. Ma li persuase
che per tutta l'Italia è un desiderio solo, un bisogno,
anche la pietà delle venete madri che ai
teneri figli mostrando come liberatori della patria
que' prodi che l'Austria contro ogni diritto in un
mare non suo avea predati, nei giovanili petti
sensi italiani infondevano.

Amare perdite al certo furono ai liberali e l'italiano
Menotti col compagno Borelli dal supplizio
dell'assassino e del parricida rapiti per sentenza
del mostro che avea piú volte promesso salvarli!
e l'instancabil Torijos che dall'insidie dei
satelliti del tiranno spagnuolo sul patrio suolo attirato
soffriva cogli intrepidi suoi seguaci il martirio
della libertà: e il siciliano de Marchi che fu
cogli undici amici sagrificato perché tentò sottrarre
la patria dall'abborrito servaggio. Ma ogni
[pg!123]
stilla del loro sangue innocente è seme d'infamia
ai despoti e a note incancellabili ha scritto pei
popoli — leggi e libertà. Per tutta Europa ora
celato ora palese serpeggia l'incendio; se tenta
il despotismo estinguerlo dove si mostra, piú
grande si sprigiona e in altra parte si fa strada;
una segreta forza, una specie di moral magnetismo
i popoli attrae alla benefica libertà. La
spinta è comunicata; non è a sperare riposo finché
non sia ogni privilegio distrutto; tenti ostinato
l'assolutismo a sua posta di arrestare il progresso,
non farà che affrettarlo; vegga egli nelle ripetute
sommosse di Parigi e delle provincie di Francia
l'opera di bonapartisti, o de' settatori d'Enrico, o
che piú gli giova: ma chi non prevenuto le osserva
attentamente e le segue è a ragione convinto che
son assalti vigorosi all'unica aristocrazia che ora
in Francia rimanga; l'influenza delle ricchezze.
Tutte sono proteste de' popoli contro la tirannide,
tutte imperiose domande a riavere i loro diritti:
condotti dalla luce che il secolo andato spandea,
convinti che la forza per essi solo è costituita, procedono
risoluti sul terreno che l'assolutismo cede
ogni giorno.

Non è l'ora lontana in cui dopo essersi in altrettante
nazioni libere divisa, sarà l'umana razza
condotta dalla legge d'amore, ad unirsi in una
sola famiglia. Abbiano intanto anch'essi una volta
gl'Italiani una patria. Sia tutta unita l'Italia, e
allo straniero non serva. Non dubbio, ma certo
ma universale è già fatto quel voto: se uniti,
siamo all'opra bastanti, non inutil ricordo ci lasciava
[pg!124]
il Menotti morendo, di non calcolare sugli
ajuti stranieri, di non aver fede che in noi. Non
piú indugi, non piú transazioni; dove voglia una
rivoluzione aver base, là deve esser guerra e mortale.
L'ultime prove ci hanno ammaestrati solennemente:
badiamo a non confondere la moderazione
coll'inerzia: il nemico è dovunque si nuoce
alla patria, dovunque si tradisce il voto del secolo.
Chi è reo d'infamia a di codardia abbia col
nemico comunione di sorte: giaccia inonorato
senz'onore di tomba: il sepolcro patrio sia per coloro
che piansero sulla Italia, sorsero a darle vita
e morirono. Racconti la pietra ai nepoti il premio
che la tirannide concedeva a chi non respirava che
nelle patrie virtú. La esperienza c'insegni, — che
l'affetto di libertà non riesce a buon porto se
non assume i caratteri di religione: c'insegni che
dalle fondamenta alla cima tutto nuovo deve essere
l'edifizio che innalzeremo: c'insegni a spegnere
ogni spirito municipale, e che nella concordia
sola è riposta la forza: nel fermo volere
e nella fiducia del sacrificio il successo: nel salire
all'altezza de' moderni principii il tipo italiano
del secolo XIX. — Questo c'insegni l'anno
trascorso; e chi potrà dirlo perduto?

.. class:: right

| :small-caps:`Mon.`

[pg!125]


RIVOLUZIONE DI PARIGI
---------------------

.. class:: center large

| (LUGLIO 1830).

I Parigini, sempre inquieti pel sistema retrogrado
che il re Carlo X voleva far prevalere in
Francia, attendevano che una qualche favorevole
circostanza presentasse loro il mezzo di smettere
il giogo dal quale erano oppressi. Gli editti reali
del 25 luglio infransero le barriere ed il fantasma
del diritto divino fu dissipato dal coraggio del
popolo di Parigi. La monarchia, imposta dal dispotismo
d'un milione di baionette, fu rovesciata
da 50,000 coraggiosi che seppero anteporre l'acquisto
della libertà allo spargimento del loro sangue.
Il popolo parigino, nelle tre memorabili giornate
di luglio, vendicò i suoi diritti, maltrattati
dalla forza, e dal dispotismo degli alleati. Questo
popolo portò al supremo comando l'uomo puro,
l'uomo integerrimo, l'uomo della libertà, Lafayette:
il trionfo del popolo, la sera del 29 luglio
sembrava assicurato.

Una frazione d'uomini, corrotti e perversa, immaginò
d'impadronirsi di questa rivoluzione e di
farla valere a suo profitto. D'una rivoluzione nazionale
si fece una rivoluzione di palazzo. Con
questa mira si allontanarono gli amici della causa
popolare, e si avvicinarono al trono gl'intriganti
[pg!126]
e gli ambiziosi. Furono congedati Lafayette, Dupont
de l'Eure, Odillon, Barrot, ecc., e conservati
Talleyrand, Sebastiani, Perrier, Montalivet, ecc.
La rivoluzione di palazzo fece aprire le trattative
coi re dell'Europa, riconoscere gl'ignominosi
trattati del 1814 e del 1815, ricusare le offerte dei
Belgi, abbandonare, disperdere i patriotti di Spagna
e dell'Italia, e commettere l'azione la piú
impolitica e la piú infame, nel lasciar perire l'eroica
Polonia. La rivoluzione di palazzo rimase
tutta a profitto di quei vili che ambivano gli
onori, gli impieghi, e le ricchezze. Costoro non si
occuparono che di quello soltanto che poteva e
doveva consolidare il loro ben essere particolare.
Nel mentre che la corte, i ministri, e la Camera
dei pari favorivano i propri interessi, la Camera
dei deputati non intendeva il proprio dovere.
Questa Camera avrebbe dovuto vigorosamente
opporsi al sistema che voleva adottare il suo governo.
Essa non poteva ignorare la pubblica
opinione. La stampa periodica non ha mai taciuto;
questa interprete del voto nazionale, a
rischio de' suoi materiali interessi, e del suo ben
essere, ha svelato i misteri, ed ha combattuto incessantemente
i nemici del popolo. Anche i pochi
buoni dell'opposizione hanno con coraggio sostenuto
gl'interessi della causa popolare, hanno però
dovuto essi pure soggiacere alla maggioranza.
Gl'interessi della nazione furono sagrificati.

La libertà, per tutto circondata dal potente e
baldanzoso dispotismo, come potrà trionfare? Ai
Pirenei, alle Alpi, al Reno stanno in agguato i
[pg!127]
piú acerrimi nemici della Francia e della libertà.
Come potrà prosperare l'industria francese, avendo
gl'Inglesi alla direzione delle manifatture
del Belgio? In caso di guerra, che disposizioni
potrà dare un generale francese, avendo un re inglese
ad Ostenda, a Mons, ed a Lussemburgo?
Quando piú mai la Francia vedrà tre milioni di
Polacchi, resi dal loro coraggio indipendenti, combattere
in favore della stessa causa, e degl'interessi
di lei!

La gioventú francese, colla coscienza del suo
vero bene, voleva correre a Brusselles per aiutare
quel popolo che spargeva il suo sangue, per unirsi
alla Francia. L'eroica difesa dei Polacchi trovava
simpatia ed ammirazione in ogni cuore. Allorché
si è voluto rallegrare la guardia nazionale di Parigi,
e distrarla dai sinistri riflessi che potevano
esserle richiamati dall'anniversario delle tre giornate,
si è immaginato di far spargere la notizia
di una vittoria riportata dai Polacchi. Il machiavellismo
del ministro francese credette utile di
traviare il pensiero dei Parigini, facendo trovar
loro sulla Vistola quella consolazione che non potevano
avere sulla Senna.

Gloria eterna al coraggio ed all'intrepidezza del
popolo di Parigi, ed esecrazione a coloro che fecero
piegare il trionfo del popolo a vantaggio d'una rivoluzione
di palazzo. Esecrazione a coloro che
soffrono vilmente, che la causa della libertà perda
il frutto di circostanze cotanto favorevoli.

Non tarderà no il giorno nel quale la Francia
dovrà pentirsi di essere stata spettatrice indifferente
[pg!128]
del sacrifizio della sua libertà, e di avere
lasciato nelle mani di pochi intriganti il destino
della patria. Sí; la Francia si pentirà di aver
permesso che l'egoismo del traffico e dell'ambizione
abbiano prevalso al ben essere, alla gloria,
ed all'onore dell'intera nazione.

.. class:: right

| *Articolo comunicato.*

[pg!129]


AGLI ITALIANI.
--------------

Quando intraprendemmo di pubblicare una
serie progressiva di scritti tendenti alla rigenerazione
italiana, noi intraprendemmo, convien
dirlo francamente, una cosa superiore alle nostre
forze. Noi soli non possiamo vincere tutte le difficoltà
che s'attraversano — non isvolgere convenevolmente,
e in tutte le sue applicazioni letterarie,
filosofiche, politiche il concetto vasto, e
fecondo, che ci affatica la mente — ma noi fidammo
nell'aiuto de' nostri fratelli italiani.

Noi calcolammo gli ostacoli, pesammo i doveri,
intravedemmo i pericoli — tutto sfumò davanti
all'utile dell'intrapresa. Oggimai, la stampa è
l'arbitra delle nazioni. Le nazioni hanno sete di
verità. L'Italia non ha una voce che si levi a bandirla;
e chi mai può scrivere, o lagnarsi in una
terra, dove fin la indipendenza letteraria procede
esosa a' governi, dove il gemito è argomento di
pena, e la ruga de' profondi pensieri stampata
sulla fronte al giovane è spia di tendenze pericolose
agli inquisitori politici? L'Italia non ha una
voce, che si levi a snudarne le piaghe, a romperne
il sonno, a predicare i rimedi. Ogni giorno
segna una vittima della tirannide — e non v'è
alcuno che ne raccolga l'ultima maledizione. Ogni
[pg!130]
giorno genera un voto, una idea di progresso nei
giovani cuori — e non v'è alcuno, ch'esprima altamente
i voti e le idee, che solcano l'anime, che balenano
nelle menti, poi si perdono inavvertite,
perché nessuna penna dà loro forma, e perpetuità. — E
il furore delle poche anime generosamente
feroci si consuma solitario nella disperazione, e i
molti vivono d'una vita materiale, non s'attentando
pure di rompere un silenzio, che si traduce
poi lentamente in obblio.

Ma gli esempli di tutte le età, e di tutte le nazioni
ci avvertono, che dove non si propaga colla
stampa il lume de' principii alle moltitudini, dove
non si trasfonde colla parola la fede, difficilmente
si prorompe in un moto energico ed efficace. E le
cure che i governi pongono a reprimere ogni libertà
di scrittori, e le precauzioni minute usate
contro la introduzione d'ogni libro che parli parole
libere, c'insegnano quanto essi tremino dell'effetto
di siffatte dottrine, perché *l'inchiostro
del savio vale quanto la spada del forte*, e Maometto,
che proferiva queste parole, s'inoltrava tra
le genti colla spada in una mano, e il Corano nell'altra. — E
noi potremmo citare le circolari date
dal re Carlo Alberto a' doganieri del suo Stato,
poi che il manifesto del nostro giornale ebbe veduta
la luce, perché vegliassero a impedirne la
introduzione e le inquisizioni praticate fin d'ora
su' viaggiatori a vedere se mai ne fossero portatori.

Però, noi ci determinammo all'impresa.

Ma siffatte imprese non giungono all'intento,
[pg!131]
se non durano ostinate, e progressivamente migliori.
La stampa non giova, se la diffusione non
è vasta, continua, ed universale. — Di mille esemplari
d'uno scritto, cinque cento vanno perduti
per la vigilanza di chi sta contro, o per le paure
degli uomini a' quali giungono. — Gli altri circolano
generalmente tra chi ne ha meno bisogno,
né trapassano, se non di rado alla gioventú, che
le cure della esistenza allontanano dagli studi e
dagli agi. — Poi, uno scritto che riescirà ottimo
per una classe, è parola muta per l'altre, ineducate
e senza esercizio di lettura. — E però noi abbiamo
in animo, se avremo aiuti, di pubblicare unitamente
a questo un giornale popolare, pianamente
scritto, e pensato, destinato a' parrochi di contado,
agli artieri, alle classi insomma operose. — Ma
perché l'opera riesca, efficace, conviene estenderla
quanto si può — è d'uopo, che il numero degli
esemplari s'aumenti gradatamente — è d'uopo,
che in ogni angolo de' loro stati, nelle officine, ne'
teatri, nelle università, dappertutto la *parola libera*
s'affacci agli oppressori, come il *Mane, Thecel,
Phare* di Balthazar.

E perciò — noi ci rivolgiamo a' nostri fratelli
d'esilio — a quanti giovani hanno sortita un'indole
forte, e un ingegno svegliato dalla natura — a
quanti son posti dalla fortuna in condizioni
che concedono mezzi di soccorso pecuniario e morale
all'impresa — Italiani, nostri concittadini!
noi v'invochiamo tutti. Questo giornale non si
sosterrà se non per voi. Se a voi sembra giovevole
la diffusione de' buoni principii — se vi pare che
[pg!132]
noi non siamo indegni di assumerci questo ministero,
sta in voi di promuoverlo. — Spiate la tirannide
che v'opprime, ne' suoi minimi atti: raccogliete
i documenti delle infinite ingiustizie, che
passano inosservate: raccogliete il grido della miseria:
notate le vessazioni, le venalità, le brighe,
le persecuzioni: e fate che giungano fino a noi — additateci
il linguaggio che trova la via dei cuori:
rivelateci i pregiudizi, che meritano d'essere combattuti
a preferenza, gli errori piú radicati, le riforme
le piú urgenti, perché si prepari il terreno da
noi. — Poi, soccorrete all'opera italiana coi mezzi
necessari alla propagazione: versate l'obolo per la
causa santa. — Abbiate fede in noi. — Noi la richiediamo,
perché sappiamo di meritarla: perché
possiamo levar la fronte a Dio, e agli uomini, e
non arrossire: perché la mente può mancarci all'uopo,
ma il core è puro, le intenzioni sante, e il
proposito deliberato.

Ora noi abbiamo fatto il nostro dovere: del
resto avvenga che può. Noi innalziamo una bandiera.
Spettai a voi, o Italiani, circondarla d'affetti
e di sacrifici: a voi reggerla sublime all'aure. — Noi
la sosterremo questa bandiera, finché le
braccia nostre varranno. Se avranno a ricadere
stanche sul petto — ed altre braccia non sottentreranno
alle nostre — noi ci racchiuderemo nel silenzio,
aspettando l'ora, che deve chiamarci tutti
alle vie dell'azione.

.. class:: right

| :small-caps:`Mazzini.`

.. clearpage::

.. footnotes:: NOTE
   :class: small

----

.. clearpage::

.. topic:: Nota del Trascrittore

   Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, così come
   le grafie alternative (principi/principî e simili), correggendo senza annotazione
   minimi errori tipografici. Sono stati corretti i seguenti refusi
   (tra parentesi il testo originale):

      | xvi — par le `capitaine`_ [capitain] De Martino
      | 13 — voluto `dal`_ [del] secolo
      | 23 — perché l'anima `dello`_ [della] schiavo
      | 23 — e la `vicenda`_ [vicendo] europea
      | 53 — mandarono pertanto a `lord Whitworth`_ [loro Wothworth]
      | 56 — poteva da un punto all'altro `riuscire`_ [riusciere]
      | 87 — e de' delitti `consumati`_ [consusumati]
      | 102 — La riunione pone in `pericolo`_ [periricolo]

|
|
|
|
|

.. _pg_end_line:

\*\*\* END OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK LA GIOVINE ITALIA \*\*\*

.. backmatter::

.. toc-entry::
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.. _pg-footer:

.. class:: pgfooter language-en

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agree to be bound by the terms of this agreement. There are a few
things that you can do with most Project Gutenberg™ electronic works
even without complying with the full terms of this agreement. See
paragraph 1.C below. There are a lot of things you can do with Project
Gutenberg™ electronic works if you follow the terms of this agreement
and help preserve free future access to Project Gutenberg™ electronic
works. See paragraph 1.E below.

**1.C.** The Project Gutenberg Literary Archive Foundation (“the
Foundation” or PGLAF), owns a compilation copyright in the collection
of Project Gutenberg™ electronic works. Nearly all the individual
works in the collection are in the public domain in the United
States. If an individual work is in the public domain in the United
States and you are located in the United States, we do not claim a
right to prevent you from copying, distributing, performing,
displaying or creating derivative works based on the work as long as
all references to Project Gutenberg are removed. Of course, we hope
that you will support the Project Gutenberg™ mission of promoting free
access to electronic works by freely sharing Project Gutenberg™ works
in compliance with the terms of this agreement for keeping the Project
Gutenberg™ name associated with the work. You can easily comply with
the terms of this agreement by keeping this work in the same format
with its attached full Project Gutenberg™ License when you share it
without charge with others.



**1.D.** The copyright laws of the place where you are located also
govern what you can do with this work. Copyright laws in most
countries are in a constant state of change. If you are outside the
United States, check the laws of your country in addition to the terms
of this agreement before downloading, copying, displaying, performing,
distributing or creating derivative works based on this work or any
other Project Gutenberg™ work.  The Foundation makes no
representations concerning the copyright status of any work in any
country outside the United States.

**1.E.** Unless you have removed all references to Project Gutenberg:

**1.E.1.** The following sentence, with active links to, or other
immediate access to, the full Project Gutenberg™ License must appear
prominently whenever any copy of a Project Gutenberg™ work (any work
on which the phrase “Project Gutenberg” appears, or with which the
phrase “Project Gutenberg” is associated) is accessed, displayed,
performed, viewed, copied or distributed:

  This eBook is for the use of anyone anywhere at no cost and with
  almost no restrictions whatsoever. You may copy it, give it away or
  re-use it under the terms of the Project Gutenberg License included
  with this eBook or online at http://www.gutenberg.org

**1.E.2.** If an individual Project Gutenberg™ electronic work is
derived from the public domain (does not contain a notice indicating
that it is posted with permission of the copyright holder), the work
can be copied and distributed to anyone in the United States without
paying any fees or charges. If you are redistributing or providing
access to a work with the phrase “Project Gutenberg” associated with
or appearing on the work, you must comply either with the requirements
of paragraphs 1.E.1 through 1.E.7 or obtain permission for the use of
the work and the Project Gutenberg™ trademark as set forth in
paragraphs 1.E.8 or 1.E.9.

**1.E.3.** If an individual Project Gutenberg™ electronic work is
posted with the permission of the copyright holder, your use and
distribution must comply with both paragraphs 1.E.1 through 1.E.7 and
any additional terms imposed by the copyright holder. Additional terms
will be linked to the Project Gutenberg™ License for all works posted
with the permission of the copyright holder found at the beginning of
this work.

**1.E.4.** Do not unlink or detach or remove the full Project
Gutenberg™ License terms from this work, or any files containing a
part of this work or any other work associated with Project
Gutenberg™.

**1.E.5.** Do not copy, display, perform, distribute or redistribute
this electronic work, or any part of this electronic work, without
prominently displaying the sentence set forth in paragraph 1.E.1 with
active links or immediate access to the full terms of the Project
Gutenberg™ License.

**1.E.6.** You may convert to and distribute this work in any binary,
compressed, marked up, nonproprietary or proprietary form, including
any word processing or hypertext form. However, if you provide access
to or distribute copies of a Project Gutenberg™ work in a format other
than “Plain Vanilla ASCII” or other format used in the official
version posted on the official Project Gutenberg™ web site
(http://www.gutenberg.org), you must, at no additional cost, fee or
expense to the user, provide a copy, a means of exporting a copy, or a
means of obtaining a copy upon request, of the work in its original
“Plain Vanilla ASCII” or other form. Any alternate format must include
the full Project Gutenberg™ License as specified in paragraph 1.E.1.

**1.E.7.** Do not charge a fee for access to, viewing, displaying,
performing, copying or distributing any Project Gutenberg™ works
unless you comply with paragraph 1.E.8 or 1.E.9.

**1.E.8.** You may charge a reasonable fee for copies of or providing
access to or distributing Project Gutenberg™ electronic works provided
that

.. class:: open

- You pay a royalty fee of 20% of the gross profits you derive from
  the use of Project Gutenberg™ works calculated using the method you
  already use to calculate your applicable taxes. The fee is owed to
  the owner of the Project Gutenberg™ trademark, but he has agreed to
  donate royalties under this paragraph to the Project Gutenberg
  Literary Archive Foundation. Royalty payments must be paid within 60
  days following each date on which you prepare (or are legally
  required to prepare) your periodic tax returns. Royalty payments
  should be clearly marked as such and sent to the Project Gutenberg
  Literary Archive Foundation at the address specified in Section 4,
  “Information about donations to the Project Gutenberg Literary
  Archive Foundation.”

- You provide a full refund of any money paid by a user who notifies
  you in writing (or by e-mail) within 30 days of receipt that s/he
  does not agree to the terms of the full Project Gutenberg™
  License. You must require such a user to return or destroy all
  copies of the works possessed in a physical medium and discontinue
  all use of and all access to other copies of Project Gutenberg™
  works.

- You provide, in accordance with paragraph 1.F.3, a full refund of
  any money paid for a work or a replacement copy, if a defect in the
  electronic work is discovered and reported to you within 90 days of
  receipt of the work.

- You comply with all other terms of this agreement for free
  distribution of Project Gutenberg™ works.

**1.E.9.** If you wish to charge a fee or distribute a Project
Gutenberg™ electronic work or group of works on different terms than
are set forth in this agreement, you must obtain permission in writing
from both the Project Gutenberg Literary Archive Foundation and
Michael Hart, the owner of the Project Gutenberg™ trademark. Contact
the Foundation as set forth in Section 3. below.

**1.F.**

**1.F.1.** Project Gutenberg volunteers and employees expend
considerable effort to identify, do copyright research on, transcribe
and proofread public domain works in creating the Project Gutenberg™
collection. Despite these efforts, Project Gutenberg™ electronic
works, and the medium on which they may be stored, may contain
“Defects,” such as, but not limited to, incomplete, inaccurate or
corrupt data, transcription errors, a copyright or other intellectual
property infringement, a defective or damaged disk or other medium, a
computer virus, or computer codes that damage or cannot be read by
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**1.F.2.** LIMITED WARRANTY, DISCLAIMER OF DAMAGES – Except for the
“Right of Replacement or Refund” described in paragraph 1.F.3, the
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liability to you for damages, costs and expenses, including legal
fees. YOU AGREE THAT YOU HAVE NO REMEDIES FOR NEGLIGENCE, STRICT
LIABILITY, BREACH OF WARRANTY OR BREACH OF CONTRACT EXCEPT THOSE
PROVIDED IN PARAGRAPH 1.F.3. YOU AGREE THAT THE FOUNDATION, THE
TRADEMARK OWNER, AND ANY DISTRIBUTOR UNDER THIS AGREEMENT WILL NOT BE
LIABLE TO YOU FOR ACTUAL, DIRECT, INDIRECT, CONSEQUENTIAL, PUNITIVE OR
INCIDENTAL DAMAGES EVEN IF YOU GIVE NOTICE OF THE POSSIBILITY OF SUCH
DAMAGE.

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written explanation to the person you received the work from. If you
received the work on a physical medium, you must return the medium
with your written explanation. The person or entity that provided you
with the defective work may elect to provide a replacement copy in
lieu of a refund. If you received the work electronically, the person
or entity providing it to you may choose to give you a second
opportunity to receive the work electronically in lieu of a refund. If
the second copy is also defective, you may demand a refund in writing
without further opportunities to fix the problem.

**1.F.4.** Except for the limited right of replacement or refund set
forth in paragraph 1.F.3, this work is provided to you ‘AS-IS,’ WITH
NO OTHER WARRANTIES OF ANY KIND, EXPRESS OR IMPLIED, INCLUDING BUT NOT
LIMITED TO WARRANTIES OF MERCHANTIBILITY OR FITNESS FOR ANY PURPOSE.

**1.F.5.** Some states do not allow disclaimers of certain implied
warranties or the exclusion or limitation of certain types of
damages. If any disclaimer or limitation set forth in this agreement
violates the law of the state applicable to this agreement, the
agreement shall be interpreted to make the maximum disclaimer or
limitation permitted by the applicable state law. The invalidity or
unenforceability of any provision of this agreement shall not void the
remaining provisions.

**1.F.6.** INDEMNITY – You agree to indemnify and hold the Foundation,
the trademark owner, any agent or employee of the Foundation, anyone
providing copies of Project Gutenberg™ electronic works in accordance
with this agreement, and any volunteers associated with the
production, promotion and distribution of Project Gutenberg™
electronic works, harmless from all liability, costs and expenses,
including legal fees, that arise directly or indirectly from any of
the following which you do or cause to occur: (a) distribution of this
or any Project Gutenberg™ work, (b) alteration, modification, or
additions or deletions to any Project Gutenberg™ work, and (c) any
Defect you cause.


Section 2. Information about the Mission of Project Gutenberg™
``````````````````````````````````````````````````````````````

Project Gutenberg™ is synonymous with the free distribution of
electronic works in formats readable by the widest variety of
computers including obsolete, old, middle-aged and new computers. It
exists because of the efforts of hundreds of volunteers and donations
from people in all walks of life.

Volunteers and financial support to provide volunteers with the
assistance they need, is critical to reaching Project Gutenberg™'s
goals and ensuring that the Project Gutenberg™ collection will remain
freely available for generations to come. In 2001, the Project
Gutenberg Literary Archive Foundation was created to provide a secure
and permanent future for Project Gutenberg™ and future generations. To
learn more about the Project Gutenberg Literary Archive Foundation and
how your efforts and donations can help, see Sections 3 and 4 and the
Foundation web page at http://www.pglaf.org .


Section 3. Information about the Project Gutenberg Literary Archive Foundation
``````````````````````````````````````````````````````````````````````````````

The Project Gutenberg Literary Archive Foundation is a non profit
501(c)(3) educational corporation organized under the laws of the
state of Mississippi and granted tax exempt status by the Internal
Revenue Service. The Foundation's EIN or federal tax identification
number is 64-6221541. Its 501(c)(3) letter is posted at
http://www.gutenberg.org/fundraising/pglaf . Contributions to the
Project Gutenberg Literary Archive Foundation are tax deductible to
the full extent permitted by U.S.  federal laws and your state's laws.

The Foundation's principal office is located at 4557 Melan Dr.
S. Fairbanks, AK, 99712., but its volunteers and employees are
scattered throughout numerous locations. Its business office is
located at 809 North 1500 West, Salt Lake City, UT 84116, (801)
596-1887, email business@pglaf.org. Email contact links and up to date
contact information can be found at the Foundation's web site and
official page at http://www.pglaf.org

For additional contact information:

 | Dr. Gregory B. Newby
 | Chief Executive and Director
 | gbnewby@pglaf.org


Section 4. Information about Donations to the Project Gutenberg Literary Archive Foundation
```````````````````````````````````````````````````````````````````````````````````````````

Project Gutenberg™ depends upon and cannot survive without wide spread
public support and donations to carry out its mission of increasing
the number of public domain and licensed works that can be freely
distributed in machine readable form accessible by the widest array of
equipment including outdated equipment. Many small donations ($1 to
$5,000) are particularly important to maintaining tax exempt status
with the IRS.

The Foundation is committed to complying with the laws regulating
charities and charitable donations in all 50 states of the United
States. Compliance requirements are not uniform and it takes a
considerable effort, much paperwork and many fees to meet and keep up
with these requirements. We do not solicit donations in locations
where we have not received written confirmation of compliance. To SEND
DONATIONS or determine the status of compliance for any particular
state visit http://www.gutenberg.org/fundraising/donate

While we cannot and do not solicit contributions from states where we
have not met the solicitation requirements, we know of no prohibition
against accepting unsolicited donations from donors in such states who
approach us with offers to donate.

International donations are gratefully accepted, but we cannot make
any statements concerning tax treatment of donations received from
outside the United States. U.S. laws alone swamp our small staff.

Please check the Project Gutenberg Web pages for current donation
methods and addresses. Donations are accepted in a number of other
ways including checks, online payments and credit card donations. To
donate, please visit: http://www.gutenberg.org/fundraising/donate


Section 5. General Information About Project Gutenberg™ electronic works.
`````````````````````````````````````````````````````````````````````````


Professor Michael S. Hart is the originator of the Project Gutenberg™
concept of a library of electronic works that could be freely shared
with anyone. For thirty years, he produced and distributed Project
Gutenberg™ eBooks with only a loose network of volunteer support.

Project Gutenberg™ eBooks are often created from several printed
editions, all of which are confirmed as Public Domain in the
U.S. unless a copyright notice is included. Thus, we do not
necessarily keep eBooks in compliance with any particular paper
edition.

Each eBook is in a subdirectory of the same number as the eBook's
eBook number, often in several formats including plain vanilla ASCII,
compressed (zipped), HTML and others.

Corrected *editions* of our eBooks replace the old file and take over
the old filename and etext number. The replaced older file is
renamed. *Versions* based on separate sources are treated as new
eBooks receiving new filenames and etext numbers.

Most people start at our Web site which has the main PG search
facility:

  http://www.gutenberg.org
            
This Web site includes information about Project Gutenberg™, including
how to make donations to the Project Gutenberg Literary Archive
Foundation, how to help produce our new eBooks, and how to subscribe
to our email newsletter to hear about new eBooks.

